giovedì 21 dicembre 2017

Puigdemont invoca una “Catalexit”


Fra tutti gli avvenimenti che hanno circoscritto le elezioni catalane, mi hanno colpito le dichiarazioni rilasciate in un’intervista di Carles Puigdemont al canale israeliano (!) “Kan 11” il 27 novembre scorso, durante il quale l’ex-presidente ha affermato che all’imminente chiamata alle urne i catalani avrebbero dovuto dare il senso di una Brexit, cioè un abbandono non solo della Spagna ma anche di quel “club di Paesi decadenti e obsoleti” (parole sue) rappresentato dall’Unione Europea.

Nella stessa occasione, Puigdemont ha inoltre affermato che “probabilmente in Catalogna non ci sono molte persone che vogliono far parte di un’Unione così insensibile nei confronto dell’abuso dei diritti umani”.

All’intervista hanno risposto sia il partito del Presidente destituito che gli alleati della Sinistra Repubblicana, dichiarando la loro intenzione di restare nell’Ue. Ciò ha portato a una parziale rettifica dello stesso Puigdemont, che su Twitter ha poi confermato la sua ispirazione europeista (limitandosi a invocare una “unione riformata”, che dia “più potere ai cittadini e meno agli Stati”).

mercoledì 20 dicembre 2017

Intanto i polacchi vanno nello spazio


Mentre sui giornali dell’Unione si parla solo delle “procedure senza precedenti” che la Commissione europea ha intenzione di adottare nei confronti di Varsavia, i polacchi invece sembrano infischiarsene abbastanza, dedicando piuttosto la loro attenzione a iniziative più costruttive come il nuovo programma spaziale nazionale appena lanciato dalla Polska Agencja Kosmiczna, l’Agenzia Spaziale Polacca (che, è bene ricordarlo, collabora da tempo con quella Italiana).

Lo scopo del nuovo programma è di sviluppare i sistemi satellitari nazionali e dare una nuova spinta non solo ai centri di ricerca e alle università, ma anche agli investitori privati e alle organizzazioni non governative impiegate nel campo della tecnologia spaziale. Ci si aspettano inoltre ricadute positive nel settore della sicurezza nazionale e della difesa. Il bilancio previsto è di circa 45 milioni di euro all’anno per otto anni (1 miliardo e mezzo di złoty in totale).

L’impulso fondamentale a questo rilancio è giunto proprio dal nuovo premier Mateusz Morawiecki, sin dai tempi in cui, come Ministro per lo Sviluppo nel governo di Beata Szydło, aveva pianificato la Strategii na rzecz Odpowiedzialnego Rozwoju (“Strategia per lo Sviluppo Responsabile”), un pacchetto di iniziative conosciuto appunto come Plan Morawieckiego (“Piano di Morawiecki”) atto a contrastare la fuga dei capitali, la mancanza di innovazione, il declino demografico e l’evasione fiscale attraverso la reindustrializzazione del Paese, il rinnovamento il tessuto produttivo, una forte campagna di investimenti e l’innalzamento del salario minimo.

Alcune testate collegano i progetti spaziali polacchi a quelli lanciati da Donald Trump che, come è noto, vuole ridare lustro alla NASA e porre le basi per una “americanizzazione” dello spazio nei prossimi decenni. Anche in questo, quindi, la Polonia sembra sempre più lontana da Bruxelles e sempre più vicina a Washington.

Barcellona tappezzata di bandiere spagnole

Nella giornata precedente alle elezioni, dedicata tradizionalmente al silenzio elettorale (in catalano la chiamano jornada de reflexió), i barcelonins di Sarrià-Sant Gervasi e Les Corts hanno scoperto i loro quartieri tappezzati di bandiere spagnole e manifesti che, facendo il verso alla campagna degli indipendentisti, invitano a votare "Sí" (ma questa volta per la Spagna). 

L'iniziativa non è stata rivendicata da nessun partito né organizzazione, e non ha causato particolari disagi, se non per il fatto che molte bandiere sono state appiccicate  non solo sui muri e sui cartelloni pubblicitari, ma anche sui segnali stradali (la notizia è riportata da "El Nacional", dal quale sono tratte anche le immagini):

lunedì 18 dicembre 2017

El nou govern d’Àustria recolza el secessionisme al nord d’Itàlia

El nou govern austríac d’ultra-dreta en el seu primer dia va iniciar una lluita diplomàtica amb Italia per al Tirol del Sud, ofereixen el passaport austríac als habitants de la regió.

“La gent del Tirol del Sud podrà demanar ciutadania austríaca des del començament de 2019”, va dir Werner Neubaur, diputat del Partit de la Llibertat. El govern italià va reaccionar davant la iniciativa austríaca, dient que el nou govern dóna suport al “etnacionalisme” i que aquesta concepció de la ciutadania podria portar a noves guerres als Balcans.

La qüestió de la doble nacionalitat dels dels germanòfons (i ladinòfons) és una ferida oberta per a Itàlia. Trentino-Alto Adige té un alt grau d'autonomia, però hi ha una minoria que vol una “autonomia plena”: només en els últims anys, a causa de la crisi econòmica, els partidaris del secessionisme van augmentar (un dels eslògan de separatistes és “No pagarem els vostres deutes”).

Doron Rabinovici, escriptor jueu-austríac, va dir que l’oferta de passaport era una amenaça per a la cohesió d’Europa: “El Partit Liberal d’Àustria està impulsat per un nacionalisme germànic que destrueix el principi d’Europa. La ciutadania dual és un dret legítim, però ho estan negant als turcs (que viuen a Àustria), tot oferint-lo als Tirol del Sud amb un esperit de revisionisme històric”.

(Sí, Catalunya és la Caixa de Pandora...)

L’Europa come espiazione


Recentemente mi sono imbattuto in un volumetto di Edgar Morin risalente al 1991, L’Europa nell’era planetaria, scritto in collaborazione con G. Bocchi e M. Ceruti. È uno di quei documenti che testimoniano l’accecamento ideologico (quasi millenaristico) prodotto negli intellettuali dal miraggio dell’Europa unita. In verità non so chi, fra i tre autori, abbia scritto cosa, ma in generale tenderei ad addebitare tutto al “maestro” Morin, più per scrupolo che altro: infatti credo che nessuno gli chiederà mai di chiarire i suoi sogni da visionario non dico con quelli della metafisica, ma almeno con quelli della sociologia. In ogni caso, d’ora in avanti per praticità mi riferirò a un ipotetico autore collettivo del libello identificandolo come “Edgardo Morini” (detto “Sogno”? Sogno europeo, ça va sans dire).

Cosa scrive dunque questo Edgardo Morini? Lasciamo da parte le utopie su una meta-nazione trans-nazionale macro-regionale eccetera eccetera; sorvoliamo pure sulle illusioni che l’Europa Unita all’epoca avrebbe offerto «una via d’uscita praticabile per l’attuale crisi jugoslava» (del senno di poi sono piene le fosse comuni); c’è però un passaggio, a proposito delle motivazioni che dovrebbero ispirare la gloriosa costruzione europea, che mi pare degno di approfondimento:
«Nel suo processo di auto-disorganizzazione e di auto-riorganizzazione permanente, l’Europa ha trascinato con sé tutto il mondo. Ha diffuso in tutto il mondo il proprio patrimonio culturale, ma in questo processo di diffusione ha anche arrecato ovunque gravi danni alle culture originali. Il carattere barbaro del suo intervento di civilizzazione è così responsabile della reazione altrettanto barbara di molte culture tradizionali, come l’attuale impressionante reazione del fondamentalismo islamico. L’Europa ha diffuso in tutto il mondo anche i suoi modelli istituzionali, dallo Stato nazionale ai partiti politici, ma lo ha spesso fatto con le concezioni più ristrette e più miopi di questi modelli, ed è quindi responsabile dei totalitarismi che infestano tutto quanto il mondo.
Se oggi ripensiamo a questo rapporto fra l’Europa e il mondo, vediamo tutta la follia e tutta la capacità autocritica dell’Europa: sentiamo l’orgoglio e nello stesso tempo proviamo la vergogna di essere europei.
L’Europa ha cosparso il mondo delle peggiori pesti, delle peggiori epidemie, che derivano dal carattere unilaterale, dominatore e semplificatore dei suoi interventi, dall’esasperazione di tutte le sue tendenze e di tutte le sue realizzazioni storiche.
Oggi abbiamo i mezzi per aiutare il mondo a disinfestarsi da queste pesti, proprio perché abbiamo pagato di persona i danni da esse generate, perché abbiamo vissuto fino in fondo la tragedia dei nazionalismi e dei totalitarismi, e stiamo generando gli antidoti per disinnescare queste minacce. Apprendiamo, così, che il modo migliore per combattere i peggiori nazionalismi consiste nel salvaguardare e nel valorizzare i diritti delle nazioni alla loro conservazione, alla loro espressione, alla loro piena fioritura, attraverso la costruzione di reti cooperative, di associazioni, di confederazioni meta-nazionali. E comprendiamo che il modo migliore per combattere i peggiori fondamentalismi religiosi e spirituali consiste nel salvaguardare e nel valorizzare tutte le religioni e tutti i messaggi spirituali, nel promuovere il loro dialogo, nel lasciare che il loro dialogo riveli la trama profonda che le connette, nel consentire che contribuiscano pienamente al processo di pacificazione degli individui, delle menti, delle coscienze» (pp. 117-118).
Non credo sia mai esistito al mondo un progetto dalle premesse così deprimenti, se non apertamente masochistiche: a questo punto viene il sospetto che pure il terrorismo islamico («reazione barbara di cui è responsabile l’Europa perché è stata ancora più barbara»), faccia parte di tutta questa strana pratica erotico-politica che inevitabilmente deve sfociare nella teologia (perché l’espiazione deve avvenire anche a un livello “religioso e spirituale”).

