lunedì 30 gennaio 2017

omisiones imperdonables (Einaudi censura Borges)


La ristampa Einaudi della prima traduzione di Franco Lucentini di Finzioni (risalente al 1955 e riproposta senza varianti nel corso degli anni) contiene ancora un curioso omissis nelle prime righe del “Pierre Menard”:
«…Sono pertanto imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpetrate da Madame Henri Bachelier in un elenco ingannevole che un certo giornale la cui tendenza protestante non è un segreto per nessuno, ha avuto la sconsiderazione di presentare ai suoi deplorevoli lettori».
Qui manca proprio qualcosa. Nell’originale questi “deplorevoli lettori” venivano infatti descritti in modo più esaustivo:
«…Son, por lo tanto, imperdonables las omisiones y adiciones perpetradas por madame Henri Bachelier en un catálogo falaz que cierto diario cuya tendencia protestante no es un secreto ha tenido la desconsideración de inferir a sus deplorables lectores — si bien estos son pocos y calvinistas, cuando no masones y circuncisos».

Adelphi, nella sua edizione del 1993 (a cura di A. Melis), traduce correttamente:
«…Sono, per questo, imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpetrate da Madame Henri Bachelier in un catalogo menzoniero che un certo quotidiano la cui tendenza protestante non è un segreto ha avuto la sconsideratezza di infliggere ai suoi deplorevoli lettori – anche se costoro sono pochi e calvinisti, se non massoni e circoncisi».
Ci si augura che i deplorevoli lettori abbiano almeno apprezzato l’impredonabile omissione...

Manoscritto del Pierre Menard col passaggio evidenziato (fonte)

venerdì 27 gennaio 2017

Shoah: una memoria (in)finita

Palinsesto televisivo di oggi (dal “Corriere”)
Il “Giorno della Memoria” sta per concludersi e chiudiamo anche noi con qualche considerazione finale.

La prima deriva da un’impressione personale: sbaglio o quest’anno la “Giornata” è trascorsa un po’ sottotono? Voglio dire, nessuna gogna per il cattivone di turno (storico revisionista, antisemita “del web”, critico di Israele), niente sovraesposizione mediatica dei rappresentati delle comunità ebraiche (anche dovuto alla dipartita del gaffeur di professione Pacifici); solo qualche leggera modifica dei palinsesti per renderli ancora più jew-friendly.
Cos’è successo? La risposta mi sembra tanto amara quanto semplice: Israele ha vinto. Non c’è più bisogno di premere troppo sul vittimismo delle opinioni pubbliche italiane ed europee, dal momento che ormai siamo tutti convinti (consapevolmente o meno) che i problemi di Israele sono i nostri problemi.
Fino a pochi anni fa la situazione era diversa: la Palestina si portava su tutto (ricordate le kefiah e le bandiere?) e molti consideravano Israele una parte del problema mediorientale e non di certo la sua soluzione (come emergeva da certi sondaggi imbarazzanti, che poi hanno smesso di fare).
Tuttavia in questi anni ’10 del nuovo secolo, molto è cambiato: le primavere arabe e la guerra civile in Siria hanno definitivamente separato la causa anti-imperialista da quella anti-sionista; gli attentati in Europa hanno consentito a Israele di accreditarsi come “modello” per la gestione delle minoranze arabe; infine, il ritorno sulle scene dei curdi, da sempre pupilli di Israele, ha permesso di dimenticare la tragedia palestinese senza troppi sensi di colpa.
Gli ebrei italiani non hanno avuto neppure bisogno di organizzare il teatrino dell’anno scorso contro l’Iran: ormai la “linea” è passata.

La seconda riflessione è più generale e riguarda la Memoria (ipostatizziamo tutto con la maiuscola, così è più semplice): erroneamente essa viene oggi considerata la forza che regola la Storia, quando invece è risaputo essere l’Oblio a governare il tutto. Si tratta di una considerazione tragica, anche se non saprei dire di quale tipo di tragicità (Hegel avrebbe detto quella greca, visto che nel suo antisemitismo negava alle tragedie ebraiche ogni consistenza).
Con queste cerimonie pubbliche si vuol fare della Shoah un evento metastorico, al di sopra e al di là della Storia; è un tentativo disperato di procrastinare l’inevitabile esclusione dell’olocausto ebraico della supremazia nella Memoria.
Tuttavia, una volta che anche i riti collettivi avranno esaurito la loro energia, si dovrà per forza passare alle “maniere forti”.
Finora ne abbiamo avuto un’avvisaglia, nei tentativi di reintrodurre il reato d’opinione attraverso quei provvedimenti “contro il negazionismo”. È una deriva allarmante, della quale mi occupo spesso, nonostante non sia così ingenuo da credere a una libertà di ricerca assoluta e indipendente da ogni contingenza: semplicemente, penso si tratti di una distorsione dei principi che, bene o male, tutti abbiamo accettato.

Senza troppi giri di parole: se io volessi scrivere un libro per dimostrare che Gesù Cristo è un fungo allucinogeno, come fece John Marco Allegro nel 1970, potrei farlo senza essere indagato, processato, arrestato. Se volessi invece affrontare una tematica come la Shoah con gli stessi metodi (quindi descrivendola come un’allucinazione collettiva), finirebbe malissimo.
Forse l’esempio può sembrare estremo, ma per rimanere coi piedi per terra, con le leggi anti-revisionismo vigenti oggi in Paesi come Francia e in Germania, da quelle parti rischierebbe la galera anche chi compilasse uno studio sull’olocausto escludendo dalle fonti le testimonianze dei sopravvissuti. Potrebbe essere interpretata come una manipolazione? Certamente; ma ad ogni modo non sarebbe lecito rispondere con un paio di manette.
Non è insomma accettabile (e mai lo sarà) considerare il revisionismo come un crimine, dato che, tra le altre cose, persino la stessa ricerca sulla Shoah ha potuto trarne un indiretto giovamento (almeno fin quando era lecito), depurandosi di quelle incrostazioni mitiche effettivamente create dalla propaganda di guerra (come, per esempio, la leggenda dei cadaveri degli ebrei utilizzati per fabbricare saponette, bottoni, carne in scatola e coprilampade – che tuttavia viene ancora ripetuta in alcuni testi divulgativi –).

Il rischio più grande è che, associando continuamente al “Giorno della Memoria” la necessità di repressione, si finirà prima o poi per resuscitare quelle liturgie novecentesche contro le quali tali iniziative vorrebbero invece rappresentare un’antitesi o addirittura una “cura”.
Non vorrei si creasse poi un cortocircuito con la frastornante propaganda a favore dello Stato di Israele, che viene sempre propinata invalidando la potenziale universalità della “Memoria”, perché (è sgradevole ricordarlo) un “culto dei martiri” peculiare alla propria natura è sempre stato una delle condizioni di possibilità del fascismo come finora lo abbiamo conosciuto.

Oscar Gold, il film più triste sull’olocausto

Tra le tante pellicole sulla Shoah che verranno trasmesse nel “Giorno della Memoria”, consiglio a tutti la visione di Oscar Gold, definito dalla critica “il film più triste di tutti i tempi”.
È la storia di un ragazzino ebreo mentalmente ritardato e affetto da alcolismo, che nella Polonia del 1939 trova il coraggio di affrontare la vita grazie all’amicizia con un cagnolino, il quale per disgrazia morirà prematuramente.


Sì, questa cosa avrei potuta risparmiarmela (almeno oggi), ma in realtà la polemica ci può stare. Non contro il filone olocaustico in sé (che, oltre ad averci regalato dei capolavori, ci ricorda quanto sono cattivi i tedeschi), ma contro questa specie di “licenza di antisemitismo” che viene conferita a certi “intoccabili”.
Oscar Gold è infatti uno spezzone tratto da un episodio (“Tearjerker/Strappalacrime”) del cartone animato americano American Dad!, trasmesso regolarmente durante le ore pomeridiane da Mediaset (Italia 1) e Sky (Fox). Assieme all’altra serie animata, I Griffin, ideata dallo stesso autore, è forse l’unico programma in onda sulla tv italiana in cui si possono sentire battute apertamente antisemite: gli ebrei vengono ritratti secondi i peggiori stereotipi, affamati di soldi, poco dediti all’igiene personale, affetti da migliaia di nevrosi e dal carattere insolente e arrogante. Anche la Shoah viene spesso ridicolizzata attraverso i suoi simboli più significativi (per esempio Anna Frank).

