domenica 22 gennaio 2017

Quello che le donne non dicono (sugli ebrei)


Stiamo entrando ufficialmente nella “Settimana dell’Olocausto”, una lunga rassegna di film e documentari sulla Shoah ideata per ricordarci quanto è bello Israele, quanto è giusto Israele, quanto è santo Israele. Dal 2001 a oggi la comunità ebraica si è presa sempre più spazio (all’inizio era solo una “giornata”), fino a ottenere il monopolio mediatico assoluto degli ultimi giorni di gennaio (mentre negli altri giorni detiene solo quello relativo).

Pur avendo sempre provato, almeno in tali circostanze, a mantenere un imbarazzato silenzio sia nelle piazze reali che in quelle virtuali, l’indecente spettacolo messo in piedi l’anno scorso dai miei connazionali di confessione israelita contro la visita del presidente iraniano Rouhani in Italia, mi ha fatto passare la voglia di onorare la ricorrenza. Ne ho abbastanza di ricatti emozionali, quando l’unico scopo è quello di cogliere l’ennesima occasione per fare un po’ di propaganda a favore del sionismo. (Pare comunque che non sia l’unico a non poterne più: persino uno come Giuseppe Culicchia, nel suo ultimo libro ha espresso considerazioni sui Fratelli Maggiori che a qualcun altro sarebbero costate un processo).

Vorrei perciò aprire la kermesse delle Vittime di Serie A con alcuni aneddoti personali, riguardanti un fenomeno decisamente bizzarro che mi ha coinvolto negli ultimi anni: donne sulla quarantina-cinquantina che mi parlano male degli ebrei.
È una cosa che mi capita un po’ dappertutto, così d’emblée: in vacanza (una signora col marito, appena conosciuta, che mi racconta di una sua amica fidanzata con un ebreo che voleva imporre ai futuri figli la circoncisione e allevarli nella vera fede, rivelandosi così “estremista come gli islamici”), ai ricevimenti (un’insegnante libanese che mi spiega come la rappresentazione negativa dei libanesi da parte dei media sia influenzata “dagli ebrei, cioè volevo dire dagli israeliani”: dopo l’ennesima volta che si correggeva, volli rincuorarla che per me era lo stesso, non c’era bisogno di specificare continuamente), a Varsavia (una signora polacca, sempre sulla quarantina ma pericolosamente digradante verso gli “anta” successivi, che alla mia richiesta di aiutarmi con l’interpretazione della locandina di uno spettacolo teatrale, mi informa che si tratta di una pièce su due innamorati ebrei ai tempi dell’olocausto, e poi aggiunge: “Oggi non si fa che parlare di ebrei, è un argomento che va molto di moda”) eccetera eccetera.
Ne avrei tante di storie del genere: ricordo, ancora, una turca trentottenne che dopo avermi raccontato commossa la trama di un film sull’olocausto cadde nella mia provocazione (“Che ne pensi degli ebrei?”), rispondendo che era un peccato fossero “così vendicativi” (evidentemente per lei il bambino col pigiama a righe oggi è palestinese).

Certamente alcuni sono casi tipici di generalizzazione indebita, ma non si tratta di quell’antisemitismo “goliardico” che contraddistingue la mia generazione, la prima obbligata ad assistere almeno una volta l’anno alla proiezione di Schindler’s List durante le ore buche.
In realtà tale antisemitismo non mi appartiene e non lo riconosco nemmeno come tale: è semplice blasfemia rivestita d’attualità. Tuttavia, pur essendo disdicevole, non si può far molto per contrastarlo, soprattutto perché quelli che vorrebbero censurarlo sono poi gli stessi che hanno sostenuto il diritto di bestemmia finché gli è convenuto. Perciò quando una ragazza, spiaccicandosi addosso una zanzara, esclama “Le mie braccia sembrano Auschwitz!” (esperienza personale), o quando un gruppo di studenti intona sull’autobus “Sei milioni di ebrei | io lo rifarei” (esperienza altrui, di uno molto più saggio di me), non c’è modo di ribattere senza apparire bigotti.
Credo che in realtà le mie esperienze appartengano a un altro ordine, quello in cui l’ebreo viene considerato un essere umano come gli altri e trattato come tale a seconda della propria sensibilità morale, intellettuale o politica.

Sarò forse un rabdomante dell’antisemitismo femminile? Meglio di niente! Mi è capitato pure che un’amica, questa volta più giovane di me, dopo un viaggio di Israele venisse a sfogarsi col sottoscritto sulla perfidia giudaica, credendo probabilmente di trovare una sponda (dato che sotto sotto mi considera un nazista): ma io, proprio per punirla del suo ingenuo progressismo, non le ho dato soddisfazione e ho difeso il diritto di Israele a comportarsi come tutte le altre nazioni (anche se i profeti glielo avevano proibito).
A mio parere sarebbe infatti già un passo avanti considerare lo Stato ebraico un Paese “normale”, che fa le guerre, costruisce muri, segrega minoranze ecc…: in tal modo subirebbe sì conseguenze internazionali finalmente serie (non quelle ridicole risoluzioni ONU che nessuno rispetta), ma in compenso non avrebbe più bisogno di tutto questo maquillage, della profusione di pellicole per far piagnucolare i goyim.