Tutto ciò mi fa tornare alla mente una frase di Joseph Stiglitz che mi ero appuntato per la sua icasticità: «Tutta la sofferenza in Europa è ancora più tragica perché inutile».
E invece no! Grazie a Edgardo Morini abbiamo finalmente compreso che questa sofferenza è necessaria per purgare gli europei dalle proprie colpe. Mi pare che tale argomentazione emerga (a livello essoterico, per così dire) soprattutto quando si parla di immigrazione: bisogna emendarsi nei confronti dei Paesi che abbiamo colonizzato, dunque più queste masse africane e arabe sono violente verso gli “indigeni”, più la penitenza è gradita al Moloch europeista (anche perché l’idea di “ricompensare” gli stranieri con un lavoro degnamente retribuito è in contrasto con i precetti economico-religiosi degli attuali filantropi).

Nel caso italiano, poi, la situazione è aggravata dal proverbiale odio-di-sé: come scriveva Arbasino già vent’anni fa (Paesaggi italiani con zombi) «continuamente constatiamo che larghe masse di veri italiani regolarmente trovano così intollerabile la convivenza coi compatrioti da reclamare e provocare ad ogni costo un’invasione di stranieri possibilmente tremendi per far le peggiori vessazioni all’aborrito vicino di casa guelfo, ghibellino, fascista, comunista, settentrionale, meridionale, tifoso rivale».

Era dunque questo lo scopo recondito dell’“Europa”: ottenere una remissione dei peccati a livello collettivo. In una parola: soffrire! Ma perché, a parte Edgardo Morini, intellettuali e politici non sono stati altrettanto espliciti sin dall’inizio? Perché si è continuato a parlare solo di stabilità, integrazione, libera circolazione di beni servizi capitali persone eccetera, e non si dato maggior risalto al tema della sofferenza salvifica e fine a se stessa? Perlomeno le istituzioni europee si sarebbe in tal modo garantite l’unanime e perpetuo sostegno degli italiani...

martedì 12 dicembre 2017

Il senso di Concita per la lotta


Nella sua rubrica per “Repubblica”, Concita De Gregorio ha pubblicato una “lettera aperta” con la quale un anonimo trentatreenne denuncia la mancanza del senso della lottanei giovani italiani:
«Ho 33 anni e ammetto di non conoscere il senso della lotta. Non so cosa vuol dire combattere per ottenere qualcosa e non ho mai assaporato il gusto della vera conquista. Sono cresciuto in una famiglia normale, di quelle che l’Istat chiamerebbe ceto medio, e ho avuto sempre tutto ciò di cui avevo bisogno. Non capricci e cose inutili, lo stretto indispensabile […].
Si potrebbe dire che sono cresciuto in un contesto giusto e in cui le cose non mi erano dovute, me le dovevo guadagnare. Eppure non ho mai dovuto davvero conquistare qualcosa. Non sono mai stato disoccupato. Non ho mai sentito la mancanza di qualche libertà fondamentale. Sono stato fortunato, secondo alcuni.
La mia compagna, 35 anni, è straniera e lei sì che ha dovuto conquistare coi denti tante cose. Ha dovuto (ri)cominciare tutto da zero, più di una volta, in un Paese straniero. Lei sì che ha lottato. Lei lo capisce il senso della conquista.
La verità è che noi giovani italiani non lottiamo. Non sappiamo farlo. Siamo stati abituati ad avere tutto pronto. Tutto dovuto. […] Siamo una generazione, noi degli anni ’80, di seduti e pure scontenti. Per cui, va bene prendersela con il governo, con le istituzioni, con lo Stato, ma guardiamo prima in casa nostra: è “colpa” dei nostri genitori se non sappiamo neanche più lottare per ottenere qualcosa. Ed è colpa nostra se non ce ne rendiamo conto da soli da adulti.
Mio padre ha sempre detto a me e mia sorella “Imparate le lingue ed emigrate”. Non l’ho mai fatto. Un po’ per mancanza di coraggio, un po' perché, in fin dei conti, ho sempre avuto una vita più che dignitosa, ma un po’ anche per principio. Mia sorella sì, ora vive a Londra e lì i suoi figli diventeranno adulti (Brexit permettendo). L’Italia è il mio Paese e ci rimango. È casa mia. L’Italia è temporaneamente mia di diritto.
L’Italia è fatta così perché gli italiani sono fatti così. Anche io. Anche tutti quelli che scrivono “Me ne vado perché non ci sono prospettive”. E rimaniamo così anche se ci trasferiamo in un altro posto. Siamo tutti un po’ evasori, tutti un po’ ladri, tutti un po’ incivili, tutti un po’ viziati.
Il ragionamento di fondo, però, è un altro. I nostri nonni hanno sopportato tanto, lottato moltissimo e ottenuto grandi conquiste. I nostri genitori hanno sopportato meno, lottato un po’ e ottenuto qualcosa. E noi? Noi non lottiamo. Noi scappiamo. Scappiamo quando, semplicemente, sarebbe il nostro turno di lottare» (Noi che non conosciamo il senso della lotta, 10 dicembre 2017).
Ho sforbiciato qua e là alcune osservazioni dell’autore poiché, oltre a essere decisamente patetiche, condurrebbero la polemica un po’ troppo sul personale: al contrario, è subito necessario rilevare che questa lettera non si può realmente attribuire a una persona, nel senso che è così profondamente “anonima” che avrebbe potuto scriverla chiunque, per esempio uno come Aldo Cazzullo, oppure uno di quei “parenti dei parenti” che ad ogni Natale ci ritroviamo seduti accanto a romperci i coglioni per ore e ore su quanto sono corrotti e improduttivi gli (altri) italiani.

Del resto, lo scritto in sé contiene talmente tante contraddizioni che non varrebbe nemmeno la pena di entrare nel merito. Ci permettiamo solo un appunto: è piuttosto ridicolo che l’estensore consigli ai “giovani” degli anni ’80 di non prendersela “con le istituzioni”, ma con… i propri genitori (cioè, in definitiva, con un’altra istituzione). Questo, in fondo, non è che un modo come un altro per scaricare le proprie responsabilità su un feticcio, in tal caso l’italianità intesa come “virus” che si trasmette di generazione in generazione. L’anonimo compilatore quindi non si accorge nemmeno di riproporre, mutatis mutandis, il medesimo discorso dei suoi avversari: però ora non è lo Stato o il governo il bersaglio su cui proiettare i propri fallimenti personali, ma la “stirpe”, la vil razza dannata. Dal che si rende necessaria un’altra conclusione: se la perversione degli italiani è talmente radicata da non attenuarsi nemmeno quando “si trasferiscono in un altro posto” (anzi addirittura all’estero si cristallizza in categorie al limite dell’iperuranico quali “evasori, ladri, incivili e viziati”), perché secondo costui gli italiani dovrebbero essere educati sin dalla culla al “senso della lotta”?
Chiudendo la breve digressione sui contenuti, vogliamo stendere un velo pietoso sui riferimenti alla “compagna straniera”, ça va sans dire appartenente a una razza più evoluta (ma non c’è il rischio che vivendo in Italia si sciupi anche lei?) e alla sorella espatriata a Londra (alla quale, secondo l’autore, la Brexit bloccherà lo sviluppo dei pargoli), perché appunto non ci riguardano i motivi di tanto livore (ci mettono solo tanta tristezza, ma questo è un altro problema).