Ora, certe cose potrebbe pure essere adatte a un pubblico americano, ma in Italia non hanno molto senso, considerando quanta attenzione è posta dalle nostre comunità ebraiche nel censurare qualsiasi forma di antisemitismo.
Non vorrei che questo silenzio un po’ sospetto fosse dovuto a una sorta di conformismo, che impedirebbe di scagliarsi contro taluni per non apparire “bigotti”.
Come si può facilmente intuire, il primo bersaglio di questi cartoni resta il cristianesimo, che viene oltraggiato in modo ancora più crudele dell’ebraismo. È chiaro che oggi i cattolici non possono (e non vogliono) dire nulla contro chi si fa beffe di Cristo: ma l’Ucei, essendo autorizzata a criticare qualsiasi cosa, potrebbe finalmente prendersela non con il solito capro espiatorio (magari già preventivamente lapidato dalla stampa), ma contro qualche avversario decisamente più scomodo da affrontare.
D’altronde il gesto non condurrebbe in automatico alla censura, che in fondo non è nemmeno necessaria (quella la riserviamo solo agli storici revisionisti o ad Ariel Toaff), ma in sé sarebbe apprezzabile, perché dimostrerebbe la volontà di vivere in una società più giusta e tollerante verso tutti, e non semplicemente dominata dai professionisti del vittimismo.

giovedì 26 gennaio 2017

Il Corriere è un giornale serio (FAKE NEWS ALERT)

Chiedo scusa ai lettori per il titolo, ma ho avvisato subito che si tratta di una bufala: no, il Corriere non è un giornale serio. Per rendersene conto, basterebbe aprirne una copia in un giorno qualsiasi, anche se oggi forse si sono superati. Infatti sono riusciti a pubblicare un articolo contro le cosiddette “fake news” accanto a un pezzo che spaccia per vera una bufala su Trump:

(cliccare per ingrandire)
Vediamo infatti a pagina 13 la reprimenda di Beppe Severgnini (il più intelligente e preparato dei giornalisti italiani) contro i siti dichiaratamente satirici ma che in realtà non sembrano tali perché ospitano pubblicità di American Express e Vodafone, le quali (parole sue) «con la loro presenza, finiscono per accreditar[li]» (“Aiuti da Donald” e mille altre bufale: come arginare le fake news?).

Come soluzione, l’acuto Severgnini propone di educare il pubblico. Non sappiamo se attraverso campi di educazione creati allo scopo, ma ad ogni modo crediamo che la prima “allieva” dovrebbe essere la sua collega Viviana Mazza, che a pagina 12 imbastisce un sermone pseudo-femminista sulla falsa notizia che durante la cerimonia d’insediamento Trump avrebbe “sgridato” la moglie Melania (“Il linguaggio del corpo? È da ostaggio”. L’appello sui social: #LiberateMelania).

(cliccare per ingrandire)
In realtà si tratta di un video che il “Corriere” aveva già pubblicato due giorni fa (accompagnato pure da una “fotogallery”), una sequenza montata in modo che sembri che Melania Trump sia rimasta offesa da un commento sgarbato del marito, e non che invece abbia iniziato a sorridere mentre lui si è girato e abbia poi smesso per motivi sui quali è abbastanza superfluo indagare (del resto era l’istante in cui Franklin Graham, il figlio del celeberrimo Billy, stava recitando una preghiera per la nuova presidenza: come si vede dal video originale, anche gli altri astanti si fanno improvvisamente più seri).

Leggiamo giusto le prime righe del contributo della Mazza (risparmiandoci il resto):
«Melania è raggiante alle spalle del marito. Poi lui si volta, le dice qualcosa. E lei all’improvviso abbassa lo sguardo e smette di sorridere. Questo breve episodio, registrato dalle telecamere durante la cerimonia di insediamento di Trump, è ormai celebre: l’espressione sul vito della first lady è bastata a far lanciare l’appello “Free Melania”, già visibile il giorno dopo sui cartelli alla marcia delle donne, e poi diffuso come hashtag sui social media».
Da questo si evince, tra le altre cose, come Severgnini non abbia capito cosa sono le “fake news”: i siti satirici come “Lercio” c’entrano poco, anche perché solo un tonto (appunto) potrebbe pensare che una notizia è credibile perché ha accanto un banner della Vodafone; il problema è semmai rappresentato da quelle testate che spacciano le bufale più insulse con l’alibi della loro (sempre più flebile) reputazione. Con questo ovviamente non voglio riferirmi al Corriere, che resta un giornale serio (v. supra).

martedì 24 gennaio 2017

Gli ebrei e l’industria pornografica

(Robert Crumb)
La questione del monopolio ebraico nell’industria pornografica americana è stata affrontata da un articolo della “Jewish Quarterly” (Jews in the American porn industry, inverno 2004, n. 196) che se non fosse stato scritto da un certo Nathan Abrams potrebbe apparire come un provocatorio attacco antisemita. In effetti la maggior parte delle fonti sono tratte dalla rivista “Culture Wars” dell’agguerrito polemista cattolico Michael E. Jones, che ovviamente non aveva svolto le sue ricerche per esaltare l’intraprendenza ebraica in tale ambito. Tuttavia, in un eccesso di chutzpah, il buon Abrams si impossessa dei lavori di Jones e rivendica la pornografia come bandiera della cultura ebraica negli Stati Uniti.

Secondo Abrams, i motivi per cui gli ebrei avrebbero edificato questo abominevole impero sono sostanzialmente ridotti a tre: il primo, sempre invocato per giustificare una certa tendenza ebraica a occuparsi di attività moralmente riprovevoli, è la “ghettizzazione”, che tuttavia Abrams, con onestà intellettuale, pone in secondo piano, a favore invece di altre più importanti motivazioni (sempre intrise di chutzpah, come ama ripetere continuamente), ovvero i soldi e l’odio verso il cristianesimo.

La possibilità di trarre un profitto a scapito della morale sembra non aver mai preoccupato molto gli ebrei, che in tal senso hanno sempre costituito una sorta di “avanguardia” del Weltgeist (è una delle tesi di M.E. Jones, che Abrams ribalta ancora in positivo). Per giunta personaggi come Reuben Sturman (1924–1997), il “Walt Disney del porno”, si sarebbero distinti come generosi benefattori delle organizzazioni ebraiche americane. L’autore del pezzo elenca poi altre eccellenze israelitiche del campo che non hanno mai rinnegato il loro pedigree. In un altro eccesso di chutzpah, Abrams arriva a definire un protagonista del genere, Ron Jeremy, come «un’icona americana, un eroe per i maschi di tutte le età, un tizio impacciato, grasso, peloso e orribile che si porta a letto una marea di donne bellissime. È come un moderno Re Davide, un mandrillo ebreo che sostituisce i modelli classici della tradizione ebraica».

Il terzo punto, l’anticristianesimo, è sicuramente il più rilevante. Ci informa infatti Abrams, sempre seguendo Jones, che una costante del porno è che i maschi (produttori, registi e attori) siano tutti ebrei mentre le donne quasi tutte di estrazione cristiana (preferibilmente cattolica): in effetti basta una semplice ricerca per accorgersi come «the standard porn scenario became as a result a Jewish fantasy of schtupping the Catholic shiksa» (tutto il testo è infarcito di slang yiddish: in questo caso si può intuire facilmente il significato di schtupping, mentre la shiksa è “una ragazza non ebrea giovane e attraente”). Non è un caso quindi che le porno-attrici siano perlopiù di origine europea o sudamericana, mentre gli uomini, questi odierni “Re Davide”, appartengano alla stessa etnia, indipendentemente dalle loro capacità “performative” (diciamo così).

Molti dei protagonisti di questa industria fanno esplicita professione di odio verso il cristianesimo. Per citare ancora Abrams «alcune pornostar si considerano combattenti in prima linea nella battaglia spirituale tra l’America cristiana e l’umanesimo secolare». L’autore, in un’overdose finale di chutzpah, riporta una citazione di Alvin Goldstein (1936–2013) che ha fatto la gioia (si fa per dire) di molti antisemiti: «L’unico motivo per cui noi ebrei facciamo pornografia è che pensiamo che Cristo e il cattolicesimo fanno schifo». 

