martedì 31 gennaio 2017

Congo, un grande protagonista del Novecento


Quando si parla di arte contemporanea, uno dei nomi che stranamente viene sempre taciuto è quello di Congo (1954–1964), lo scimpanzé che ha firmato alcuni grandi capolavori del Novecento.
Il giovane artista venne scoperto a metà degli anni ’50 dal pittore surrealista Desmond Morris che, riconoscendo nella scimmia capacità superiori alle proprie, decise di fargli da mentore. 


Dopo esser diventato protagonista assoluto dello show televisivo “Zootime” (presentato dallo stesso Desmond Morris dallo zoo di Londra), Congo ebbe la possibilità di organizzare la prima mostra ufficiale nel 1957, grazie al sostegno dell’Institute of Contemporary Arts.
Di fronte alle sue opere, Salvador Dalí affermò che “la mano di questo scimpanzé sembra quasi-umana, mentre quella di Jackson Pollock è totalmente animale”.
In un’asta del 2005, tre dei suoi capolavori sono stati acquistati per 26.000 dollari da un collezionista americano.


Come tutti i protagonisti di quella grande stagione (il già citato J. Pollock, Franz Kline, Rothko, Arshile Gorky) anche la carriera di Congo si interruppe tragicamente: non per incidente, non per alcolismo, non per suicidio, ma per tubercolosi (il che rende la sua morte per certi versi più “artistica” delle altre).

lunedì 30 gennaio 2017

omisiones imperdonables


La ristampa Einaudi della traduzione di Franco Lucentini di Finzioni (1955) contiene un curioso omissis nelle prime righe del “Pierre Menard”:
«…Sono pertanto imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpetrate da Madame Henri Bachelier in un elenco ingannevole che un certo giornale la cui tendenza protestante non è un segreto per nessuno, ha avuto la sconsiderazione di presentare ai suoi deplorevoli lettori».
Qui manca qualcosa. Nell’originale questi “deplorevoli lettori” vengono descritti in modo più esaustivo:
«…Son, por lo tanto, imperdonables las omisiones y adiciones perpetradas por madame Henri Bachelier en un catálogo falaz que cierto diario cuya tendencia protestante no es un secreto ha tenido la desconsideración de inferir a sus deplorables lectores — si bien estos son pocos y calvinistas, cuando no masones y circuncisos».
Adelphi, nella sua edizione del 2003 (a cura di A. Melis), traduce correttamente:
«…Sono, per questo, imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpetrate da Madame Henri Bachelier in un catalogo menzoniero che un certo quotidiano la cui tendenza protestante non è un segreto ha avuto la sconsideratezza di infliggere ai suoi deplorevoli lettori – anche se costoro sono pochi e calvinisti, se non massoni e circoncisi».
Ci si augura che i deplorevoli lettori abbiano almeno apprezzato l'impredonabile omissione.

Bausani


Even if Alessandro Bausani is, among other things, one of the greatest italian polyglots, he hasn't a Wiki page in English (but you can find translations in Esperanto, German, Russian - and Тоҷикӣ, of course). In order to avenge this injustice, here a short but appassionate description from one of his friends:
«My life in the first decades is related in many ways with Alessandro Bausani's life. His family lived on the third floor and mine on the fourth of a building in Rome. They told me that when Alessandro was ten he saw my mother reading newspapers in Arabic language ("Al Ahram" from Cairo, and other Lebanese and Syrians newspapers) and asked her: "Ma'am please teach me Arabic!".
With low expectations, my mother began to give him lessons. Alessandro learned Arabic very quickly as he did later with other thirty languages. He spoke perfectly all European languages (including Basque) and after Arabic he learned Persian, Urdu, Pashto, Turkish, Malay, Chinese, Esperanto.
During WWII he spoke in Persian on Radio Rome. He was 21 years old and nobody could believe that he wasn't Iranian. His Iranian friends give him a nickname, "Iskhander Khorasani", because his way of speaking was similar to the Khorasan accent.
As a teenager he had invented a language, "Markusko", who followed the same evolutions of real languages (he wrote a book in German about his artificial language, Geheim- und Universalsprachen). He used "Markusko" in a game of world politics created by our sisters.
[...] When I was 17 he taught German to me - and in a year he took me to a level that I could begin to make technical translations.
When I was thirty I studied a little bit of Russian and Alessandro challenged me to speak Russian by replacing all the vowels with "a" or "i".
[...] Alessandro's grandfather was an illiterate peasant from Central Italy. This detail completes the extraordinary portrait of a modest and peerless man. Some sides of his personality were irritating, but everything had to be forgiven because there is no doubt that the world now is different (and better) due to the fact that a man like Alessandro Bausani existed and left deep marks in the minds of many of us».
(Roberto Vacca, Alessandro Bausani, "Il Crocevia", 10 March 2012)

domenica 29 gennaio 2017

Le béton consacré


[Di seguito qualche nota in francese sulla celebre “chiesa a cubo” di Fuksas: visto che da quelle parti l’architetto è abbastanza conosciuto, mi sembrava importante far sapere che il suo capolavoro è diventato... un centro sportivo. La notizia sfortunatamente è stata data solo dalla stampa locale, “Foligno Oggi” e “Foligno Sport”. In realtà la chiesa, al cui interno le funzioni si svolgono ormai raramente a causa delle temperature insopportabili, continuerà a mantenere il suo status, anche se attorno i ragazzini hanno già iniziato a giocare a basket...]

*

Le 5 juin 1929, Le Corbusier écrivait à Mme de Salle, pour lui annoncer qu’il renonçait à poursuivre l’étude d’une église que cette bienfaitrice lui avait confiée à Tremblay, près de Paris (cf. Royan 2003. Renouveau de l’architecture sacrée à la reconstruction, Éd. Du Caue 17, 2004):
« Nous voulions vous dire le résultat de nos réflexions au sujet de l’église. Et tout d’abord vous demander ce que pensait l’archevêché de notre existence en cette affaire. Nos réflexions nous ont conduit à admettre qu’en toute sincérité, qu’en toute conscience, nous ne pouvions construire une église catholique : ceci pour 2 raisons. La première, c’est que si l’on veut respecter le culte catholique et ses traditions, on ne peut avec le béton que “moderniser” une tradition préexistante. Et cela nous est pénible, car nous aurions à créer des organismes neufs basés sur des problèmes d’esprit neufs. La seconde, c’est que, si nous suivons la voie qui nous est chère, nous pensons à créer un lieu de méditation. Et nous avons établi une étude de principe sur ce thème, et nous avons une solution qui nous satisfait. Or, dans un tel cadre, les objets de culte catholique apparaissent paradoxaux.
Mais plus encore, l’attitude d’un tel bâtiment, si en dehors des problèmes habituels contemporains, est si inattendue, si nouvelle, que nous sommes persuadés de provoquer l’étonnement, la protestation, la violence.
Et nous vous entraînerions dans une polémique, une aventure, pleine des violences toujours provoquées par les innovations. Et combien fort lorsqu’il s’agit d’une religion en quelque sorte canonique.
Vous voyez que c’est l’essence même du vif intérêt que nous avons apporté à ce problème, qui nous conduit à cette attitude négative »
C’est une bonne présentation de l’Église Saint-Paul à Foligno, conçue par Massimiliano Fuksas (images: Google Street View ; cliquez pour agrandir):

 





Malheureusement, le bâtiment n’est pas utilisable pour célébrer la messe, car il n’est pas possible de fournir le chauffage à ce gigantesque cube de béton armé (en hiver à l’intérieur il fait un froid glacial). Les prêtres ont décidé de déplacer toutes les fonctions religieuses dans la salle de la paroisse afin d’empêcher le départ massif des fidèles, qui ont déjà surnommé l’église « le congélateur ».
Pour résoudre définitivement le problème, selon la presse locale l’église sera transformée en un « centre sportif » (les garçons ont déjà commencé à jouer au basket) :

sabato 28 gennaio 2017

Il piagnisteo greco


Dal momento che la maggior parte dei visitatori giunge da questi parti a causa della mia recensione a La lingua geniale di Andrea Marcolongo, preferirei “dirottare” gli interessati verso un’analisi decisamente più approfondita, Greco, ragione e sentimento (“Macaronea”, 26 gennaio 2017), che demolisce il volume limitandosi al tema di cui in effetti vorrebbe trattare (il greco antico, appunto).
Non che non c’avessi pensato, ma non volevo fare la solita figura da ultracrepidario, perciò mi sono limitato ad analizzare il libro dalla sola prospettiva che mi compete, quella della tuttologia.