Preferiamo invece considerare il documento come l’ennesima testimonianza della distopia in cui stiamo vivendo: se non fosse stata scritta da un italiano (che, come è noto, è troppo stupido per leggere più di un libro all’anno), potremmo persino ipotizzare una “trollata” da parte di un attento lettore di Michel Houellebecq, che avrebbe deciso di parafrasare la tipica “lingua di legno” delle comparse efficientiste di romanzi come Estensione del dominio della lotta (vedi che tutti i popoli sono più avanti del nostro? I francesi facevano gli stessi discorsi oltre vent’anni fa!).
In effetti questo tipo di retorica tracima il campo del politico e dell’economico per “estendersi” a ogni livello dell’esistenza; in particolare a Houellebecq interessa sottolineare come l’ideologia della  “lotta” si manifesti anche dal punto di vista delle relazioni amorose:
«Nella nostra società il sesso rappresenta un secondo sistema di differenziazione, del tutto indipendente dal denaro; e si comporta come un sistema di differenziazione altrettanto spietato, se non di più. Tuttavia gli effetti di questi due sistemi sono strettamente equivalenti. Come il liberalismo economico incontrollato, e per ragioni analoghe, così il liberalismo sessuale produce fenomeni di depauperamento assoluto. Taluni fanno l’amore ogni giorno; altri lo fanno cinque o sei volte in tutta la vita, oppure mai. Taluni fanno l’amore con decine di donne; altri con nessuna. È ciò che viene chiamato “legge del mercato”. In un sistema economico dove il licenziamento sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare un posto. In un sistema sessuale dove l’adulterio sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare il proprio compagno di talamo. In situazione economica perfettamente liberale, c’è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c’è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società»
In effetti, a pensarci bene, lo stesso discorso sul “gusto della vera conquista” potrebbe essere riproposto papale papale da una di quelle agenzie matrimoniali 4.0 sparse sul web, che generosamente propongono anche corsi di seduzione e autostima. Almeno loro, bisogna dirlo, hanno qualcosa da vendere, dunque è nel loro interesse far sentire il cliente inferiore e inappagato; ma in questo caso, cosa si nasconde dietro tali sentenze, al di là dell’irrefrenabile astio a cui abbiamo accennato (ma, ancora, non vogliamo insinuare nulla sulla vita personale dell’autore, che almeno a differenza di Houellebecq qualcosa ha rimediato)?

In conclusione, bisognerebbe chiedersi perché anche la Concita è intenzionata a premere sul thymos come unica “energia” in grado di “far ripartire l’Italia”? Cos’è questa retorica del cazzo (chiedo scusa per il francesismo) che si è impossessata del ceto medio riflessivo? A mio parere è disonesto, dal punto di vista intellettuale (e non solo), insistere perennemente sull’inadeguatezza del singolo (sia essa anche etnica) escludendo per principio un’analisi sulle condizioni oggettive in cui esso si trova a vivere a livello individuale che sociale. Esisterà pure una via di mezzo fra il “è tutta colpa del sistema” e il “è tutta colpa mia”; a quanto pare alcuni pensano di aver trovato la quadratura del cerchio affermando che “è tutta colpa degli italiani”, ma come scappatoia mi sembra tutt’altro che geniale. Forse (forse) avrebbe un qualche valore a livello letterario, ma allora tanto varrebbe mettersi il cuore in pace e tornare al Leopardi, che almeno sul “senso della lotta” scrisse per i posteri e non per i coetanei:
«In più altri modi la donna è come una figura di quello che è il mondo generalmente: perché la debolezza è proprietà del maggior numero degli uomini; ed essa, verso i pochi forti o di mente o di cuore o di mano, rende le moltitudini tali, quali sogliono essere le femmine verso i maschi. Perciò quasi colle stesse arti si acquistano le donne e il genere umano: con ardire misto di dolcezza, con tollerare le ripulse, con perseverare fermamente e senza vergogna, si viene a capo, come delle donne, così dei potenti, dei ricchi, dei più degli uomini in particolare, delle nazioni e dei secoli. Come colle donne abbattere i rivali, e far solitudine dintorno a se, così nel mondo è necessario atterrare gli emuli e i compagni, e farsi via su pei loro corpi: e si abbattono questi e i rivali colle stesse armi; delle quali due sono principalissime, la calunnia e il riso. Colle donne e cogli uomini riesce sempre a nulla, o certo è malissimo fortunato, chi gli ama d’amore non finto e non tepido e chi antepone gl’interessi loro ai propri. E il mondo è, come le donne, di chi lo seduce, gode di lui, e lo calpesta» (Pensieri, LXXV)

venerdì 8 dicembre 2017

I Protocolli dei Servizi di Putin

I giornali italiani rilanciano oggi le insinuazioni di Joe Biden (ex-vice di Obama) riguardanti la presunta influenza del Cremlino sulla nostra politica interna, espresse in un saggio per “Foreign Affairs” qualche giorno fa:
«In Francia, la diffusa consapevolezza del coinvolgimento della Russia nella campagna statunitense ha in qualche modo impedito al Cremlino di godere del vantaggio della prima mossa. La Russia però non si è arresa, e ha continuato a influenzare gli eventi politici in vari Paesi europei, compresi i referendum in Olanda (sull’integrazione dell’Ucraina in Europa), in Italia (sulle riforme istituzionali), e Spagna (sulla secessione della Catalogna). Il sostegno russo ad Alternative für Deutschland, un partito di estrema destra, mirava a far aumentare i voti del gruppo nelle ultime elezioni, amplificando il suo messaggio sui social media. I russi stanno ora mettendo in atto un impegno simile per sostenere il movimento nazionalista della Lega Nord e quello populista dei Cinque Stelle in vista delle prossime elezioni in Italia».
Il passaggio rispecchia fedelmente i contenuti del pezzo, un concentrato di paranoia e complottismo che rientra nella psychological warfare messa in atto da una parte dell’establishment americano contro Donald Trump. Uno degli aspetti più divertenti di tutta questa vicenda è che pochi anni orsono esattamente le stesse accuse venivano rivolte dai repubblicani a Obama, rappresentato come un vero e proprio manchurian candidate al soldo dei “sovietici”.

Il dettaglio sgradevole è, invece, che Biden tiri di mezzo l’Italia, quasi a voler porre un’ipoteca sulle prossime elezioni. Perché allora non si rivolge direttamente all’ex ambasciatore americano che nel 2013 a Roma affermò che il Five Star Movement era “il futoro dell’Italia”, offrendo così la prima sponda internazionale al movimento?

Ancora più grave è che l’ex vicepresidente si permetta di alludere a un’influenza russa sul fallimento del nostro referendum costituzionale dell’anno scorso, senza nemmeno offrire uno straccio di ipotesi su come tale ingerenza si sia verificata: insomma, di che si parla?

Siamo certi che il modo in cui i servizi segreti influenzano le elezioni in un Paese straniero sia quello di pubblicare bufale su internet? Non penso che Biden sia talmente ingenuo da credere che le cose vadano in tal modo, ma se davvero così fosse allora temo avrà una bruttissima sorpresa nel caso decidesse di candidarsi per i democratici alle prossime elezioni americane: come hanno osservato gli stessi media liberal (vedi il “Washington Post” e l’“Huffington”), pare che il vecchio Uncle Joe abbia qualche “scheletro nell’armadio”, miracolosamente non ancora saltato fuori nonostante il clamore suscitato dal caso Weinstein (o forse proprio grazie a quello, che a permesso di contenere il danno con un capro espiatorio). In tal caso, non ci sarà nemmeno bisogno delle fake news del Cremlino, perché proprio gli elettori dem già temono che sia tutto vero…

giovedì 30 novembre 2017

Convertir els italians al catalanisme


Els italians tenen una gran simpatia per als espanyols: és per això que no hi ha hagut gaire entusiasme per Catalunya. En realitat, només l’extrema esquerra i els neoliberals (!) han declarat el seu suport a la causa catalana, mentre que la dreta esta alineada clarament amb Rajoy, juntament amb el centreesquerra “per a una Espanya unida en nom de l’europeisme”.