Mazeltov! Perché non fare anche qualche battuta sulle decine di shiksas morte per aids, droga, alcolismo o suicidio? La lista è sterminata; da una ricerca superficiale (a scanso di equivoci, condotta esclusivamente su Wikipedia) ho trovato: Alex Jordan (suicidio, 32 anni), Lolo Ferrari (suicidio, 37), Bodil Joensen (suicidio, 41), Chloe Jones (alcolismo, 30), Elisa Bridges (overdose. 29), Haley Paige (overdose, 26), Kandi Barbour (inedia, 56), Karen Lancaume (suicidio, 32), Megan Leigh (suicidio, 26), Rene Bond (alcolismo, 45), Savannah (suicidio, 24), Shauna Grant (suicidio, 20), Tera Wray (suicidio, 33).
E le attrici ebree? Ah no, quelle muoiono solo nei film sull’olocausto (chiedo perdono, ma per noi goyim la chutzpah è solo cattivo gusto).

lunedì 23 gennaio 2017

“Sei milioni di ebrei? Io lo rifarei!”

Da “Almanacco Romano” uno squarcio sulla nostra epoca di straordinaria icasticità:
«Venerdì scorso, la calca ordinaria di un bus romano è stata irrobustita da un’orda schiamazzante di studenti di un istituto tecnico. Festeggiavano la fine dell’anno scolastico, celebravano forse la conquista di un diploma. Maschi e femmine diplomati o diplomandi, senza differenze, giocavano a fare i selvaggi. Non si erano imbrattati con uova e farina come fanno molti liceali appena interrotta la lettura di Plotino o la traduzione del pio Virgilio, non si piegavano ai “gavettoni” infantili, puntavano a più duri modelli. Quei ragazzotti mimavano canti e slogan delle curve calcistiche. Così in pochi istanti, conquistato il compiacimento del pubblico anziano, han cominciato a bestemmiare Dio, ritmando l’insulto blasfemo, e subito dopo, per spirito di trasgressione ancora più scandalosa ai loro occhi – ché si è raccontato spesso nelle aule scolastiche e nelle gite didattiche ai Lager di una immolazione al Cielo per quella che fu invece una efferatezza umana e con finalità assai laiche – cominciavano a ripetere con un sorrisetto sulle labbra: “Sei milioni di ebrei, sei milioni di ebrei, io lo rifarei, io lo rifarei”. A questo punto l’espressione di benevolenza dei presenti, pur concessa di fronte all’ingiuria sguaiata verso l’Onnipotente, si irrigidiva in una smorfia strana. In tempi di invidia sociale, avranno pensato ai soldi sprecati per la scuola e per i titoli di studio legali? O al piccolo dettaglio che neppure al riparo del sacro i morti sono al sicuro? O che l’abuso retorico di cultura genera mostri? O semplicemente che se educhi i giovanetti all’arte della trasgressione, magari con ripetute visite scolastiche nei musei del contemporaneo, poi nei sacrilegi bifolchi sul mezzo pubblico si sentiranno dei creativi in erba»
(Piccole trasgressioni sul bus, 18 giugno 2012).
Questo fenomeno (al quale anche il sottoscritto ha talvolta assistito, quasi nelle stesse forme, sugli autobus milanesi) rappresenta una sorta di ironico contrappasso, poiché non appena lo Zeitgeist ha imposto la rimozione di quelle simpatiche targhette che ricordavano come la bestemmia fosse un reato («punibile ai sensi dell’art. 724 del codice penale»), ecco che ritorna la necessità di condannare in qualche modo la blasfemia, la quale ha cambiato bersaglio ma non essenza.

Ciò a cui ci troviamo davanti è infatti quell’antisemitismo “goliardico” che contraddistingue la mia generazione, la prima obbligata ad assistere almeno una volta l’anno alla proiezione di Schindler’s List durante le ore buche. Credo sia stato proprio a causa di quel film che anche in Italia l’holocaustica religio è diventata  l’unico culto tutelato dall’articolo 724 del codice penale (guarda caso la Legge Mancino fu introdotta lo stesso anno in cui uscì la pellicola, il 1993). In Germania era invece stata la serie televisiva americana Holocaust (1978), a portare alla sacralizzazione della Shoah, come sancì il filosofo ebreo Günther Anders in un volumetto dell’epoca (mentre nella RDT se ne erano fregati abbastanza, visto che da quelle parti la condanna del nazismo non aveva subito la reductio ad Iudaeos e le vittime ebraiche venivano gerarchicamente dopo quelle comunista).

In realtà tale antisemitismo non mi appartiene; per certi versi, non lo riconosco nemmeno come tale: come detto, è semplice iconoclastia aggiornata allo Spirito dei Tempi di cui sopra. Tuttavia, per quanto disdicevole, credo non si possa far molto per contrastarlo, soprattutto perché i suoi censori odierni sono appunto gli stessi che hanno sostenuto il diritto di bestemmia finché hanno potuto. Perciò quando una ragazza, spiaccicandosi addosso una zanzara, esclama “Le mie braccia sembrano Auschwitz!” (esperienza personale), o quando un gruppo di studenti intona sull’autobus “Sei milioni di ebrei | io lo rifarei”, non c’è modo di ribattere senza apparire bigotti. Al contrario, più ci si impegna a contrastare il fenomeno e più esso si inasprisce, perché tale è la “dinamica della provocazione”: probabilmente un giorno sentiremo addirittura per le strade esclamare direttamente “Pu**ana la Shoah” oppure “P***o Olocausto”.

Non credo quindi esista soluzione. Le comunità ebraiche potrebbero forse imporre sui tram i cartelli di una volta (“La persona civile non sputa in terra e non bestemmia”), ma dovrebbero farlo adattandoli all’odierna sensibilità giudaizzante dei noachici, perché oggi reprimere la creatività (soprattutto quella dei giovani) è una cosa da oscurantisti, e anche l’ultimo scampolo di “religione civile” che ci siamo dati alla fine ne uscirebbe distrutta.

Bisogna invero aggiungere che, nonostante gli ebrei oggi si siano accaparrati quasi tutte le virtù dei gojim (i quali non le possono mettere in pratica, specialmente se cristiani, in quanto verrebbero come minimo tacciati di “paganesimo”), la forza corrosiva del nichilismo (ma chiamatelo pure secolarizzazione) sembra invincibile. A tal proposito mi torna in mente una querelle di qualche anno fa, scoppiata tra la comunità ebraica australiana e una pittrice (tale Jo Frederiks) che aveva organizzato un’esposizione di quadri che riprendevano l’iconografia classica di Auschwitz sostituendo alle persone delle mucche e delle pecore.




Nonostante le proteste del minaccioso B’nai B’rith, nessun provvedimento venne preso nei confronti dell’artista, che anzi poté spensieratamente dichiarare che «gli ebrei non detengono i diritti sulla parola “olocausto”». Oy vey! Vedete come non c’è modo di fermare l’animalismo neanche quando si presenta nelle inquietanti vesti paleonaziste. Del resto, come avevo segnalato qualche tempo fa, le vacche sacre non sono solo quelle dipinte dalla Frederiks, se in qualsiasi libreria si possono trovare volumi contenenti stronzate del tipo «Ebreo è soltanto l’altro nome dell’avidità», solo perché firmati da Osho.

Ci sono troppi idoli con i quali il filosemitismo deve scontrarsi per mantenere la sua supremazia nella coscienza collettiva (penso all’anti-razzismo, all’immigrazionismo, all’islamicamente corretto ecc..): per evitare il logorio del vittismo moderno, le comunità ebraiche si accaniscono sempre sui “vasi di terracotta”, individuando il capro espiatorio di volta in volta in un delinquente di periferia, un prete lefebvriano, un anonimo blogger o uno storico “negazionista”. Quanto potrà andare avanti questo giochetto ipocrita? Lo sapremo alla prossima Giornata della Memoria, o a quell’altra ancora.

domenica 22 gennaio 2017

Libia: una storia italiana


È da molto che mi piacerebbe scrivere qualcosa di sensato sulla Libia degli ultimi anni, ma oltre all’oscurità che avvolge l’intero scenario, credo che i tempi non siano ancora maturi per affrontare l’argomento con la necessaria freddezza e obbiettività.