In ogni caso, se La lingua geniale mi ha fatto passare non solo la voglia di vivere, ma anche quella di avvicinarmi al greco antico, la recensione di Macaronea invece ha rinnovato la mia curiosità nei confronti della materia (in particolare per la diatesi media e le desinenze attive dell’aoristo passivo). Prima o poi dovrò mettermi a studiarla seriamente, anche perché la pronuncia itacistica (ché io conosco solo il greco moderno) fa davvero ridere i polli, nonostante sia attualmente l’unica che il mio orecchio pare gradire (mentre trovo cacofonica e ridondante l’erasmiana/etacistica, ma ovviamente si tratta di un problema soltanto mio – non cominciamo coi “marcolonghismi”!)

Se quindi siete studenti e avete qualche dubbio, per favore evitate di chiedere a me che non so niente dalla nascita (il mio unico titolo di studio è il battesimo), ma rivolgetevi direttamente a Macaronea, che essendo un insegnate sarà sicuramente esperta nell’arte di sfanculare un educando con eleganza e senza farglielo capire.

Ciò che invece posso offrirvi è solo una spiegazione ipotetica del perché il libro abbia così grande successo e venga “pompato” (absit iniuria verbis) ad arte.
Esistono a mio parere due ordini di motivazioni, uno culturale e uno politico.

Quello culturale è strettamente collegato al dibattito sull’insegnamento del greco nei licei italiani, al quale la Marcolongo contribuisce fornendo paradossalmente più pretesti ai sostenitori dell’abolizione che non a quelli della conservazione. Infatti, l’esaltazione della “genialità” del greco, che non è dimostrata ma solo presupposta, implica come conseguenza l’inutilità di insegnarlo nelle aule scolastiche, poiché proprio attraverso le sue qualità intrinseche esso riuscirebbe a imporsi come materia di studio (non sappiamo se come svago pomeridiano o in altre forme).
Francamente non sarei così fiducioso: tale argomento venne utilizzato anche nei confronti dell’insegnamento obbligatorio del latino, ma col senno di poi possiamo accorgerci di tutta la sua aleatorietà.

In ogni caso, non è proibito credere che il greco abbia un “qualcosa in più” rispetto a qualsiasi altra lingua: anch’io, in maniera altrettanto velleitaria, gli riconosco una sorta di “icasticità naturale” (?), dovuta al fatto che la cultura ellenica è stata una delle prime a credere fino in fondo nel potere della parola. Tuttavia sono cose che tengo per me, o alle quali dedico il tempo che meritano, con la consapevolezza che la cultura alla quale appartengo influenza enormemente la mia percezione. Se proprio dobbiamo confessarcelo, il dialetto ionico-attico appare “geniale” solo a chi si considera culturalmente suo erede, così come i nazionalisti tamil o i malgasci credono che il lemuriano o il proto-malaïque siano le lingue primordiali dell’umanità: la verità è che noi studiamo il greco antico non per una sua intrinseca “genialità”, ma soprattutto –se non quasi esclusivamente– per (sto per dire una parolaccia) tradizione. Dobbiamo essere “laici” da questo punto di vista e non raccontarci storielle come quelle della Marcolongo, che per rafforzare le sue opinioni insinua che categorie come l’aspetto verbale o il modo ottativo siano presenti solo nell’idioma di Platone e Pericle.
Fatte circolare in queste modalità, certe tesi destano più di un sospetto. Non vorrei ci trovassimo di fronte all’ennesima forma di liberismo camuffato sotto le rassicuranti spoglie dell’industria culturale. Posso pure ammettere la buona fede da parte della Marcolongo, ma quando si dà un megafono a qualcuno per fargli dire, per esempio, che “il greco antico dovrebbe essere insegnato meglio (o in modo più appassionato)”, di solito non ci si aspetta come conseguenza l’assunzione di insegnanti più preparati (o più simpatici e belli, come volete), oppure l’incremento delle ore dedicate alla materia: più verosimilmente, invece, ci si attende che il greco venga abolito e quelli che lo insegnano declassati o licenziati.

Faccio questo discorso soprattutto alla luce dell’altro ordine di motivazioni, quello politico. Lo ripeto per l’ennesima volta: la pagina conclusiva de La lingua geniale, nella quale la Marcolongo auspica che i greci rinuncino alla loro eredità culturale per diventare “europei” (o “più europei”), inficia qualsiasi possibile contributo positivo del libro.
Tale controversia si inserisce poi in un secondo Kulturkampf, non più confinato nell’ambito italiano, ma esteso all’intera Unione: è una questione che si potrebbe affrontare da miriadi di prospettive, ma limitiamoci alla cronaca spicciola. Per giustificare la distruzione della Grecia, le agenzie culturali “europee” avanzano con sempre più insistenza l’idea che quel Paese brutto sporco e cattivo non abbia alcun legame con gli “ariani onorari” Omero, Platone e Pericle.
Il punto di non ritorno della polemica è stato segnato da un articolo apertamente razzista della “Welt” (giornale legato alla CDU di Angela Merkel), Griechenland zerstörte schon einmal Europas Ordnung, pubblicato l’11 giugno del 2015, durante l’ultimo scontro (prima della capitolazione) tra Atene e Bruxelles: in esso si sostiene che i greci di oggi sono soltanto un “incrocio tra slavi, bizantini e albanesi” (eine Mischung aus Slawen, Byzantinern und Albanern) e che dunque l’Europa a loro non deve proprio nulla (è una vecchia ossessione tedesca, l’idea che la Germania sia la vera erede dell’antica Grecia).
Come a segnale convenuto, anche in Italia cominciarono a risuonare certi discorsi imbarazzanti: il 13 luglio sul “Corriere” Umberto Curi sostenne con veemenza che è un “falso storico” definire la Grecia “culla della democrazia”, e una settimana dopo, sullo stesso giornale, Giuseppe Galasso ripeté la lezione tedesca: «La Grecia di oggi ha in comune con quella [di Pericle] solo la lingua e l’alfabeto. La Grecia di oggi è figlia, invece, di una diecina di secoli bizantini e di quattro o cinque secoli di regime turco-ottomano» (La Grecia mediterranea è più turca che classica, “Corriere”, 20 luglio 2015).
Gustiamoci, en passant, il paradosso: Galasso sostiene che la Grecia di oggi con quella di Pericle ha in comune solo la lingua e l’alfabeto, quindi dovrebbe rinunciare alla propria eccezionalità culturale perché troppo leggera; la Marcolongo invece sostiene che la Grecia di oggi, avendo in comune con quella di Pericle la “lingua geniale” (a suo dire il non plus ultra della grecità), proprio per questo dovrebbe rinunciare alla propria eccezionalità culturale perché... troppo pesante!

Si tratta solo di un esempio della tendenza attuale. In ogni caso, a me sembra che alla fin fine i due ordini di motivazioni (culturale e politico) siano collegati. Può apparire come un discorso “complottista”, ma a mettere assieme i tasselli tout se tient: da una parte, si invoca una “sublimazione” dell’insegnamento del greco antico, suggerendo che una sua trasmigrazione dagli angusti banchi di scuola ai luminosi schermi di Rai Tre potrebbe finalmente “valorizzarlo” come merita; dall’altra, si afferma che i greci invece di gongolare per la loro “lingua unica e straordinaria” dovrebbero invece “liberarsi dal loro passato” (cito testualmente la Marcolongo). Come si conclude tutto ciò? Che il greco viene abolito pure in Grecia! È chiaro, no?

Chiudiamo perciò con la nostra immensa Ελλάδα, umiliata e martoriata. A chi parla di un popolo senza nazione, posso solo rispondere con la lettera della pettinatrice Dimitra Tsatsou, fucilata dai nazisti a 23 anni per rappresaglia.