Crec que una de les maneres de convertir els italians al catalinisme és pensar en un escenari similar al del Campionat d’Europa de futbol 1992, quan la Iugoslàvia va ser exclosa a causa de la Guerra dels Balcans, i Dinamarca va ocupar la plaça vacant per ser la segona del grup de classificació.

Evidentment, no espero una guerra civil –sóc per la pau (gairebé) a qualsevol preu–, però si és veritat el que diu Marx (“La historia es repeteix sempre dues vegades. La primera com a tragèdia, la segona com a farsa”) aleshores podríem esperar un conflicte “suau”, tan imperceptible que no hi haurà ni morts ni ferits, però en qualsevol cas decisiu per evitar que Espanya participi en la Copa del Món... Catalunya podria exercir la part d’Eslovènia, que era, de fet, el secessionisme més pacífic d’Iugoslàvia (Artur Mas coneix bé).

Però això només és fantapolitica. D’altra banda, no sembla correcte reclamar catàstrofes per a alguns partits de futbol. Ho vaig dir només perquè si passés alguna cosa així, un dia després tots els italians es convertirien en catalanistes...

La Polonia e l’Occidente

Se è noto che sul “fronte orientale” la Polonia è continuamente impegnata a contenere l’espansionismo russo, ultimamente le cronache hanno dato risalto al gran daffare a cui sono sottoposti i suoi diplomatici anche sul “fronte occidentale”, quello dell’Unione Europea.

I “dossier” all’ordine del giorno diventano sempre più numerosi, ma sicuramente il più importante è quello sulle riparazioni di guerra che Varsavia esige da Berlino. Le dichiarazioni del Ministro degli Esteri Witold Waszczykowski, minaccioso sin dal nome (ma in realtà si pronuncia semplicemente “Vascicofski”) sono state piuttosto chiare: se il governo tedesco continua a provocare quello polacco, allora quest’ultimo si troverà costretto a pretendere il risarcimento per l’invasione nazista, già quantificato tra gli 800 e i 1000 dollari. Questa linea è sostenuta dalla stessa Beata Szydło e ovviamente dalla stampa filogovernativa e di orientamento nazionalista (scrive, per esempio, “Fronda”: «I rapporti di buon vicinato secondo i tedeschi si verificano solo quando la Polonia è ridotta a obbediente semi-colonia; quando invece la Polonia acquista un suo peso e invoca un atteggiamento onesto e collaborativo, allora per la Germania ciò diventa scandaloso e inaccettabile. La bestia teutonica rialza di nuovo la testa e chiede di essere messa a bada»).
La polemica non è del tutto pretestuosa, poiché in effetti Varsavia fu costretta rinunciare alle indennità nel 1953 per imposizione dell’Unione Sovietica e poi ancora nel 2004, quando l’ingresso in un’altra “Unione” (quella Europea) impose di nascondere il problema per l’ennesima volta.

La querelle polacco-tedesca, in virtù dell’egemonia merkeliana, non si esaurisce tuttavia nei rapporti tra i due Paesi, ma si estende nel componente subalterno dell’“asse”, la Francia di Emmanuel Macron. Bisogna osservare che l’enfant prodige (ma già un po’ gâté) dell’europeismo aveva iniziato ad attaccare Varsavia sin dalla campagna elettorale: in un’intervista del 27 aprile (guarda caso dopo la disastrosa visita alla Whirlpool), Macron si era dichiarato favorevole alle sanzioni, con la motivazione che il governo polacco violerebbe “tutte le regole europee”:

«“Nei tre mesi che seguiranno la mia elezione, sarà presa una decisione sulla Polonia. Metto tutta la mia responsabilità su questo soggetto”, avverte Macron. “Non possiamo avere un Paese che applica diversi trattamenti fiscali e sociali all’interno dell’Unione Europea e che per giunta viola tutti i principi di questa Unione”.
Quindi Macron desidera che entro questa estate siano applicate le sanzioni. Non sul dumping sociale, perché è impossibile allo stato attuale della normativa, ma sui valori. “Non possiamo avere un’Europa che dibatte sui decimali per i bilanci di ogni Paese, e quando invece uno di questi Paesi si comporta come la Polonia o l’Ungheria nei confronti dell’università e della conoscenza, contro i rifugiati, contro i valori fondamentali, non prende alcun provvedimento”. E se non accade nulla dopo tre mesi? “Vedrete che ci riuscirò. Non lascerò l’Europa così com’è ora”».

Nonostante il ministro per gli affari europei Konrad Szymański avesse già a suo tempo redarguito il candidato premier, definendo le sue dichiarazioni “un concentrato di puro populismo” (e aggiungendo che «in certi casi è difficile vedere le differenze tra Marine Le Pen e il candidato descritto come il più europeista di tutti»), il “Mozart della finanza” dopo la vittoria è tornato alla carica. Pur di attaccare i polacchi, Macron ha addirittura ventilato la possibilità di cancellare uno degli elementi portanti dell’Unione, la mobilità dei lavoratori. E anche in tal caso è stato piuttosto semplice per i rappresentanti polacchi controbattere al pupillo della Merkel: «Mi preoccupa che il Presidente francese stia attualmente minando i pilastri dell’Unione Europea, cercando di introdurre il protezionismo contro il libero mercato e la circolazione dei servizi», ha osservato ancora la Szydło.
Per giunta il malcapitato Macron aveva espresso tali considerazioni a Varna, quasi a dimostrare che la Polonia fosse ormai ridotta “ai margini dell’Europa”: che sorpresa quando si è dovuto sorbire pure le rimostranze del primo ministro bulgaro.

Questo non è che un altro sintomo del ribaltamento dei rapporti di forza all’interno dell’Unione, promosso dal “convitato di pietra” Donald Trump, la bestia nera degli entusiasti della trazione (franco-)tedesca, tra i quali purtroppo vanno annoverati anche i “vassalli” di contorno come Italia e Spagna. È qui necessario osservare che sia la classe politica polacca che la stampa di ogni orientamento erano state piuttosto “attendiste” nei confronti del nuovo Presidente americano. Per esempio, “Gazeta.pl”, di orientamento liberal-democratico, prevedeva uno scenario positivo e uno negativo, riducendo però il primo esclusivamente alla possibilità che Trump non avesse mantenuto le sue promesse. In un altro pezzo, la medesima testata auspicava addirittura che egli si rivelasse un semplice ciarlatano, con argomenti al limite del provocatorio: dal momento che chi comanda davvero negli Stati Uniti sono le compagnie private, The Donald non potrà fare molto per ridurre le importazioni e il deficit commerciale, quindi alla fine non ci saranno crisi economiche in Polonia. Questo punto è importante, perché i polacchi esportano in Germania, e la Germania è a sua volta il più grande esportatore del mondo (ha superato pure la Cina): perciò se gli Stati Uniti (primo mercato tedesco) frenassero l’import, vi sarebbe una reazione a catena eccetera eccetera.

Inoltre, prima della storica visita a Varsavia (di cui parleremo), non c’era ancora nulla che rassicurasse i polacchi sul fatto che gli americani avrebbero rispettato il famoso articolo 5 del Patto Atlantico, quel casus foederis applicato solo per gli attacchi dell’11 settembre (cioè quando conveniva a Washington). Persino l’invio di truppe americane  nella base di Żagań (al confine con la Germania), sembrava più un colpo di coda dell’amministrazione Obama contro Mosca, nonché un modo per rassicurare gli alleati sulla tenuta della Nato in seguito a un eventuale sfaldamento dell’Unione. Del resto, col governo che attualmente la Polonia si ritrova, una presidenza Clinton non sarebbe stata considerata migliore: già poco tempo fa Bill aveva paragonato Kaczyński e Orbán a Putin per le loro politiche sull’immigrazione (ricevendo l’invito, da parte di Jarosław Kaczyński di farsi curare il cervello). Nonostante i grandi proclami, ai “russofobi” americani in fondo non interessa affatto “morire per Varsavia”, specialmente se da quelle parti c’è un governo “conservatore” in carica. Lo dimostra, per fare un esempio fra tanti, l’atteggiamento tenuto dai liberal nei confronti della “decomunistizzazione”: se l’Ucraina abbatte centinaia di statue, cambia i nomi delle vie e riscrive i manuali di storia, si può chiudere un occhio; se la Polonia invece prende qualsiasi iniziativa (anche la più blanda) contro i collaborazionisti del passato regime, si parla immediatamente di “caccia alle streghe”.