È vero che il fatidico “senno di poi” ha già iniziato a riempire le fosse, se due dei protagonisti di quell’impresa, Cameron e Sarkozy, sono stato politicamente (e anche umanamente) annientati dalle rispettive opinioni pubbliche, nonché dai loro stessi apparati politici. Tuttavia mi risulta difficile credere che nelle segrete stanze qualcuno sia realmente dispiaciuto per come si sia conclusa la sortita militare: oggi infatti la Libia e le sue risorse sono ritornate, seppure per mezzo del caos (Ordo ab chao, come si suol dire), sotto la sfera d’influenza anglo-francese, quella entente cordiale che fu nel dopoguerra una costante delle politiche di Londra e Parigi in Nord Africa e nel Medio Oriente. Gli appartenenti ai vari think thank che fornirono la base “intellettuale” all’intervento, infatti ancora oggi giustificano l’uccisione di Gheddafi come unica soluzione possibile per sventare uno “scenario siriano” in Libia, alludendo al fatto che è sempre meglio scatenare una guerra civile piuttosto che avere a che fare un dittatore contrario ai propri “interessi strategici”.

Per valutare gli eventi nella giusta prospettiva, credo che gli storici del futuro (almeno quelli italiani) dovranno tenere in grande considerazione i due volumi recentemente pubblicati da Fasanella e Cereghino, Il golpe inglese (2011) e Colonia Italia (2015). Se queste ricostruzioni del ruolo dei servizi segreti inglesi nell’influenzare l’opinione pubblica e la politica estera dell’Italia, sulla base dei documenti desecretati negli archivi di Kew Gardens, finora non hanno ricevuto l’opportuna attenzione, ciò dipende non solo dall’eventualità che nel nostro Paese siano ancora molti i “clienti” (così li definisco gli inglesi stessi) sul libro paga del Secret Intelligence Service, ma anche dall’attaccamento che il milieu “complottista”, potenzialmente il più interessato a far proprie le scoperte di Fasanella e Cereghino, dimostra verso i suoi teoremi, in particolare quelli sull’onnipotenza della CIA e sulla paranoia dell’auto-attentato (che regge ancora oggi tutta la retorica sulla “Strage di Stato” e la “Strategia della tensione”).

I documenti invece dimostrano esattamente il contrario, cioè che gli americani, nonostante il profondo legame col mondo anglosassone, non privilegiarono istintivamente la politica britannica nel Mediterraneo, anzi diedero il lasciapassare a molte iniziative italiane, anche in funzione anti-francese.

Un intero capitolo di Colonia Italia è dedicato alle reazioni inglesi nei confronti del golpe di Gheddafi (pianificato in Italia) contro la monarchia filo-britannica, un governo che, anche per avversione personale del re Idris verso Roma, aveva impedito il pieno sviluppo delle relazioni commerciali italo-libiche, garantendo ad Albione il controllo della Cirenaica (una regione che dopo il trionfo della linea nazionalistica e anti-britannica di Nasser, aveva assunto «un’importanza strategica vitale», per citare le stesse parole dei servizi).
Anche se molto di quel materiale non è ancora disponibile (lo risulterà forse a metà del nostro secolo), dal poco che abbiamo a disposizione possiamo già intuire perché, un attimo dopo che il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” italo-libico venne stipulato, a Tripoli scoppiò l’apocalisse.

Ricordiamo quell’epoca, che appare ormai secoli lontana, con uno scorcio, offerto dal “Corriere”, del convegno a celebrazione del trattato, tenutosi nell’ottobre 2008 nella sala delle Conferenze Internazionali della Farnesina (del quale peraltro è stata espunta ogni traccia dal sito del Ministero degli Affari Esteri e da quello della Camera di Commercio Italo-Libica).
«Accanto al ministro libico degli Esteri [Mohammed Abdel-Rahman Shalgam] sono seduti Seif al-Islam, primogenito di Gheddafi, e Shukri Ghanem, che presiede la Compagnia Nazionale Libica del petrolio Noc. Tutto attorno all’enorme tavolo rotondo, oltre al padrone di casa Franco Frattini e all’ex ministro Beppe Pisanu, organizzatore del convegno, sedeva infatti il gotha dell’imprenditoria italiana: gli amministratori delegati Scaroni (Eni), Bernabè (Telecom Italia), Profumo (Unicredit) e Moretti (Ferrovie), e Marchionni (Fondiaria-Sai), i presidenti Ponzellini (Impregilo), Abete (Bnl), Gnudi (Enel). Ed è toccato a Gheddafi jr, autentico plenipotenziario del padre, pronunciare le parole più coinvolgenti: “Non parliamo del passato, ma del futuro: gli artigiani italiani tornino in Libia. Tornino i servizi, i bar, le imprese piccole e medie imprese”. E, perché no, Seif sogna anche una cooperazione militare: “Vorremmo vedere forze militari italiane e libiche fare esercitazioni congiunte”»
Alcuni segnali che fossero stati toccati nervi scoperti si possono evincere anche semplicemente osservando le immagini che hanno segnato le tappe della “primavera libica”: le folle di “ribelli” che sventolano la bandiera monarchica, l’assalto al monumento che il rais aveva fatto costruire in memoria dei bombardamenti americani del 1986 (che gli italiani avevano contribuito a sabotare, avvertendo il leader libico in anticipo) e infine l’uccisione quasi “in diretta” di Gheddafi e l’esibizione del suo cadavere, un accanimento che si spiega forse con la volontà di regolare alcuni conti in sospeso.

Molti altri capitoli di questa vicenda devono perciò essere ancora scritti. Di fronte alla constatazione che con gli inglesi è impossibile accordarsi senza l’ombra del ricatto e della coercizione, l’unica speranza resta che le ragioni della cosiddetta “geopolitica” possano sempre prevalere sopra la decadenza e la rapacità di un impero (quello britannico) e sopra l’ignavia e la connivenza di una classe politica (quella italiana).

Transfinancial


Tratto da una storia vera: durante le ultime festività natalizie mi sono recato in uno di quei negozietti di provincia per acquistare una bottiglia di Veuve Clicquot da regalare a un amico; l’ho fatto non per esigenze pratiche (avevo tutto il tempo di andare a comprarlo da qualsiasi altra parte), ma per aiutare il mio prossimo attraverso il sostegno del commercio locale e dunque riportare l’economia al suo alveo naturale, quello della filosofia morale.

La buona impressione prodotta dall’avvedutezza dei metodi di protezione del prodotto, chiuso a chiave in una specie di mobiletto simil legno, si dissipò repentinamente di fronte all’incapacità dell’addetta di individuare il codice a barre sulla confezione. Riconoscendo, di avermi fatto perdere sin troppo tempo, la signora infine mi suggerì di recarmi alla cassa e iniziare a pagare gli altri prodotti, ché lei sarebbe arrivata all’istante. In effetti giunse dopo qualche minuto, consegnando alla sua collega cassiera la confezione di Veuve Clicquot… aperta!
Quel tipo di impacchettatura è fatta apposta per non poter essere richiusa, in base a un principio abbastanza ragionevole: solo i plebei conservano le scatole degli oggetti di valore che comprano (orologi, portafogli, penne, tagliacarte, portachiavi), ma è raro che un plebeo beva champagne, dunque è naturale che la scatola non si possa riaprire e chiudere né per conservarla né tanto meno per assaggiare il prodotto (e poi regalarlo a qualche parente povero).
Con una rabbia sorda trattenuta nell’interiore (anche per l’influenza benefica del clima natalizio), raccolsi la confezione straziata dalle mani della cassiera sforzandomi di mantenere un contegno il meno disgustato possibile. Mentre appoggio il Veuve Clicquot per estrarre il portafoglio e pagare, salta fuori dal nulla un negro (farei torto alla sua negritudine definendolo semplicemente “nero”), uno di quelli che i negozietti di provincia assumono come sorveglianti, il quale, senza dire una parola, afferra la bottiglia in una mano e la scatola nell’altra e si sposta dieci metri più avanti alla ricerca di una cassa chiusa dove esercitare le sue arti taumaturgiche. Non faccio in tempo a raggiungerlo per impedirgli di fare quello che penso sicuramente farà (cioè cercare di richiudere la scatola con la forza) che lui è già lì col sorriso soddisfatto di chi è riuscito a compiere un’impresa impossibile. Cosa avrebbe potuto fare, se non spaccare il bordo della scatola sforzando il meccanismo automatico che è fatto apposta per impedire di richiuderla, come effettivamente ha fatto? Sorpreso dalla mia espressione sconvolta (che probabilmente non è riuscito ancora a spiegarsi) ebbe l’ardire di aggiungere: “Signore, metti un po’ di scotch”.

