sabato 18 novembre 2017

Il Reis è nudo? (Vi piacerebbe....)


Alcuni lettori mi hanno chiesto un parere sull’ultimo libro di Marta Ottaviani, Il Reis (Textus, L’Aquila, 2016), ma francamente avrei preferito evitare, perché è stata una delle letture più irritanti in cui mi sia imbattuto in questo periodo. Non saprei nemmeno da dove cominciare con questa interminabile filippica contro il povero Tayyip, la quale non lascia un solo istante di respiro al lettore: alla fine si è costretti a concludere che costui sia davvero il demonio (şeytan) in persona!

Giusto per farsi un’idea: dopo aver confessato che «nell’ultimo decennio non c’è stato un solo giorno in cui non abbia pensato a Erdoğan» (e ciò spiega quasi tutto…), l’inviata de “La Stampa” esordisce affermando che il golpe del 1960 conferì alla Turchia un «maggior respiro democratico» (p. 37), mentre quello del 1980 riportò «l’ordine nelle strade», perché i militari se la presero «molto onestamente (sic) molto più con i movimenti di sinistra che con la destra ultranazionalista» (p. 45). Apperò! Già qui la voglia di chiudere di colpo il volume era fortissima, ma purtroppo ho voluto continuare, sorbendomi oltre trecento pagine di un “processo alle intenzioni” su qualsiasi cosa Erdoğan abbia fatto in vita sua.
Per dire: il delinquente porta finalmente un po’ di libertà religiosa in Turchia? «Tutta questa tolleranza […] è un metodo per sdoganare uno stile di vita sempre più devoto» (p. 149).
Questo vigliacco si oppone a Sua Eccellenza il Generale al-Sisi, un altro che evidentemente deve aver “riportato l’ordine nelle strade” del Cairo? Ah beh, allora «ha perso un’occasione preziosa per fungere da mediatore tra le due anime del Paese» (p. 204).
Questa bestia umana difende i palestinesi dopo che il mondo intero se li è dimenticati? «Erdoğan vuole ergersi ad alfiere della causa palestinese in modo preoccupante […] se si richiamano alla mente le posizioni antisemite del suo padre politico [Necmettin Erbakan]» (p. 209).

Si può giungere a un tale grado di demonizzazione e pretendere di essere considerati seri? Mi sorge il dubbio che a molti giornalisti italiani il leader turco ricordi qualche amico che li ha picchiati da piccoli. Il caso della Ottaviani è peraltro è uno dei più rappresentativi, in quanto la signora è una fedelissima del “generatore automatico di bufale” col quale i corrispondenti italiani ci propinano da anni il solito pezzo turcofobo.
Non voglio nemmeno riportare quanto l’Autrice scrive sulla “voluta provocazione” della Mavi Marvara («un risultato a cui [Davutoğlu] lavorava da tempo»), perché proverei vergogna solo a ripetere le sue parole; vi risparmio pure le pagine dedicate al golpe dell’anno scorso, dal momento che si può facilmente intuire quali conclusioni sia stata capace di trarne…
Certo, questo “complottismo a fasi alterne” è talmente curioso da obbligarmi a spendere qualche parola al riguardo: se da una parte infatti la Ottaviani non si risparmia alcun tipo di insinuazione nei confronti del “Sultano” (dalla carneficina della Mavi Marmara ai brogli elettorali fino al colpo di stato), dall’altra invece costei, quando l’argomento non è utile a dare addosso alla sua bestia nera, riscopre un candore da educanda: la rivolta di Gezi Parkı, per esempio, la riporta addirittura ai tempi del liceo, ai giorni gloriosi delle “autogestioni e occupazioni” (p. 236); una nostalgia così potente da impedirle di provare alcun sospetto nei confronti dell’incredibile tempistica delle proteste, che al contrario la lasciano completamente abbacinata (giunge persino a definirle un “capolavoro di organizzazione”, senza appunto mai domandarsi come dei “liceali” siano riusciti a mettere in piedi una contestazione del genere).

È un peccato che la Ottaviani, affrontando tale vicenda, esaurisca tutta la sua “carica dietrologica”, perché anche il più “moderato” dei complottisti avrebbe trovato numerosi spunti di riflessione (specialmente col fatidico “senno di poi”): non solo perché Gezi Parkı assomigliava molto a qualcosa a metà strada tra una “rivoluzione colorata” e una “primavera araba”, ma anche perché, poco dopo che Erdoğan l’aveva repressa con metodi discutibili quanto si vuole, ma di certo più “umani” (anche in senso fantozziano) di quelli dei vari Assad e al-Sisi (dopo ci torneremo), la magistratura ha tentato di farlo fuori con altri mezzi imbastendo una sorta di Tangentopoli alla turca. Per non dimenticare, en passant, che proprio nel maggio del 2013 la Turchia si era appena liberata del debito con l’Fmi. Insomma, gli elementi per ricamarci su una bella “teoria della cospirazione” ci sono tutti, eppure…

Sul doppio standard della giornalista potremmo dire ancora molto, perché per esempio la Ottaviani snobba completamente la questione del cosiddetto “Stato profondo”, etichettandola come “caccia alle streghe” e “spauracchio”, quando invece nemmeno il più agguerrito dei debunker si permetterebbe di liquidare con tale superficialità gli stessi temi se calati nel contesto italiano (oppure la “strategia della tensione” o il “piduismo” sono solo paranoie?).
Ma lasciamo andare, e veniamo al punto: il problema non è tanto la Ottaviani in sé, che comunque tende troppo a ridurre gli eventi internazionali alla propria esperienza personale, talvolta giungendo agli estremi di quel “fallacismo” che ha influenzato in maniera deleteria la prosa femminile contemporanea sull’islam. A dir la verità non si comprende nemmeno con chi voglia polemizzare, quando afferma che «sugli italiani che parlano per interesse personale, o che per motivi sentimentali sono diventati più turchi dei turchi, preferisco stendere un velo pietoso» (p. 345). No, parliamone, perché sinceramente non capisco davvero a chi possa riferirsi: così su due piedi non mi viene in mente un solo giornalista della grande stampa che abbia mai speso un secondo per smentire le fake news su Erdoğan che finanzia l’Isispromuove la pedofilia e fa censurare Mozart. Per farlo ci sono voluti degli “sbufalatori” amatoriali, indice che non sarebbe stato poi così difficile controllare le fonti prima di sparare a zero: di che stiamo discutendo, quindi?

La verità è che anni e anni di propaganda hanno suscitato nell’opinione pubblica italiana micidiali sentimenti anti-turchi, i quali si sono poi innestati sugli antichi pregiudizi (ricordiamo che nell’idioma gentile “turco” è sinonimo di profano, miscredente, infedele, sacrilego, empio…). Dunque un libro del genere era probabilmente l’ultima cosa di cui c’era bisogno in un mainstream già estremamente surriscaldato da fanatismi e fobie.
Volendo tuttavia, come dicono i turchi, “tendere un ramoscello d’ulivo” (lo dicono sul serio: zeytin dalı uzatmak), potrei riconoscere alla Ottaviani un certo anticonformismo nel confutare le leggende sugli “eroi curdi”, nonché i luoghi comuni sul cosiddetto “neo-ottomanesimo” (slogan creato ad arte da qualche “agenzia culturale”). Un altro dato positivo è che la Nostra perlomeno conosce il turco: è vero che come fonti in lingua originale utilizza solo articoli di giornale, ma è sempre meglio del nulla degli altri “inviati speciali” (che non hanno nemmeno fatto lo sforzo di imparare a pronunciare evet e hayır in occasione dell’ultimo referendum).
Oltre questo, però, non resta granché da salvare, perché non è un buon servizio alla verità il presupporre incessantemente la malafede di Erdoğan, in un colossale e snervante post hoc. D’altronde è la stessa Ottaviani ad ammettere che il volume scaturisce anche dai “dispiaceri personali” e dalle “speranze infrante”: tra le righe si percepisce il disagio di dover parlare ancora di un Paese di cui si è disamorata, un sentimento per il quale non posso che avere il massimo rispetto (lo dico senza alcuna ironia, perché come dice il Poeta Sevileni sevmeye zorlayan sevda…), ma che forse andrebbe “sfogato” con altri mezzi.