(Facebook)
In tutto questo, una nota di colore è rappresentata dalla condotta del mitico Wałęsa, il quale nello stesso giorno in cui rilasciava un’intervista allarmata a “Repubblica”, si congratulava invece su Facebook (in polacco) col nuovo Presidente americano, insinuando di esser proprio lui il suo ispiratore segreto. Così infatti Donald nel 2010 avrebbe apostrofato Wałęsa in un club della Florida di sua proprietà (di Trump, non di Wałęsa): «Se in Polonia un operaio è riuscito a rovesciare il comunismo e diventare Presidente, perché dovrebbe essere impossibile per un miliardario diventare Presidente dell’America capitalista?» [“Skoro w Polsce możliwe było aby robotnik obalił komunizm i został prezydentem, to dlaczego w kapitalistycznej Ameryce milioner nie może zostać prezydentem…”].

Sfortunatamente per il vecchio Lech, nella sua visita in Polonia del luglio scorso Trump non ha voluto nemmeno incontrarlo, preferendo invece dedicare la sua attenzione al nuovo vento “patriottico” proveniente da Est. Nel discorso di Piazza Krasiński a cui accennavamo, il novello Presidente ha riconosciuto la nazione polacca come potenza europea emergente, dando il suo assenso al Gruppo di Visegrád e alla cosiddetta Iniziativa dei Tre Mari, smaccatamente ispirata all’Intermarium di quel generale Piłsudski evocato nel ricordo del “Miracolo della Vistola”, la battaglia con cui nel 1920 i polacchi impedirono il dilagare delle orde sovietiche in tutta Europa.


In sostanza, rilanciando il mito del “baluardo” (che gli studioso definisco appunto antemurale myth e che è perfettamente rappresentato dalla concezione della Polonia quale “Cristo delle nazioni”), Trump ha ridisegnato l’approccio americano verso l’Unione, annunciando anche un sostegno concreto, soprattutto dal punto di vista energetico, a quei Paesi dell’Est intenzionati a contenere le spinte distruttive provenienti da Berlino (con Parigi ormai tagliata fuori, nonostante il coreografico “post-gollismo” macroniano) e quelle espansionistiche ventilate da Mosca, le cui sortite fra i “tre mari” (Nero, Baltico e Adriatico) rimarranno confinate alla Crimea e a quel poco che Putin ha potuto rosicchiare a causa del fallimento dei precedenti piani “euro-americani”. Dunque, in conclusione, possiamo affermare che per la Polonia c’è qualcosa di nuovo sul fronte occidentale.

domenica 26 novembre 2017

Anche Kevin Spacey avrà qualcosa da insegnare agli angeli?

In conformità alle direttive attuali, ho cancellato tutti i post in cui avevo nominato Kevin Spacey, che poi a conti fatti erano solo quelli dedicati ad House of Cards, perché come attore obiettivamente non sono mai riuscito a sopportarlo (ma solo “in tempi non sospetti”, come si dice). In realtà, di fronte alla demonizzazione in atto, preferirei esprimere qualche giudizio controcorrente, ma in questo momento mi vengono in mente solo cose negative: per esempio, ricordo di aver usato più volte l’aggettivo “viscido” per descriverne lo stile di recitazione, senza però mai sospettare che l’etichetta si sarebbe adattata perfettamente anche alla sua condotta privata. Del resto, ammetto candidamente di non capire molto di cinema (ma penso si fosse già capito che non ci capisco), quindi i miei giudizi lasciano il tempo che trovano...

Tuttavia non mi piace neppure maramaldeggiare, perciò mi sento in qualche modo obbligato a spendere due parole in favore del camerata Spacey: in primo luogo, che sia un artista eccellente non credo possa essere messo in discussione. È assolutamente pacifico che, senza il suo contributo, una serie strampalata come House of Cards non avrebbe superato l’episodio pilota (perciò è sconsigliato di fare una nuova stagione chiamando Christopher Plummer).
Voglio dire, chi potrebbe rendere credibile un copione in cui si capisce sin dall’inizio che il protagonista è uno stronzoInvece di giocare sulla natura misteriosa e ineffabile del politico, gli sceneggiatori spiattellano tutto nella prima scena: o, per meglio dire, sono praticamente “costretti” a farlo proprio perché Spacey è in fondo l’unico vero attore della serie (nei Soprano, tanto per fare un esempio a caso, l’ultima delle comparse era un certo Peter Bogdanovich). Non si può creare alcuna ambiguità né nuance, perché il dialogo diretto con lo spettatore diventa una via obbligata, quasi una necessità strutturale – pensiamo solo al fatto che il coprotagonista maschile, Michael Kelly (quel “Doug” che parla sibilando), nei Soprano (ancora) faceva la comparsa di una comparsa (era un agente dell’FBI saltato fuori negli ultimi episodi nel ruolo di poliziotto cattivo ma sfigato). Peraltro lo stesso Spacey risente alla fine di questa mediocrità diffusa: in certe sequenze riemergono i vezzi indissolubilmente legati all’ingombrante personaggio di American Beauty (come l’ossessione per la ginnastica da scantinato o le peregrinazioni nelle immense cucine americane) che rendono la sua interpretazione un po’ troppo di maniera.

Inoltre la serie riflette la paranoia tutta anglosassone dei private vices –ironia della sorte!– che dovrebbero trasformarsi automaticamente in public benefits: perciò il Presidente degli Stati Uniti è “costretto” a far cose che non verrebbero in mente neppure al più svitato dei complottisti. Questo è sicuramente il punto più controverso: perché esagerare fino al parossismo le malefatte di un uomo politico rendendo totalmente inverosimile l’intera serie? Siamo al cospetto dell’ennesimo esempio di quello che Isaac Deutscher, recensendo 1984 di Orwell, definì mysticism of cruelty (cioè la tendenza ad annientare un’allegoria portandola all’estremo)? Non è allora un caso che l’Iran l’abbia mandato in onda per dimostrare quanto sono cattivi e corrotti gli americani.
Si potrebbe quasi dire, provocatoriamente, che le perversioni segrete di Spacey si siano rivelate una manna per gli sceneggiatori, avendo loro consentito di svicolare da una classica impresa sisifea: ormai il continuo ricorso ai “colpi di scena” (di certo esiste un termine più tecnico e astruso per indicarli, tipo plot twist, ma ho detto che non so un cazzo), era divenuto l’unico espediente per tenere in piedi la serie. Dopo il machiavellismo for dummies delle giornaliste spinte sotto i treni, degli sputi in faccia alle statue del Cristo e delle pisciatine sulle tombe, si era evidentemente esaurita la vena.
Anche dal punto di vista prettamente politico, una dimensione forse non del tutto estranea a quanto ora sta accadendo (non dimentichiamo che l’affaire Spacey segue immediatamente l’affaire Weinsten, legatissimo al clan dei Clinton), la serie aveva toccato il punto più basso con la puntata dedicata nientedimeno che alle Pussy Riot, una comparsata tanto imbarazzante quanto controproducente (sorvoliamo sui motivi per cui la first lady, non meno spregiudicata del consorte, riscopra la sua sensibilità solo quando parla dei diritti dei gay russi); en passant, anche il tentativo subliminale di ridurre gli investimenti pubblici a una regalia elettorale è stato abbastanza meschino, alla luce di quello che le politiche keynesiane hanno fatto per gli States anche nell’ultima crisi (l’America Works come parodia dell’Obamanomics è un insulto all’intelligenza degli americani – e ce ne vuole!).
Verosimilmente però il passo falso più clamoroso (per tornare  anche alla prospettiva artistica) è stato quello di annullare uno dei pochi tocchi di originalità della serie, ovvero il fatto che il villain alla Casa Bianca per una volta fosse un dem (e non il solito orco nixoniano o reaganiano), spingendo gli Underwood nel tritacarne della propaganda con l’assurdo paragone tra Frank e Donald Trump (quando invece la maggior parte degli spettatori aveva già riconosciuto nella diabolica coppia una versione “gotica” dei Clinton).