3 Μαρτίου 1944
Πιάστηκα και ασφαλώς σήμερα - αύριο θα με εκτελέσουν.
Έτσι δείχνουν τα πράγματα.
Κι όμως θέλω να σας το κρύψω μανούλα και αδελφούλες πως θα χωριστούμε για πάντα.
Θέλω όσο ζω να ελπίζετε, ακόμα κι αν εγώ δεν ελπίζω για τον εαυτό μου.
Αγαπημένες μου φίλες, συντρόφισσες στον αγώνα για την ελευθερία, πεθαίνω άξια και τιμημένα σαν Ελληνίδα και χάνετε μια συντρόφισσα πιστή. Όμως μη λυπάστε. Άλλες θα ξεφυτρώσουν μετά το θάνατο μου, χιλιάδες.
Μανούλα χάνεις μια κόρη που δεν σου ανήκε, γιατί ανήκε πριν απ' όλα στην Ελλάδα.
Με το θάνατο μου γίνονται, κόρες σου όλες οι κόρες της Ελλάδας κι εσύ γίνεσαι μάνα όλου του κόσμου και όλων των λαών που πολεμούν για τη λευτεριά, τη δικαιοσύνη και την ανθρωπότητα.
Είμαι υπερήφανη, ποτέ δεν περίμενα τέτοια τιμή να πεθάνω εγώ, ένα φτωχό κορίτσι, του λαού για ιδανικά τόσο ωραία και υψηλά.
Είμαι βέβαιη πως δεν θα αισθανθώ φόβο μπρος στο εκτελεστικό απόσπασμα και θα σταθώ αλύγιστη, όπως στάθηκα στη ζωή.
θα ήθελα η εκτέλεσίς μου να γίνει σ' ανοιχτό χώρο για να ρίξω μια τελευταία μου ματιά στον Όλυμπο και στα βουνά όπου κατοικεί η αξία κι η ελπίδα της Ελλάδας.
Στον τάφο μου φέρνετε, όταν μπορείτε, κόκκινα λουλούδια. Τίποτ 'άλλο.
Και χτυπάτε με κάθε μέσον τη βαρβαρότητα.
Σας φιλώ γλυκά όλους.
Δήμητρα
3 Marzo 1944
Io fui presa e sicuramente oggi o domani mi giustizieranno. Così indicano le cose. Eppure voglio nascondervi, mammina e sorelline, che saremo separate per sempre. Voglio finché sono viva che voi speriate, anche se io non spero per me stessa. Amiche mie care, compagne nella lotta per la libertà, muoio degnamente e con onore come una greca, e perdete una compagna fedele. Però non vi addolorate. Altre germoglieranno dopo la mia morte, migliaia.


Mammina, perdi una figlia che non ti apparteneva, perché apparteneva prima di tutto alla Grecia. Con la mia morte diventano figlie tue tutte le figlie di Grecia, e tu diventi mamma del mondo intero, di tutti i popoli che combattono per la libertà, la giustizia e l’umanità.
Sono orgogliosa, mai avrei aspettato simile onore, di morire io, una povera ragazza del popolo, per ideali così belli e alti. Sono certa che non sentirò paura innanzi al plotone, e che starò inflessibile come lo sono stata nella vita.
Vorrei che la mia esecuzione avesse luogo all’aria aperta, per volgere il mio ultimo sguardo all’Olimpo e ai monti ove soggiorna il valore e la speranza della Grecia.

Alla mia tomba portate, quando potete, fiori rossi. Null’altro. E battete con ogni mezzo la barbarie.
Vi bacio tutti dolcemente
Dimitra

Questa è la nazione che la Marcolongo non vuol vedere.

Un suggerimento, infine, ai liceali costretti a comprare il libro: dopo aver fatto finta di leggerlo, mettetelo da parte e procuratevi un bel Bignami (per fortuna li stampano ancora). Perché il dovere di studiare il greco vi offre comunque il diritto di odiarlo con tutto il cuore, almeno fino a quando anche qui non passerà la tesi pseudo-russoviana che «per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino, bisogna soprattutto conoscere Giovannino» (dove Giovannino verrà però sostituito da Meteco, non solo per licenza poetica).

Per il resto, colgo l’invito di un lettore a lasciar cadere una coltre d’oblio sul volume in questione. De hoc satis (a meno che non ne scriva uno pure sul latino…).

venerdì 27 gennaio 2017

Shoah: una memoria (in)finita

Palinsesto televisivo di oggi (dal “Corriere”)
Il “Giorno della Memoria” sta per concludersi e chiudiamo anche noi con qualche considerazione finale.

La prima deriva da un’impressione personale: sbaglio o quest’anno la “Giornata” è trascorsa un po’ sottotono? Voglio dire, nessuna gogna per il cattivone di turno (storico revisionista, antisemita “del web”, critico di Israele), niente sovraesposizione mediatica dei rappresentati delle comunità ebraiche (anche dovuto alla dipartita del gaffeur di professione Pacifici); solo qualche leggera modifica dei palinsesti per renderli ancora più jew-friendly.
Cos’è successo? La risposta mi sembra tanto amara quanto semplice: Israele ha vinto. Non c’è più bisogno di premere troppo sul vittimismo delle opinioni pubbliche italiane ed europee, dal momento che ormai siamo tutti convinti (consapevolmente o meno) che i problemi di Israele sono i nostri problemi.
Fino a pochi anni fa la situazione era diversa: la Palestina si portava su tutto (ricordate le kefiah e le bandiere?) e molti consideravano Israele una parte del problema mediorientale e non di certo la sua soluzione (come emergeva da certi sondaggi imbarazzanti, che poi hanno smesso di fare).
Tuttavia in questi anni ’10 del nuovo secolo, molto è cambiato: le primavere arabe e la guerra civile in Siria hanno definitivamente separato la causa anti-imperialista da quella anti-sionista; gli attentati in Europa hanno consentito a Israele di accreditarsi come “modello” per la gestione delle minoranze arabe; infine, il ritorno sulle scene dei curdi, da sempre pupilli di Israele, ha permesso di dimenticare la tragedia palestinese senza troppi sensi di colpa.
Gli ebrei italiani non hanno avuto neppure bisogno di organizzare il teatrino dell’anno scorso contro l’Iran: ormai la “linea” è passata.

La seconda riflessione è più generale e riguarda la Memoria (ipostatizziamo tutto con la maiuscola, così è più semplice): erroneamente essa viene oggi considerata la forza che regola la Storia, quando invece è risaputo essere l’Oblio a governare il tutto. Si tratta di una considerazione tragica, anche se non saprei dire di quale tipo di tragicità (Hegel avrebbe detto quella greca, visto che nel suo antisemitismo negava alle tragedie ebraiche ogni consistenza).
Con queste cerimonie pubbliche si vuol fare della Shoah un evento metastorico, al di sopra e al di là della Storia; è un tentativo disperato di procrastinare l’inevitabile esclusione dell’olocausto ebraico della supremazia nella Memoria.
Tuttavia, una volta che anche i riti collettivi avranno esaurito la loro energia, si dovrà per forza passare alle “maniere forti”.
Finora ne abbiamo avuto un’avvisaglia, nei tentativi di reintrodurre il reato d’opinione attraverso quei provvedimenti “contro il negazionismo”. È una deriva allarmante, della quale mi occupo spesso, nonostante non sia così ingenuo da credere a una libertà di ricerca assoluta e indipendente da ogni contingenza: semplicemente, penso si tratti di una distorsione dei principi che, bene o male, tutti abbiamo accettato.

Senza troppi giri di parole: se io volessi scrivere un libro per dimostrare che Gesù Cristo è un fungo allucinogeno, come fece John Marco Allegro nel 1970, potrei farlo senza essere indagato, processato, arrestato. Se volessi invece affrontare una tematica come la Shoah con gli stessi metodi (quindi descrivendola come un’allucinazione collettiva), finirebbe malissimo.
Forse l’esempio può sembrare estremo, ma per rimanere coi piedi per terra, con le leggi anti-revisionismo vigenti oggi in Paesi come Francia e in Germania, da quelle parti rischierebbe la galera anche chi compilasse uno studio sull’olocausto escludendo dalle fonti le testimonianze dei sopravvissuti. Potrebbe essere interpretata come una manipolazione? Certamente; ma ad ogni modo non sarebbe lecito rispondere con un paio di manette.
Non è insomma accettabile (e mai lo sarà) considerare il revisionismo come un crimine, dato che, tra le altre cose, persino la stessa ricerca sulla Shoah ha potuto trarne un indiretto giovamento (almeno fin quando era lecito), depurandosi di quelle incrostazioni mitiche effettivamente create dalla propaganda di guerra (come, per esempio, la leggenda dei cadaveri degli ebrei utilizzati per fabbricare saponette, bottoni, carne in scatola e coprilampade – che tuttavia viene ancora ripetuta in alcuni testi divulgativi –).

Il rischio più grande è che, associando continuamente al “Giorno della Memoria” la necessità di repressione, si finirà prima o poi per resuscitare quelle liturgie novecentesche contro le quali tali iniziative vorrebbero invece rappresentare un’antitesi o addirittura una “cura”.
Non vorrei si creasse poi un cortocircuito con la frastornante propaganda a favore dello Stato di Israele, che viene sempre propinata invalidando la potenziale universalità della “Memoria”, perché (è sgradevole ricordarlo) un “culto dei martiri” peculiare alla propria natura è sempre stato una delle condizioni di possibilità del fascismo come finora lo abbiamo conosciuto.

