sabato 28 gennaio 2017

Il piagnisteo greco


Dal momento che la maggior parte dei visitatori giunge da questi parti a causa della mia recensione a La lingua geniale di Andrea Marcolongo, preferirei “dirottare” gli interessati verso un’analisi decisamente più approfondita, Greco, ragione e sentimento (“Macaronea”, 26 gennaio 2017), che demolisce il volume limitandosi al tema di cui in effetti vorrebbe trattare (il greco antico, appunto).
Non che non c’avessi pensato, ma non volevo fare la solita figura da ultracrepidario, perciò mi sono limitato ad analizzare il libro dalla sola prospettiva che mi compete, quella della tuttologia.

In ogni caso, se La lingua geniale mi ha fatto passare non solo la voglia di vivere, ma anche quella di avvicinarmi al greco antico, la recensione di Macaronea invece ha rinnovato la mia curiosità nei confronti della materia (in particolare per la diatesi media e le desinenze attive dell’aoristo passivo). Prima o poi dovrò mettermi a studiarla seriamente, anche perché la pronuncia itacistica (ché io conosco solo il greco moderno) fa davvero ridere i polli, nonostante sia attualmente l’unica che il mio orecchio pare gradire (mentre trovo cacofonica e ridondante l’erasmiana/etacistica, ma ovviamente si tratta di un problema soltanto mio – non cominciamo coi “marcolonghismi”!)

Se quindi siete studenti e avete qualche dubbio, per favore evitate di chiedere a me che non so niente dalla nascita (il mio unico titolo di studio è il battesimo), ma rivolgetevi direttamente a Macaronea, che essendo un insegnate sarà sicuramente esperta nell’arte di sfanculare un educando con eleganza e senza farglielo capire.

Ciò che invece posso offrirvi è solo una spiegazione ipotetica del perché il libro abbia così grande successo e venga “pompato” (absit iniuria verbis) ad arte.
Esistono a mio parere due ordini di motivazioni, uno culturale e uno politico.

Quello culturale è strettamente collegato al dibattito sull’insegnamento del greco nei licei italiani, al quale la Marcolongo contribuisce fornendo paradossalmente più pretesti ai sostenitori dell’abolizione che non a quelli della conservazione. Infatti, l’esaltazione della “genialità” del greco, che non è dimostrata ma solo presupposta, implica come conseguenza l’inutilità di insegnarlo nelle aule scolastiche, poiché proprio attraverso le sue qualità intrinseche esso riuscirebbe a imporsi come materia di studio (non sappiamo se come svago pomeridiano o in altre forme).
Francamente non sarei così fiducioso: tale argomento venne utilizzato anche nei confronti dell’insegnamento obbligatorio del latino, ma col senno di poi possiamo accorgerci di tutta la sua aleatorietà.

In ogni caso, non è proibito credere che il greco abbia un “qualcosa in più” rispetto a qualsiasi altra lingua: anch’io, in maniera altrettanto velleitaria, gli riconosco una sorta di “icasticità naturale” (?), dovuta al fatto che la cultura ellenica è stata una delle prime a credere fino in fondo nel potere della parola. Tuttavia sono cose che tengo per me, o alle quali dedico il tempo che meritano, con la consapevolezza che la cultura alla quale appartengo influenza enormemente la mia percezione. Se proprio dobbiamo confessarcelo, il dialetto ionico-attico appare “geniale” solo a chi si considera culturalmente suo erede, così come i nazionalisti tamil o i malgasci credono che il lemuriano o il proto-malaïque siano le lingue primordiali dell’umanità: la verità è che noi studiamo il greco antico non per una sua intrinseca “genialità”, ma soprattutto –se non quasi esclusivamente– per (sto per dire una parolaccia) tradizione. Dobbiamo essere “laici” da questo punto di vista e non raccontarci storielle come quelle della Marcolongo, che per rafforzare le sue opinioni insinua che categorie come l’aspetto verbale o il modo ottativo siano presenti solo nell’idioma di Platone e Pericle.
Fatte circolare in queste modalità, certe tesi destano più di un sospetto. Non vorrei ci trovassimo di fronte all’ennesima forma di liberismo camuffato sotto le rassicuranti spoglie dell’industria culturale. Posso pure ammettere la buona fede da parte della Marcolongo, ma quando si dà un megafono a qualcuno per fargli dire, per esempio, che “il greco antico dovrebbe essere insegnato meglio (o in modo più appassionato)”, di solito non ci si aspetta come conseguenza l’assunzione di insegnanti più preparati (o più simpatici e belli, come volete), oppure l’incremento delle ore dedicate alla materia: più verosimilmente, invece, ci si attende che il greco venga abolito e quelli che lo insegnano declassati o licenziati.