A questo punto, mi trovo costretto ad allargare la prospettiva all’intero panorama del giornalismo italiano e discutere, da ultimo, della tendenza sempre più marcata ad attaccare la Turchia con qualsiasi pretesto. Negli ultimi anni un’intera schiera di “esperti di Medio Oriente”, tra i quali, oltre all’Ottaviani, vanno annoverati pezzi da novanta come Alberto Negri e Fulvio Scaglione, si è adoperata per creare una monolitica narrativa anti-turca, fungendo da “cinghia di trasmissione” tra la grande stampa e la controinformazione (dal “Sole 24 Ore” a “Contropiano” e da “Famiglia Cristiana” all’“Antidiplomatico”). In pratica, come osservato sopra, non esiste alcun “controcanto” quando si giunge a parlare di turchi. Per giunta ciò che è deleterio in tale atteggiamento non è tanto la diabolisation che, seppur espressa in modo tendenzioso, sarebbe quantomeno comprensibile: no, ciò che davvero è inaccettabile è la combinazione dell’avversione totale a Erdoğan con l’amore incondizionato verso Putin, Assad e al-Sisi (o chi per essi). Per parafrasare un detto di Karl Kraus («Ciò che nello sciovinismo non è simpatico non è tanto l’avversione per le altre nazioni quanto l’amore per la propria») quello che appunto nella turcofobia è disdicevole non è tanto l’avversione per il loro tiranno, quanto l’amore per quegli degli altri.

Devo ammettere che non sarei giunto a polemizzare fino a tal punto, se non avessi constatato anche nell’Ottaviani tale insopportabile vezzo. Evocando il famigerato topos della “Turchia che sostiene l’Isis”, l’Autrice di fatto afferma che «i legami con l’Isis sono stati denunciati anche da Vladimir Putin» (p. 276): dovremmo quindi dedurre che la parola di un ex funzionario del KGB è una garanzia assoluta di Verità (Pravda)? E discutendo delle “Primavere arabe”, l’Ottaviani si permette di accusare il Turco di aver reagito “troppo duramente” (p. 204) nei confronti del golpe militare di al-Sisi: forse avrebbe dovuto leccargli gli stivali come ha fatto il nostro ex Presidente del Consiglio?
Venendo ad Assad, l’altro villain da poco beatificato, la giornalista stranamente non riesce proprio a indignarsi nei suoi confronti: «Non si intende difendere un regime liberticida come quello di Damasco, ma…» (p. 205). Si può intuire cosa scaturisca da quel “ma”, quindi lasciamo perdere: ci limitiamo a osservare che in tutto il libro non un “ma” è stato fatto valere nei confronti del “Sultano” (e questo è precisamente il motivo per cui tale impostazione è intollerabile).

Ciliegina sulla torta, l’Ottaviani infine giunge ad affermare che «la Casa Bianca […] ha lasciato l’alleato turco un po’ troppo a briglia sciolta» (p. 206). Per capirci: chiunque, in Medio Oriente, può fare letteralmente quel che gli pare, ma gli unici a finire sul banco degli imputati sono sempre i turchi. È come se nelle redazioni dei principali quotidiani italiani fossero appese ai muri delle cartine con una Turchia circondata da 195 Svizzere. Quanti imbarazzanti distinguo e inutili giri di parole, però, quando si parla degli avversari regionali di Ankara: lo sterminio degli oppositori diventa “golpe democratico” in Egitto e “difesa della laicità” in Siria. Allora sì, diventa facilissimo affermare che “la Turchia sostiene l’Isis” senza uno straccio di prova: basta affibbiare l’etichetta di “terrorista” a chiunque si sia mai opposto ad Assad – tranne nel caso in cui questi “terroristi” siano curdi, perché  se combattono anche il tiranno turco allora diventano “combattenti per la libertà” – ma se poi la Turchia fa passare i peshmerga affinché combattano l’Isis a Kobane, come lo risolviamo il paradosso? Peraltro, proprio l’incapacità di “contestualizzare” gli eventi impedisce agli analisti di cui sopra di comprendere che lo scontro non è Erdoğan vs Kurdistan, ma fra Turchia e quella parte di curdi siriani che vuole far pagare ad Ankara le colpe del clan degli Assad (che in effetti li ha sempre privati di tutti i diritti, in primis quello di cittadinanza). Non c’è alcun fantomatico dissidio etnico-religioso in tutto ciò, tanto è vero che i rapporti con i curdi iracheni sono sempre stati eccellenti (almeno prima del catastrofico referendum indipendentista), mentre la questione con i curdi di Turchia in verità non si pone nemmeno, visto che la maggior parte sono perfettamente assimilati (si può discutere se ciò sia giusto o meno, ma non contestare il fatto che il PKK non rappresenti assolutamente i turchi di origine curda).

Al di là di come la si possa pensare, è oggettivo che il livello di doppiopesismo e contorcimento mentale ha raggiunto soglie inquietanti. Non sarebbe perciò il caso di accordarsi su una sorta di “amnistia intellettuale” e interrompere questa logorante Kulturkampf, evitando che i miti e le leggende nere da esso generati si consolidino in un’ideologia nefasta sia per l’intelligenza collettiva degli italiani che per i loro interessi internazionali?

Hitler è peggio di Hitler


Sbaglio o negli ultimi tempi Hitler è ricomparso sui giornali? Ho letto di sfuggita che dai file desecretati riguardanti l’omicidio Kennedy sarebbe saltata fuori la testimonianza di un agente segreto contattato da un “emissario” dallo stesso Führer in Colombia a metà degli anni Cinquanta; secondo invece un giornalista argentino, il leader nazista sarebbe morto in Paraguay nel 1971

In ogni caso ne ha parlato entusiasta anche il nostro complottista preferito Alex Jones, assieme a Tim Kennedy, un ex lottatore di arti marziali, soldato e patriota americano che adesso è diventato storico (conduce appunto il programma Hunting Hitler). Discussione come al solito molto interessante seppur strampalata:


Credo tuttavia che, dopo questo intermezzo alla Ludlum (o alla Levin), Hitler tornerà nella cronache secondo la forma che più gli si addice, quella del termine di paragone. A tal proposito, un altro americano, il comico Bill Burr, si domanda cosa si usasse prima che Hitler arrivasse (“È il nuovo Gengis Khan? è il nuovo Napoleone?”), giungendo infine a definirlo the Michael Jordan of evil, proprio per aver surclassati tutti i cattivoni venuti prima di lui:


È altresì vero che di recente si è assistito a un’evoluzione della classica reductio ad Hitlerum, quando l’ex portavoce della Casa Bianca Sean Spicer (poi silurato) lo scorso aprile ha affermato che Assad è peggio di Hitler («Neanche una persona spregevole come Hitler è arrivata al livello di usare le armi chimiche»). In effetti nessuno finora era stato definito addirittura “peggio” di Adolf: peraltro questo Spicer, per giustificare la sua affermazione, ha anche aggiunto che «Hitler non ha usato gas sulla sua gente nello stesso modo in cui lo fa Assad. Portava la gente nei centri dell’olocausto [holocaust centers]», istigando così l’Holocaust Memorial Museum a postare su Twitter un video girato dai soldati americani a Buchenwald (in verità non si capisce bene per dimostrare cosa, forse che Hitler resta sempre il più cattivo?).

