mercoledì 18 gennaio 2017

L’indagine impossibile (il figlio di Piasecki)


Le storie di cronaca nera, ingigante mediaticamente per motivi che ancora mi sfuggono, soprattutto quando comportano colossali mappature di DNA per scovare un assassino, mi riportano sempre alla mente un fatto avvenuto negli anni ’50 in Polonia, nel quale mi sono imbattuto anni fa facendo ricerche su tutt’altro argomento. Si tratta dell’omicidio del figlio quindicenne del politico polacco Bolesław Piasecki (1915-1979), Bohdan, rapito e poi ucciso nel 1957 in circostanze ancora misteriose.

Piasecki fu una figura controversa della Polonia sovietica, un personaggio che prima della Seconda guerra mondiale fu falangista e apertamente antisemita, ma che una volta reclutato durante la prigionia dall’NKVD, divenne uno dei più ferventi sostenitori della “comunistizzazione” del cattolicesimo polacco. Nel 1945 fondò il movimento cattolico filo-governativo Pax, che propugnava l’idea di una Chiesa patriottica e aveva il compito di passare informazioni alla polizia segreta sui cattolici europei e sul Vaticano.
Per qualche tempo in Pax militò anche Tadeusz Mazowiecki, che poi lasciò in contrasto con la linea di Piasecki e in seguito divenne uno dei fondatori di Solidarność. Anche in Vaticano era noto il doppiogiochismo di Piasecki, tanto è vero che il suo libro Zagadnienia istotne (“Questioni rilevanti”) e la rivista del Pax “Dziś i Jutro” (“Oggi e Domani”) vennero messi all’Indice nel 1955.
L’antisemitismo di Piasecki riemerse quando egli si schierò nella fazione stalinista Natolińczycy (poi sconfitta) per attaccare il gruppo di intellettuali “miglioristi” Puławianie, che a suo parere era parte di un complotto giudaico contro il comunismo. Nel 1968 poi sostenne la campagna antisemita organizzata dalla fazione del generale Mieczysław Moczar che propugnava l’epurazione dal governo di elementi appartenenti all’“infiltrazione sionista”.
Il miscuglio ideologico di nazionalismo, cattolicesimo patriottico e stalinismo propugnato da Piasecki farebbe di lui il primo rappresentante del cosiddetto “rossobrunismo”.

Così ne parla Thomas Molnar in Vero e falso dialogo (Borla, Torino, 1968, pp. 156-158), inquadrandone il ruolo nel più ampio contesto del controllo di regime sulla Chiesa polacca:
«Coloro che non osano manifestare il proprio dissenso [per le persecuzioni dei regimi comunisti], sono chiamati a far parte di una Chiesa nazionale “patriottica”, sotto una gerarchia che gode la fiducia del partito comunista. Questa “gerarchia”, reclutata con l’intimidazione o la corruzione, esiste ed esercita i suoi poteri con il consenso dei suoi “padroni”. Così i membri della gerarchia sono non soltanto obbedienti esecutori della politica comunista all’interno della loro Chiesa da burla, ma sono anche spie del governo comunista, obbligati a denunciare chiunque in questa “Chiesa nazionale” volesse seguire una linea di condotta più indipendente. La delegazione dei vescovi ungheresi al Concilio era, per esempio, sotto la continua sorveglianza di alcuni preti, che facevano parte anch’essi della delegazione.
[…] La maggior parte di queste false Chiese oggi esistenti si trova in Polonia. A rigor di termini, non è una Chiesa, ma un movimento detto Pax, diretto da un noto informatore della polizia segreta, Bolesław Piasecki. Ex nazista, fu reclutato dopo la guerra dal generale sovietico della NKVD, Ivan Serov, che gli promise di sottrarlo alla pena capitale in cambio del suo aiuto per minare la Chiesa polacca, incrollabile ostacolo alla “comunistizzazione” del Paese. Il movimento della Pax ha avuto due funzioni: l’indebolimento della Chiesa polacca per mezzo della tecnica già descritta, e la sovversione dei cattolici francesi ai quali i polacchi sono sempre stati particolarmente legati da vincoli stretti di fiducia. Il piano globale era dimostrare agli intellettuali cattolici francesi, i più vicini al marxismo e i più influenti nella cristianità che il cristianesimo è compatibile con il comunismo e che il futuro della religione dipende, comunque, dal suo modo di comportarsi sotto i regimi comunisti. […] Zenon Kliszko, vicepresidente del parlamento polacco, inviato al concilio personalmente dal segretario del partito, Gomulka, dichiarò a Roma che l’obiettivo supremo del partito è sempre la sistematica repressione del clericalismo e una laicizzazione totale. […] Dopo che gli intellettuali della Chiesa erano stati impressionati a dovere da questo parlar chiaro, Gomulka inviò a Roma Piasecki, il quale dichiarò che la sola alternativa rimasta ai cattolici polacchi era l’arruolamento nel Pax o l’eliminazione totale».
Considerazioni storiche e politiche a parte, veniamo al povero Bohdan. Il ragazzo venne rapito il 22 gennaio 1957 all’uscita dal Liceo Sant’Agostino, una scuola che aveva forti legami col Pax. Il suo corpo venne ritrovato l’8 dicembre 1958. Il movente non è stato ancora chiarito (una vendetta contro il padre oppure un rapimento a scopo di estorsione, dato che Piasecki ai tempi era uno degli uomini più ricchi dell’intera Polonia), così come i responsabili: la Wikipedia polacca riporta addirittura le ipotesi della “pista  ebraica”, una punizione per il passato fascista di Piasecki o un complotto di alcuni ufficiali ebrei dell’Ufficio di Sicurezza.
Si tratta appunto di una delle indagini più lunghe e imponenti della storia: un’inchiesta durata 25 anni che ha coinvolto 160.000 persone tra interrogatori, intercettazioni e arresti. E il colpevole ancora manca, forse per sempre.

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