Faccio questo discorso soprattutto alla luce dell’altro ordine di motivazioni, quello politico. Lo ripeto per l’ennesima volta: la pagina conclusiva de La lingua geniale, nella quale la Marcolongo auspica che i greci rinuncino alla loro eredità culturale per diventare “europei” (o “più europei”), inficia qualsiasi possibile contributo positivo del libro.
Tale controversia si inserisce poi in un secondo Kulturkampf, non più confinato nell’ambito italiano, ma esteso all’intera Unione: è una questione che si potrebbe affrontare da miriadi di prospettive, ma limitiamoci alla cronaca spicciola. Per giustificare la distruzione della Grecia, le agenzie culturali “europee” avanzano con sempre più insistenza l’idea che quel Paese brutto sporco e cattivo non abbia alcun legame con gli “ariani onorari” Omero, Platone e Pericle.
Il punto di non ritorno della polemica è stato segnato da un articolo apertamente razzista della “Welt” (giornale legato alla CDU di Angela Merkel), Griechenland zerstörte schon einmal Europas Ordnung, pubblicato l’11 giugno del 2015, durante l’ultimo scontro (prima della capitolazione) tra Atene e Bruxelles: in esso si sostiene che i greci di oggi sono soltanto un “incrocio tra slavi, bizantini e albanesi” (eine Mischung aus Slawen, Byzantinern und Albanern) e che dunque l’Europa a loro non deve proprio nulla (è una vecchia ossessione tedesca, l’idea che la Germania sia la vera erede dell’antica Grecia).
Come a segnale convenuto, anche in Italia cominciarono a risuonare certi discorsi imbarazzanti: il 13 luglio sul “Corriere” Umberto Curi sostenne con veemenza che è un “falso storico” definire la Grecia “culla della democrazia”, e una settimana dopo, sullo stesso giornale, Giuseppe Galasso ripeté la lezione tedesca: «La Grecia di oggi ha in comune con quella [di Pericle] solo la lingua e l’alfabeto. La Grecia di oggi è figlia, invece, di una diecina di secoli bizantini e di quattro o cinque secoli di regime turco-ottomano» (La Grecia mediterranea è più turca che classica, “Corriere”, 20 luglio 2015).
Gustiamoci, en passant, il paradosso: Galasso sostiene che la Grecia di oggi con quella di Pericle ha in comune solo la lingua e l’alfabeto, quindi dovrebbe rinunciare alla propria eccezionalità culturale perché troppo leggera; la Marcolongo invece sostiene che la Grecia di oggi, avendo in comune con quella di Pericle la “lingua geniale” (a suo dire il non plus ultra della grecità), proprio per questo dovrebbe rinunciare alla propria eccezionalità culturale perché... troppo pesante!

Si tratta solo di un esempio della tendenza attuale. In ogni caso, a me sembra che alla fin fine i due ordini di motivazioni (culturale e politico) siano collegati. Può apparire come un discorso “complottista”, ma a mettere assieme i tasselli tout se tient: da una parte, si invoca una “sublimazione” dell’insegnamento del greco antico, suggerendo che una sua trasmigrazione dagli angusti banchi di scuola ai luminosi schermi di Rai Tre potrebbe finalmente “valorizzarlo” come merita; dall’altra, si afferma che i greci invece di gongolare per la loro “lingua unica e straordinaria” dovrebbero invece “liberarsi dal loro passato” (cito testualmente la Marcolongo). Come si conclude tutto ciò? Che il greco viene abolito pure in Grecia! È chiaro, no?

Chiudiamo perciò con la nostra immensa Ελλάδα, umiliata e martoriata. A chi parla di un popolo senza nazione, posso solo rispondere con la lettera della pettinatrice Dimitra Tsatsou, fucilata dai nazisti a 23 anni per rappresaglia.