Il dato interessante, come detto, rimane che fino a Spicer nessuno fosse andato oltre il comparativo di uguaglianza: Hitler era stato paragonato più o meno a tutto, dalla deforestazione a Milošević, dall’AIDS ad Ahmadinejad, da Saddam a Reagan… E ovviamente anche a Trump, nonostante con lui ci siano andati più cauti, optando alla fine per qualche similitudine con Mussolini: col senno di poi, una scelta azzeccata, perché sarebbe stato difficile sostenere che il “nuovo Hitler” fa bene a bombardare gli altri “nuovi Hitler” (a meno di non accettare che questi “nuovi Hitler” siano “peggio di Hitler”).

Alla fine di tutto, rimane quindi una questione irrisolta, forse la più importante: Hitler è peggio di Hitler? Oppure, ancora meglio: Perché Hitler?

venerdì 10 novembre 2017

Leonard Hawksley e la zoofilia italica

Le informazioni riguardanti Leonard Hawksley, uno dei primi “animalisti” della storia, sono generalmente scarse, sia in inglese che in italiano: sul sito della Società Anglo-Italiana per la Protezione degli Animali (da lui fondata alla fine del XIX secolo) si può per esempio trovare una breve biografia (sfortunatamente non corredata da nessuna immagine del Nostro).
«Nel 1890, poco più che ventenne, Leonard Hawksley si imbarcò come molti suoi conterranei in un viaggio in Italia, ancora ignaro del ruolo che il futuro gli avrebbe riservato come pioniere della protezione animale nel paese.
Sin dal suo arrivo a Napoli, Hawksley non poté non notare i maltrattamenti agli animali. Cavalli e muli erano spronati senza tregua, costretti da morsi rinforzati con chiodi e percossi incessantemente. Proprio a Napoli decise così di intraprendere i primi passi nella riforma della Società napoletana contro la crudeltà verso gli animali trasformandola nella Società napoletana per la protezione degli animali ed assumendone la guida dal 1909. Nel 1901 Hawksley si fece carico di organizzare anche un gruppo di 40 ispettori a Roma. In giro per la penisola il suo attivismo destò non pochi problemi e gli costò caro al punto che, avendo sfidato il crimine organizzato, fu aggredito riportando considerevoli traumi e tristemente perse l’uso della vista da un occhio.
Hawksley non era un semplice attivista ma si distinse come brillante riformista e si batté per anni per l’introduzione di leggi a protezione degli animali. Nel 1912 fu testimone della normativa che bandiva gli sport violenti e allo scoppio della prima guerra mondiale ebbe un ruolo fondamentale nella fondazione della Croce blu italiana e di 22 ospedali veterinari, lavorando sul campo per salvare le vita di migliaia di cavalli e muli.
Hawksley pagò un alto prezzo per i lunghi anni di battaglie e nel 1931, all’età di 58 anni, sfiancato dall’impresa decise di tornare in Inghilterra dove si spense nel 1948. In Italia lasciava un’eredità importante: 22 associazioni per la protezione degli animali fondate da lui stesso o attraverso il suo prezioso contributo. Nel corso degli anni, in risposta a chi lo criticava chiedendo come mai uno straniero si interessasse della tutela degli animali in un paese che non era neppure il suo, era solito rispondere con prontezza: “Perché gli animali non hanno nazionalità”.
Nel 1952 l’allora Hawksley Society for the Protection of animals and birds in Italy divenne la Società Anglo Italiana per la Protezione degli Animali. Le sue parole di ieri sono le nostre parole di oggi e lo spirito del suo lavoro pionieristico vive ancora nella Società Anglo Italiana per la protezione degli animali».
Nonostante questo Hawksley sia il discendente di una celebre famiglia di ingegneri, le fonti inglesi sono ancora più rare: ho trovato giusto un appello del 28 giugno 1919 pubblicato sullo “Spectator”, in cui si ricorda come la Society for the Protection of Animals sia uscita stremata dalla Grande Guerra, impegnandosi al massimo per la salute e il benessere dei cavalli: «It assisted the work for the war-horses, a cause which won universal approval in Italy, and it is satisfactory to know that the animals used in the Italian war were well treated as far as the conditions would admit».
Ormai priva di uomini e risorse, la Società è costretta a chiedere un aiuto ai lettori.


Vediamo quindi di inquadrare meglio l’operato di Hawksley dal punto di vista storico: prima di tutto, essa si sviluppa nel clima culturale (e “spirituale”) di fine Ottocento, che ispirò lo stesso Garibaldi nella creazione della “Società Protettrice degli Animali contro i mali trattamenti che subiscono dai guardiani e dai conducenti”, la più antica organizzazione zoofila italiana, fondata a Torino nell’aprile 1871 assieme ad Anna Winter e Timoteo Riboli.

Leonard Hawksley, come si è detto, giunse a Roma nel 1890 e incominciò subito con le sue “campagne di sensibilizzazione”, in principio anch’esse rivolte contro carrettieri e cocchieri delle grandi città. Durante il suo apostolato fu aggredito decine di volte dai rappresentanti di tali categorie, che in più di un’occasione tentarono anche di fargli la pelle: un assalto particolarmente violento gli provocò la perdita di un occhio.
In un articolo a lui dedicato (In difesa degli animali di Alexandra Wasiqullah: non sono riuscito a risalire all’originale, ma la traduzione è apparsa nel “Selezione dal Reader’s Digest” del Maggio 1981), si apprende che
«fra i suoi tanti nemici ci fu anche la Camorra napoletana, che lo minacciò di morte. Ma poi, in un acceso diverbio, Hawksley perse la pazienza e, strappata una frusta dalle mani di un emissario della Camorra, ne spezzò il manico sulla testa dell’incauto. Impressionato dalla decisa reazione dell’inglese, il camorrista dimenticò la sua ira e passò ad un atteggiamento di deferente rispetto, ordinando ai suoi scagnozzi di lasciare per sempre in pace Hawksley
In un’altra occasione, Hawksley, mentre viaggiava a bordo di una nave lungo le coste italiane, notò una mucca che si dibatteva in mare e chiese al capitano di fermare la nave e di salvare la bestia. Il capitano rispose con una scrollata di spalle. Spogliandosi e gettandosi in mare, Hawksley urlò: “Se non vuole salvare una bestia, si sentirà obbligato a salvare un uomo”. Il comandante fermò la nave e, si racconta, trasse in salvo uomo e bovino».
Sarebbe utile e interessante capire se anche Hawksley, al pari di Garibaldi, nella sua “zoofilia” fosse ispirato da credenze esoteriche: un punto in comune tra i due potrebbe essere rappresentato dalla Società Teosofica, con la quale probabilmente entrambi ebbero dei rapporti (per l’Eroe dei due mondi è certo, dato che la Blavatsky sostenne addirittura di aver combattuto nella battaglia di Mentana).