Oscar Gold, il film più triste sull’olocausto

Tra le tante pellicole sulla Shoah che verranno trasmesse nel “Giorno della Memoria”, consiglio a tutti la visione di Oscar Gold, definito dalla critica “il film più triste di tutti i tempi”.
È la storia di un ragazzino ebreo mentalmente ritardato e affetto da alcolismo, che nella Polonia del 1939 trova il coraggio di affrontare la vita grazie all’amicizia con un cagnolino, il quale per disgrazia morirà prematuramente.


Sì, questa cosa avrei potuta risparmiarmela (almeno oggi), ma in realtà la polemica ci può stare. Non contro il filone olocaustico in sé (che, oltre ad averci regalato dei capolavori, ci ricorda quanto sono cattivi i tedeschi), ma contro questa specie di “licenza di antisemitismo” che viene conferita a certi “intoccabili”.
Oscar Gold è infatti uno spezzone tratto da un episodio (“Tearjerker/Strappalacrime”) del cartone animato americano American Dad!, trasmesso regolarmente durante le ore pomeridiane da Mediaset (Italia 1) e Sky (Fox). Assieme all’altra serie animata, I Griffin, ideata dallo stesso autore, è forse l’unico programma in onda sulla tv italiana in cui si possono sentire battute apertamente antisemite: gli ebrei vengono ritratti secondi i peggiori stereotipi, affamati di soldi, poco dediti all’igiene personale, affetti da migliaia di nevrosi e dal carattere insolente e arrogante. Anche la Shoah viene spesso ridicolizzata attraverso i suoi simboli più significativi (per esempio Anna Frank).

Ora, certe cose potrebbe pure essere adatte a un pubblico americano, ma in Italia non hanno molto senso, considerando quanta attenzione è posta dalle nostre comunità ebraiche nel censurare qualsiasi forma di antisemitismo.
Non vorrei che questo silenzio un po’ sospetto fosse dovuto a una sorta di conformismo, che impedirebbe di scagliarsi contro taluni per non apparire “bigotti”.
Come si può facilmente intuire, il primo bersaglio di questi cartoni resta il cristianesimo, che viene oltraggiato in modo ancora più crudele dell’ebraismo. È chiaro che oggi i cattolici non possono (e non vogliono) dire nulla contro chi si fa beffe di Cristo: ma l’Ucei, essendo autorizzata a criticare qualsiasi cosa, potrebbe finalmente prendersela non con il solito capro espiatorio (magari già preventivamente lapidato dalla stampa), ma contro qualche avversario decisamente più scomodo da affrontare.
D’altronde il gesto non condurrebbe in automatico alla censura, che in fondo non è nemmeno necessaria (quella la riserviamo solo agli storici revisionisti o ad Ariel Toaff), ma in sé sarebbe apprezzabile, perché dimostrerebbe la volontà di vivere in una società più giusta e tollerante verso tutti, e non semplicemente dominata dai professionisti del vittimismo.

“Ma smettila, ma lasciami parlare, piantala!” (Bettino Craxi)

«Ma chi è quello là sopra? Ma chi è? Onorevole Martino, la prego!»
«Onorevole Berselli, il Presidente del Consiglio ha diritto di parlare!»
«Ma smettila, ma lasciami parlare, piantala!»
«Onorevole Baghino! Onorevole Berselli, la richiamo all’ordine!»
Una volta (non molto tempo fa, 1985) li trattavamo così. Oggi invece sono loro* gli unici autorizzati a parlare:

«Vedete, io contesto l’uso della lotta armata all’OLP non perché ritenga che non ne abbia diritto, ma perché ritengo che la lotta armata non porterà a nessuna soluzione. Sono convinto che lotta armata e terrorismo non risolveranno il problema della questione palestinese. L’esame del contesto mostra che lotta armata e terrorismo faranno solo vittime innocenti nel corso di questo tentativo di lotta armata, ma non risolveranno il problema. Non contesto però la legittimità, che è cosa diversa.
Quando Giuseppe Mazzini, nella sua solitudine, nel suo esilio, si macerava nell’ideale dell’unità ed era nella disperazione per come affrontare il potere, lui, un uomo così nobile, così religioso, così idealista, concepiva e disegnava e progettava gli assassini politici. Questa è la verità della storia; e contestare ad un movimento che voglia liberare il proprio Paese da un’occupazione straniera la legittimità del ricorso alle armi significa andare contro alle leggi della storia. Io dico una cosa, io dico che l’OLP…
Si contesta quello che non è contestato dalla Carta dei principi dell’ONU: che un movimento nazionale che difenda una causa nazionale possa ricorrere alla lotta armata».
* A scanso di equivoci: “loro” sono quelli che impediscono qualsiasi ragionamento razionale su Israele (come quello di Craxi, il cui preambolo era solamente retorico e funzionale al dialogo tra le parti in conflitto) con ogni mezzo possibile, compresi schiamazzi, urla e scenate isteriche.

giovedì 26 gennaio 2017

Italian ads of recent decades

This small selection may be helpful to understand the changes taking place in the country:

Il Corriere è un giornale serio (FAKE NEWS ALERT)

Chiedo scusa ai lettori per il titolo, ma ho avvisato subito che si tratta di una bufala: no, il Corriere non è un giornale serio. Per rendersene conto, basterebbe aprirne una copia in un giorno qualsiasi, anche se oggi forse si sono superati. Infatti sono riusciti a pubblicare un articolo contro le cosiddette “fake news” accanto a un pezzo che spaccia per vera una bufala su Trump:

(cliccare per ingrandire)
Vediamo infatti a pagina 13 la reprimenda del più intelligente e preparato dei giornalisti italiani, Beppe Severgnini (peccato sia così umile, altrimenti sarebbe anche il più perfetto degli uomini) contro i siti dichiaratamente satirici ma che in realtà non sembrano tali perché ospitano pubblicità di American Express e Vodafone, le quali (parole sue) «con la loro presenza, finiscono per accreditar[li]» (“Aiuti da Donald” e mille altre bufale: come arginare le fake news?).

Come soluzione, l’acuto Severgnini propone di educare il pubblico. Non sappiamo se attraverso campi di educazione creati allo scopo, ma ad ogni modo crediamo che la prima “allieva” dovrebbe essere la sua collega Viviana Mazza, che a pagina 12 imbastisce un sermone pseudo-femminista sulla falsa notizia che durante la cerimonia d’insediamento Trump avrebbe “sgridato” la moglie Melania (“Il linguaggio del corpo? È da ostaggio”. L’appello sui social: #LiberateMelania).

(cliccare per ingrandire)
In realtà si tratta di un video che il “Corriere” aveva già pubblicato due giorni fa (accompagnato pure da una “fotogallery”), una sequenza montata in modo che sembri che Melania Trump sia rimasta offesa da un commento sgarbato del marito, e non che invece abbia iniziato a sorridere mentre lui si è girato e abbia poi smesso per motivi sui quali è abbastanza superfluo indagare (del resto era l’istante in cui Franklin Graham, il figlio del celeberrimo Billy, stava recitando una preghiera per la nuova presidenza: come si vede dal video originale, anche gli altri astanti si fanno improvvisamente più seri).

Leggiamo giusto le prime righe del contributo della Mazza (risparmiandoci il resto):
«Melania è raggiante alle spalle del marito. Poi lui si volta, le dice qualcosa. E lei all’improvviso abbassa lo sguardo e smette di sorridere. Questo breve episodio, registrato dalle telecamere durante la cerimonia di insediamento di Trump, è ormai celebre: l’espressione sul vito della first lady è bastata a far lanciare l’appello “Free Melania”, già visibile il giorno dopo sui cartelli alla marcia delle donne, e poi diffuso come hashtag sui social media».
Da questo si evince, tra le altre cose, come Severgnini non abbia capito cosa sono le “fake news”: i siti satirici come “Lercio” c’entrano poco, anche perché solo un tonto (appunto) potrebbe pensare che una notizia è credibile perché ha accanto un banner della Vodafone; il problema è semmai rappresentato da quelle testate che spacciano le bufale più insulse con l’alibi della loro (sempre più flebile) reputazione. Con questo ovviamente non voglio riferirmi al Corriere, che resta un giornale serio (v. supra).

