giovedì 12 gennaio 2017

Santità che crescono e muoiono

Ecclesia e Sinagoga
(Notre-Dame de Paris)
Il romanzo di Ferruccio Parazzoli sulla fine “repentina e cruenta” del cristianesimo, La nudità e la spada (1990), anteriore all’apocolocyntosis dell’Autore, contiene un passaggio sulla “doppia santità” (da un’immaginaria lezione alla Cattolica del protagonista) che mi ha sempre colpito sin dall’adolescenza:
«[Secondo Plotino] la filosofia doveva cambiare l’anima tutta intera e provocare la nascita di un nuovo genere di vita […] L’ingresso di Plotino alla scuola di Ammonio fu dunque l’equivalente della conversione di Agostino. La nostra abitudine allo studio della storia e del pensiero cristiano ci rende talora incapaci di intendere come, al di fuori dei fatti drammatici ed edificanti di quei primi e convulsi secoli del travagli cristiano, ci fossero uomini capaci di una totale conversione verso la verità non solo al di fuori del cristianesimo, ma addirittura ignorandolo come del tutto trascurabile.
[…] Basta una semplice occhiata alle date, per capire come Plotino non potesse avere ignorato le persecuzioni di Decio e Valeriano. Quelle di Decio, particolarmente, avvennero nella stessa città di Alessandria dove Plotino ebbe la propria rivelazione spirituale, dove la sua anima crebbe nell’iniziazione a una vita spirituale superiore e dove sicuramente dovette avere contatti con alcuni di coloro che furono trascinati al supplizio.
[…] Non solo un cenno, non uno sguardo di quest’uomo assetato di virtù e di giustizia verso coloro che in quegli stessi anni si facevano massacrare per il loro dio. Le virtù, dunque, si ignorano tra loro, la santità cresce e muore nella completa ignoranza e indifferenza per la santità che le cresce e muore accanto. La storia del cristianesimo, anche se ha dato origine al nostro calendario, anche se ha marchiato per sempre il conteggio del nostro Tempo ponendovi al centro la nascita di Cristo, non è l’unica Storia dell’uomo».
Extra Ecclesiam alia salus. È una suggestione in cui, nel corso degli anni, mi sono spesso imbattuto: può apparire come un’ingenuità, ma l’idea che anche dopo l’Incarnazione esista la possibilità di una salvezza senza Cristo, mi ha sempre inquietato persino in quanto non credente.
Recentemente ho ritrovato le stesse sensazioni leggendo la biografia di Matteo Ricci scritta dal sinologo britannico Jonathan D. Spence, quando racconta i primi passi del grande gesuita nel Regno di Mezzo al contatto con “santità” altre:
«Molte delle informazioni sui cristiani Ricci le ottenne dagli ebrei cinesi: e ironizzò sul fatto che essi erano assai più disponibili a parlare della loro fede di quanto non lo fossero i cristiani. La scoperta di una colonia ebraica in Cina stupì Ricci molto più di quella della presenza dei musulmani (i quali tutto sommato erano numerosi nell’intero Sud-Est asiatico e in India, come lui ben sapeva) e dei cristiani, la cui voce risuonava per tutto l’Oriente.
Nelle lettere e nella Storia Ricci si sofferma su un episodio affascinante: nel 1605, quando viveva a Pechino, un uomo di sessant’anni di nome Ai Tian andò a trovarlo; dopo un primo momento di confusione, in cui Ai scambiò un ritratto della Vergine con il Bambino e Giovanni Battista per l’immagine di Rebecca con Giacobbe ed Esaù, concludendo che Ricci doveva essere ebreo, egli raccontò delle sette o otto famiglie ebree di Kaifeng, della loro sinagoga costata diecimila scudi, dei suoi due fratelli che conoscevano l’ebraico, e della comunità di Hangzhou, che era ancora più vasta. Ricci a sua volta mostrò ad Ai alcuni passi ebraici della Bibbia poliglotta di Plantin, ma, pur riconoscendoli, Ai non fu in grado di leggerli. […] Non erano molti, ormai, i membri della comunità in grado di leggere la lingua; la maggior parte però seguitava a praticare la circoncisione e si asteneva dal mangiare carne di maiale: quelli che vivevano a Pechino trascuravano le regole alimentari, adducendo come scusa che sarebbero morti di fame se si fossero attenuti letteralmente alla Legge. Ricci trovò numerosi ebrei scontenti della loro religione e del loro rabbino, giudicato ignorante, e sperò di riuscire a convertirli al cristianesimo; soltanto la mancanza di tempo, scrisse, gli impediva di mettere in pratica questa idea. Nella Storia racconta perfino che per via della sua fama di studioso e di religioso un gruppo di Kaifeng lo invitò ad astenersi dalla carne di maiale e a stabilirsi colà in qualità di rabbino.