In ogni caso, al di là di convinzioni pseudo- o para-massoniche, è un fatto che pochi anni dopo la nascita di queste “società”, la zoofilia era già stata chiamata ufficialmente a far parte della tradizione culturale italiana, come si evince da un intervento parlamentare del 6 giugno 1913 (riguardante proprio un provvedimento per la protezione degli animali) dell’ex presidente del consiglio Luigi Luzzatti (nel quale viene citata anche la contessa Martinengo Cesaresco, autrice dell’appello dello “Spectator” di cui sopra):
«L’Italia è il paese dove le più nobili, le più grandi, le più umanitarie dottrine, dai tempi antichissimi sino a oggi, si sono svolte. Ma non oserei dire che sia il paese che sempre le abbia applicate, dai combattimenti dei gladiatori agli accecamenti degli uccelli [si ride].
In questo pietosissimo e gravissimo argomento, noi italiani, dopo l’India, siamo quelli che hanno predicato le più dolci, le più sante dottrine, dai greci pitagorici, dai filosofi e poeti romani. Avevo portato tutti i testi qui... [si ride] e non sarebbe male per voi e pel paese parlare a fondo di queste materie.
Avevo portato tutti i testi, che si trovano raccolti in un libro uscito ora. L’autrice è una donna gentile e colta, che scrisse anche cose belle sul risorgimento italiano, la contessa Martinengo; il libro è intitolato: II posto degli animali nel pensiero umano.
Certo, uno degli atti nostri, che ci facevano più torto, e ce lo fanno anche oggi di fronte agli stranieri, è il maltrattamento degli animali.
[…] Per fortuna, non siamo più isolati, ci sono società zoofile a Torino, a Milano, a Napoli, a Roma e altrove, vigilanti e affrontanti le bestemmie di quelli che maltrattano le bestie e le ironie dei magnifici sfaccendati, peggiori spesso persino di coloro che maltrattano le bestie.
[…] Perché ai superbi che mormorano in questa Camera e che credono di avere essi soli un’anima immortale o mortale (non so se credano a Dio), ai superbi che mormorano in questa Camera io dirò che San Francesco d’Assisi coltivava, cosa degna di nota, la stessa dottrina dei nostri grandi uomini del Rinascimento.
Leonardo da Vinci e Giordano Bruno non credevano di avere essi soli un’anima, credevano anche alle anime degli animali e delle piante, e sentivano quest’immensa catena di solidarietà nel bene e nel male che collega tutti gli esseri della creazione e, mentre ci può rendere più modesti, ci deve anche far più buoni e più pietosi. [Vive approvazioni].
Questa è la luminosa tradizione italiana, la tradizione italiana che doveva mirabilmente splendere in quei due grandi fattori della nostra libertà e della nostra unità, quali furono Mazzini e Garibaldi, i due zoofili per eccellenza.
Garibaldi eccitava un suo amico a Torino a fondare la Società per la protezione degli animali con accenti così belli che rivaleggiano, con altra forma e con altro metodo (qui c’è il guerriero redentore, là c’è il santo) colle parole dei Fioretti del Serafico.
In questo libro che ho qui vi sono delle parole di Garibaldi raccolte pietosamente dalla donna insigne, la quale ho ricordato.
Quando Garibaldi combatteva in America e aveva nel solo cavallo l’amico più potente e più fido, ei si angosciava, non trovando per via in quelle immense solitudini che oggi fioriscono di messi biondeggianti, neppure l’orzo per poterlo nutrire. Quando lo vedeva un po’ quieto riposare sull'erba, Garibaldi diceva che egli provava la gentile voluttà di essere pio. Qual bellezza di frase, come è degna di Ugo Foscolo!
E Mazzini ha tutta una storia intorno a questa pietà dei forti verso i deboli animali, mistica e sana. Quando era rifugiato a Genova in casa di un suo amico cospiratore, viveva appartato silenzioso e nascosto; un pittore di stanze, il quale credeva che la casa fosse vuota voleva afferrare un ragno fuori della finestra. Mazzini sentì tanta pietà per l’infelice ragno che sbucò fuori, e impedì al pittore di compiere l’opera nefasta.
Il pittore fuggì, diffuse per la città la notizia che vi era uno spirito in quella casa, e veramente vi era uno spirito, lo spirito animatore dell’Italia! [Vive approvazioni].
Mazzini dovette fuggire perché altrimenti quel ragno l’avrebbe scoperto agli uomini, implacabili verso di lui assai più che non lo fossero verso le bestie. [Approvazioni].
Insomma è tutta una grande tradizione italica che noi richiamiamo qui a nostra gloria per esser un po’ risarciti dai guai, ai quali assistiamo per il mal trattamento degli animali».

Palestina contro Catalogna


«La Palestina sostiene una Spagna forte e unita, e ritiene che il rispetto per la Costituzione e il dialogo siano il modo migliore per risolvere i problemi interni»: così si espresso il Ministero degli Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese (Palestina apoya una “España fuerte y unida” y apuesta por el diálogo, “La Vanguardia”, 30 ottobre 2017).

Ma come! Dopo tutte la manifestazioni della CUP contro la lobby sionista a Catalunya (come ha affermato il suo rappresentante Josep Garganté), a sostegno del popolo palestinese e per il boicottaggio dei prodotti israeliani, è così che rispondono i fratelli arabi? Non dimentichiamo che il “partito dei centri sociali” al Parlamento catalano ha anche proposto una mozione per proclamare Barcellona “Spazio libero dall’apartheid israeliano” (Espai Lliure d’Apartheid Israelià).

Certo, la Spagna è uno dei pochi paesi europei a ricordarsi talvolta della “questione palestinese”, tanto è vero che il viceministro della difesa israeliano, il rabbino ortodosso Eli Ben-Dahan (che considera i palestinesi “animali”) in queste settimane ha gongolato per le difficoltà di Madrid, nonostante (aggiungiamo) uno dei “padri” del catalanismo contemporaneo, Artur Mas, abbia spesso indicato come modello per la Catalogna proprio Israele.

Dunque è comprensibile che l’ANP voglia mantenere buone relazioni con uno dei suoi ormai sparuti sostenitori in Occidente. Del resto, è noto che l’appoggio degli “antagonisti” è evanescente e legato probabilmente solo al fatto che quel popolo non ha ancora uno stato: lo stesso discorso vale infatti per curdi, tuareg e zapatisti, considerati dalla CUP tutti “compagni ideali”. Ma se la Palestina vuol diventare uno Stato, è chiaro che dovrà affidarsi ad alleati più sicuri di quelli che utilizzano la sua causa solo per motivi strumentali… 

No estaba muerto (Franco è tornato!)


El año setenta y cinco,
tras una mala semana,
y para vergüenza del mundo,
el menda murió en la cama.

Despuées de muchas reuniones
par arreglare el entuerto,
vino la transición
y todos me dieron por muerto.

Y no estaba muerto no, no...
Estaba el domingo en Barna...
Y no estaba muerto no, no...
¡Y en Gerona!
¡Y en Tarragona!
¡Y en Lérida!
Requísale, requísale.

Y vino la policía
muy puesta de cortesía
para buscar unas urnas
que estaban muy escondidas.