The Italians are not a bad people


The Italians are not a bad people! Even the Pope (the one above) said it once:
“The Italians are not a bad people, but they are easily led astray by foreign agents, who revolutionise the country for their own wicked purposes; when they have suffered more they will repent and return to us. […] I went to the Romagna in 1857 and, believe me, the true affections of the Romagnoles are for me, they have faith, and would return to me at once if they were not terrorized by foreign agents like the rest of Northern Italy.
[…] The young king of Naples has been compelled to make concessions which will sooner or later bring on his downfall and his kingdom will be annexed to Piedmont like the rest of Italy.
Sicily which has no sympathy for Piedmont will equally vote for annexation under the influence of foreign agents after having fallen to Garibaldi through the treachery of the Neapolitan generals who were largely bribed with foreign gold.
[…] As I said before, the Italians are not bad. See only how they attend the procession of the Holy Virgin in Rome. But they are timid and easily led astray. They can never govern themselves, they require a firm hand to guide and govern them.”
(Pope Pius IX quoted by British diplomat Lord Odo Russel, The Roman question: extracts from the despatches of Odo Russell from Rome 1858-1870, cur. N. Blakiston, Chapman & Hall, London, 1962, pp. 118-121)

The consent and wishes of the people concerned

"On May 13 [1919], two days before the Greek invasion, Harold Nicolson was summoned with his map to Lloyd George's flat in the Rue Nitot to explain to him how much he could offer to the Italians. Orlando and Sonnino arrived and the party sat around the dining room table. Nicolson said, 'The appearance of a pie about to be distributed is thus enhanced'.
The Italians asked for land to the south of Smyrna. 'Oh no!' said Lloyd George, 'you can't have that – it's all full of Greeks!' Nicolson realized with consternation that Lloyd George had mistaken the colors indicating contours for population distribution. 'Ll.G. takes this correction with great good humour. He is as quick as a kingfisher.' When someone pointed out that mandates must be with 'the consent and wishes of the people concerned', there was a great jollity. 'Orlando's white cheeks wobble with laughter and his puffy eyes fill up with tears of mirth.'"

[«Il 13 maggio, due giorni prima dell’invasione greca, Harold Nicolson venne convocato con la sua mappa all’appartamento di Lloyd George nella rue Nitot per chiarire quanto poteva offrire agli italiani. Giunsero Orlando e Sonnino e si sedettero con gli altri attorno a un tavolo nella sala da pranzo. Nicolson commentò: “Così sembra davvero che dobbiamo spartirci una torta”.
Gli italiani chiesero il territorio a sud di Smirne. “Oh no!”, esclamò Lloyd George, “lì non si può, è pieno di greci!”. Nicolson rimase sbigottito nel vedere che Lloyd George aveva scambiato i colori indicanti gli spazi per la distribuzione della popolazione. “Lloyd George accetta la correzione di buon grado. È più veloce di un martin pescatore”. Quando qualcuno fece notare che i mandati devono essere decisi “con il consenso e la volontà delle popolazioni interessate”, ci fu un’esplosione di ilarità. “Le bianche guanciotte di Orlando oscillarono e i suoi occhi si gonfiarono di lacrime dal gran ridere”»]
(Margaret MacMillan, Paris 1919: Six Months That Changed the World, Random House, 2002, pp. 434-435)

mercoledì 25 gennaio 2017

Il romanzo di Regeni


A un anno esatto dal rapimento di Giulio Regeni, dobbiamo iniziare a domandarci se la storia che per dodici mesi ci siamo raccontati, quella di un agente dei servizi segreti sacrificato dalla Perfida Albione per sabotare le relazioni italo-egiziane, abbiano un qualche fondamento.

Come al solito, si tende a confondere la realtà con le proprie fantasie: se il postulato è che Al-Sisi è santo, il corollario è che il regime a cui è capo non può torturare e uccidere uno studente, e la conclusione è che Regeni era una spia che “si è spinta troppo oltre” (cioè si è messa a difendere degli ambulanti) o, al limite, che l’irreprensibile Mukhabarat egiziano si sia fatto ingannare dal solito raffinatissimo agente del controspionaggio inglese.

Credo invece non dovremmo mai dimenticare che i regimi, anche quelli instaurati dai “golpe democratici” o dagli “amati militari”, di regola torturano e uccidono gli oppositori. Del resto certi fantomatici “esperti di Medio Oriente”, che fanno il panegirico su al-Sisi “salvatore della patria”, alla prova dei fatti non sarebbero disposti a vivere nemmeno un giorno nell’Egitto pacificato, de-islamizzato, sicuro per i turisti, gli studenti e le donne, amico di Israele, degli americani, dei russi, dei sauditi, degli italiani eccetera.

Un po’ di polemica ci vuole: non per questo possiamo però far finta che attorno al delitto non aleggino innumerevoli dubbi e perplessità. Quando c’è di mezzo Albione, bisogna sempre esser pronti a trovarsi di fronte allo scenario peggiore. Noi italiani conosciamo da secoli, lo scopo dell’impero britannico: piegare chi non piega innanzi a sé.

Infatti colpisce, sopra ogni cosa, l’“indifferenza morale” (per usare le parole della madre della vittima) dell’università di Cambridge, che ha mandato Regeni allo sbaraglio e poi si è rifiutata di collaborare alle indagini: una insensibilità che stride con tutto il battage mediatico messo in piedi dalla stampa inglese (in genere indifferente agli stranieri deceduti all’estero) e con l’attivismo delle organizzazioni non governative di obbedienza britannica.
Non si può nemmeno sorvolare sulla questione del giacimento di Zohr, scoperto dall’ENI nell’agosto del 2015: qualche mese dopo l’omicidio di Regeni, è partita la “scalata” di British Petroleum alla concessione di Shoruk che gestisce quel giacimento (il più grande mai scoperto nel Mediterraneo), prima con una quota del 10% ceduta direttamente, poi col 30% dato a Rosneft (della quale BP è secondo azionista dopo il governo russo).
Infine, il ritrovamento del corpo di Regeni lo stesso giorno (3 febbraio) in cui il Ministro dello sviluppo economico Federica Guidi e una delegazione di sessanta aziende avrebbero dovuto incontrare i propri omologhi e al-Sisi. Poche settimane dopo, la macchina del fango si accanì contro la stessa Guidi (appunto incaricata di gestire i rapporti economici col governo egiziano), che per un’inchiesta evanescente venne sbattuta sulle prime pagine di tutti i principali quotidiani italiani (con dovizia di particolari intimi e personali) e costretta alle dimissioni.

Tuttavia, queste potrebbero essere soltanto suggestioni, poiché per certi versi la vicenda si spiega benissimo anche nell’angusto perimetro di una dittature militare.
Le faide interne ai servizi segreti, per esempio, possono aver spinto una frangia a procurarsi un “cadavere eccellente” per ricattarne un’altra. Apprendo dai giornali italiani (notizie da prendere con le pinze, quindi) che l’intelligence egiziana è lacerata dai contrasti tra quella civile (contro il Generale) e la militare (di cui al-Sisi era il capo). Tra i due litiganti, spunta il terzo polo di una “Agenzia di Sicurezza Nazionale” che assume ruoli operativi e di coordinamento.
L’intelligence civile ha ancora interesse a scalzare al-Sisi: per questo è plausibile l’idea che siano stati i suoi uomini a far ritrovare il cadavere di Regeni con accanto una coperta in uso all’esercito egiziano. Sarebbe anche necessario capire chi lo abbia seviziato fino a ucciderlo, se i servizi militari, oppure i loro avversari, magari per offrire cinicamente un’idea icastica dei metodi inquisitori nell’Egitto odierno.

D’altro canto, non si può neppure sostenere che il regime del Generale sia così anglofobo come viene generalmente presentato: al contrario pare al-Sisi sia talmente opportunista che, pur di prolungare il suo dominio, avrebbe abbastanza pelo sullo stomaco da vendere l’intero Paese alla British Petroleum. Per non farsi mancare nulla, nel 2014 si è fatto affiancare Tony Blair (!) come consulente economico (il quale ha poi smentito, preferendo mantenere la collaborazione a livello informale, assieme al suo vecchio spin doctor Alistair Campbell).
Proprio alla luce di tale opportunismo, stupiscono effettivamente gli “accorati appelli” con cui taluni invitano l’Eni a congelare i contratti come ritorsione verso il governo egiziano: una mossa che danneggerebbe esclusivamente l’Italia. Eppure anche questo si può spiegare senza trame occulte, ma solo con l’autolesionismo di cui siamo maestri e con l’anglofilia imperante che prospera sulla nostra sudditanza culturale.

