venerdì 27 gennaio 2017

Oscar Gold, il film più triste sull’olocausto

Tra le tante pellicole sulla Shoah che verranno trasmesse nel “Giorno della Memoria”, consiglio a tutti la visione di Oscar Gold, definito dalla critica “il film più triste di tutti i tempi”.
È la storia di un ragazzino ebreo mentalmente ritardato e affetto da alcolismo, che nella Polonia del 1939 trova il coraggio di affrontare la vita grazie all’amicizia con un cagnolino, il quale per disgrazia morirà prematuramente.


Sì, questa cosa avrei potuta risparmiarmela (almeno oggi), ma in realtà la polemica ci può stare. Non contro il filone olocaustico in sé (che, oltre ad averci regalato dei capolavori, ci ricorda quanto sono cattivi i tedeschi), ma contro questa specie di “licenza di antisemitismo” che viene conferita a certi “intoccabili”.
Oscar Gold è infatti uno spezzone tratto da un episodio (“Tearjerker/Strappalacrime”) del cartone animato americano American Dad!, trasmesso regolarmente durante le ore pomeridiane da Mediaset (Italia 1) e Sky (Fox). Assieme all’altra serie animata, I Griffin, ideata dallo stesso autore, è forse l’unico programma in onda sulla tv italiana in cui si possono sentire battute apertamente antisemite: gli ebrei vengono ritratti secondi i peggiori stereotipi, affamati di soldi, poco dediti all’igiene personale, affetti da migliaia di nevrosi e dal carattere insolente e arrogante. Anche la Shoah viene spesso ridicolizzata attraverso i suoi simboli più significativi (per esempio Anna Frank).

Ora, certe cose potrebbe pure essere adatte a un pubblico americano, ma in Italia non hanno molto senso, considerando quanta attenzione è posta dalle nostre comunità ebraiche nel censurare qualsiasi forma di antisemitismo.
Non vorrei che questo silenzio un po’ sospetto fosse dovuto a una sorta di conformismo, che impedirebbe di scagliarsi contro taluni per non apparire “bigotti”.
Come si può facilmente intuire, il primo bersaglio di questi cartoni resta il cristianesimo, che viene oltraggiato in modo ancora più crudele dell’ebraismo. È chiaro che oggi i cattolici non possono (e non vogliono) dire nulla contro chi si fa beffe di Cristo: ma l’Ucei, essendo autorizzata a criticare qualsiasi cosa, potrebbe finalmente prendersela non con il solito capro espiatorio (magari già preventivamente lapidato dalla stampa), ma contro qualche avversario decisamente più scomodo da affrontare.
D’altronde il gesto non condurrebbe in automatico alla censura, che in fondo non è nemmeno necessaria (quella la riserviamo solo agli storici revisionisti o ad Ariel Toaff), ma in sé sarebbe apprezzabile, perché dimostrerebbe la volontà di vivere in una società più giusta e tollerante verso tutti, e non semplicemente dominata dai professionisti del vittimismo.

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