Y por ver qué se sentía
entraron en las escuelas,
robaron algunos votos
y hostiaron a las abuelas.

Y no estaba muerto no, no...
!Estaba salvando España!
¡Tú, mételes! ¡Tú, mételes!

Tras ochocientos heridos
salen Rey y Fiscalía
diciéndole a todo el mundo
¡Que viva la policía!

Yo, viendo lo de estos días,
no iba muy equivocado
cuando dije que dejaba

No estaba muerto,
estaba dando caña...

Y mi amigo Rafa Ferdinando
que les ha llamado nazis,
ya ves...       
No estaba muerto,
a ratos gobernaba.

Ya los tanques les mando
que cambien de postura
que quieren montar una dictadura,
¡papá!

Y no estaba muerto no, no...
¡Estaba salvando España!
¡Tú, mételes! ¡Tú, mételes!
¡Mételes!
Nell’anno 1975,
dopo una brutta settimana,
fu una tragedia per il mondo,
il vecchio è morto nel suo letto.

Dopo molte riunioni,
per riparare ai torti
si fece la transizione
e tutti mi diedero per morto.

Ma non ero morto, no no...
Domenica ero a Barcellona...
E non ero morto, no no...
E a Gerona!
E a Tarragona!
E a Lérida!
Sequestrale, sequestrale.

E venne la polizia
con fare molto cortese
per cercare le urne
tenute ben nascoste.

E per vedere cosa si provava
sono entrati nelle scuole,
hanno rubato qualche voto
e pestato le vecchiette.

E non ero morto, no no...
Stavo salvando la Spagna!
Vai e colpisci! Vai e colpisci!

Dopo ottocento feriti
vennero il Re e la Procura
per dire a tutti
“Viva la polizia!”

Vedendo ciò che accade in questi giorni
posso dire di non aver sbagliato
quando ho detto che avrei lasciato
tutto a posto e ben a posto (letteralmente: “tutto legato e ben legato”)
E non ero morto, no no...
Stavo solo dando la carica…

E il mio amico Rafa Hernando
che li ha chiamati nazisti,
eh già…
Non ero morto,
di tanto in tanto governavo.

E adesso gli mando i carri armati
perché hanno cambiato posizione
e vogliono fare una dittatura,
papà!

E non ero morto, no no...
Stavo salvando la Spagna!
Vai e colpisci! Vai e colpisci!
Colpisci!

giovedì 9 novembre 2017

“Che dice il Papa?” (povero Junqueras!)

Ho ritrovato il trafiletto di cui parlavo pochi giorni fa, l’intervista (o la “chiacchierata”) che l’ex vicepresidente del governo catalano Oriol Junqueras ha concesso al “Corriere” prima del referendum (ma pubblicata solo dieci giorni dopo). Non so perché l’ho conservato, forse per usarla come spunto per dei battutoni con quelli che vengono a trovarmi (anche se non so per quanto resterà attuale la questione catalana).

Comunque, veniamo al punto: “E il Papa che dice?”, si chiedeva il placido Junqueras. La risposta probabilmente se l’è data da solo quando i caramba spagnoli son venuti ad arrestarlo… ¡caramba che sorpresa! (questo era lo spunto per i battutoni). Insomma, pare proprio che Sua Santità alla fine se ne sia un po’ battuto il belino, come dicono i catalani.

Peraltro ieri in Catalogna c’è stato uno sciopero generale, del quale non ha parlato nessuno perché l’attenzione dei media si sta rapidamente volatilizzando; il sottoscritto, per esempio, ha potuto scoprirlo solo collegandosi per caso con l’ormai celebre (da queste parti) TV3, che appunto informava della sua partecipazione alla vaga general.


Torniamo tuttavia alla domanda essenziale: “Che dice il Papa?”. Eh beh, ci sono tante altre espressioni, sempre “catalane”, che potrebbe figurare il tipo di risposta data dal Pontefice, ma non vorremmo sembrare irrispettosi. Del resto si può sdrammatizzare quanto si vuole, ma il dramma rimane: il morigerato e gesuitico Junqueras… sta ar gabbio!

Per capire di chi stiamo parlando, aggiungiamo che il politico catalano, leader del primo partito di maggioranza (la “Sinistra Repubblicana”), fondamentalmente è un cattocomunista, nel senso “nobile” del termine (LaPira&Dossetti). Per intenderci ancora meglio, potremmo definirlo quasi un democristiano di sinistra, via. In sostanza, il suo ruolo è sempre stato quello del moderato-mediatore (“moderatore”?), uno status riconosciutogli sia dallo stesso articolista del “Corriere” («Se Madrid potesse eliminare un solo ribelle, oggi, sceglierebbe il presidente Puigdemont e a trattare resterebbe il “cardinale” Junqueras» – il fatto che invece lo abbiano sbattuto in galera dice già tutto) che dal programma satirico “Polònia”, che si è spesso fatto beffe dei suoi tentativi di mettere assieme il centro (destra) e i centri (sociali):


Di conseguenza –se intuiamo le motivazioni di Junqueras–, è probabile che lo scenario in cui ha creduto di poter operare fosse quello del “cattocomunismo reale”, dove appunto una Catalogna “affrancescata” (o “bergoglionata”) avrebbe goduto di un immenso spazio di manovra tra Bruxelles, Roma e Madrid.

Invece, con la crisi catalana, abbiamo scoperto “sul campo” (come si dice) che a Bergoglio in fondo non interessa imporre la sua “linea”, né sedere alla “sinistra del Padre” (dopo duemila anni di “destra”). L’unico scopo della sua azione “pastorale” appare ora la distruzione dell’esistente («Alles, was entsteht, Ist wert, daß es zugrunde geht»): dunque l’accusa di voler creare una “Controchiesa”, alla luce di quanto poi accaduto a livello teologico-politico, non sembra del tutto infondata.

Oppure, senza porla in termini così apocalittici, tale inanità potrebbe essere un semplice prodotto delle aporie del relativismo, che a un certo punto si scontra con un invalicabile limite teorico insito nella sua stessa natura (in una sentenza: è possibile “relativizzare” anche il relativismo?).
Nella pratica, ciò significa che non ci verrà consentito nemmeno un po’ di grigiume democristiano, perché sarebbe fin troppo “colorato” per i tempi che corrono. Ed è per questo che, in conclusione, il Papa dovrebbe almeno rispondere alla domanda: Di che colore è il nulla?

martedì 7 novembre 2017

I veneti vogliono morire tedeschi?

Al referendum per l’autonomia, pur non essendo un terrone, ho votato “Sì” (perché è noto che lo zoccolo duro della Lega è formato da lombardi e veneti di origine meridionale): in fondo si trattava di un’occasione come un’altra per prendere un po’ d’aria e fare del moto. Per il resto, è un bene che l’esito positivo non abbia generato (almeno finora) ulteriori iniziative, poiché si è visto come l’Unione Europea ha risposto alle richieste d’autonomia in Catalogna...

Se poi vogliamo prenderci in giro, allora ripetiamoci pure che questa è l’Europa delle regioni (macro- o micro-) e che finalmente stanno tramontando gli Stati centrali, quando la realtà dice esattamente l’opposto, e cioè che –dal punto di vista “teorico”– le istituzioni continentali (come avevo già notato all’epoca del ben più importante referendum costituzionale) spingono per una “centralizzazione” dei poteri sempre più coercitiva (in modo che i parlamenti nazionali si trasformino in semplici “emanazioni” di Bruxelles); e –dal punto di vista “pratico”– sfoderano direttamente i manganelli quando qualcuno prende sul serio la favola dell’Europa senza confini.