Ho reagito nell’unico modo non-plebeo possibile: ho pagato senza dire una parola, sono andato a casa, mi sono scolato il Veuve Clicquot e il giorno dopo sono andato a comprarne un altro in un posto migliore (risparmiando persino qualche euro). Chiaramente ho anche deciso di non mettere più piede in quel negozietto, nonostante una volta l’avessi pure eletto come “miglior negozio di vini plebei” quando degli amici polacchi mi chiesero di trovar loro trenta bottiglie di vino rosso a un euro l’una: dal momento che in fatto di beveraggi mi considero un patriota, ho preferito non ridurmi al discount ma mettere assieme qualcosa di decente tra barbera frizzante, freschello (perdono!) e certa roba gaiosa (tanto in Polonia nei ristoranti di lusso si servono vini sudamericani).

Ecco, spero si capisca che per il sottoscritto la distinzione tra plebei e aristocratici non è così netta: se, per esempio, di fronte alla tragedia che ho appena raccontato fossi tornato a casa per sfogliare in lacrime un libretto di Gómez Dávila, allora mi sarei comportato ugualmente da plebeo. Perché è appunto da plebei dedurre la propria superiorità attraverso falsi sillogismi e correlazioni spurie. No, nulla di tutto questo; resta però la necessità di un chiarimento. Non si tratta di un problema secondario, perché a pensarci bene tutto (da Malthus all’olocausto) nasce da qui. Facendola meno tragica: è possibile ipotizzare che qualsiasi pensiero “aristocratico”, nella misura in cui si configura storicamente in antitesi al concetto di “plebe”, scaturisca da una dolorosa esperienza simile a quella da me descritta?

Prendiamo il classico di Ortega y Gasset, La rebelión de las masas: avrei buon gioco a classificare cassiere incompetenti e camerieri maleducati nella categoria di hombre-masa, ma ciò non risolverebbe il problema. Anzi, a dirla tutta una certa indolenza che traspare dall’analisi del filosofo sembra rimandare a qualche episodio spiacevole accaduto in una hall di albergo o in una sala di aspetto. Lo si evince sin dall’incipit:
«Le città sono piene di gente. Le case, piene d’inquilini. Gli alberghi, pieni di ospiti. I treni, pieni di viaggiatori. I caffè, pieni di consumatori. Le strade, piene di passanti. Le anticamere dei medici più noti, piene d’ammalati. Gli spettacoli, appena non siano molto estemporanei, pieni di spettatori. Le spiagge, piene di bagnanti. Quello che prima non soleva essere un problema, incomincia ad esserlo quasi a ogni momento: trovar posto» (La ribellione delle masse, tr. it S. Battaglia - C. Greppi, ES, Milano, 2001, pp. 47-48).
In effetti è tutto il saggio di Ortega a rassomigliare a una lamentazione senza aggancio al concreto, qualcosa tipo “Quell’uomo-massa mi ha pestato un piede, quell’altro mi è passato davanti al caffè…”. Anche la sua definizione di señorito satisfecho, oltre a ribaltare la polemica pariniana, ha davvero ben poco di edificante, soprattutto se paragonata con l’uso che del termine fece Dostoevskij nei Demoni: «Вы атеист, потому что вы барич, последний барич» [“Voi siete ateo perché siete un signorino, l’ultimo signorino.”], intendendo Барич (“barig”) per «uomo viziato, cresciuto nella bambagia e che vive una vita oziosa».

È però vero che Ortega riconosce che una sola persona può essere “massa” e che pure l’aristocrazia è suscettibile di essere asservita a individui chiusi a ogni istanza superiore ed estranei a qualsiasi sforzo di perfezionamento. Tuttavia che ci sia un po’ troppa acrimonia si evince anche da alcuni passaggi semi-malthusiani, come questo: «Sono stati proiettati, a ondate continue, sopra la storia, mucchi e mucchi di uomini con un ritmo così accelerato che non era facile saturarli della cultura tradizionale» (p. 83). Oppure quest’altro, tra le righe ancora più duro: «La degradazione, l’incanaglimento è il modo di vita che rimane a colui che ha negato di essere quel che dovrebbe essere. Ma questo suo autentico essere non muore, bensì si trasforma in un’ombra accusatrice, in un fantasma che gli fa incessantemente sentire l’inferiorità dell’esistenza che conduce rispetto a quella che dovrebbe condurre. Il degradato è il suicida che sopravvive» (p. 129).

Atroce ritratto della commessa di provincia che riversa sul cliente tutta la sua frustrazione per non esser riuscita a diventare ballerina o cantante (o perlomeno tatuatrice). Col senno di poi, avrei forse dovuto urlare in faccia alla “rompitrice di scatole” (in senso letterale) un bel “Ma suicidati!”? Oppure in modo più compito avrei dovuto ricordarle che l’uomo-massa è «incapace di intendere che vi sono missioni particolari» a causa del fatto che, in mancanza di un io, egli è «disponibile a fingere di essere qualsiasi cosa» e poi sbraitare sull’imperio homogéneo de la vulgaridad per concludere con: “Lei è una donna-massa”.

In verità non è lecito affibbiare al povero Ortega simpatie malthusiane, eugenetiche o di ingegneria sociale, dato che egli, come già ricordato, non identificava direttamente la massa con il numero e soprattutto adombrava la possibilità di riastocraticizzare una società estremamente sviluppata dal punto di vista demografico. Ci vuole comunque un grande sforzo, leggendolo, per non farsi prendere da certe tentazioni (vale soprattutto per chi vive in condominio). A dirla tutta basterebbe che le nostre democrazie, così solerti ad esempio nel riconoscere i diritti di un individuo di sesso femminile che si sente imprigionato in un corpo maschile (o viceversa), nutrissero la stessa preoccupazione anche nei confronti delle esigenze di un’anima aristocratica nata in un corpo di plebeo e, perché no, anche quella di un plebeo nato nel corpo di un ricco, provvedendo a trasferire il patrimonio dell’uno nelle tasche di un altro (non è questa una soluzione dal sapore orteghiano?).

Recentemente un tizio americano si è proclamato transfinancial («A rich man born in a poor man’s body», come dice la definizione che mi auguro appaia nel prossimo DSM) e ha promosso una raccolta di fondi a suo favore per poter esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione.
Non era forse ispirato da un’urgenza simile il programma di riforme sociali che gli Stati europei misero in atto nei decenni passati per scongiurare il pericolo di un qualsiasi tipo di guerra? Poi, lo sappiamo, sono arrivati i tecnocratici a stabilire che chi è ricco soltanto dentro deve accettare il proprio destino di povertà (per i casi strani della vita, il principio non vale per il maschio che non vuol vivere nel proprio corpo da maschio).

In conclusione, pur non considerandomi un elitario né un misantropo, ma dovrò prima o poi fare i conti, da transfinancial, col mio problema di identità socio-economica. Non nego che nella plebs si possa essere comunque felici; però nel mio caso è andata così e non so che farci (le soluzioni da fabula fedriana o da commedia all’italiana preferirei rimanessero solo su carta o pellicola).
Questa dissociazione nasce anche dalla presentimento che, seppur non abbia nemici personali (ho avuto poche donne in vita mia), là fuori ci sia “qualcuno” che preferirebbe che io non fossi mai nato, o che vorrebbe almeno farmi sparire il più presto possibile assieme a molti altri rappresentanti della mia classe.

In fondo sono consapevole che pur prendendo lezioni di equitazione e sabrage, resto umanamente più affine al fratello negro che mi ha distrutto la scatola del Veuve Clicquot che non al più mediocre rappresentante della sempiterna razza padrona. Questa presa di coscienza, lo dico senza falsa modestia, mi rende moralmente superiore a tutti i teorici della riduzione della natalità o del Zero Population Growth, che continueranno ad ammantare di scienza le loro fantasticherie soltanto perché qualche plebeo gli è passato davanti mentre salivano su un taxi o un ascensore.