Al di là di tutto, non si può negare che gli inglesi abbiano tentato in tutti i modi di sfruttare il tragico episodio a proprio favore, e sicuramente non per un innato senso di giustizia. Non possiamo però avere la certezza che sia stata mobilitata ancora quella “zona grigia” che negli stessi giorni dell’assassinio di Regeni avevamo visto all’opera durante la visita del presidente iraniano Rouhani nel nostro Paese, quando vennero montati ad arte i casi delle “statue velate” e dell’assenza di vino nei menù delle cene ufficiali.

Gli elementi su cui costruire teoremi, come detto, sono numerosi.
Possono, per esempio, colpire certi paralleli col delitto Matteotti: il cadavere martoriato di un oppositore fatto ritrovare sotto un regime autoritario appena insediatosi, che intrattiene ambigui rapporti con il Regno Unito ed è al centro di una guerra commerciale per l’accaparramento delle risorse petrolifere.
Per ripercorrere brevemente quell’altra pagina nera della nostra storia: il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti viene sequestrato da uno squadrone della morte guidato da un uomo della polizia politica legati ai servizi segreti, Amerigo Dumini; il deputato socialista viene pestato a morte e poi abbandonato in un fossato nei pressi di Riano (RM), dove verrà ritrovato il 16 agosto. Mussolini, col suo stile inconfondibile, lo definì “un cadavere gettato davanti ai miei piedi per farmi inciampare”.
Matteotti aveva avuto nei mesi precedenti diversi contatti con i laburisti inglesi, che gli avevano passato documenti compromettenti sulle tangenti per la stipula di una convenzione tra il governo fascista e l’americana Sinclair Oil. L’accordo si inseriva nella guerra per il petrolio tra Stati Uniti e Inghilterra, che poco prima aveva aperto una filiale della BP in Italia.
Il capo della squadra che rapì Matteotti, Amerigo Dumini, è uno dei personaggi più inquietanti dell’intera faccenda: nato negli Stati Uniti da padre fiorentino e madre inglese, utilizzò il delitto per ricattare Mussolini fino all’ultimo. I soldati britannici lo catturarono in Nord Africa nel 1941 e lo condannano a morte: egli riuscì però a sopravvivere a 17 colpi di fucile (!) e a tornare in Italia, dove alla fine della guerra lavorò come autista e interprete per gli occupanti americani. Venne condannato all’ergastolo per l’affaire Matteotti nel 1947, ma sei anni dopo fu scarcerato per amnistia e poi graziato definitivamente nel 1956.

Chi è convinto che anche nel caso di Regeni vi siano troppi elementi oscuri, dovrebbe come prima cosa seguire questa indicazione pratica: cherchez l’Anglais (ovviamente l’inglese giusto, ché a dir la verità ce ne sono già davvero troppi). L’“inglese” potrebbe essere, malgré lui, persino lo stesso Regeni, mandato allo sbaraglio dai suoi patrocinatori. I quali peraltro, lo ricordiamo ancora, non nutrono alcun senso di colpa, ma anzi sono molto decisi nel deplorare il governo italiano mentre diventano improvvisamente laconici quando qualche giornalista chiede un loro parere sulla fine del collega.
                                                  
In conclusione, bisogna sempre tenere presente che, rebus sic stantibus, il problema principale rimane una dittatura militare dall’altra parte del Mediterraneo. La sudditanza del precedente Presidente del consiglio, al di là dell’interesse nazionale, è stata obiettivamente imbarazzante: va bene che “salamelecco” deriva proprio dalla storpiatura del noto saluto arabo, ma quel tale aveva davvero esagerato (“a great leader”, “salvatore dell’Egitto”, “pacificatore del Mediteranno”).
Quanto può durare, alla fine, questo al-Sisi? Il nostro Paese non rischia ancora di puntare tutto sul cavallo perdente (che forse contribuiremo anche noi ad azzoppare come abbiamo fatto con Gheddafi)?
Le dittature militari hanno vita breve e l’inizio della fine di solito giunge con la prima sortita oltreconfine: per Videla (5 anni) furono le Malvinas, per i colonnelli greci (7 anni) Cipro. Per i generali egiziani potrebbe essere la Libia, sulla quale ogni tanto buttano un occhio: quando la tensione interna non potrà essere più sopita da esecuzioni di massa, torture e arresti preventivi, verrà il momento di scaricarla all’esterno.
Quindi, a parte gli innumerevoli casi di “attivismo da divano” (come dicono i russi), quelli che sinceramente desiderano “Verità per Regeni” dovranno solo avere ancora un po’ di pazienza. È inutile lanciare alti lai contro la fatidica “Ragion di Stato”, poiché è solo attraverso di essa che si può ottenere giustizia: a chi però continua a tener bordone agli amici inglesi, non posso che augurare di non trovarsi mai ad aver bisogno del loro aiuto.

martedì 24 gennaio 2017

Appetite for Destruction

“Globalization means giving away power in terms of politics, and giving away markets by the businessmen who presently have them. In the future the limitations imposed by the Mafias of the world  --  and every country has its Mafia; Establishment is just another word for Mafia  --  will continue to fall apart. Does this create more instability? Yes. But it’s healthy. I adore the destructive power of capitalism. Because it means more freedom to create wealth. Poverty is lack of freedom; wealth doesn’t guarantee freedom, but at least it creates the possibility for it. Initially as technology creates this new global market, the rich nations will become richer, the poor, poorer. But within the next ten years I think we will see a Marshall Plan-style initiative for the less-developed countries involving both the newly industrialized countries and the old industrialized countries. This will be a necessity, not an option.”

[«La globalizzazione significa cedere potere politico, e portare via i mercati agli imprenditori che attualmente li possiedono. In futuro le limitazioni imposte dalle varie mafie del mondo – e ogni Paese ha la sua mafia; establishment è solo un altro nome per “mafia” – continueranno a sparire. Aumenterà l’instabilità a causa di tutto questo? Certo. Ma è una cosa salutare. Io adoro il potere distruttivo del capitalismo. Perché significa più libertà per creare più ricchezza. Povertà è mancanza di libertà: il benessere non garantisce la libertà ma almeno ne è la condizione per realizzarla. All’inizio, man mano che la tecnologia creerà questo nuovo mercato globale, le nazioni più ricche diventeranno sempre più ricche, e le povere più povere. Ma entro i prossimi dieci anni penso che vedremo delle iniziative sul modello del Piano Marshall per i Paesi meno sviluppati, che coinvolgeranno sia i Paesi appena industrializzati che quelli di più antica tradizione industriale. Questa sarà una necessità, non una scelta»]

(Carlo De Benedetti, “Fortune Magazine”, February 2, 1987).

Gli ebrei e l’industria pornografica

(Robert Crumb)
La questione del monopolio ebraico nell’industria pornografica americana è stata affrontata da un articolo della “Jewish Quarterly” (Jews in the American porn industry, inverno 2004, n. 196) che se non fosse stato scritto da un certo Nathan Abrams potrebbe apparire come un provocatorio attacco antisemita. In effetti la maggior parte delle fonti sono tratte dalla rivista “Culture Wars” dell’agguerrito polemista cattolico Michael E. Jones, che ovviamente non aveva svolto le sue ricerche per esaltare l’intraprendenza ebraica in tale ambito. Tuttavia, in un eccesso di chutzpah, il buon Abrams si impossessa dei lavori di Jones e rivendica la pornografia come bandiera della cultura ebraica negli Stati Uniti.
Secondo Abrams, i motivi per cui gli ebrei avrebbero edificato questo abominevole impero sono sostanzialmente ridotti a tre: il primo, sempre invocato per giustificare una certa tendenza ebraica a occuparsi di attività moralmente riprovevoli, è la “ghettizzazione”, che tuttavia Abrams, con onestà intellettuale, pone in secondo piano, a favore invece di altre più importanti motivazioni (sempre intrise di chutzpah, come ama ripetere continuamente), ovvero i soldi e l’odio verso il cristianesimo.

La possibilità di trarre un profitto a scapito della morale sembra non aver mai preoccupato molto gli ebrei, che in tal senso hanno sempre costituito una sorta di “avanguardia” del Weltgeist (è una delle tesi di M.E. Jones, che Abrams ribalta ancora in positivo). Per giunta personaggi come Reuben Sturman (1924–1997), il “Walt Disney del porno”, si sarebbero distinti come generosi benefattori delle organizzazioni ebraiche americane. L’autore del pezzo elenca poi altre eccellenze israelitiche del campo che non hanno mai rinnegato il loro pedigree. In un altro eccesso di chutzpah, Abrams arriva a definire un protagonista del genere, Ron Jeremy, come «un’icona americana, un eroe per i maschi di tutte le età, un tizio impacciato, grasso, peloso e orribile che si porta a letto una marea di donne bellissime. È come un moderno Re Davide, un mandrillo ebreo che sostituisce i modelli classici della tradizione ebraica».

