venerdì 20 gennaio 2017

Libia: una storia italiana


È da molto che mi piacerebbe scrivere qualcosa di sensato sulla Libia degli ultimi anni, ma oltre all’oscurità che avvolge l’intero scenario, credo che i tempi non siano ancora maturi per affrontare l’argomento con la necessaria freddezza e obbiettività.

È vero che il fatidico “senno di poi” ha già iniziato a riempire le fosse, se due dei protagonisti di quell’impresa, Cameron e Sarkozy, sono stato politicamente (e anche umanamente) annientati dalle rispettive opinioni pubbliche, nonché dai loro stessi apparati politici. Tuttavia mi risulta difficile credere che nelle segrete stanze qualcuno sia realmente dispiaciuto per come si sia conclusa la sortita militare: oggi infatti la Libia e le sue risorse sono ritornate, seppure per mezzo del caos (Ordo ab chao, come si suol dire), sotto la sfera d’influenza anglo-francese, quella entente cordiale che fu nel dopoguerra una costante delle politiche di Londra e Parigi in Nord Africa e nel Medio Oriente. Gli appartenenti ai vari think thank che fornirono la base “intellettuale” all’intervento, infatti ancora oggi giustificano l’uccisione di Gheddafi come unica soluzione possibile per sventare uno “scenario siriano” in Libia, alludendo al fatto che è sempre meglio scatenare una guerra civile piuttosto che avere a che fare un dittatore contrario ai propri “interessi strategici”.

Per valutare gli eventi nella giusta prospettiva, credo che gli storici del futuro (almeno quelli italiani) dovranno tenere in grande considerazione i due volumi recentemente pubblicati da Fasanella e Cereghino, Il golpe inglese (2011) e Colonia Italia (2015). Se queste ricostruzioni del ruolo dei servizi segreti inglesi nell’influenzare l’opinione pubblica e la politica estera dell’Italia, sulla base dei documenti desecretati negli archivi di Kew Gardens, finora non hanno ricevuto l’opportuna attenzione, ciò dipende non solo dall’eventualità che nel nostro Paese siano ancora molti i “clienti” (così li definisco gli inglesi stessi) sul libro paga del Secret Intelligence Service, ma anche dall’attaccamento che il milieu “complottista”, potenzialmente il più interessato a far proprie le scoperte di Fasanella e Cereghino, dimostra verso i suoi teoremi, in particolare quelli sull’onnipotenza della CIA e sulla paranoia dell’auto-attentato (che regge ancora oggi tutta la retorica sulla “Strage di Stato” e sulla “Strategia della tensione”).

I documenti invece dimostrano esattamente il contrario, cioè che gli americani, nonostante il profondo legame col mondo anglosassone, non privilegiarono istintivamente la politica britannica nel Mediterraneo, anzi diedero il lasciapassare a molte iniziative italiane, anche in funzione anti-francese.

Un intero capitolo di Colonia Italia è dedicato alle reazioni inglesi nei confronti del golpe di Gheddafi (pianificato in Italia) contro la monarchia filo-britannica, un governo che, anche per avversione personale del re Idris verso Roma, aveva impedito il pieno sviluppo delle relazioni commerciali italo-libiche, garantendo ad Albione il controllo della Cirenaica (una regione che dopo il trionfo della linea nazionalistica e anti-britannica di Nasser, aveva assunto «un’importanza strategica vitale», per citare le stesse parole dei servizi).
Anche se molto di quel materiale non è ancora disponibile (lo risulterà forse a metà del nostro secolo), dal poco che abbiamo a disposizione possiamo già intuire perché, un attimo dopo che il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” italo-libico venne stipulato, a Tripoli scoppiò l’apocalisse.

Ricordiamo quell’epoca, che appare ormai secoli lontana, con uno scorcio, offerto dal “Corriere”, del convegno a celebrazione del trattato, tenutosi nell’ottobre 2008 nella sala delle Conferenze Internazionali della Farnesina (del quale peraltro è stata espunta ogni traccia dal sito del Ministero degli Affari Esteri e da quello della Camera di Commercio Italo-Libica).
«Accanto al ministro libico degli Esteri [Mohammed Abdel-Rahman Shalgam] sono seduti Seif al-Islam, primogenito di Gheddafi, e Shukri Ghanem, che presiede la Compagnia Nazionale Libica del petrolio Noc. Tutto attorno all’enorme tavolo rotondo, oltre al padrone di casa Franco Frattini e all’ex ministro Beppe Pisanu, organizzatore del convegno, sedeva infatti il gotha dell’imprenditoria italiana: gli amministratori delegati Scaroni (Eni), Bernabè (Telecom Italia), Profumo (Unicredit) e Moretti (Ferrovie), e Marchionni (Fondiaria-Sai), i presidenti Ponzellini (Impregilo), Abete (Bnl), Gnudi (Enel). Ed è toccato a Gheddafi jr, autentico plenipotenziario del padre, pronunciare le parole più coinvolgenti: “Non parliamo del passato, ma del futuro: gli artigiani italiani tornino in Libia. Tornino i servizi, i bar, le imprese piccole e medie imprese”. E, perché no, Seif sogna anche una cooperazione militare: “Vorremmo vedere forze militari italiane e libiche fare esercitazioni congiunte”»
Alcuni segnali che fossero stati toccati nervi scoperti si possono evincere anche semplicemente osservando le immagini che hanno segnato le tappe della “primavera libica”: le folle di “ribelli” che sventolano la bandiera monarchica, l’assalto al monumento che il rais aveva fatto costruire in memoria dei bombardamenti americani del 1986 (che gli italiani avevano contribuito a sabotare, avvertendo il leader libico in anticipo) e infine l’uccisione quasi “in diretta” di Gheddafi e l’esibizione del suo cadavere, un accanimento che si spiega forse con la volontà di regolare alcuni conti in sospeso.

Molti altri capitoli di questa vicenda devono perciò essere ancora scritti. Di fronte alla constatazione che con gli inglesi è impossibile accordarsi senza l’ombra del ricatto e della coercizione, l’unica speranza resta che le ragioni della cosiddetta “geopolitica” possano sempre prevalere sopra la decadenza e la rapacità di un impero (quello britannico) e sopra l’ignavia e la connivenza di una classe politica (quella italiana).

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