Tolto tutto questo, credo che l’unico elemento positivo rintracciabile da ultimo in House of Cards sia il giovamento che lo stile di Spacey ne ha tratto (purtroppo repentinamente vanificato dalla fine della sua carriera): in particolare i frutti di questa esperienza “presidenziale” si sono potuti subito apprezzare in Elvis & Nixon (2016), pellicola dedicata al leggendario incontro alla Casa Bianca tra il Re del Rock e il Presidente più demonizzato negli Stati Uniti dopo Trump.
Come ho già rilevato, mi sentire ipocrita a “rivalutare” l’intera filmografia dell’attore per anticonformismo: tuttavia questo film, pur non essendo un capolavoro, è uno dei pochi che riguarderei solo per godermi (no pun intended) la recitazione di Spacey, la quale rappresenta uno dei rari casi in cui arte, storia e vita giungono a combaciare quasi perfettamente. Per spiegarmi meglio, si tratta di un’eventualità talmente inconsueta nel cinema che molti registi si accontentano di mettere in scena i propri fallimenti nel perseguirla (vedi Looking for Richard di Al Pacino o Lost in La Mancha di Gilliam). In Elvis & Nixon, invece, Spacey riesce a essere Frank Underwood senza abbandonare per un istante la maschera di Richard Nixon, eppure lasciando intendere allo spettatore di trovarsi al cospetto sempre della sua persona (in senso etimologico): Kevin Spacey uno e trino, insomma.

È un gioco intricato e meraviglioso che probabilmente, col senno di poi, solo un ammiratore tardivo come il sottoscritto può apprezzare (mi pare infatti che la critica sia rimasta tutt’altro che entusiasta). In tal senso, Elvis & Nixon assomiglia quasi a un canto del cigno, (e non solo perché si sta già verificando una completa ostracizzazione del protagonista): forse esagero, però non è singolare che, dopo essersi perfettamente calato nel personaggio di Nixon, Spacey abbia dovuto affrontarne lo stesso destino? A quanto pare la “magia” del cinema non è soltanto metaforica...

La camera dei pesci

In Ohio un simpatico signore che si fa chiamare Bigrich Price (e che sfoggia il leggendario Power Mullet) gestisce un “rifugio” per pesci diventati troppi grandi per essere ancora ospitati negli acquari dei precedenti padroni. Il signore è di certo benestante, ma talvolta ha bisogno di un aiuto dai suoi fan per qualche fishroom addition; perciò siete tutti invitati a contribuire.

sabato 18 novembre 2017

Il Reis è nudo? (Vi piacerebbe....)


Alcuni lettori mi hanno chiesto un parere sull’ultimo libro di Marta Ottaviani, Il Reis (Textus, L’Aquila, 2016), ma francamente avrei preferito evitare, perché è stata una delle letture più irritanti in cui mi sia imbattuto in questo periodo. Non saprei nemmeno da dove cominciare con questa interminabile filippica contro il povero Tayyip, la quale non lascia un solo istante di respiro al lettore: alla fine si è costretti a concludere che costui sia davvero il demonio (şeytan) in persona!

Giusto per farsi un’idea: dopo aver confessato che «nell’ultimo decennio non c’è stato un solo giorno in cui non abbia pensato a Erdoğan» (e ciò spiega quasi tutto…), l’inviata de “La Stampa” esordisce affermando che il golpe del 1960 conferì alla Turchia un «maggior respiro democratico» (p. 37), mentre quello del 1980 riportò «l’ordine nelle strade», perché i militari se la presero «molto onestamente (sic) molto più con i movimenti di sinistra che con la destra ultranazionalista» (p. 45). Apperò! Già qui la voglia di chiudere di colpo il volume era fortissima, ma purtroppo ho voluto continuare, sorbendomi oltre trecento pagine di un “processo alle intenzioni” su qualsiasi cosa Erdoğan abbia fatto in vita sua.
Per dire: il delinquente porta finalmente un po’ di libertà religiosa in Turchia? «Tutta questa tolleranza […] è un metodo per sdoganare uno stile di vita sempre più devoto» (p. 149).
Questo vigliacco si oppone a Sua Eccellenza il Generale al-Sisi, un altro che evidentemente deve aver “riportato l’ordine nelle strade” del Cairo? Ah beh, allora «ha perso un’occasione preziosa per fungere da mediatore tra le due anime del Paese» (p. 204).
Questa bestia umana difende i palestinesi dopo che il mondo intero se li è dimenticati? «Erdoğan vuole ergersi ad alfiere della causa palestinese in modo preoccupante […] se si richiamano alla mente le posizioni antisemite del suo padre politico [Necmettin Erbakan]» (p. 209).

Si può giungere a un tale grado di demonizzazione e pretendere di essere considerati seri? Mi sorge il dubbio che a molti giornalisti italiani il leader turco ricordi qualche amico che li ha picchiati da piccoli. Il caso della Ottaviani è peraltro è uno dei più rappresentativi, in quanto la signora è una fedelissima del “generatore automatico di bufale” col quale i corrispondenti italiani ci propinano da anni il solito pezzo turcofobo.
Non voglio nemmeno riportare quanto l’Autrice scrive sulla “voluta provocazione” della Mavi Marvara («un risultato a cui [Davutoğlu] lavorava da tempo»), perché proverei vergogna solo a ripetere le sue parole; vi risparmio pure le pagine dedicate al golpe dell’anno scorso, dal momento che si può facilmente intuire quali conclusioni sia stata capace di trarne…
Certo, questo “complottismo a fasi alterne” è talmente curioso da obbligarmi a spendere qualche parola al riguardo: se da una parte infatti la Ottaviani non si risparmia alcun tipo di insinuazione nei confronti del “Sultano” (dalla carneficina della Mavi Marmara ai brogli elettorali fino al colpo di stato), dall’altra invece costei, quando l’argomento non è utile a dare addosso alla sua bestia nera, riscopre un candore da educanda: la rivolta di Gezi Parkı, per esempio, la riporta addirittura ai tempi del liceo, ai giorni gloriosi delle “autogestioni e occupazioni” (p. 236); una nostalgia così potente da impedirle di provare alcun sospetto nei confronti dell’incredibile tempistica delle proteste, che al contrario la lasciano completamente abbacinata (giunge persino a definirle un “capolavoro di organizzazione”, senza appunto mai domandarsi come dei “liceali” siano riusciti a mettere in piedi una contestazione del genere).

È un peccato che la Ottaviani, affrontando tale vicenda, esaurisca tutta la sua “carica dietrologica”, perché anche il più “moderato” dei complottisti avrebbe trovato numerosi spunti di riflessione (specialmente col fatidico “senno di poi”): non solo perché Gezi Parkı assomigliava molto a qualcosa a metà strada tra una “rivoluzione colorata” e una “primavera araba”, ma anche perché, poco dopo che Erdoğan l’aveva repressa con metodi discutibili quanto si vuole, ma di certo più “umani” (anche in senso fantozziano) di quelli dei vari Assad e al-Sisi (dopo ci torneremo), la magistratura ha tentato di farlo fuori con altri mezzi imbastendo una sorta di Tangentopoli alla turca. Per non dimenticare, en passant, che proprio nel maggio del 2013 la Turchia si era appena liberata del debito con l’Fmi. Insomma, gli elementi per ricamarci su una bella “teoria della cospirazione” ci sono tutti, eppure…

Sul doppio standard della giornalista potremmo dire ancora molto, perché per esempio la Ottaviani snobba completamente la questione del cosiddetto “Stato profondo”, etichettandola come “caccia alle streghe” e “spauracchio”, quando invece nemmeno il più agguerrito dei debunker si permetterebbe di liquidare con tale superficialità gli stessi temi se calati nel contesto italiano (oppure la “strategia della tensione” o il “piduismo” sono solo paranoie?).
Ma lasciamo andare, e veniamo al punto: il problema non è tanto la Ottaviani in sé, che comunque tende troppo a ridurre gli eventi internazionali alla propria esperienza personale, talvolta giungendo agli estremi di quel “fallacismo” che ha influenzato in maniera deleteria la prosa femminile contemporanea sull’islam. A dir la verità non si comprende nemmeno con chi voglia polemizzare, quando afferma che «sugli italiani che parlano per interesse personale, o che per motivi sentimentali sono diventati più turchi dei turchi, preferisco stendere un velo pietoso» (p. 345). No, parliamone, perché sinceramente non capisco davvero a chi possa riferirsi: così su due piedi non mi viene in mente un solo giornalista della grande stampa che abbia mai speso un secondo per smentire le fake news su Erdoğan che finanzia l’Isispromuove la pedofilia e fa censurare Mozart. Per farlo ci sono voluti degli “sbufalatori” amatoriali, indice che non sarebbe stato poi così difficile controllare le fonti prima di sparare a zero: di che stiamo discutendo, quindi?

