venerdì 27 gennaio 2017

Shoah: una memoria (in)finita

Palinsesto televisivo di oggi (dal “Corriere”)
Il “Giorno della Memoria” sta per concludersi e chiudiamo anche noi con qualche considerazione finale.

La prima deriva da un’impressione personale: sbaglio o quest’anno la “Giornata” è trascorsa un po’ sottotono? Voglio dire, nessuna gogna per il cattivone di turno (storico revisionista, antisemita “del web”, critico di Israele), niente sovraesposizione mediatica dei rappresentati delle comunità ebraiche (anche dovuto alla dipartita del gaffeur di professione Pacifici); solo qualche leggera modifica dei palinsesti per renderli ancora più jew-friendly.
Cos’è successo? La risposta mi sembra tanto amara quanto semplice: Israele ha vinto. Non c’è più bisogno di premere troppo sul vittimismo delle opinioni pubbliche italiane ed europee, dal momento che ormai siamo tutti convinti (consapevolmente o meno) che i problemi di Israele sono i nostri problemi.
Fino a pochi anni fa la situazione era diversa: la Palestina si portava su tutto (ricordate le kefiah e le bandiere?) e molti consideravano Israele una parte del problema mediorientale e non di certo la sua soluzione (come emergeva da certi sondaggi imbarazzanti, che poi hanno smesso di fare).
Tuttavia in questi anni ’10 del nuovo secolo, molto è cambiato: le primavere arabe e la guerra civile in Siria hanno definitivamente separato la causa anti-imperialista da quella anti-sionista; gli attentati in Europa hanno consentito a Israele di accreditarsi come “modello” per la gestione delle minoranze arabe; infine, il ritorno sulle scene dei curdi, da sempre pupilli di Israele, ha permesso di dimenticare la tragedia palestinese senza troppi sensi di colpa.
Gli ebrei italiani non hanno avuto neppure bisogno di organizzare il teatrino dell’anno scorso contro l’Iran: ormai la “linea” è passata.

La seconda riflessione è più generale e riguarda la Memoria (ipostatizziamo tutto con la maiuscola, così è più semplice): erroneamente essa viene oggi considerata la forza che regola la Storia, quando invece è risaputo essere l’Oblio a governare il tutto. Si tratta di una considerazione tragica, anche se non saprei dire di quale tipo di tragicità (Hegel avrebbe detto quella greca, visto che nel suo antisemitismo negava alle tragedie ebraiche ogni consistenza).
Con queste cerimonie pubbliche si vuol fare della Shoah un evento metastorico, al di sopra e al di là della Storia; è un tentativo disperato di procrastinare l’inevitabile esclusione dell’olocausto ebraico della supremazia nella Memoria.
Tuttavia, una volta che anche i riti collettivi avranno esaurito la loro energia, si dovrà per forza passare alle “maniere forti”.
Finora ne abbiamo avuto un’avvisaglia, nei tentativi di reintrodurre il reato d’opinione attraverso quei provvedimenti “contro il negazionismo”. È una deriva allarmante, della quale mi occupo spesso, nonostante non sia così ingenuo da credere a una libertà di ricerca assoluta e indipendente da ogni contingenza: semplicemente, penso si tratti di una distorsione dei principi che, bene o male, tutti abbiamo accettato.

Senza troppi giri di parole: se io volessi scrivere un libro per dimostrare che Gesù Cristo è un fungo allucinogeno, come fece John Marco Allegro nel 1970, potrei farlo senza essere indagato, processato, arrestato. Se volessi invece affrontare una tematica come la Shoah con gli stessi metodi (quindi descrivendola come un’allucinazione collettiva), finirebbe malissimo.
Forse l’esempio può sembrare estremo, ma per rimanere coi piedi per terra, con le leggi anti-revisionismo vigenti oggi in Paesi come Francia e in Germania, da quelle parti rischierebbe la galera anche chi compilasse uno studio sull’olocausto escludendo dalle fonti le testimonianze dei sopravvissuti. Potrebbe essere interpretata come una manipolazione? Certamente; ma ad ogni modo non sarebbe lecito rispondere con un paio di manette.
Non è insomma accettabile (e mai lo sarà) considerare il revisionismo come un crimine, dato che, tra le altre cose, persino la stessa ricerca sulla Shoah ha potuto trarne un indiretto giovamento (almeno fin quando era lecito), depurandosi di quelle incrostazioni mitiche effettivamente create dalla propaganda di guerra (come, per esempio, la leggenda dei cadaveri degli ebrei utilizzati per fabbricare saponette, bottoni, carne in scatola e coprilampade – che tuttavia viene ancora ripetuta in alcuni testi divulgativi –).

Il rischio più grande è che, associando continuamente al “Giorno della Memoria” la necessità di repressione, si finirà prima o poi per resuscitare quelle liturgie novecentesche contro le quali tali iniziative vorrebbero invece rappresentare un’antitesi o addirittura una “cura”.
Non vorrei si creasse poi un cortocircuito con la frastornante propaganda a favore dello Stato di Israele, che viene sempre propinata invalidando la potenziale universalità della “Memoria”, perché (è sgradevole ricordarlo) un “culto dei martiri” peculiare alla propria natura è sempre stato una delle condizioni di possibilità del fascismo come finora lo abbiamo conosciuto.

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