Pensiamo a quei tali Huxley (tutti assieme), pronti a predicare l’esigenza di ridurre drasticamente la prolificità di indiani, africani e cinesi ma poi così generosi nel riprodursi come legione. Gente come questa è nata ricca e non può avere un problema di identità finanziaria, però anche con la certezza assoluta che le loro bocche saranno sempre sfamate provano un certo fastidio nel vedere la plebe brulicare. Questa è una delle peggiori violenze psicologiche nei confronti dei transfinancial: far leva sul loro disturbo per costringerli a tradire la classe a cui appartengono, nell’illusione che essi non faranno mai parte dei “sacrificabili”. Un giorno tutto questo dovrà finire; un giorno anche i transfinancial potranno finalmente vivere la propria vita in pieno equilibrio socio-economico. In fondo, chiediamo soltanto questo.

venerdì 20 gennaio 2017

Donald Trump on a mission from God | Donald Trump in missione per conto di Dio

«[…] What truly matters is not which party controls our government but whether our government is controlled by the people. January 20th, 2017 will be remembered as the day the people became the rulers of this nation again.The forgotten men and women of our country will be forgotten no longer.
Everyone is listening to you now. You came by the tens of millions to become part of a historic movement, the likes of which the world has never seen before.
At the center of this movement is a crucial conviction -- that a nation exists to serve its citizens. Americans want great schools for their children, safe neighborhoods for their families and good jobs for themselves.
These are just and reasonable demands of righteous people and a righteous public. But for too many of our citizens, a different reality exists. Mothers and children trapped in poverty in our inner cities, rusted out factories scattered like tombstones across the landscape of our nation, an education system flush with cash but which leaves our young and beautiful students deprived of all knowledge. And the crime, and the gangs, and the drugs that have stolen too many lives and robbed our country of so much unrealized potential. This American carnage stops right here and stops right now.
[…] We will seek friendship and goodwill with the nations of the world.
But we do so with the understanding that it is the right of all nations to put their own interests first. We do not seek to impose our way of life on anyone but rather to let it shine as an example. We will shine for everyone to follow.
We will reinforce old alliances and form new ones. And unite the civilized world against radical Islamic terrorism, which we will eradicate completely from the face of the earth
At the bedrock of our politics will be a total allegiance to the United States of America and through our loyalty to our country, we will rediscover our loyalty to each other. When you open your heart to patriotism, there is no room for prejudice.
The Bible tells us how good and pleasant it is when God's people live together in unity. We must speak our minds openly, debate our disagreement honestly but always pursue solidarity. When America is united, America is totally unstoppable.
There should be no fear. We are protected, and we will always be protected. We will be protected by the great men and women of our military and law enforcement. And most importantly, we will be protected by God.
Finally, we must think big and dream even bigger. In America, we understand that a nation is only living as long as it is striving. We will no longer accept politicians who are all talk and no action, constantly complaining but never doing anything about it.
The time for empty talk is over. Now arrives the hour of action.
Do not allow anyone to tell you that it cannot be done. No challenge can match the heart and fight and spirit of America. We will not fail. Our country will thrive and prosper again. We stand at the birth of a new millennium, ready to unlock the mysteries of space, to free the earth from the miseries of disease and to harness the energies, industries and technologies of tomorrow. A new national pride will stir ourselves, lift our sights and heal our divisions. It’s time to remember that old wisdom our soldiers will never forget -- that whether we are black or brown or white, we all bleed the same red blood of patriots.
We all enjoy the same glorious freedoms, and we all salute the same great American flag.
And whether a child is born in the urban sprawl of Detroit or the windswept plains of Nebraska, they look up at the same night sky, they fill their heart with the same dreams and they are infused with the breath of life by the same Almighty Creator.
So to all Americans in every city near and far, small and large, from mountain to mountain, from ocean to ocean, hear these words -- you will never be ignored again.
Your voice, your hopes and your dreams will define our American destiny. And your courage and goodness and love will forever guide us along the way. Together, we will make America strong again. We will make America wealthy again. We will make America proud again. We will make America safe again. And yes, together, we will make America great again. Thank you, God bless you, and God bless America. Thank you. God bless America»

[“Ciò che davvero conta non è quale partito sia al governo, ma se il nostro governo è controllato dal popolo. Il 20 gennaio 2017 verrò ricordato come il giorno in cui il popolo ha ripreso il controllo di questa nazione.
Gli uomini e le donne del nostro Paese che sono stati dimenticati non saranno più dimenticati.
Ora tutti vi ascolteranno. Siete venuti a decine di milioni per far parte di un movimento storico, qualcosa che il mondo non aveva ancora visto.
Al centro di questo movimento c’è una convinzione fondamentale, che una nazione esiste per servire i suoi cittadini. Gli americani vogliono scuole eccellenti per i loro figli, quartieri sicuri per le loro famiglie e posti di lavoro decenti per se stessi.
Questi sono le giuste e ragionevoli richieste di un popolo giusto. Ma per troppi dei nostri concittadini, la realtà è diversa. Le madri con i loro figli intrappolati nella morsa della povertà nelle nostre periferie, le fabbriche in disuso sparse come lapidi per tutto il paesaggio della nostra nazione, un sistema educativo nel quale abbiamo investito tanto, ma che lascia i nostri giovani studenti privi di ogni conoscenza. E il crimine, e le gang, e le droghe che hanno strappato troppe vite e tolto al nostro Paese tanto potenziale non realizzato. Questa carneficina americana termina qui e termina proprio in questo istante.
[…] Cercheremo relazioni amichevoli e benevole con le nazioni di tutto il mondo. Ma lo faremo con la consapevolezza che è un diritto di tutte le nazioni mettere al primo posto i propri interessi. Non cercheremo di imporre il nostro stile di vita a nessuno, ma lasceremo che essa risplenda come un esempio per tutti. Brilleremo di una luce che tutti dovranno seguire.
Rafforzeremo le vecchie alleanze e ne formeremo di nuove. E uniremo il mondo civile contro il terrorismo islamico radicale, che verrà sradicato completamente dalla faccia della terra,
A fondamento della nostra politica vi sarà una fedeltà totale per gli Stati Uniti d’America, e attraverso la lealtà al nostro Paese, riscopriremo anche la lealtà reciproca. Nel momento in cui spalanchi il cuore al patriottismo, non c’è spazio per il pregiudizio.
La Bibbia ci dice quanto è buono e quanto è piacevole che il popolo di Dio viva assieme nell’unità. Dobbiamo parlare apertamente, esprimere il nostro dissenso con onestà, ma cercare sempre la solidarietà. Quando l’America è unita, l’America è inarrestabile.
Non ci deve essere alcun timore. Siamo protetti, e lo saremo sempre. Saremo protetti dagli uomini e dalle donne del nostro esercito e della polizia. E, soprattutto, saremo protetti da Dio.
Infine, dobbiamo pensare in grande e sognare ancora più in grande. In America, noi sappiamo che una nazione è viva solo fin quando lotta. Non accetteremo più politicanti che parlano senza agire, che si lamentano ma non fanno niente per risolvere i problemi.
Il tempo delle chiacchiere è finito. Ora arriva il tempo dell’azione.
Non permettete a nessuno di dirvi che non potete farlo. Nessuna sfida può abbattere il cuore e lo spirito combattivo dell’America. Non falliremo. Il nostro Paese continuerà a crescere e a prosperare di nuovo. Siamo all’inizio di un nuovo millennio, pronti a scoprire i misteri dello spazio, a liberare la terra dalle miserie della malattie e a sfruttare le energie, le industrie le tecnologie del domani.
L’orgoglio nazionale rinnovato ci pervaderà, guarderemo in alto e risolvere i nostri dissidi. È il momento di ricordare le sagge parole che i nostri soldati non dimenticano: possiamo essere neri, bianchi o di qualsiasi colore, ma il nostro sangue è rosso come quello dei patrioti.
Tutti noi godiamo della stessa gloriosa libertà, e tutti onoriamo la stessa immensa bandiera americana.
E sia il bambino nato nella periferia di Detroit sia quello nato nelle ventose pianure del Nebraska guarderanno in alto allo stesso cielo notturno, i loro cuori si riempiranno degli stessi sogni e saranno pervasi dal soffio della vita dello stesso Creatore Onnipotente.
Tutti gli americani di ogni città vicina e lontana, piccola e grande, da una montagna all’altra, da un oceano all’altro, sentiranno queste parole: non sarete mai più ignorati.
La vostra voce, le vostre speranze e i vostri sogni segneranno il destino americano. E il vostro coraggio e la bontà e l’amore ci guideranno per sempre lungo il cammino. Insieme, renderemo di nuovo forte l’America. renderemo di nuovo ricca l’America. Renderemo di nuovo orgogliosa l’America. Renderemo di nuovo sicura l’America. E sì, insieme, renderemo di nuovo grande l’America. Grazie, Dio vi benedica e Dio benedica l’America. Grazie. Dio benedica l’America”]

Gentiloni, ce n’est qu’un début… de la fin

Quando Gentiloni si firmava con falce e martello (Ansa)
Paolo Gentiloni Silverj, nella prima conferenza stampa del 29 dicembre, ha voluto citare uno storico slogan sessantottino, Ce n’est qu’un début, continuons le combat (“È solo l’inizio, continuiamo la lotta”), per rivendicare la continuità del suo governo con il “riformismo” renziano (che è solo un’altra declinazione di quello montiano, a sua volta generato dalla letterina della Bce del 2011, che a sua volta ecc..).
Da questo vezzo già possiamo rilevare due elementi costitutivi della forma mentis geniloniana-silverjana: il primo è la rivendicazione diretta del “sessanottismo”, nonostante la redenzione democristiana della maturità, come metodo di governo; il secondo, all’apparenza trascurabile, è la percezione della francofonia come lingua elettiva dell’europeismo.