La verità è che anni e anni di propaganda hanno suscitato nell’opinione pubblica italiana micidiali sentimenti anti-turchi, i quali si sono poi innestati sugli antichi pregiudizi (ricordiamo che nell’idioma gentile “turco” è sinonimo di profano, miscredente, infedele, sacrilego, empio…). Dunque un libro del genere era probabilmente l’ultima cosa di cui c’era bisogno in un mainstream già estremamente surriscaldato da fanatismi e fobie.
Volendo tuttavia, come dicono i turchi, “tendere un ramoscello d’ulivo” (lo dicono sul serio: zeytin dalı uzatmak), potrei riconoscere alla Ottaviani un certo anticonformismo nel confutare le leggende sugli “eroi curdi”, nonché i luoghi comuni sul cosiddetto “neo-ottomanesimo” (slogan creato ad arte da qualche “agenzia culturale”). Un altro dato positivo è che la Nostra perlomeno conosce il turco: è vero che come fonti in lingua originale utilizza solo articoli di giornale, ma è sempre meglio del nulla degli altri “inviati speciali” (che non hanno nemmeno fatto lo sforzo di imparare a pronunciare evet e hayır in occasione dell’ultimo referendum).
Oltre questo, però, non resta granché da salvare, perché non è un buon servizio alla verità il presupporre incessantemente la malafede di Erdoğan, in un colossale e snervante post hoc. D’altronde è la stessa Ottaviani ad ammettere che il volume scaturisce anche dai “dispiaceri personali” e dalle “speranze infrante”: tra le righe si percepisce il disagio di dover parlare ancora di un Paese di cui si è disamorata, un sentimento per il quale non posso che avere il massimo rispetto (lo dico senza alcuna ironia, perché come dice il Poeta Sevileni sevmeye zorlayan sevda…), ma che forse andrebbe “sfogato” con altri mezzi.

A questo punto, mi trovo costretto ad allargare la prospettiva all’intero panorama del giornalismo italiano e discutere, da ultimo, della tendenza sempre più marcata ad attaccare la Turchia con qualsiasi pretesto. Negli ultimi anni un’intera schiera di “esperti di Medio Oriente”, tra i quali, oltre all’Ottaviani, vanno annoverati pezzi da novanta come Alberto Negri e Fulvio Scaglione, si è adoperata per creare una monolitica narrativa anti-turca, fungendo da “cinghia di trasmissione” tra la grande stampa e la controinformazione (dal “Sole 24 Ore” a “Contropiano” e da “Famiglia Cristiana” all’“Antidiplomatico”). In pratica, come osservato sopra, non esiste alcun “controcanto” quando si giunge a parlare di turchi. Per giunta ciò che è deleterio in tale atteggiamento non è tanto la diabolisation che, seppur espressa in modo tendenzioso, sarebbe quantomeno comprensibile: no, ciò che davvero è inaccettabile è la combinazione dell’avversione totale a Erdoğan con l’amore incondizionato verso Putin, Assad e al-Sisi (o chi per essi). Per parafrasare un detto di Karl Kraus («Ciò che nello sciovinismo non è simpatico non è tanto l’avversione per le altre nazioni quanto l’amore per la propria») quello che appunto nella turcofobia è disdicevole non è tanto l’avversione per il loro tiranno, quanto l’amore per quegli degli altri.

Devo ammettere che non sarei giunto a polemizzare fino a tal punto, se non avessi constatato anche nell’Ottaviani tale insopportabile vezzo. Evocando il famigerato topos della “Turchia che sostiene l’Isis”, l’Autrice di fatto afferma che «i legami con l’Isis sono stati denunciati anche da Vladimir Putin» (p. 276): dovremmo quindi dedurre che la parola di un ex funzionario del KGB è una garanzia assoluta di Verità (Pravda)? E discutendo delle “Primavere arabe”, l’Ottaviani si permette di accusare il Turco di aver reagito “troppo duramente” (p. 204) nei confronti del golpe militare di al-Sisi: forse avrebbe dovuto leccargli gli stivali come ha fatto il nostro ex Presidente del Consiglio?
Venendo ad Assad, l’altro villain da poco beatificato, la giornalista stranamente non riesce proprio a indignarsi nei suoi confronti: «Non si intende difendere un regime liberticida come quello di Damasco, ma…» (p. 205). Si può intuire cosa scaturisca da quel “ma”, quindi lasciamo perdere: ci limitiamo a osservare che in tutto il libro non un “ma” è stato fatto valere nei confronti del “Sultano” (e questo è precisamente il motivo per cui tale impostazione è intollerabile).

Ciliegina sulla torta, l’Ottaviani infine giunge ad affermare che «la Casa Bianca […] ha lasciato l’alleato turco un po’ troppo a briglia sciolta» (p. 206). Per capirci: chiunque, in Medio Oriente, può fare letteralmente quel che gli pare, ma gli unici a finire sul banco degli imputati sono sempre i turchi. È come se nelle redazioni dei principali quotidiani italiani fossero appese ai muri delle cartine con una Turchia circondata da 195 Svizzere. Quanti imbarazzanti distinguo e inutili giri di parole, però, quando si parla degli avversari regionali di Ankara: lo sterminio degli oppositori diventa “golpe democratico” in Egitto e “difesa della laicità” in Siria. Allora sì, diventa facilissimo affermare che “la Turchia sostiene l’Isis” senza uno straccio di prova: basta affibbiare l’etichetta di “terrorista” a chiunque si sia mai opposto ad Assad – tranne nel caso in cui questi “terroristi” siano curdi, perché  se combattono anche il tiranno turco allora diventano “combattenti per la libertà” – ma se poi la Turchia fa passare i peshmerga affinché combattano l’Isis a Kobane, come lo risolviamo il paradosso? Peraltro, proprio l’incapacità di “contestualizzare” gli eventi impedisce agli analisti di cui sopra di comprendere che lo scontro non è Erdoğan vs Kurdistan, ma fra Turchia e quella parte di curdi siriani che vuole far pagare ad Ankara le colpe del clan degli Assad (che in effetti li ha sempre privati di tutti i diritti, in primis quello di cittadinanza). Non c’è alcun fantomatico dissidio etnico-religioso in tutto ciò, tanto è vero che i rapporti con i curdi iracheni sono sempre stati eccellenti (almeno prima del catastrofico referendum indipendentista), mentre la questione con i curdi di Turchia in verità non si pone nemmeno, visto che la maggior parte sono perfettamente assimilati (si può discutere se ciò sia giusto o meno, ma non contestare il fatto che il PKK non rappresenti assolutamente i turchi di origine curda).

Al di là di come la si possa pensare, è oggettivo che il livello di doppiopesismo e contorcimento mentale ha raggiunto soglie inquietanti. Non sarebbe perciò il caso di accordarsi su una sorta di “amnistia intellettuale” e interrompere questa logorante Kulturkampf, evitando che i miti e le leggende nere da esso generati si consolidino in un’ideologia nefasta sia per l’intelligenza collettiva degli italiani che per i loro interessi internazionali?

Hitler è peggio di Hitler?


Sbaglio o negli ultimi tempi Hitler è ricomparso sui giornali? Ho letto di sfuggita che dai file desecretati riguardanti l’omicidio Kennedy sarebbe saltata fuori la testimonianza di un agente segreto contattato da un “emissario” dallo stesso Führer in Colombia a metà degli anni Cinquanta; secondo invece un giornalista argentino, il leader nazista sarebbe morto in Paraguay nel 1971

In ogni caso ne ha parlato entusiasta anche il nostro complottista preferito Alex Jones, assieme a Tim Kennedy, un ex lottatore di arti marziali, soldato e patriota americano che adesso è diventato storico (conduce appunto il programma Hunting Hitler). Discussione come al solito molto interessante seppur strampalata:


Credo tuttavia che, dopo questo intermezzo alla Ludlum (o alla Levin), Hitler tornerà nella cronache secondo la forma che più gli si addice, quella del termine di paragone. A tal proposito, un altro americano, il comico Bill Burr, si domanda cosa si usasse prima che Hitler arrivasse (“È il nuovo Gengis Khan? è il nuovo Napoleone?”), giungendo infine a definirlo the Michael Jordan of evil, proprio per aver surclassati tutti i cattivoni venuti prima di lui:


È altresì vero che di recente si è assistito a un’evoluzione della classica reductio ad Hitlerum, quando l’ex portavoce della Casa Bianca Sean Spicer (poi silurato) lo scorso aprile ha affermato che Assad è peggio di Hitler («Neanche una persona spregevole come Hitler è arrivata al livello di usare le armi chimiche»). In effetti nessuno finora era stato definito addirittura “peggio” di Adolf: peraltro questo Spicer, per giustificare la sua affermazione, ha anche aggiunto che «Hitler non ha usato gas sulla sua gente nello stesso modo in cui lo fa Assad. Portava la gente nei centri dell’olocausto [holocaust centers]», istigando così l’Holocaust Memorial Museum a postare su Twitter un video girato dai soldati americani a Buchenwald (in verità non si capisce bene per dimostrare cosa, forse che Hitler resta sempre il più cattivo?).

