sabato 7 gennaio 2017

Quando Mattioli crede in te


«Raffaele Mattioli, l’economista e dirigente della Banca Commerciale Italiana che per primo aveva creduto in lui commissionandogli rapporti politici ed economici dall’Estremo oriente…»
Così la voce di “Wikipedia” dedicata a Tiziano Terzani (1938-2004). È una liaison che pochi conoscono, anche se lo scrittore stesso ne parlò in uno libro-intervista postumo (La fine è il mio inizio, 2004), come di una “stupenda, segreta, romantica serie di incontri”, definendo il presidente della Comit “uomo meraviglioso, coltissimo, intelligente, coraggioso”.

Come fece un comunista di fede polpottiana, che cambiò idea solo quando “gli amici dei comunisti russi attaccarono gli amici dei comunisti cinesi” (P. Gheddo), a convincere un banchiere (seppur “umanista”) a finanziare i suoi soggiorni in Oriente?
Non è un dato secondario della biografia dello scrittore: senza i mille dollari al mese di Mattioli, probabilmente Terzani non sarebbe diventato un pezzo grosso dell’intellighenzia nostrana. Come ricorda un giornalista di “Repubblica”: «Terzani ha un amico che lo aiuta, Raffaele Mattioli, economista, banchiere conosciuto in Olivetti. Gli dice che lo sosterrà economicamente a Singapore in cambio di informazioni finanziarie sulle piazze asiatiche. Così lui può dire allo “Spiegel” io vado comunque, se volete lavorerò per voi. A Singapore, dopo un anno, lo “Spiegel” lo assume» (Terzani, i diari di un testimone del Novecento, 1 maggio 2014).

Mattioli sentì parlare di Terzani all’Olivetti, dove negli anni ’60 il giovane cronista aveva fatto una rapida carriera, non priva di sbocchi a livello internazionale (a Singapore c’era infatti un’importante rappresentanza dell’azienda italiana). Un giorno il banchiere-umanista lo chiama nel suo ufficio e gli fa questa proposta: «Scrivimi una volta al mese una lettera in cui mi dici cosa pensi della situazione politica dei vari Paesi del Sud-est asiatico, e io al mese ti pago mille dollari».
Terzani fu sempre riconoscente per quell’opportunità, come dimostra una lettera indirizzata ad Antonio Monti (capo della rete estera della Comit) ritrovata di recente nell’Archivio storico della banca, in cui afferma che il suo libro sulla liberazione di Saigon, Giai Phong!, in realtà fosse segretamente dedicato a Mattioli, «che quando cercavo una via per andare a vivere in Asia mi offrì i suoi consigli e il suo aiuto» (altri importanti dettagli su tale “amicizia” si possono trovare in questa pagina).

Al di là dei risvolti storici e culturali (se non iniziatici ed esoterici), la storia è istruttiva su come funzionavano le cose nei bei tempi andati: uno ti dava i soldi e tu scrivevi quello che volevi. È chiaro che il tutto rimaneva confinato nel recinto della cultura dominante, ma con mille dollari al mese uno poteva ritagliarsi tranquillamente  il suo spazio. Non che poi Terzani, con tutto il rispetto, fosse un campione di onestà intellettuale: la sua intera bibliografia è all’insegna dell’ipocrisia (e del pentimento tardivo), prima nei confronti dei più sanguinari regimi socialisti, poi con la passione per l’orientalismo spinto, la medicina alternativa e le buddhanate varie, che al momento opportuno mise da parte per affidarsi all’esecrabile farmacopea “occidentale”.

È così quindi che nascevano i “venerati maestri” (l’espressione, come è noto, è di Berselli, che ovviamente non risparmiò i suoi strali anche per il “terzansimo”); oggi purtroppo non c’è più un Mattioli che creda in noi (a parti certuni che ci chiedono di venderci senza nemmeno pagarci). Penso che l’unico “mecenate” su cui dovremmo contare tra qualche anno sarà il solo Bacchelli.

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