Della filiazione del sessantottismo di alcuni dei protagonisti dell’attuale stagione politica abbiamo appena discussopossiamo aggiungere che, col senno di poi, quella fase di “praticantato” ha generato la famigerata invasión vertical de los bárbaros di cui parlava Ortega y Gasset. I “barbari verticali” stanno facendo razzia dei diritti e delle conquiste sociali degli italiani effettivamente in nome della “fantasia al potere”.

Cade a proposito una citazione del giornalista de “Il Sole 24 Ore” Fabrizio Galimberti, che in un libretto del 2001 allegato al quotidiano (Euro: come e perché) scrisse che «l’Europa ha realizzato il sogno sessantottino dell’imagination au pouvoir. L’immaginazione al potere ha reso reale il sogno della moneta unica» (p. 30). Dieci anni dopo, lo stesso avrebbe confermato la sua opinione, in un articolo del quale consigliamo la lettura solo ai meno impressionabili: Perché facciamo il tifo per la Grecia nell’euro (“Il Sole 24 Ore”, 27 maggio 2012).

Ora, la fantasia non è sempre una cosa positiva: negli schizofrenici, per esempio, essa si impone sulle facoltà razionali e li porta a confondere la realtà con i propri ghiribizzi, in una terrificante escalation di allucinazioni percettive. Ciò può forse spiegare perché negli ultimi anni alla parola “Europa” hanno corrisposto entusiasmi, deliri e contorsioni mentali che un giorno sarà interesse e dell’antropologia, e –appunto– della psichiatria, analizzare.

La destra se non altro aveva l’alibi del romanticismo politico e della mitologia regressiva per esaltare l’europeismo come valore in sé, mentre la “sinistra” ha voluto prendere in prestito il linguaggio degli avversari senza averne la stoffa. L’impegno per un “sogno” è un modo come un altro per disimpegnarsi, conservando però il vantaggio di occupare una posizione di dominio irresponsabilmente, senza alcuna coerenza (neppure quella ideologica).

Venendo al secondo punto, potrebbe essere interessante approfondirlo se l’Unione non mostrasse preoccupanti segni di cedimento, che sostanzialmente rendono qualsiasi discorso su di essa una perdita di tempo.
Diciamo giusto due parole: un’impressione che ho avuto dagli ultimi quattro governi, quelli più genuinamente “europeisti” in quanto poco sensibili al rispetto della democrazia e dei diritti, è che esista una sorta di alternanza tra filo-tedeschi e filo-francesi. Oppure, per dirla meglio, che tra i vari vassalli quelli con una cultura politica più sviluppata (come Letta e Gentiloni, nonostante l’inconsistenza) guardano naturalmente a Parigi, mentre chi proviene dalla tecnocrazia (Monti) o semplicemente non ha alcuna competenza (Renzi) si trova altrettanto naturalmente subalterno al potere economicamente più forte (Berlino).

Non c’è bisogno di essere teorici del complotto per intuire questa cosa: bastano le storie personali dei soggetti, anche se tra i due quello che può vantare più meriti è sicuramente l’ineffabile Enrico Letta, il quale insegna a Sciences-Po e ha pure la Legion d’onore (altro che Pauvre Belgique!).
Gentiloni invece per ora si è limitato, nelle vesti di Ministro degli esteri, a cedere acque territoriali ai francesi (cfr. “Il Secolo XIX”, “Il Fatto Quotidiano”, “Ansa” e “Repubblica”); tuttavia il suo arrivo al governo promette l’acquisizione di nuovi crediti almeno dal punto di vista politico, se è bastata la sua presenza per sbloccare, come a un segnale convenuto, una serie di iniziative finanziarie italo-francesi (la cessione ad Amundi di Unicredit Pioneer, che gestisce i risparmi di milioni di italiani; la scalata di Mediaset da parte di Vivendi; la fusione Luxottica-Essilor).
È ipotizzabile l’esistenza di una linea “flessibile” (rappresentata ora da Moscovici e Juncker) e una “austera” (i numerosissimi tedeschi ai vertici delle istituzioni europee); lo si è visto anche in concomitanza con l’ennesima crisi greca, nella quale i socialisti, per far rientrare coi crediti le banche francesi, col loro tentativo di mediazione hanno finito per schiacciare Tsipras (probabilmente più insipiente che connivente). Assomiglierebbe, tale dicotomia, alla tecnica del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, se francesi e tedeschi stessero effettivamente dalla stessa parte: ma sappiamo che non è così e che più a lungo dura l’Unione e più la Francia finirà per “meridionalizzarsi”, in barba a qualsiasi grandeur.

Del resto, non credo che agli italiani interessi più di tanto indagare sulle varie “correnti” all’interno del Partito Unico Europeo, così come non interessava a un ungherese o a un polacco dei tempi dell’Unione Sovietica: anche la nostra EURSS, in un modo o nell’altro, è destinata presto a crollare.
Sembra che uno dei pochi a non averlo ancora capito sia proprio Gentiloni (ovviamente assieme alla classe dirigente che rappresenta): i ruggiti di coniglio e i morsi di pecora a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane dimostrerebbero il contrario, se non fosse valido quanto appena detto, e cioè che in questo momento abbiamo un “francofilo” al potere che ha interesse a far la voce grossa contro la Germania. In effetti non esiste solo la sudditanza culturale di chi è senza cultura; esiste anche quello di chi viene da une certaine culture. Ma di questo discuteranno gli storici, se non avranno nulla di meglio da fare. Cher Paolo, ce n’est qu’un début, mais un début de la fin.

mercoledì 18 gennaio 2017

La più bella frase di Osho

A dimostrazione che anche da noi ci sono le vacche sacre:
«Amato Maestro, desidero con molta avidità il denaro. Pensi che, in una vita passata, io sia stato un ebreo?
Suresh, perché in una vita passata? Tu sei un ebreo adesso! Il solo fatto di essere nato in India, in una famiglia hindu, non fa alcuna differenza. “Ebreo” non indica una razza, è un aspetto psicologico, è un aspetto metafisico. Il maharwari è un ebreo – è l’ebreo indiano. Di fatto, chiunque sia avido è ebreo – l’avidità è ebrea
[…] “Ebreo” è soltanto l’altro nome dell’avidità! In questo senso, il mondo intero è popolato da ebrei, fatta eccezione per alcune persone davvero speciali. Quasi tutti sono ebrei! O sei un Gesù o sei un ebreo – sono le uniche alternative. Se non vuoi essere un ebreo, allora devi diventare un Gesù […]».
(Osho, La Saggezza dell’Innocenza. Commenti al Dhammapada, il sentiero di Gautama il Buddha, II, Feltrinelli [Collana “Urra”], Milano 1997, pp. 219-220; ed. or. The Dhammapada. The Way of the Buddha by Osho, 1979)


Jesteśmy Polakami

Un’altra testimonianza dal nostro poeta dialettale preferito, Basti, del quale abbiamo già tradotto qualche capolavoro. Ovviamente non condividiamo i contenuti, è solo a scopo didattico e sociologico, per capire cosa desiderano i giovani (polacchi).


Mamy ojczyznę i wspólny język,
jesteśmy braćmi, łączą nas więzy, krwi
niczego nam nie dano raz na zawsze, my
musimy dbać o naszą matkę Polskę dziś.
Mamy ojczyznę i wspólny język,
jesteśmy braćmi, łączą nas więzy, krwi
niczego nam nie dano raz na zawsze, my
musimy sami toczyć walkę o to, żeby być.

