martedì 24 gennaio 2017

Gli ebrei e l’industria pornografica

(Robert Crumb)
La questione del monopolio ebraico nell’industria pornografica americana è stata affrontata da un articolo della “Jewish Quarterly” (Jews in the American porn industry, inverno 2004, n. 196) che se non fosse stato scritto da un certo Nathan Abrams potrebbe apparire come un provocatorio attacco antisemita. In effetti la maggior parte delle fonti sono tratte dalla rivista “Culture Wars” dell’agguerrito polemista cattolico Michael E. Jones, che ovviamente non aveva svolto le sue ricerche per esaltare l’intraprendenza ebraica in tale ambito. Tuttavia, in un eccesso di chutzpah, il buon Abrams si impossessa dei lavori di Jones e rivendica la pornografia come bandiera della cultura ebraica negli Stati Uniti.
Secondo Abrams, i motivi per cui gli ebrei avrebbero edificato questo abominevole impero sono sostanzialmente ridotti a tre: il primo, sempre invocato per giustificare una certa tendenza ebraica a occuparsi di attività moralmente riprovevoli, è la “ghettizzazione”, che tuttavia Abrams, con onestà intellettuale, pone in secondo piano, a favore invece di altre più importanti motivazioni (sempre intrise di chutzpah, come ama ripetere continuamente), ovvero i soldi e l’odio verso il cristianesimo.

La possibilità di trarre un profitto a scapito della morale sembra non aver mai preoccupato molto gli ebrei, che in tal senso hanno sempre costituito una sorta di “avanguardia” del Weltgeist (è una delle tesi di M.E. Jones, che Abrams ribalta ancora in positivo). Per giunta personaggi come Reuben Sturman (1924–1997), il “Walt Disney del porno”, si sarebbero distinti come generosi benefattori delle organizzazioni ebraiche americane. L’autore del pezzo elenca poi altre eccellenze israelitiche del campo che non hanno mai rinnegato il loro pedigree. In un altro eccesso di chutzpah, Abrams arriva a definire un protagonista del genere, Ron Jeremy, come «un’icona americana, un eroe per i maschi di tutte le età, un tizio impacciato, grasso, peloso e orribile che si porta a letto una marea di donne bellissime. È come un moderno Re Davide, un mandrillo ebreo che sostituisce i modelli classici della tradizione ebraica».

Il terzo punto, l’anticristianesimo, è sicuramente il più rilevante. Ci informa infatti Abrams, sempre seguendo Jones, che una costante del cinema pornografico è che i maschi (produttori, registi e attori) siano tutti di origine ebraiche e le donne di estrazione cristiana, preferibilmente cattolica. In effetti basta una semplice ricerca per accorgersi come «the standard porn scenario became as a result a Jewish fantasy of schtupping the Catholic shiksa» (tutto il testo è infarcito di slang yiddish: in questo caso si può intuire facilmente il significato di schtupping, mentre la shiksa è “una ragazza non ebrea giovane e attraente”). Non è un caso quindi che le porno-attrici siano tutte di origine europea o sudamericana, mentre gli uomini, questi odierni “Re Davide”, debbano appartenere alla stessa genia, indipendentemente dalle loro capacità “performative” (diciamo così).
Molti dei protagonisti di questa industria fanno esplicita professione di odio verso il cristianesimo. Per citare ancora Abrams «alcune pornostar si considerano combattenti in prima linea nella battaglia spirituale tra l’America cristiana e l’umanesimo secolare». L’autore, in un’overdose finale di chutzpah, riporta una citazione di Alvin Goldstein (1936–2013) che ha fatto la gioia (si fa per dire) di molti antisemiti: «L’unico motivo per cui noi ebrei facciamo pornografia è che pensiamo che Cristo e il cattolicesimo fanno schifo». 

Mazeltov! Perché non fare anche qualche battuta sulle decine di shiksas morte per aids, droga, alcolismo o suicidio? La lista è sterminata; da una ricerca superficiale (a scanso di equivoci, condotta esclusivamente su Wikipedia) ho trovato: Alex Jordan (suicidio, 32 anni), Lolo Ferrari (suicidio, 37), Bodil Joensen (suicidio, 41), Chloe Jones (alcolismo, 30), Elisa Bridges (overdose. 29), Haley Paige (overdose, 26), Kandi Barbour (inedia, 56), Karen Lancaume (suicidio, 32), Megan Leigh (suicidio, 26), Rene Bond (alcolismo, 45), Savannah (suicidio, 24), Shauna Grant (suicidio, 20), Tera Wray (suicidio, 33).
E le attrici ebree? Ah no, quelle muoiono solo nei film sull’olocausto (chiedo perdono, ma per noi goyim la chutzpah è solo cattivo gusto).

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