Proprio alla luce delle disavventure dei fratelli catalani, mi domando come Luca Zaia, in coda al “comizio della vittoria”, sia potuto uscirsene con una frase del genere: «Da oggi siamo sempre meno simili alla Grecia e sempre più uguali o simili alla Germania» (al min. 8:05 del video qui sotto).


Considero l’attuale Presidente del Veneto un politico tutto sommato capace, ma l’ingenuità di tale proposito mi fa dubitare che egli abbia capito come funziona questa “Europa”.

In primo luogo, vorrei rilevare un paradosso di per sé lampante: si può auspicare di diventare “come la Germania” al contempo ispirandosi a un regionalismo che teoricamente (è sempre la pratica che ci frega!) punterebbe alla dissoluzione della stessa Germania? Almeno Zaia avesse detto “come la Baviera”, avrebbe avuto un senso: così invece sembra una vera e propria richiesta di Anschluss.

E qui entriamo nel merito; perché il Governatore, col suo candore “vetero-leghista”, non solo dimentica che il suo partito ha cambiato linea da un pezzo (sono finiti i tempi in cui Salvini dichiarava che «la Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere, il Sud invece è come la Grecia»), ma soprattutto non capisce che alla Germania non interessa in alcun modo “annettersi” il Lombardo-Veneto, né politicamente (altrimenti l’Europa “funzionerebbe” come un’Italia qualsiasi), né economicamente (per crearsi un nuovo concorrente sul fronte dell’export? non scherziamo), né geograficamente (provi, da coneglianese, a esprimere il suo desiderio di “diventare tedesco” non dico a Berlino, ma anche solo a Bolzano...).

Per giunta, il buon Zaia sembra ignorare la vera natura del “miracolo tedesco”, il cui successo dipende esclusivamente dall’impossibilità di essere imitato dagli altri Paesi dell’Unione. A dirla tutta, mi pare che la “paranoia mercantilistica” coinvolga un’ampia fetta della classe dirigente veneta (di destra e di sinistra), affetta da quella “fobia da capannone” che impedisce di considerare l’importanza delle industrie “plebee”. Ma da cosa derivano tutti i pregiudizi verso la produzione interna? Saranno per caso i mille anni di “aggressività commerciale” (e non solo) a influenzare la mentalità dei discendenti della Serenissima?

In ogni caso, mettiamo pure che il Veneto riesca a competere con Berlino riducendosi a pane e acqua (basta vino, va esportato fino all’ultima goccia): il risultato sarà che una delle regioni più ricche d’Italia si sarà ridotta come un Paese del Terzo Mondo (la Grecia!). Va bene, però vuoi mettere la soddisfazione morale di “essere sempre più simili alla Germania”? Ecco il punto: cosa potrà accadere quando l’export veneto avrà raggiunto i livelli della “locomotiva”, che i tedeschi plaudiranno ai successi dei fratelli sudisti in nome della comune appartenenza europea, oppure che affosseranno all’istante una Unione non più conforme alle loro esigenze? (La prima ipotesi è solo per i mona).

L’unica scusante di Zaia è che egli si sia lasciato imbambolare dagli stilemi del cosiddetto “europeismo di destra”, quello della Festung Europa, basati appunto sull’aggressività commerciale, l’economic warfare conto la Cina, l’America, la Russia, l’India, il Brasile, l’Africa eccetera eccetera. Insomma, una timocrazia nel senso etimologico del termine, dove l’unico “onore” è quello di morire lavorando senza lasciare un cazzo ai figli. Bel progetto da magnaschei, non c’è che dire, ma non è detto che quel che va bene a Sparta sia adatto anche per Atene (e la Serenissima mi pare si ispirasse alla seconda). Dunque, anche i veneti si rassegnino: per quanti sforzi possano fare, in questa Europa nemmeno loro riusciranno a morire tedeschi

lunedì 6 novembre 2017

C’è del marcio in Scandinavia!

In un suo editoriale per il “Corriere” risalente a poco tempo fa, Alberto Alesina ha espresso una singolare osservazione riguardo al popolo svedese (Il danno non visto, 3 luglio 2015):
«La fiducia è la colla che tiene insieme una nazione e l’olio che fa funzionare i suoi ingranaggi. Vi è di che preoccuparsi quando in Italia uno dei motti più famosi recita: “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Sono sicuro che in Svezia un detto simile non esista. Non a caso la fiducia reciproca tra connazionali è molto alta nei Paesi scandinavi, alta nei Paesi anglosassoni e molto più bassa in quelli mediterranei».
Raramente uso l’espressione “italiota” (come di solito invece fanno i seguaci del il famigerato bocconiano), tuttavia trovo che queste righe siano un puro concentrato di italiotismo. A tali livelli non si arriva nemmeno durante le cene col parentado, dove nondimeno si esagera nella glorificazione del “Paese di Cuccagna” anglo-germanico-scandinavo senza cartacce per terra, con le fontanelle dell’eterna giovinezza a ogni crocicchio, i laghi di latte e i fiumi di vino e le montagne di pastasciutta e una burocrazia gestita direttamente dalle divinità norrene. Tutto questo si può forse accettare come parto della fantasia dei semplici; ma che un intellettuale giunga a tale vaneggiamento esterofilo è alquanto inquietante, seppur non sorprendente.

È imbarazzante dover ricordare che ogni lingua ha un motto equivalente a quello “italiano”. Anche Ronald Reagan lo utilizzò (Trust, but verify) considerandolo a sua volta una versione del proverbio russo Доверяй, но проверяй [“Davirjaj, no pravjerjaj”].
In svedese il concetto si può esprimere con Tänk efter före oppure Tänk först, handla sedan (letteralmente “Pensa prima di agire”). C’è un altro proverbio che mi sembra particolarmente adatto al contesto: Hastig rikedom gör mannen misstänkt (“Una ricchezza rapida rende l’uomo sospetto”). Significa che chi diventa ricco in poco tempo è considerato dagli svedesi una persona non eccessivamente onesta.

