mercoledì 25 gennaio 2017

Il romanzo di Regeni


A un anno esatto dal rapimento di Giulio Regeni, dobbiamo iniziare a domandarci se la storia che per dodici mesi ci siamo raccontati, quella di un agente dei servizi segreti sacrificato dalla Perfida Albione per sabotare le relazioni italo-egiziane, abbiano un qualche fondamento.

Come al solito, si tende a confondere la realtà con le proprie fantasie: se il postulato è che Al-Sisi è santo, il corollario è che il regime a cui è capo non può torturare e uccidere uno studente, e la conclusione è che Regeni era una spia che “si è spinta troppo oltre” (cioè si è messa a difendere degli ambulanti) o, al limite, che l’irreprensibile Mukhabarat egiziano si sia fatto ingannare dal solito raffinatissimo agente del controspionaggio inglese.

Credo invece non dovremmo mai dimenticare che i regimi, anche quelli instaurati dai “golpe democratici” o dagli “amati militari”, di regola torturano e uccidono gli oppositori. Del resto certi fantomatici “esperti di Medio Oriente”, che fanno il panegirico su al-Sisi “salvatore della patria”, alla prova dei fatti non sarebbero disposti a vivere nemmeno un giorno nell’Egitto pacificato, de-islamizzato, sicuro per i turisti, gli studenti e le donne, amico di Israele, degli americani, dei russi, dei sauditi, degli italiani eccetera.

Un po’ di polemica ci vuole: non per questo possiamo però far finta che attorno al delitto non aleggino innumerevoli dubbi e perplessità. Quando c’è di mezzo Albione, bisogna sempre esser pronti a trovarsi di fronte allo scenario peggiore. Noi italiani conosciamo da secoli, lo scopo dell’impero britannico: piegare chi non piega innanzi a sé.

Infatti colpisce, sopra ogni cosa, l’“indifferenza morale” (per usare le parole della madre della vittima) dell’università di Cambridge, che ha mandato Regeni allo sbaraglio e poi si è rifiutata di collaborare alle indagini: una insensibilità che stride con tutto il battage mediatico messo in piedi dalla stampa inglese (in genere indifferente agli stranieri deceduti all’estero) e con l’attivismo delle organizzazioni non governative di obbedienza britannica.
Non si può nemmeno sorvolare sulla questione del giacimento di Zohr, scoperto dall’ENI nell’agosto del 2015: qualche mese dopo l’omicidio di Regeni, è partita la “scalata” di British Petroleum alla concessione di Shoruk che gestisce quel giacimento (il più grande mai scoperto nel Mediterraneo), prima con una quota del 10% ceduta direttamente, poi col 30% dato a Rosneft (della quale BP è secondo azionista dopo il governo russo).
Infine, il ritrovamento del corpo di Regeni lo stesso giorno (3 febbraio) in cui il Ministro dello sviluppo economico Federica Guidi e una delegazione di sessanta aziende avrebbero dovuto incontrare i propri omologhi e al-Sisi. Poche settimane dopo, la macchina del fango si accanì contro la stessa Guidi (appunto incaricata di gestire i rapporti economici col governo egiziano), che per un’inchiesta evanescente venne sbattuta sulle prime pagine di tutti i principali quotidiani italiani (con dovizia di particolari intimi e personali) e costretta alle dimissioni.

Tuttavia, queste potrebbero essere soltanto suggestioni, poiché per certi versi la vicenda si spiega benissimo anche nell’angusto perimetro di una dittature militare.
Le faide interne ai servizi segreti, per esempio, possono aver spinto una frangia a procurarsi un “cadavere eccellente” per ricattarne un’altra. Apprendo dai giornali italiani (notizie da prendere con le pinze, quindi) che l’intelligence egiziana è lacerata dai contrasti tra quella civile (contro il Generale) e la militare (di cui al-Sisi era il capo). Tra i due litiganti, spunta il terzo polo di una “Agenzia di Sicurezza Nazionale” che assume ruoli operativi e di coordinamento.
L’intelligence civile ha ancora interesse a scalzare al-Sisi: per questo è plausibile l’idea che siano stati i suoi uomini a far ritrovare il cadavere di Regeni con accanto una coperta in uso all’esercito egiziano. Sarebbe anche necessario capire chi lo abbia seviziato fino a ucciderlo, se i servizi militari, oppure i loro avversari, magari per offrire cinicamente un’idea icastica dei metodi inquisitori nell’Egitto odierno.

D’altro canto, non si può neppure sostenere che il regime del Generale sia così anglofobo come viene generalmente presentato: al contrario pare al-Sisi sia talmente opportunista che, pur di prolungare il suo dominio, avrebbe abbastanza pelo sullo stomaco da vendere l’intero Paese alla British Petroleum. Per non farsi mancare nulla, nel 2014 si è fatto affiancare Tony Blair (!) come consulente economico (il quale ha poi smentito, preferendo mantenere la collaborazione a livello informale, assieme al suo vecchio spin doctor Alistair Campbell).
Proprio alla luce di tale opportunismo, stupiscono effettivamente gli “accorati appelli” con cui taluni invitano l’Eni a congelare i contratti come ritorsione verso il governo egiziano: una mossa che danneggerebbe esclusivamente l’Italia. Eppure anche questo si può spiegare senza trame occulte, ma solo con l’autolesionismo di cui siamo maestri e con l’anglofilia imperante che prospera sulla nostra sudditanza culturale.