Il dato interessante, come detto, rimane che fino a Spicer nessuno fosse andato oltre il comparativo di uguaglianza: Hitler era stato paragonato più o meno a tutto, dalla deforestazione a Milošević, dall’AIDS ad Ahmadinejad, da Saddam a Reagan… E ovviamente anche a Trump, nonostante con lui ci siano andati più cauti, optando alla fine per qualche similitudine con Mussolini: col senno di poi, una scelta azzeccata, perché sarebbe stato difficile sostenere che il “nuovo Hitler” fa bene a bombardare gli altri “nuovi Hitler” (a meno di non accettare che questi “nuovi Hitler” siano “peggio di Hitler”).

Alla fine di tutto, rimane quindi una questione irrisolta, forse la più importante: Hitler è peggio di Hitler? Oppure, ancora meglio: Perché Hitler?

sabato 11 novembre 2017

11 Listopada

11 Listopada: Narodowe Święto Niepodległości. Oggi 11 Novembre in Polonia si festeggia il giorno dell’indipendenza: è una celebrazione molto sentita a livello nazionale, nonostante alcune organizzazioni abbiano deciso di trasformarla in una manifestazione contro tutto e tutti (l’Europa, la Russia, i gay, gli immigrati, i comunisti ecc…). È almeno dal 2008 che le strade di Varsavia si trasformano in campo di battaglia fra “patrioti” da una parte e polizia (e soldati) dall’altra.

La “Marcia dell’Indipendenza” attira contestatori da tutta Europa, sia dell’estrema destra (ultras e militanti italiani, spagnoli, ungheresi, cechi, serbi ecc…) che dell’estrema sinistra (nel 2011 gli antifa tedeschi furono così numerosi e violenti che per poco non vennero trattati alla stregua di invasori stranieri).

Di solito i giornali ne parlano solo quando devono demonizzare un po’ la Polonia “clerico-fascista”, anche se l’anno scorso, per esempio, l’unica cosa di sconvolgente che sono riusciti a trovare è stato il rogo delle bandiere con il logo di Facebook, un’impresa ovviamente subito postata su... Facebook!


Altra nota di colore, sicuramente più seria, oltre al rogo di bandiere europee ormai entrato da anni nella liturgia degli hooligan est-europei, è quello delle bandiere ucraine (quasi a sfatare i miti dei putiniani all’amatriciana).

Per descrivere questo microcosmo, proponiamo una canzone di Basti, un personaggio che in Italia ha ottenuto un po' di attenzione grazie alla traduzione di un frammento del suo pezzo “Wroga Krew” da parte del canale YouTube “Fort Rus”. Questo artista fa parte della galassia del rap nazionalistico che in Polonia annovera decine, se non centinaia, di gruppi (uno dei temi di moda in questo periodo è l’islamizzazione dell’Europa).

Ovviamente l’essere anti-ucraino non rende Basti un filorusso, anzi… È un fatto tuttavia che la recrudescenza del revanscismo polacco negli ultimi anni sia stato alimentato anche dal sostegno indiretto che Europa e Stati Uniti hanno concesso all’estrema destra ucraina. La definitiva canibalizzazione dell’Euromaidan da parte dei “banderisti” è un sintomo che in Polonia desta preoccupazione persino a livello istituzionale (generalmente poco incline a inimicarsi gli americani).

Deve comunque esser chiaro che questo pezzo esprime i sentimenti di una piccola percentuale della società polacca: la maggior parte delle manifestazioni organizzate per il Giorno dell’Indipendenza sono pacifiche e festose, tanto è vero che, essendo inutili a fini della demonizzazione, nei media nazionali (ed europei) non fanno notizia. Dal canto nostro, se ne pubblichiamo una traduzione è solo per assecondare il sensazionalismo con un po’ più di stile.


[Refren]
To jest Polska, jesteśmy stąd,
Urodzeni tutaj, kochamy nasz dom,
Świętujemy niepodległość, odrzucamy obce władze,
11 listopada pokażemy to razem!
To jest Polska, jesteśmy stąd,
Wychowani tutaj, kochamy nasz dom,
Czujemy przynależność, jesteśmy gospodarzem,
11 listopada pokażemy to razem!

Chwała bohaterom za zwycięstwo,
Za miłość do Ojczyzny, za walkę, za męstwo,
Za wiarę, za Polskę, za niepodległość,
Dziękujemy, że możemy patrzeć z dumą w przeszłość,
To nasza historia, narodowa duma,
Którą przez ponad sto lat zaborca opluwał,
Chcieli nas zniszczyć, stłamsić, myśleli, że się uda,
My byliśmy coraz twardsi, weź to skumaj!
Bo my mamy naszą flagę, nasze godło,
Jesteśmy Polakami, mamy naszą polską godność,
I nawet, kiedy mamy wrócić z walki na tarczy,
Do ostatniej kropli krwi będziemy walczyć, bo lepiej być martwym,
Niż bez honoru, bez fasonu, poddać się komuś,
A jeszcze gorzej sprzedać swoich ziomów,
Swoich braci, zrozum! są tysiące powodów,
By 11 listopada ruszyć dupę z domu.

[Refren]

Tego dnia widzimy się w Warszawie,
Pójdziemy w marszu niepodległości ramię w ramię,
W słusznej sprawie, by przeciwstawić się tyradzie,
Którą fundują nam od lat te pseudopolskie władze,
Tego dnia będziemy świętować niepodległość,
Będąc solą w oku tym, co nie na rękę jedność,
Każdy taki marsz odciska na nich piętno,
Układy republiki Okrągłego Stołu pękną,
Straszyli nas policją, teraz wojskiem,
Szczyt klimatyczny tego dnia to prowokacja, proste,
To podstęp! Chcą zrobić z patriotów czarne owce,
I pokazać w TVN-ie, że tożsamość to problem,
To żałosne, a przede wszystkim groźne,
W Polsce władza antypolska jest i media są antypolskie,
Robią z nas faszystów na łamach Wyborczej,
Już dość tych oszczerstw! To walka o Polskę.
[Refrain]
Questa è la Polonia, noi siamo qui
Siamo nati qui, amiamo la nostra casa
Celebriamo l’indipendenza contro il dominio straniero
11 Novembre, facciamoci vedere tutti!
Questa è la Polonia, noi siamo qui
Qui siamo cresciuti, amiamo la nostra casa
Sentiamo l’appartenenza, siamo ospitali
11 Novembre, facciamoci vedere tutti!

Gloria agli eroi per la vittoria,
per l’amore della patria, per la lotta e il coraggio,
per la fede, per la Polonia, per l’indipendenza
Grazie a voi possiamo guardare al passato con orgoglio
È la nostra storia, l’orgoglio nazionale
da secoli umiliato dagli invasori
volevano distruggerci, cancellarci, pensavano di farcela
ma ci siamo fatti più forti, fatevene una ragione!
Perché abbiamo la nostra bandiera, il nostro simbolo,
Siamo polacchi, il nostro onore è polacco
E anche se ripieghiamo in battaglia
Lottiamo fino all’ultima goccia di sangue, perché meglio morti
che senza onore, senza coraggio, sottomessi a chiunque
e ancora peggio è vendere i propri fratelli
i propri fratelli, capisci! Ci sono centinaia di ragioni
per muovere il culo da casa l’11 novembre


[Refrain]

Quel giorno ci vedremo a Varsavia
Andremo alla marcia dell'indipendenza assieme fianco a fianco
Per una giusta causa, resistendo a tutta la retorica
con cui ci hanno riempito queste autorità pseudo-polacche
Quel giorno celebreremo l’indipendenza
Saremo una spina nel fianco di chi non aiuta l’unità
Ogni marcia è un nuovo passo
per far saltare il sistema imposto dalla Tavola Rotonda
Ci minacciano con la polizia, ora con l’esercito
Organizzare la conferenza sul clima quel giorno è una provocazione
È un imbroglio! Vogliono far dei patrioti pecore nere
e mostrare in tv che l’identità è il problema
È patetico e soprattutto pericoloso
In Polonia il governo e i media sono tutti antipolacchi
Ci trattano da fascisti nelle liste elettorali
Basta con queste calunnie! È una lotta per la Polonia