Sami powinniśmy dbać o nasze dobro i
każdy z nas powinien w sobie pielęgnować Polskość,
szanować biel i czerwień, szanować nasze godło,
kochać naszą matkę Polskę i prezentować mądrość.
Mieć honor, godność i nie padać na kolana,
polskie sprawy rozwiązywać w Polsce, inaczej nie wypada.
Polska ma być silna, niepodległa, a nie słaba,
taka niegodna postawa, to naszej ojczyzny zdrada.
Podstawa to czuć przynależność, dumę z pochodzenia,
być Polakiem, sobą niezależnie od otoczenia.
Być niezłomnym jak wyklęci byli i walczyć do końca,
przecież to jest nasz dom, to nasza kochana Polska.
Jesteśmy stąd, tu Polacy rządzą tutaj,
żadnych komisarzy z unii nikt nie będzie słuchał,
żaden z nich nie ma prawa nas pouczać,
patrząc na historię nie rozumiem skąd ta buta.

Mamy ojczyznę i wspólny język,
jesteśmy braćmi, łączą nas więzy, krwi
niczego nam nie dano raz na zawsze, my
musimy dbać o naszą matkę Polskę dziś.
Mamy ojczyznę i wspólny język,
jesteśmy braćmi, łączą nas więzy, krwi
niczego nam nie dano raz na zawsze, my
musimy sami toczyć walkę o to, żeby być.

Kwestia Polskiej demokracji to temat zastępczy,
nie martwcie się o nas tylko o gwałcone niemki,
damy sobie radę sami, was rozliczą niemcy,
chcieliście multi-kulti no to płaćcie za błędy.
Ta cała debata na temat Polski to żenada,
ktoś tu próbuje sobie z Polaków robić jaja,
ktoś tu sobie myśli, że bezkarnie może nas obrażać
Schulz, Polacy to nie Tusk, uważaj!
My mamy tradycję i narodową dumę,
mamy coś czego nigdy nie pojmiesz, nie zrozumiesz!
Jak będzie trzeba patrioci staną murem,
bo mamy tożsamość, kochamy naszą kulturę.
A obywatele świata, to całe lewactwo,
chorą polityką zniszczą każde państwo, bo
brak wartości to ich najwyższa wartość, to
fałszywa moralność, zło.

Zobacz co się dzieje w Niemczech,
zobacz co się dzieje z Francją,
zobacz co się dzieje w Belgii,
zobacz co się dzieje z Anglią,
zobacz co się dzieje w Grecji,
zobacz co spotkało Węgrów,
zobacz co zabija szwecje,
Polacy mają szczęście!!!
Abbiamo una patria e la stessa lingua
Siamo fratelli, uniti da vincoli, dal sangue
Nulla ci è stato dato per sempre, noi dobbiamo prenderci cura della nostra madre Polonia.
Abbiamo una patria e la stessa lingua
Siamo fratelli, uniti da vincoli, dal sangue
Nulla ci è stato dato per sempre, noi
dobbiamo lottare per il nostro diritto a esistere.





Dovremmo prenderci cura di noi stessi,
ognuno di noi dovrebbe coltivare la propria “polaccheria”,
rispettare il bianco e il rosso, rispettare il nostro emblema,
amare la nostra Madre Polonia e agire con saggezza.
Mantenere l’onore, la dignità e non inginocchiarci, i problemi dei polacchi può risolverli solo la Polonia e nessun altro.
La Polonia deve essere forte, indipendente, mai debole,
l’atteggiamento vile è un tradimento della patria.
Alla base di tutto c’è il senso di appartenenza, l’orgoglio delle proprie origini,
bisogna essere polacchi in qualsiasi situazione.

Essere determinati come i “soldati maledetti” e combattere fino all’ultimo,
perché questa è la nostra casa, la nostra amata Polonia.
Siamo nati qui, qui i polacchi comandano,
nessun commissario dell’unione ci starà ad ascoltare,
nessuno di loro ha il diritto di indottrinarci,
guardando alla storia non riesco a capire da dove provenga questa arroganza.

Abbiamo una patria e la stessa lingua
Siamo fratelli, uniti da vincoli, dal sangue

Nulla ci è stato dato per sempre, noi dobbiamo prenderci cura della nostra madre Polonia.

Abbiamo una patria e la stessa lingua
Siamo fratelli, uniti da vincoli, dal sangue
Nulla ci è stato dato per sempre, noi
dobbiamo lottare per il nostro diritto a esistere.



Il problema della democrazia in Polonia è un pretesto,
non preoccupatevi di noi ma delle tedesche stuprate,
noi ce la sbrighiamo da soli, voi occupatevi della Germania,
Se volete la multicultura, allora pagate per i vostri errori.
Tutta la gazzarra sulla Polonia è una pagliacciata, c’è chi vorrebbe ingannare i polacchi, c’è qualcuno che pensa di poterci insultare impunemente
Schulz, i polacchi non sono come Tusk, attento!
Abbiamo tradizioni e orgoglio nazionale,
Abbiamo qualcosa che non puoi toglierci, che non capirai mai!

I patrioti dovranno essere tutti uniti,
perché abbiamo un’identità, amiamo la nostra cultura.
I “cittadini del mondo” sono tutti sinistrorsi,
una politica malata distrugge ogni nazione, perché la mancanza di valore è il loro più grande valore, questo pseudo-moralismo è il male.



Guarda cosa accade in Germania,
guarda cosa accade alla Francia,
guarda cosa accade in Belgio,
guarda cosa accade all’Inghilterra
guarda cosa accade in Grecia,
guarda cos’è successo all’Ungheria,
guarda cosa sta uccidendo la Svezia,
i polacchi sono fortunati!

lunedì 16 gennaio 2017

Nordlicht. L’aurora boreale di Hitler

Adolf Hitler ricavò la sua residenza estiva da un rifugio di montagna bavarese, il Berghof, in modo che dal suo studio al secondo piano potesse osservare l’Untersberg, il massiccio delle Alpi salisburghesi.
Secondo una leggenda, narrata anche dai fratelli Grimm, all’interno della montagna seduto a una tavola riposa il Barbarossa, e una volta che la sua barba avrà fatto il terzo giro attorno a questa tavola, verrà il giorno del giudizio e l’Imperatore si sveglierà per combattere la battaglia finale.

(Veduta dell’Untersberg dal Berghof)
Dalla sua scrivania, attraverso due porte-finestre fiancheggiate dai ritratti dei genitori, Hitler poteva così osservare quotidianamente l’Untersberg e lasciarsi suggestionare dalla visuale: secondo diverse testimonianze, sembra che essa coinvolgesse talmente il Führer da influenzarne persino l’umore.
L’Untersberg poteva infatti apparire, a seconda delle circostanze, minaccioso e apocalittico oppure arcadico e rasserenante. Durante una visita a Salisburgo nel 1992, anche il Dalai Lama ne riconobbe la potenza, giungendo a definirlo un “drago dormiente” e “l’Anahata [il chakra del cuore] d’Europa”.

(Adolf Hitler nel suo studio)
Nelle sue memorie pubblicate nel 1980, Als Hitlers Adjutant, l’ufficiale della Luftwaffe Nicolaus von Below racconta di una sera dell’agosto 1939 (precisamente il 23), in cui il cielo venne illuminato da un’aurora boreale che colorò la montagna di un rosso intenso. Hitler e i suoi ospiti (con loro c’era anche Albert Speer, il qaule raccontò lo stesso evento nelle sue più celebri Erinnerungen) osservarono il fenomeno, eccezionale per la Germania meridionale, dalla terrazza del Berghof. Il Führer lo interpretò come presagio di una guerra imminente, che i tedeschi avrebbero dovuto condurre nel modo più veloce possibile per non seminare più sangue del dovuto.

Non si può di certo affermare che l’idea del Blitzkrieg sia nata da questa impressione; tuttavia il fatto che tale “visione” abbia avuto un’influenza perlomeno sui nomi delle “Operazioni”, lo dimostra il modo in cui vennero battezzare le più importanti: la “Barbarossa” per invadere l’Unione Sovietica e la “Nordlicht” per impadronirsi di Leningrado. La maggior parte degli storici traduce quest’ultima come “Luce del Nord”, quando è noto che tale è il nome con cui i tedeschi comunemente indicano l’aurora boreale (anche von Below nelle sue memorie la chiama così).

Qualcuno, infine, ricorderà come si concluse la vicenda: la Germania perse la guerra, il Berghof venne bombardato dagli inglesi il 25 aprile 1945, e le sue rovine fatte esplodere il 30 aprile 1952, nell’anniversario della morte del Führer.

(fonte)