Al di là di tutto, non si può negare che gli inglesi abbiano tentato in tutti i modi di sfruttare il tragico episodio a proprio favore, e sicuramente non per un innato senso di giustizia. Non possiamo però avere la certezza che sia stata mobilitata ancora quella “zona grigia” che negli stessi giorni dell’assassinio di Regeni avevamo visto all’opera durante la visita del presidente iraniano Rouhani nel nostro Paese, quando vennero montati ad arte i casi delle “statue velate” e dell’assenza di vino nei menù delle cene ufficiali.

Gli elementi su cui costruire teoremi, come detto, sono numerosi.
Possono, per esempio, colpire certi paralleli col delitto Matteotti: il cadavere martoriato di un oppositore fatto ritrovare sotto un regime autoritario appena insediatosi, che intrattiene ambigui rapporti con il Regno Unito ed è al centro di una guerra commerciale per l’accaparramento delle risorse petrolifere.
Per ripercorrere brevemente quell’altra pagina nera della nostra storia: il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti viene sequestrato da uno squadrone della morte guidato da un uomo della polizia politica legati ai servizi segreti, Amerigo Dumini; il deputato socialista viene pestato a morte e poi abbandonato in un fossato nei pressi di Riano (RM), dove verrà ritrovato il 16 agosto. Mussolini, col suo stile inconfondibile, lo definì “un cadavere gettato davanti ai miei piedi per farmi inciampare”.
Matteotti aveva avuto nei mesi precedenti diversi contatti con i laburisti inglesi, che gli avevano passato documenti compromettenti sulle tangenti per la stipula di una convenzione tra il governo fascista e l’americana Sinclair Oil. L’accordo si inseriva nella guerra per il petrolio tra Stati Uniti e Inghilterra, che poco prima aveva aperto una filiale della BP in Italia.
Il capo della squadra che rapì Matteotti, Amerigo Dumini, è uno dei personaggi più inquietanti dell’intera faccenda: nato negli Stati Uniti da padre fiorentino e madre inglese, utilizzò il delitto per ricattare Mussolini fino all’ultimo. I soldati britannici lo catturarono in Nord Africa nel 1941 e lo condannano a morte: egli riuscì però a sopravvivere a 17 colpi di fucile (!) e a tornare in Italia, dove alla fine della guerra lavorò come autista e interprete per gli occupanti americani. Venne condannato all’ergastolo per l’affaire Matteotti nel 1947, ma sei anni dopo fu scarcerato per amnistia e poi graziato definitivamente nel 1956.

Chi è convinto che anche nel caso di Regeni vi siano troppi elementi oscuri, dovrebbe come prima cosa seguire questa indicazione pratica: cherchez l’Anglais (ovviamente l’inglese giusto, ché a dir la verità ce ne sono già davvero troppi). L’“inglese” potrebbe essere, malgré lui, persino lo stesso Regeni, mandato allo sbaraglio dai suoi patrocinatori. I quali peraltro, lo ricordiamo ancora, non nutrono alcun senso di colpa, ma anzi sono molto decisi nel deplorare il governo italiano mentre diventano improvvisamente laconici quando qualche giornalista chiede un loro parere sulla fine del collega.
                                                  
In conclusione, bisogna sempre tenere presente che, rebus sic stantibus, il problema principale rimane una dittatura militare dall’altra parte del Mediterraneo. La sudditanza del precedente Presidente del consiglio, al di là dell’interesse nazionale, è stata obiettivamente imbarazzante: va bene che “salamelecco” deriva proprio dalla storpiatura del noto saluto arabo, ma quel tale aveva davvero esagerato (“a great leader”, “salvatore dell’Egitto”, “pacificatore del Mediteranno”).
Quanto può durare, alla fine, questo al-Sisi? Il nostro Paese non rischia ancora di puntare tutto sul cavallo perdente (che forse contribuiremo anche noi ad azzoppare come abbiamo fatto con Gheddafi)?
Le dittature militari hanno vita breve e l’inizio della fine di solito giunge con la prima sortita oltreconfine: per Videla (5 anni) furono le Malvinas, per i colonnelli greci (7 anni) Cipro. Per i generali egiziani potrebbe essere la Libia, sulla quale ogni tanto buttano un occhio: quando la tensione interna non potrà essere più sopita da esecuzioni di massa, torture e arresti preventivi, verrà il momento di scaricarla all’esterno.
Quindi, a parte gli innumerevoli casi di “attivismo da divano” (come dicono i russi), quelli che sinceramente desiderano “Verità per Regeni” dovranno solo avere ancora un po’ di pazienza. È inutile lanciare alti lai contro la fatidica “Ragion di Stato”, poiché è solo attraverso di essa che si può ottenere giustizia: a chi però continua a tener bordone agli amici inglesi, non posso che augurare di non trovarsi mai ad aver bisogno del loro aiuto.

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