Il terzo punto, l’anticristianesimo, è sicuramente il più rilevante. Ci informa infatti Abrams, sempre seguendo Jones, che una costante del cinema pornografico è che i maschi (produttori, registi e attori) siano tutti di origine ebraiche e le donne di estrazione cristiana, preferibilmente cattolica. In effetti basta una semplice ricerca per accorgersi come «the standard porn scenario became as a result a Jewish fantasy of schtupping the Catholic shiksa» (tutto il testo è infarcito di slang yiddish: in questo caso si può intuire facilmente il significato di schtupping, mentre la shiksa è “una ragazza non ebrea giovane e attraente”). Non è un caso quindi che le porno-attrici siano tutte di origine europea o sudamericana, mentre gli uomini, questi odierni “Re Davide”, debbano appartenere alla stessa genia, indipendentemente dalle loro capacità “performative” (diciamo così).
Molti dei protagonisti di questa industria fanno esplicita professione di odio verso il cristianesimo. Per citare ancora Abrams «alcune pornostar si considerano combattenti in prima linea nella battaglia spirituale tra l’America cristiana e l’umanesimo secolare». L’autore, in un’overdose finale di chutzpah, riporta una citazione di Alvin Goldstein (1936–2013) che ha fatto la gioia (si fa per dire) di molti antisemiti: «L’unico motivo per cui noi ebrei facciamo pornografia è che pensiamo che Cristo e il cattolicesimo fanno schifo». 

Mazeltov! Perché non fare anche qualche battuta sulle decine di shiksas morte per aids, droga, alcolismo o suicidio? La lista è sterminata; da una ricerca superficiale (a scanso di equivoci, condotta esclusivamente su Wikipedia) ho trovato: Alex Jordan (suicidio, 32 anni), Lolo Ferrari (suicidio, 37), Bodil Joensen (suicidio, 41), Chloe Jones (alcolismo, 30), Elisa Bridges (overdose. 29), Haley Paige (overdose, 26), Kandi Barbour (inedia, 56), Karen Lancaume (suicidio, 32), Megan Leigh (suicidio, 26), Rene Bond (alcolismo, 45), Savannah (suicidio, 24), Shauna Grant (suicidio, 20), Tera Wray (suicidio, 33).
E le attrici ebree? Ah no, quelle muoiono solo nei film sull’olocausto (chiedo perdono, ma per noi goyim la chutzpah è solo cattivo gusto).

lunedì 23 gennaio 2017

“Sei milioni di ebrei? Io lo rifarei!”

Riparto dalla nota di “Almanacco Romano” citata nel post precedente, uno squarcio sulla nostra epoca di straordinaria icasticità:
«Venerdì scorso, la calca ordinaria di un bus romano è stata irrobustita da un’orda schiamazzante di studenti di un istituto tecnico. Festeggiavano la fine dell’anno scolastico, celebravano forse la conquista di un diploma. Maschi e femmine diplomati o diplomandi, senza differenze, giocavano a fare i selvaggi. Non si erano imbrattati con uova e farina come fanno molti liceali appena interrotta la lettura di Plotino o la traduzione del pio Virgilio, non si piegavano ai “gavettoni” infantili, puntavano a più duri modelli. Quei ragazzotti mimavano canti e slogan delle curve calcistiche. Così in pochi istanti, conquistato il compiacimento del pubblico anziano, han cominciato a bestemmiare Dio, ritmando l’insulto blasfemo, e subito dopo, per spirito di trasgressione ancora più scandalosa ai loro occhi – ché si è raccontato spesso nelle aule scolastiche e nelle gite didattiche ai Lager di una immolazione al Cielo per quella che fu invece una efferatezza umana e con finalità assai laiche – cominciavano a ripetere con un sorrisetto sulle labbra: “Sei milioni di ebrei, sei milioni di ebrei, io lo rifarei, io lo rifarei”. A questo punto l’espressione di benevolenza dei presenti, pur concessa di fronte all’ingiuria sguaiata verso l’Onnipotente, si irrigidiva in una smorfia strana. In tempi di invidia sociale, avranno pensato ai soldi sprecati per la scuola e per i titoli di studio legali? O al piccolo dettaglio che neppure al riparo del sacro i morti sono al sicuro? O che l’abuso retorico di cultura genera mostri? O semplicemente che se educhi i giovanetti all’arte della trasgressione, magari con ripetute visite scolastiche nei musei del contemporaneo, poi nei sacrilegi bifolchi sul mezzo pubblico si sentiranno dei creativi in erba»
(Piccole trasgressioni sul bus, “Almanacco Romano”, 18 giugno 2012).
Ho assistito spesso allo stesso fenomeno, seppur in forme diverse, sugli autobus milanesi: è un fatto abbastanza recente, poiché se non sbaglio (io non c’era) fino agli ’70 sui mezzi pubblici apparivano delle simpatiche targhette che ricordavano come la bestemmia fosse un reato (punibile ai sensi dell’art. 724 del codice penale).
È a partire da Schindler’s List (1993) che l’holocaustica religio diventa in Italia l’unico culto tutelato dall’articolo 724 del codice penale (e, non dimentichiamo, dalla Legge Mancino dello stesso anno). In Germania era invece stata la serie televisiva americana Holocaust (1978), a portare alla sacralizzazione della Shoah, come sancì il filosofo ebreo Günther Anders in un volumetto dell’epoca (mentre nella RDT se ne erano sbattuti abbastanza, visto che da quelle parti la lettura del nazismo non aveva subito la reductio ad Iudaeos e le vittime comuniste venivano poste sopra quelle ebraiche).

Oggi quindi bestemmiare Dio, Cristo o la Madonna non è in alcun modo riconosciuto reato (nonostante sulla carta ancora lo sia), mentre esclamare “Pu**ana la Shoah” oppure “P***o Olocausto” potrebbe sicuramente costare un processo se l’occasione mediatica fosse abbastanza ghiotta.
Per quanto riguarda la blasfemia quotidiana e provinciale, non credo esista soluzione: è inevitabile che i giovanotti per sentirsi “creativi” si inventino nuove bestemmie su temi meno usurati. Come potrebbero, del resto, le comunità ebraiche imporre sui tram i cartelli di una volta (“La persona civile non sputa in terra e non bestemmia”) adattandoli all’odierna sensibilità giudaizzante dei noachici? Reprimere la creatività dei giovani è una cosa da oscurantisti, e anche l’ultimo scampolo di “religione civile” che ci siamo dati ne verrebbe travolta. Infatti, nonostante gli ebrei di oggi si siano accaparrati quasi tutte le virtù dei gojim (i quali non le possono mettere in pratica, specialmente se cristiani, in quanto verrebbero come minimo tacciati di “paganesimo”), la forza corrosiva del nichilismo (ma chiamatelo pure secolarizzazione) sembra invincibile.

Mi torna in mente una querelle di qualche anno fa, quando una pittrice australiana (tale Jo Frederiks) organizzò una mostra di quadri che riprendevano l’iconografia classica di Auschwitz sostituendo agli ebrei mucche e pecore.




Nonostante le proteste del minaccioso B’nai B’rith, nessun provvedimento venne preso nei confronti dell’artista, che anzi poté spensieratamente dichiarare che «gli ebrei non detengono i diritti sulla parola “olocausto”».
Oy vey! Non c’è modo di fermare l’animalismo neppure quando si presenta nelle inquietanti vesti paleonaziste. Del resto, come avevo segnalato qualche tempo fa, le vacche sacre non sono solo quelle dipinte dalla Frederiks, se in qualsiasi libreria si possono trovare volumi contenenti stronzate del tipo «Ebreo è soltanto l’altro nome dell’avidità», solo perché firmati da Osho.

Ci sono troppi idoli con i quali il filosemitismo deve scontrarsi per mantenere la sua supremazia nella coscienza collettiva (penso all’anti-razzismo, all’immigrazionismo, all’islamicamente corretto ecc..): per evitare il logorio del vittismo moderno, cerca sempre di accanirsi sui “vasi di terracotta”, individuando il capro espiatorio di volta in volta in un delinquente di periferia, un prete lefebvriano, un anonimo blogger o uno storico “negazionista”. Quanto potrà andare avanti questo giochetto ipocrita? Lo sapremo alla prossima Giornata della Memoria, o a quell’altra ancora.

domenica 22 gennaio 2017

Quello che le donne non dicono (sugli ebrei)


Stiamo entrando ufficialmente nella “Settimana dell’Olocausto”, una lunga rassegna di film e documentari sulla Shoah ideata per ricordarci quanto è bello Israele, quanto è giusto Israele, quanto è santo Israele. Dal 2001 a oggi la comunità ebraica si è presa sempre più spazio (all’inizio era solo una “giornata”), fino a ottenere il monopolio mediatico assoluto degli ultimi giorni di gennaio (mentre negli altri giorni detiene solo quello relativo).