Al di là di tutto, una cosa che mi consola è sapere che il pregiudizio positivo verso i Paesi nordeuropei sia condiviso anche dagli americani: lo ha evidenziato la giornalista finlandese Anu Partanen sull’“Atlantic” (What Americans don’t get about Nordic countries, 19 marzo 2016), in un pezzo che, seppur dedicato alla nordophilia di Bernie Sanders (sulla quale ha costruito la sua campagna per le primarie democratiche), sembra rispondere proprio alle prediche di Alesina sulla “fiducia reciproca tra connazionali”:
«I nordici non solo sono egoisti come tutti gli altri popoli di questa terra, ma all’occorrenza possono anche detestare i loro concittadini, così come si detestano a vicenda gli individui degli altri Paesi che nutrono opinioni politiche divergenti».
Più in generale, l’ottima Partanen (e di gradevole aspetto: ecco come nascono certe mitologie politiche!) si riserva di ridimensionare le illusioni sul modello nordico professate dai “medio-progressisti” d’oltreoceano:
«In estrema sintesi, l’unica cosa di cui si occupa l’approccio nordico è di ridurre i rischi per chi vuole avviare un’impresa, dal momento che i servizi di base come l’istruzione e la sanità sono garantiti indipendentemente dal destino della propria azienda emergente.
[…] Così è come dovrebbe essere un’economia capitalistica basata sul libero mercato, che è poi esattamente quella dei Paesi nordici. Infatti, proprio in quanto economie capitalistiche, i Paesi nordici hanno dimostrato che il capitalismo funziona meglio quando è accompagnato da politiche sociali sagge e omnicomprensive, nell’interesse di tutti.
[…] Gli americani non sbagliano nell’aborrire gli spettri del socialismo e del Big Government. Per l’appunto, da finlandese orgogliosa quale sono, mi piace spesso ricordare agli amici americani che i miei connazionali hanno combattuto due guerre atroci contro l’Unione Sovietica per preservare la libertà e l’indipendenza della propria nazione contro il socialismo. Nessuno vuol vivere in una società che non rispetta la libertà individuale, lo spirito imprenditoriale e i mercati aperti. Ma la verità è che il capitalismo basato sul libero del mercato e le politiche sociali universali possono andare perfettamente d’accordo: in questo caso non si tratta di big government, ma di smart government».
Il libero mercato non può esser lasciato libero di distruggere sanità, scuola e assistenza? Ma che scherziamo?! A questo punto, secondo le ridicole (e ormai usurate) utopie dei lib-lab di tutto il mondo, dovremmo ammettere che c’è del marcio anche in Scandinavia... 

Tuttavia, non vorrei concludere troppo seriamente una polemica ispirata soprattutto al “pecoreccio”. Del resto, solo un italiota potrebbe pensare che uno scandinavo non si lamenti mai delle tasse, dei politici, della burocrazia e degli immigrati.

In realtà, a quel che sembra, gli svedesi (tenevi forte) dicono persino le parolacce! Dedico appunto l’elenco che segue ai cari svedesioti: che si consolino almeno sapendo che, come afferma il frasario da cui è tratto, «le espressioni ingiuriose svedesi fanno spesso riferimento al diavolo e all’inferno, quasi mai al sesso» (la virtù nordica salvata in extremis!).

Catalogna del Nord

(fonte)
È noto che tra i leader europei, Emmanuel Macron è stato sin dall’inizio uno dei più solerti oppositori del referendum catalano («Ho fiducia in Rajoy e nella sua difesa degli interessi di tutta la Spagna, la Francia ha bisogno di un partner forte»). Non solo perché, da bravo pupillo, ha seguito fedelmente la linea dettata dalla Merkel (la Spagna serve come “scolaro modello” per i Paesi del Sud, al diavolo l’Europa delle regioni), ma soprattutto perché in Francia c’è il Roussillon, da sempre rivendicato dagli indipendentisti come Catalunya del Nord.

Proprio in concomitanza con le celebrazioni per la cosiddetta “Pace dei Pirenei” (il trattato con cui nel 1659 la Francia si è annessa parte del Principato di Catalogna), per le strade di Perpignano gli autonomisti hanno voluto dimostrare la loro solidarietà ai “fratelli” oltreconfine. La cosa non dovrebbe stupire anche perché, in un universo parallelo in cui non sarebbe stato conveniente per l’Unione Europa difendere l’integrità territoriale della Spagna, Puigdemont avrebbe sicuramente trovato asilo nella città più catalana di Francia (in effetti alcuni militanti lo avevano pure invitato…).

La morale è che il vaso di Pandora è stato scoperchiato e anche quelle nazioni che si credono al riparo dall’effetto domino avranno una brutta sorpresa. L’europeismo infine si rivela un’arma a doppio taglio: cosa credevano, i predicatori degli “Stati Uniti d’Europa”, che la Francia avrebbe interpretato la Louisiana, la Germania il Maryland, la Spagna la California, l’Italia il New Jersey…?

Per portare a termine un progetto del genere, profondamente antistorico e anacronistico, bisogna come minimo ritornare alle strutture pre-statuali (cioè pre-moderne) non solo a livello politico ed economico, ma anche geografico: in pratica, tornare a un’Europa composta dalla Repubblica Catalana, dalla Repubblica Occitana, dalla Repubblica Bretone, dalla Repubblica Bavarese, dalla Repubblica Fiamminga, dalla Repubblica Corsa, dal Lombardo-Veneto, dal Tirolo e dalla Frisia.
Quindi... buon divertimento!

Gli zingari catalani contro l’indipendentismo

Un episodio al quale la stampa non ha prestato alcuna attenzione (se non qualche sparuta testata spagnola) è il ruolo che gli zingari hanno avuto nel dissuadere i cittadini catalani ad andare votare per il referendum indipendentista.

Su Youtube si trovano diverse testimonianze al riguardo; qui sotto, per esempio, si possono vedere i gitanos avvolti nelle bandiere spagnole mentre cacciano i Mossos dai loro quartieri inneggiando alla Guardia Civil.



In quest’altro video, gli zingari di Gerona assaltano un seggio, distruggendo le urne elettorali:


Chi vuole può rintracciare altre testimonianze sulla piattaforma, anche se sfortunatamente non troverà alcun video di scontri diretti tra zingari e zekke (ricordiamo che gli squatter della CUP sostengono il governo separatista): sarebbe stato qualcosa di epico, troppo bello per essere vero (ma non è ancora troppo tardi...).

In ogni caso, a parte le battutacce, tali episodi dovrebbero un poco inquietarci: infatti, pur conoscendo pochissimo della storia dei gitani, una cosa che ho notato è che certe popolazioni nomadi sono estremamente “lealiste” nei confronti dei dittatori; lo confermano, per esempio, la nostalgia per Tito e Ceaușescu diffusa tra i rom dei Balcani e della Romania. A questo punto, si può forse ipotizzare che i rapporti con Franco fossero basati sugli stessi criteri adottati dai suoi “colleghi”: deportazione selettiva (col senno di poi, forse anche “strategica”) e sostentamento ridotto al minimo indispensabile.

Che sia anche questa, mutatis mutandis, la politica dei nostri attuali governanti? Già abbiamo visto come un certo sistema di potere utilizzi gli zingari persino per influenzare le proprie consultazioni interne: non vorrei che, all’occorrenza, costoro possano trasformarsi in vere e proprie “truppe cammellate”, come è appunto accaduto in Catalogna...

sabato 4 novembre 2017

Eros e magia nella Catalogna indipendentista


A proposito di Catalogna, negli ultimi mesi in Spagna si è discusso, tra le altre cose, persino dei risvolti “esoterici” dell’indipendentismo: l’attenzione si è concentrata in particolare sulla moglie di Puigdemont, la giornalista e filologa di origine romena Marcela Topor, che per la sua passione per l’occulto si è vista affibbiare epiteti quali la bruja o la pitonisa (“la strega”, “la chiromante”).

La Razón”, per esempio, descrive la first lady catalana come una especie de maga, talmente coinvolta dal folklore romeno da aver voluto che il marito, prestando giuramento alla Generalitat, portasse con sé un amuleto portafortuna (della celebre ceramica di Horezu) raffigurante un gallo.
Le testate di orientamento ultranazionalista interpretano tale gesto come un vero e proprio rituale di magia nera: «Una evocazione di spiriti per illuminare il marito nel suo nuovo cammino», scrive “Alerta Digital”, che definisce Puigdemont mason y sionista e afferma che in gioventù il leader catalano «amava vestirsi da nigromante e leggere libri di magia nera».
Entrambi i coniugi condividono in effetti la passione per «i riti antichi e la mitologia della Transilvania», tanto da recarsi frequentemente in villeggiatura presso quei luoghi: due anni fa ci andarono persino con l’ex patron del Barça Joan Laporta, intimo amico della coppia.