Il filosemitismo oggi imperante è un’invenzione relativamente recente: ancora negli anni ’70 per gli italiani l’ebreo tipico non aveva più il pigiama a righe ma la benda di Dayan (basta leggersi rotocalchi e romanzacci dell’epoca). Questo però comportava che le pretese della comunità ebraica venissero subordinate all’interesse nazionale, al pari di quelle delle comunità armene, greche o croate (o di chiunque adducesse un genocidio per impossessarsi di un pezzo di terra). È vero che dalle nostre parti di “interesse nazionale” non si parla più da tempo, ma al di là delle patrie mancanze, è difficile non ammettere che oggi la comunità ebraica sia andata troppo oltre, rivendicando non più soltanto il monopolio del vittimismo, ma anche della politica estera, delle terze pagine culturali, dell’educazione scolastica e persino della storia stessa. Ormai tutti considerano pacifico, per esempio, che le vicende della Seconda guerra mondiale vengano declinate esclusivamente in chiave giudeocentrica, come se le uniche vittime del nazi-fascismo fossero ebree.
È questo tipo di revisionismo che i polacchi (per tornare in tema) rifiutano, ricevendo la scontata nomea di antisemiti. Essendo un Paese prevalentemente cattolico, anche in Polonia il filo-semitismo ha quel carattere spettacolare e hollywoodiano che molti non riescono più a sopportare. È palese altresì la connivenza della Chiesa cattolica, che nel corso degli ultimi decenni ha opportunisticamente tentato di sostituire una vittima non più di moda come Gesù Cristo col nuovo pharmakos collettivo, contaminando le celebrazioni laiche della Shoah con un deviante e tenebroso liturgismo.

Questo può quindi spiegare una certa “allergia” che insorge in individui che non avrebbero oggigiorno motivi particolari per odiare gli ebrei (mentre al contrario turchi e libanesi naturalmente qualche ragione ce l’hanno, vedi la guerra del 2006 e la Mavi Marmara). Tuttavia ciò di cui parlo è un fenomeno di certo minoritario e insignificante, al quale non accennerei nemmeno se non mi riguardasse di persona.
Alla fin fine  non ho capito perché tutto a un tratto certe signore (si può usare questo termine per le quarantenni, oppure è considerato sessista?) si mettono a parlar male degli ebrei col sottoscritto. Che io abbia il physique du rôle dell’antisemita, certi tratti somatici da “volonteroso carnefice” (sui quali Primo Levi avrà scritto qualcosa da qualche parte)?
Talvolta il dubbio mi viene, anche se in linea di massima mi pare lo facciano perché credono di avere davanti un individuo dalla mentalità aperta e senza pregiudizi, quindi nemmeno col pregiudizio massimo della nostra epoca, che gli ebrei siano sempre innocenti anche quando uccidono e segregano.
Sono comunque conversazioni che mi restano impresse, perché è raro che una femmina parli male degli ebrei con cognizione di causa (se non per quel gusto del blasfemo, un po’ puttaneggiante, a cui ho accennato sopra). Dovrei forse aprire una “Linea Rosa” internazionale per tutte quelle donne che a un certo punto della vista necessitano di dire qualcosa di antisemita? Di certo questa settimana ne avrebbero bisogno pure gli uomini (che però in genere sono succubi delle mogli e dunque stanno diligentemente in silenzio, sia che si tratti di ebrei, tapparelle o gastronomia).

2 commenti:

  1. Credo che si possa dire signora a qualsiasi donna dal menarca in poi e comunque non posso considerarlo offensivo se penso a Nostra Signora, lo dico da signora "sulla quarantina ma pericolosamente digradante verso gli “anta” successivi" ;-)
    La ringrazio per i suoi scritti che trovo sempre istruttivi e insieme esilaranti.LidiaB

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  2. No ma non dica così, era un commento rivolto solo a quella particolare signora polacca che accelerava il naturale invecchiamento con una bottiglia di vino rosso al giorno (almeno fin quando è stata in mia compagnia, forse per far vedere che apprezzava la "cultura italiana"), quindi non penso che ogni donna quarantenne sia già prossima agli altri "anta"! Anche perché noi maschi abbiamo poco da dire sull'argomento, nonostante non sia colpa nostra: io per esempio sono stato cresciuto nel mito del "Sean Connery che è più bello adesso che da giovane" (lo ripetevano pure le insegnanti a scuola, giuro) e dunque alla soglia dei 32 ne dimostro circa 64-65.

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