Pur avendo sempre provato, almeno in tali circostanze, a mantenere un imbarazzato silenzio sia nelle piazze reali che in quelle virtuali, l’indecente spettacolo messo in piedi l’anno scorso dai miei connazionali di confessione israelita contro la visita del presidente iraniano Rouhani in Italia, mi ha fatto passare la voglia di onorare la ricorrenza. Ne ho abbastanza di ricatti emozionali, quando l’unico scopo è quello di cogliere l’ennesima occasione per fare un po’ di propaganda a favore del sionismo. (Pare comunque che non sia l’unico a non poterne più: persino uno come Giuseppe Culicchia, nel suo ultimo libro ha espresso considerazioni sui Fratelli Maggiori che a qualcun altro sarebbero costate un processo).

Vorrei perciò aprire la kermesse delle Vittime di Serie A con alcuni aneddoti personali, riguardanti un fenomeno decisamente bizzarro che mi ha coinvolto negli ultimi anni: donne sulla quarantina-cinquantina che mi parlano male degli ebrei.
È una cosa che mi capita un po’ dappertutto, così d’emblée: in vacanza (una signora col marito, appena conosciuta, che mi racconta di una sua amica fidanzata con un ebreo che voleva imporre ai futuri figli la circoncisione e allevarli nella vera fede, rivelandosi così “estremista come gli islamici”), ai ricevimenti (un’insegnante libanese che mi spiega come la rappresentazione negativa dei libanesi da parte dei media sia influenzata “dagli ebrei, cioè volevo dire dagli israeliani”: dopo l’ennesima volta che si correggeva, volli rincuorarla che per me era lo stesso, non c’era bisogno di specificare continuamente), a Varsavia (una signora polacca, sempre sulla quarantina ma pericolosamente digradante verso gli “anta” successivi, che alla mia richiesta di aiutarmi con l’interpretazione della locandina di uno spettacolo teatrale, mi informa che si tratta di una pièce su due innamorati ebrei ai tempi dell’olocausto, e poi aggiunge: “Oggi non si fa che parlare di ebrei, è un argomento che va molto di moda”) eccetera eccetera.
Ne avrei tante di storie del genere: ricordo, ancora, una turca trentottenne che dopo avermi raccontato commossa la trama di un film sull’olocausto cadde nella mia provocazione (“Che ne pensi degli ebrei?”), rispondendo che era un peccato fossero “così vendicativi” (evidentemente per lei il bambino col pigiama a righe oggi è palestinese).

Certamente alcuni sono casi tipici di generalizzazione indebita, ma non si tratta di quell’antisemitismo “goliardico” che contraddistingue la mia generazione, la prima obbligata ad assistere almeno una volta l’anno alla proiezione di Schindler’s List durante le ore buche.
In realtà tale antisemitismo non mi appartiene e non lo riconosco nemmeno come tale: è semplice blasfemia rivestita d’attualità. Tuttavia, pur essendo disdicevole, non si può far molto per contrastarlo, soprattutto perché quelli che vorrebbero censurarlo sono poi gli stessi che hanno sostenuto il diritto di bestemmia finché gli è convenuto. Perciò quando una ragazza, spiaccicandosi addosso una zanzara, esclama “Le mie braccia sembrano Auschwitz!” (esperienza personale), o quando un gruppo di studenti intona sull’autobus “Sei milioni di ebrei | io lo rifarei” (esperienza altrui, di uno molto più saggio di me), non c’è modo di ribattere senza apparire bigotti.
Credo che in realtà le mie esperienze appartengano a un altro ordine, quello in cui l’ebreo viene considerato un essere umano come gli altri e trattato come tale a seconda della propria sensibilità morale, intellettuale o politica.

Sarò forse un rabdomante dell’antisemitismo femminile? Meglio di niente! Mi è capitato pure che un’amica, questa volta più giovane di me, dopo un viaggio di Israele venisse a sfogarsi col sottoscritto sulla perfidia giudaica, credendo probabilmente di trovare una sponda (dato che sotto sotto mi considera un nazista): ma io, proprio per punirla del suo ingenuo progressismo, non le ho dato soddisfazione e ho difeso il diritto di Israele a comportarsi come tutte le altre nazioni (anche se i profeti glielo avevano proibito).
A mio parere sarebbe infatti già un passo avanti considerare lo Stato ebraico un Paese “normale”, che fa le guerre, costruisce muri, segrega minoranze ecc…: in tal modo subirebbe sì conseguenze internazionali finalmente serie (non quelle ridicole risoluzioni ONU che nessuno rispetta), ma in compenso non avrebbe più bisogno di tutto questo maquillage, della profusione di pellicole per far piagnucolare i goyim.

Il filosemitismo oggi imperante è un’invenzione relativamente recente: ancora negli anni ’70 per gli italiani l’ebreo tipico non aveva più il pigiama a righe ma la benda di Dayan (basta leggersi rotocalchi e romanzacci dell’epoca). Questo però comportava che le pretese della comunità ebraica venissero subordinate all’interesse nazionale, al pari di quelle delle comunità armene, greche o croate (o di chiunque adducesse un genocidio per impossessarsi di un pezzo di terra). È vero che dalle nostre parti di “interesse nazionale” non si parla più da tempo, ma al di là delle patrie mancanze, è difficile non ammettere che oggi la comunità ebraica sia andata troppo oltre, rivendicando non più soltanto il monopolio del vittimismo, ma anche della politica estera, delle terze pagine culturali, dell’educazione scolastica e persino della storia stessa. Ormai tutti considerano pacifico, per esempio, che le vicende della Seconda guerra mondiale vengano declinate esclusivamente in chiave giudeocentrica, come se le uniche vittime del nazi-fascismo fossero ebree.
È questo tipo di revisionismo che i polacchi (per tornare in tema) rifiutano, ricevendo la scontata nomea di antisemiti. Essendo un Paese prevalentemente cattolico, anche in Polonia il filo-semitismo ha quel carattere spettacolare e hollywoodiano che molti non riescono più a sopportare. È palese altresì la connivenza della Chiesa cattolica, che nel corso degli ultimi decenni ha opportunisticamente tentato di sostituire una vittima non più di moda come Gesù Cristo col nuovo pharmakos collettivo, contaminando le celebrazioni laiche della Shoah con un deviante e tenebroso liturgismo.

Questo può quindi spiegare una certa “allergia” che insorge in individui che non avrebbero oggigiorno motivi particolari per odiare gli ebrei (mentre al contrario turchi e libanesi naturalmente qualche ragione ce l’hanno, vedi la guerra del 2006 e la Mavi Marmara). Tuttavia ciò di cui parlo è un fenomeno di certo minoritario e insignificante, al quale non accennerei nemmeno se non mi riguardasse di persona.
Alla fin fine  non ho capito perché tutto a un tratto certe signore (si può usare questo termine per le quarantenni, oppure è considerato sessista?) si mettono a parlar male degli ebrei col sottoscritto. Che io abbia il physique du rôle dell’antisemita, certi tratti somatici da “volonteroso carnefice” (sui quali Primo Levi avrà scritto qualcosa da qualche parte)?
Talvolta il dubbio mi viene, anche se in linea di massima mi pare lo facciano perché credono di avere davanti un individuo dalla mentalità aperta e senza pregiudizi, quindi nemmeno col pregiudizio massimo della nostra epoca, che gli ebrei siano sempre innocenti anche quando uccidono e segregano.
Sono comunque conversazioni che mi restano impresse, perché è raro che una femmina parli male degli ebrei con cognizione di causa (se non per quel gusto del blasfemo, un po’ puttaneggiante, a cui ho accennato sopra). Dovrei forse aprire una “Linea Rosa” internazionale per tutte quelle donne che a un certo punto della vista necessitano di dire qualcosa di antisemita? Di certo questa settimana ne avrebbero bisogno pure gli uomini (che però in genere sono succubi delle mogli e dunque stanno diligentemente in silenzio, sia che si tratti di ebrei, tapparelle o gastronomia).