Ai disse una volta a Ricci che proprio perché gli ebrei non mangiavano carne di maiale i cinesi si riferivano a loro semplicemente come agli huihui, collegandoli ai musulmani, sebbene i seguaci delle due religioni si detestassero. Aggiunse inoltre che avendo letto di Ricci e del suo monoteismo in un libro circolante a Kaifeng ed essendo venuto a sapere che non era musulmano, aveva immediatamente dato per scontato che si trattasse di un ebreo.
[…] Ricci stesso si rese conto, secoli dopo Raimondo Lullo e Boccaccio, che il tratto comune del monoteismo e la fede negli stessi primi profeti creavano una certa affinità tra cristianesimo, islamismo ed ebraismo. Quando pubblicò in cinese il primo libro dettagliato sulla dottrina cristiana, che parlava di Cristo come profeta e maestro ma non riportava i particolari della crocifissione, scoprì che “lo comprorno [il Catechismo] molti della setta de’ saraceni, per parergli conforme alla loro dottrina”. Nell’agosto del 1608 riferiva […] come i suoi libri venissero comprati da “molti della legge de’ Mori, parendogli che parla di Dio meglio che gli altri libri della Cina”; per questo gli studiosi confuciani della regione di Nanchang accusavano i gesuiti perché “distribuivano certe immagino di un tartaro o saraceno, qual dicevano essere de Iddio, venuto al mondo, e poteva dare agli uomini ricchezze e prosperità”»
(J.D. Spence, Il Palazzo della memoria di Matteo Ricci, Adelphi, Milano, 2010, pp. 143-145; ed. or. 1984).
Non mi lascia indifferente il pensiero che l’isolamento degli ebrei di Kaifeng fosse così impermeabile da impedir loro di sapere alcunché del cristianesimo. Lo stesso vale per la “setta de’ saraceni”, i cui membri alla corte dei Ming avevano dimenticato le profonde rivalità che li separavano da quell’altro monoteismo.

Eppure le affinità potrebbero ancora placare quell’inquietudine, nell’ideale che anche il famigerato “cristianesimo anonimo” possa, nonostante tutto, trovare un senso proprio in tali somiglianze. Quello che invece davvero ostacola la ricerca di qualsiasi senso, persino per i più zelanti fautori del dialogo, è la presenza di una “santità” totalmente estranea, che potremmo azzardarci a definire pagana.
Per tornare a Parazzoli, la “storia” che egli racconta la si ritrova in termini più vividi nell’immancabile René Girard, che smaschera il meccanismo vittimario celato sotto la “santità pagana”:
«Apollonio di Tiana era un celebre guru del II secolo dopo Cristo, e, negli ambienti pagani, i suoi miracoli erano ritenuti di gran lunga superiori a quelli di Gesù. Il più spettacolare di questi miracoli è certamente l’aver salvato la città di Efeso da un’epidemia di peste, avvenimento di cui possediamo un resoconto grazie a Filostrato […].
