lunedì 23 gennaio 2017

“Sei milioni di ebrei? Io lo rifarei!”

Da “Almanacco Romano” uno squarcio sulla nostra epoca di straordinaria icasticità:
«Venerdì scorso, la calca ordinaria di un bus romano è stata irrobustita da un’orda schiamazzante di studenti di un istituto tecnico. Festeggiavano la fine dell’anno scolastico, celebravano forse la conquista di un diploma. Maschi e femmine diplomati o diplomandi, senza differenze, giocavano a fare i selvaggi. Non si erano imbrattati con uova e farina come fanno molti liceali appena interrotta la lettura di Plotino o la traduzione del pio Virgilio, non si piegavano ai “gavettoni” infantili, puntavano a più duri modelli. Quei ragazzotti mimavano canti e slogan delle curve calcistiche. Così in pochi istanti, conquistato il compiacimento del pubblico anziano, han cominciato a bestemmiare Dio, ritmando l’insulto blasfemo, e subito dopo, per spirito di trasgressione ancora più scandalosa ai loro occhi – ché si è raccontato spesso nelle aule scolastiche e nelle gite didattiche ai Lager di una immolazione al Cielo per quella che fu invece una efferatezza umana e con finalità assai laiche – cominciavano a ripetere con un sorrisetto sulle labbra: “Sei milioni di ebrei, sei milioni di ebrei, io lo rifarei, io lo rifarei”. A questo punto l’espressione di benevolenza dei presenti, pur concessa di fronte all’ingiuria sguaiata verso l’Onnipotente, si irrigidiva in una smorfia strana. In tempi di invidia sociale, avranno pensato ai soldi sprecati per la scuola e per i titoli di studio legali? O al piccolo dettaglio che neppure al riparo del sacro i morti sono al sicuro? O che l’abuso retorico di cultura genera mostri? O semplicemente che se educhi i giovanetti all’arte della trasgressione, magari con ripetute visite scolastiche nei musei del contemporaneo, poi nei sacrilegi bifolchi sul mezzo pubblico si sentiranno dei creativi in erba»
(Piccole trasgressioni sul bus, 18 giugno 2012).
Questo fenomeno (al quale anche il sottoscritto ha talvolta assistito, quasi nelle stesse forme, sugli autobus milanesi) rappresenta una sorta di ironico contrappasso, poiché non appena lo Zeitgeist ha imposto la rimozione di quelle simpatiche targhette che ricordavano come la bestemmia fosse un reato («punibile ai sensi dell’art. 724 del codice penale»), ecco che ritorna la necessità di condannare in qualche modo la blasfemia, la quale ha cambiato bersaglio ma non essenza.

Ciò a cui ci troviamo davanti è infatti quell’antisemitismo “goliardico” che contraddistingue la mia generazione, la prima obbligata ad assistere almeno una volta l’anno alla proiezione di Schindler’s List durante le ore buche. Credo sia stato proprio a causa di quel film che anche in Italia l’holocaustica religio è diventata  l’unico culto tutelato dall’articolo 724 del codice penale (guarda caso la Legge Mancino fu introdotta lo stesso anno in cui uscì la pellicola, il 1993). In Germania era invece stata la serie televisiva americana Holocaust (1978), a portare alla sacralizzazione della Shoah, come sancì il filosofo ebreo Günther Anders in un volumetto dell’epoca (mentre nella RDT se ne erano fregati abbastanza, visto che da quelle parti la condanna del nazismo non aveva subito la reductio ad Iudaeos e le vittime ebraiche venivano gerarchicamente dopo quelle comunista).

In realtà tale antisemitismo non mi appartiene; per certi versi, non lo riconosco nemmeno come tale: come detto, è semplice iconoclastia aggiornata allo Spirito dei Tempi di cui sopra. Tuttavia, per quanto disdicevole, credo non si possa far molto per contrastarlo, soprattutto perché i suoi censori odierni sono appunto gli stessi che hanno sostenuto il diritto di bestemmia finché hanno potuto. Perciò quando una ragazza, spiaccicandosi addosso una zanzara, esclama “Le mie braccia sembrano Auschwitz!” (esperienza personale), o quando un gruppo di studenti intona sull’autobus “Sei milioni di ebrei | io lo rifarei”, non c’è modo di ribattere senza apparire bigotti. Al contrario, più ci si impegna a contrastare il fenomeno e più esso si inasprisce, perché tale è la “dinamica della provocazione”: probabilmente un giorno sentiremo addirittura per le strade esclamare direttamente “Pu**ana la Shoah” oppure “P***o Olocausto”.

Non credo quindi esista soluzione. Le comunità ebraiche potrebbero forse imporre sui tram i cartelli di una volta (“La persona civile non sputa in terra e non bestemmia”), ma dovrebbero farlo adattandoli all’odierna sensibilità giudaizzante dei noachici, perché oggi reprimere la creatività (soprattutto quella dei giovani) è una cosa da oscurantisti, e anche l’ultimo scampolo di “religione civile” che ci siamo dati alla fine ne uscirebbe distrutta.

Bisogna invero aggiungere che, nonostante gli ebrei oggi si siano accaparrati quasi tutte le virtù dei gojim (i quali non le possono mettere in pratica, specialmente se cristiani, in quanto verrebbero come minimo tacciati di “paganesimo”), la forza corrosiva del nichilismo (ma chiamatelo pure secolarizzazione) sembra invincibile. A tal proposito mi torna in mente una querelle di qualche anno fa, scoppiata tra la comunità ebraica australiana e una pittrice (tale Jo Frederiks) che aveva organizzato un’esposizione di quadri che riprendevano l’iconografia classica di Auschwitz sostituendo alle persone delle mucche e delle pecore.




Nonostante le proteste del minaccioso B’nai B’rith, nessun provvedimento venne preso nei confronti dell’artista, che anzi poté spensieratamente dichiarare che «gli ebrei non detengono i diritti sulla parola “olocausto”». Oy vey! Vedete come non c’è modo di fermare l’animalismo neanche quando si presenta nelle inquietanti vesti paleonaziste. Del resto, come avevo segnalato qualche tempo fa, le vacche sacre non sono solo quelle dipinte dalla Frederiks, se in qualsiasi libreria si possono trovare volumi contenenti stronzate del tipo «Ebreo è soltanto l’altro nome dell’avidità», solo perché firmati da Osho.

Ci sono troppi idoli con i quali il filosemitismo deve scontrarsi per mantenere la sua supremazia nella coscienza collettiva (penso all’anti-razzismo, all’immigrazionismo, all’islamicamente corretto ecc..): per evitare il logorio del vittismo moderno, le comunità ebraiche si accaniscono sempre sui “vasi di terracotta”, individuando il capro espiatorio di volta in volta in un delinquente di periferia, un prete lefebvriano, un anonimo blogger o uno storico “negazionista”. Quanto potrà andare avanti questo giochetto ipocrita? Lo sapremo alla prossima Giornata della Memoria, o a quell’altra ancora.

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