3 Μαρτίου 1944
Πιάστηκα και ασφαλώς σήμερα - αύριο θα με εκτελέσουν.
Έτσι δείχνουν τα πράγματα.
Κι όμως θέλω να σας το κρύψω μανούλα και αδελφούλες πως θα χωριστούμε για πάντα.
Θέλω όσο ζω να ελπίζετε, ακόμα κι αν εγώ δεν ελπίζω για τον εαυτό μου.
Αγαπημένες μου φίλες, συντρόφισσες στον αγώνα για την ελευθερία, πεθαίνω άξια και τιμημένα σαν Ελληνίδα και χάνετε μια συντρόφισσα πιστή. Όμως μη λυπάστε. Άλλες θα ξεφυτρώσουν μετά το θάνατο μου, χιλιάδες.
Μανούλα χάνεις μια κόρη που δεν σου ανήκε, γιατί ανήκε πριν απ' όλα στην Ελλάδα.
Με το θάνατο μου γίνονται, κόρες σου όλες οι κόρες της Ελλάδας κι εσύ γίνεσαι μάνα όλου του κόσμου και όλων των λαών που πολεμούν για τη λευτεριά, τη δικαιοσύνη και την ανθρωπότητα.
Είμαι υπερήφανη, ποτέ δεν περίμενα τέτοια τιμή να πεθάνω εγώ, ένα φτωχό κορίτσι, του λαού για ιδανικά τόσο ωραία και υψηλά.
Είμαι βέβαιη πως δεν θα αισθανθώ φόβο μπρος στο εκτελεστικό απόσπασμα και θα σταθώ αλύγιστη, όπως στάθηκα στη ζωή.
θα ήθελα η εκτέλεσίς μου να γίνει σ' ανοιχτό χώρο για να ρίξω μια τελευταία μου ματιά στον Όλυμπο και στα βουνά όπου κατοικεί η αξία κι η ελπίδα της Ελλάδας.
Στον τάφο μου φέρνετε, όταν μπορείτε, κόκκινα λουλούδια. Τίποτ 'άλλο.
Και χτυπάτε με κάθε μέσον τη βαρβαρότητα.
Σας φιλώ γλυκά όλους.
Δήμητρα
3 Marzo 1944
Io fui presa e sicuramente oggi o domani mi giustizieranno. Così indicano le cose. Eppure voglio nascondervi, mammina e sorelline, che saremo separate per sempre. Voglio finché sono viva che voi speriate, anche se io non spero per me stessa. Amiche mie care, compagne nella lotta per la libertà, muoio degnamente e con onore come una greca, e perdete una compagna fedele. Però non vi addolorate. Altre germoglieranno dopo la mia morte, migliaia.


Mammina, perdi una figlia che non ti apparteneva, perché apparteneva prima di tutto alla Grecia. Con la mia morte diventano figlie tue tutte le figlie di Grecia, e tu diventi mamma del mondo intero, di tutti i popoli che combattono per la libertà, la giustizia e l’umanità.
Sono orgogliosa, mai avrei aspettato simile onore, di morire io, una povera ragazza del popolo, per ideali così belli e alti. Sono certa che non sentirò paura innanzi al plotone, e che starò inflessibile come lo sono stata nella vita.
Vorrei che la mia esecuzione avesse luogo all’aria aperta, per volgere il mio ultimo sguardo all’Olimpo e ai monti ove soggiorna il valore e la speranza della Grecia.

Alla mia tomba portate, quando potete, fiori rossi. Null’altro. E battete con ogni mezzo la barbarie.
Vi bacio tutti dolcemente
Dimitra

Questa è la nazione che la Marcolongo non vuol vedere.

Un suggerimento, infine, ai liceali costretti a comprare il libro: dopo aver fatto finta di leggerlo, mettetelo da parte e procuratevi un bel Bignami (per fortuna li stampano ancora). Perché il dovere di studiare il greco vi offre comunque il diritto di odiarlo con tutto il cuore, almeno fino a quando anche qui non passerà la tesi pseudo-russoviana che «per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino, bisogna soprattutto conoscere Giovannino» (dove Giovannino verrà però sostituito da Meteco, non solo per licenza poetica).

Per il resto, colgo l’invito di un lettore a lasciar cadere una coltre d’oblio sul volume in questione. De hoc satis (a meno che non ne scriva uno pure sul latino…).

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