Gli Efesi non riuscivano a liberarsi di questa epidemia. Dopo aver tentato molti rimedi inutili, si rivolsero ad Apollonio, che, con mezzi soprannaturali, si recò da loro in un batter d’occhio, dando l’annuncio che il male sarebbe subito cessato: ‘Fatevi coraggio perché oggi stesso metterò fine a questo flagello’. E con tali parole condusse l’intera popolazione al teatro, dove si trovava l’immagine del dio protettore. Lì egli vide quello che sembrava un vecchio mendicante, il quale astutamente ammiccava gli occhi come se fosse cieco e portava una borsa che conteneva una crosta di pane; era vestito di stracci e il suo viso era imbrattato di sudiciume. Apollonio dispose gli Efesi intorno a sé e disse: ‘Raccogliete più pietre possibili e scagliatele contro questo nemico degli dei’. Gli Efesi si domandarono che cosa volesse dire, ed erano sbigottiti all’idea di uccidere uno straniero così palesemente miserabile, che li pregava e li supplicava di avere pietà di lui. Ma Apollonio insistette, e incitò gli Efesi a scagliarsi contro di lui e a non lasciarlo andare.
Non appena alcuni di loro cominciarono a colpirlo con le pietre, il mendicante che prima sembrava cieco gettò loro uno sguardo improvviso, mostrando che i suoi occhi erano pieni di fuoco. Gli Efesi riconobbero allora che si trattava di un demone, e lo lapidarono sino a formare sopra di lui un grande cumulo di pietre.
Dopo qualche momento, Apollonio ordinò loro di rimuovere le pietre e di rendersi conto di quale animale selvaggio avevano ucciso. Quando dunque ebbero riportato alla luce colui che pensavano di aver lapidato, trovarono che era scomparso, e che al suo posto c’era un cane simile nell’aspetto a un molosso, ma delle dimensione di un enorme leone. Esso stava li sotto i loro occhi, spappolato dalle pietre e vomitando schiuma come fanno i cani rabbiosi. A causa di questo la statua del dio protettore, Eracle, vene posta proprio nel punto dove il demone era stato ammazzato”.
Questo è dunque l’orrendo miracolo. Se l’autore fosse cristiano lo si accuserebbe senza alcun dubbio di calunniare il paganesimo. Ma Filostrato era un pagano militante, ben deciso a difendere la religione dei suoi antenati, e la storia di questo assassinio premeditato gli pareva adatta a rinfrancare i suoi correligionari, e a dar nuovo vigore alla loro resistenza contro il cristianesimo.
Sul piano che oggi noi diremmo “mediatico” egli di sicuro non si ingannava: la sua opera ebbe un tale successo che Giuliano l’Apostata la rimise in circolazione nel IV secolo, durante quello che è stato l’estremo tentativo di salvare il paganesimo» 
(Vedo Satana cadere come la folgore, Adelphi, Milano, 2001, pp. 75-77; ed. or. 1999).
Il brano, seppur breve, illustra già per sommi capi la “proposta” di Girard, che nonostante non abbia intenti evangelizzatori (o almeno non subordina a essi la propria ricerca), è riuscito a chiarire, anche a molti amici, il discrimine tra una “santità” e l’altra. Ognuno poi può leggerla come vuole, da un punto di vista sociologico o addirittura da una prospettiva meramente evoluzionistica – come nota l’etologo Eibl-Eibesfeldt: «La dottrina mosaico-cristiana, secondo la quale tutti gli uomini sono figli di Dio e tutti sono uguali al suo cospetto, ha contribuito in modo decisivo alla pacificazione del mondo negli ultimi duemila anni. Insieme con le altre religioni superiori, essa continua ad agire in questo senso; le religioni possono ascrivere al proprio attivo il fatto di propagandare la pace in modo pacifico. I movimenti pacifisti laici sono ancora ben lungi dal farlo» (Etologia della guerra, Bollati Boringhieri, Torino, 1999, pp. 278-79) –.

Questo è, in fondo, ciò che, al di là di ogni mistica o escatologia, persino un agnostico trova (inconsapevolmente) accettabile, nel momento in cui, per esempio, rifiuta di credere che una vittima sia naturaliter colpevole.
Eppure tale verità, una volta esclusi orizzonti provvidenzialistici, si rivela fragilissima: per paradosso sono i cristiani, specialmente quelli odierni, a illudersi che il cristianesimo possa trionfare indebolendosi, o direttamente negandosi. Ormai molti rivendicano il principio che ogni cristianizzazione sia sempre una mistificazione. Uno dei risvolti tragici di questo “trionfalismo inverso”, che contrappone incessantemente la purezza evangelica alle infiltrazioni “pagane”, è proprio l’evocazione di santità che fino a un attimo prima si immaginavano morte e sepolte.
Quello che accade con l’indebolirsi della pratica cristiana a livello universale è sotto gli occhi di tutti: il paganesimo ruggisce, reclama le sue virtù, riedifica la sua santità. Come ricorda Jacob Taubes (nella nota Teologia politica), fu il protestantesimo liberale del XIX secolo, educando i figli con le saghe germaniche e relegando Cristo a una evanescente “purezza”, a preparare il terreno alla “teozoologia” nazista.
Il movimento di spoliazione volontaria sembrai ormai inarrestabile, ma chi crede che il fenomeno produca solo “religiosità secondarie” senza coagularsi in alcuna santità, sta semplicemente ingannando se stesso (e il suo prossimo). È con un certo imbarazzo che vi sottopongo un esempio di paganitas contemporanea, da un pamphlet risalente all’epoca della polemica sulle “radici cristiane” d’Europa:
«Il cristianesimo, così “prometeizzato” dall’innesto nel cuore di Roma, poté mutarsi da dottrina spirituale per plebi periferiche in decisionismo faustiano centralizzato, usufruendo delle superiori capacità di uomini, ceppi familiari e stirpi di tradizione e di sangue romano e germanico, tutti sospinti a diffondere il naturale genio creativo e attivistico, il temperamento dominatore e “imperialistico” tipico delle genti “arie”, bianche, europee, sotto l’ingannevole veste di un’evangelizzazione universalistica e moralistica […].
La Chiesa di ogni tempo si è servita della genialità europea per volontà di dominio. Filosofi, pensatori, generali, re, imperatori non meno di vescovi e papi, di straordinaria personalità, di caratteristica appartenenza all’etica, alla mentalità e al quadro di valori tradizionali, li vediamo così mettere le loro doti eccezionali al servizio non già dello spirito, dei bisogni o delle virtù originali e autentici dei loro popoli e delle loro culture, ma di un pregiudizio allogeno, d’importazione, estraneo all’Europa, alla sua storia, alla sua anima, al suo destino. Non solo estraneo, ma opposto. Si pensi a personalità carismatiche del rango di un Ottone I, degli imperatori svevi, di un Tommaso d’Aquino, di un Innocenzo III, di un Giulio II, di un Giovanni dalle Bande Nere, di un Ignazio di Loyola, ma anche a taluni sovrani romano-barbarici (un Alarico, un Teodorico) o a generali della tarda romanità superficialmente cristianizzati (un Ezio, uno Stilicone), oppure ancora, a taluni tipi di nordica quadratura caratteriale presenti negli ordini monastico-cavallereschi. Tutte figure di capi carismatici; menti “decisioniste” dotate di volontà ferrea, di tempra dominatrice, di capacità, di vedute politiche e intellettuali complesse, di portata epocale. Tutti quanti, per così dire, “costretti” contro la loro stessa (conscia o inconscia) indole, ad agire nel nome di una religiosità incongrua al loro quadro ideale, alla loro mentalità e ai loro istinti politici, alla tradizione cui il loro sangue apparteneva al di là delle esteriori proclamazioni»
(L. Leonello Rimbotti, “Le radici pagane dell’Europa: una lotta per l’identità”, in Il gentil seme. L’idea di Europa: radici e innesti, Edizioni Ar, Padova, 2004, pp. 89-91).
Si può notare, di sfuggita, quanto il “gioco di prestigio” fili liscio a destra come a sinistra. Al momento nessuno ne percepisce la gravità perché generalmente declinato in senso libertario o libertino, ma un giorno tutti avranno modo di intenderlo, e forse alcuni rimpiangeranno quella “patina cristiana” che oggi trovano tanto ipocrita ed esecrabile.

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