Al di là tuttavia delle speculazioni, le voci sull’appartenenza di molti rappresentanti del catalanismo alla massoneria sono state corroborate dalla partecipazione di Puigdemont, nel marzo scorso, a una cena privata organizzata dalla Gran Logia Española, durante la quale, al cospetto di trentuno delegazioni latomistiche internazionali, il Presidente catalano ha attestato la sua fedeltà ai principi massonici del libero pensiero e della tolleranza: per parte sua, il Gran Maestro della Loggia Óscar de Alfonso ha espresso «immensa gratitudine e affetto verso la Catalogna, una terra che ci ha sempre accolto e con la quale saremo sempre in debito» (cfr. “La Vanguardia” e “Europa Press”).

In verità, pochi mesi dopo lo stesso De Alfonso (che aveva già ricevuto diverse critiche dai fratelli massoni per la sua iniziativa) è dovuto ritornare sulle sue “aperture” quando la giunta catalana, con la scusa della commemorazione per il trecentesimo anniversario della massoneria, ha tentato di trasformarlo in uno “sponsor” dell’indipendenza. Il Gran Maestro, indignato per la strumentalizzazione del buon nome della Gran Logia, ha così commentato: «Non siamo mai intervenuti nelle questioni politiche e tutto ciò potrebbe essere manipolato o male interpretato».


Evidentemente anche  i “fratelli” di Bruxelles, poco intenzionati a prestare soccorso all’esecutivo in esilio, condividono la stessa volontà di non farsi “tirare in mezzo”: visto che ne stiamo parlando, pare che Puigdemont si sia recato in Belgio non soltanto per cercare aiuto nella capitale dell’Unione, ma anche (forse soprattutto) per ottenere il sostegno dei separatisti fiamminghi, che non hanno alcuna simpatia per le logge (anzi tendono verso il cattolicesimo tradizionalista).

È difficile quindi leggere gli eventi in maniera univoca, poiché il catalanismo, al pari di tutti gli altri indipendentismi, è diviso tra varie anime: per esempio, Oriol Junqueras (evocato nel post precedente), pur appartenendo alla sinistra repubblicana, si proclama cattolico e si pregia anche di aver conosciuto Ratzinger quando era ancora cardinale.

Inoltre, gli “schieramenti” al giorno d’oggi sono molto più sfumati che non in passato e le varie retoriche politiche si stanno talmente omologando da rendere quasi impossibile afferrare i sottintesi (ammesso che esistano) di un discorso ispirato alla “fratellanza”, al “dialogo” e al “rispetto”: politici, preti e massoni ormai parlano un’unica, incomprensibile, “lingua di legno” (che sia magica o meno, resta comunque irritante).

Una overdose di #Catalogna

Junqueras, fedele al suo stile sommesso,
esulta alla dichiarazione di indipendenza
cercando di allacciarsi la giacca
Le autorità spagnole hanno proceduto all’arresto del vicepresidente del governo catalano Oriol Junqueras assieme ad altri sette ministri: non è una vergogna sbattere in galera uno che ha sicuramente la pressione alle stelle e il colesterolo vicino a trecento? In realtà mi spiace molto, anche perché avevo iniziato a identificarmi nel personaggio: flemmatico, meditabondo, gesuitico…

Sono certo che se uno come lui ha deciso di muoversi, è stato solo perché credeva di trovare una sponda sia nell’Unione Europa che, soprattutto, nel Vaticano. Come fargli capire che il primo Papa gesuita della storia è tutt’altro che gesuitico? Egli stesso è rimasto sconcertato dalla laconicità di Roma: «Ma il Vaticano non dice nulla?».
No, caro Oriol, Bergoglio non ha nulla da dire e in effetti questo silenzio, da enigmatico, sta diventando sospetto. All’occorrenza potremmo formulare diverse ipotesi: forse perché a Francesco non importa proprio nulla della Vecchia Europa (tanto che regolarmente afferma di preferirla “africanizzata” o “arabizzata”)? Oppure i suoi stessi suggeritori, quelli che lo hanno messo lì e lo manovrano come vogliono, sono ancora disorientati dalla velocità con cui la situazione è precipitata? Una terza supposizione, all’apparenza più benevola (ma in realtà piuttosto maliziosa) è che il Pontefice, dopo le ripetute “batoste” elettorali prese a causa della sua ingerenza (le più clamorose sono la vittoria del “no” al referendum colombiano sull’accordo con le Farc e, ovviamente, l’elezione di Trump), abbia deciso di tenere un profilo più basso nei confronti degli avvenimenti politici (un precedente che confermerebbe la nuova tendenza è il rifiuto di anatemizzare apertamente la Le Pen alle ultime presidenziali francesi).

In ogni caso, è proprio grazie a Bergoglio che il Vaticano è diventato attore secondario nelle crisi internazionali, quindi non penso sia da considerare l’imputato principale in questo “processo alle intenzioni” (apprezziamo però l’ironia: colui che era partito affermando che “La Chiesa non è un ong” l’ha poi fatta diventare meno influente di un’“agenzia umanitaria”!).
No, credo che la prima istituzione da chiamare in causa sia proprio l’Unione Europea, comprese ovviamente le mosche cocchiere dell’europeismo, quelli che per trent’anni ci hanno ripetuto che “i confini non esistono più”. Al contrario, mentre i confini esterni dell’Europa sono stati effettivamente aboliti (così l’Italia è potuta diventare il campo profughi più grande del Continente), quelli interni viceversa si sono rafforzati non solo innalzando muri dall’Austria all’Ungheria, dalla Bulgaria alla stessa Spagna (sulla frontiera marocchina), ma anche direttamente coi manganelli quando qualche ingenuo ha iniziato a credere sul serio che l’“Europa” avesse abolito le nazioni.

Sinceramente non ho capito a quale modello sia intenzionata a rifarsi questa Unione: finora ho creduto volesse diventare una specie di Impero Austro-Ungarico di “sinistra” (o un’Unione Sovietica di “destra”, dipende dalla prospettiva con cui la si guarda), ma il banco di prova catalano ha dimostrato che, come dice il Poeta, «se volti il foglio, non ci vedi niente». Quale occasione migliore, infatti, per accelerare il superamento delle vecchie patrie nei nuovi “Stati Uniti d’Europa”? Ripeto ancora una volta: non dico che sia giusto, non dico che sia condivisibile, ma per creare una Super-nazione dalle precedenti bisogna spezzettarle in macroregioni e poi costringere queste a dipendere politicamente, economicamente e militarmente da una confederazione. Invece la risposta all’insorgenza catalana è stata la dimostrazione più chiara che non c’è alcuna volontà di costruire un’Europa unita, ma solo consentire agli Stati egemoni di dettare la linea a tutti i livelli: alla Germania non interessa una Catalogna indipendente? Bene, che Rajoy mandi pure l’esercito se ci tiene, ché nessuna “Corte dei diritti dell’uomo” avrà nulla da ridire [1].

Per concludere, vorrei precisare che se nell’ultimo periodo ho sottoposto i lettori a un’overdose di Catalogna è solo perché credo sia un momento fondamentale della vita politica contemporanea. Molti hanno frainteso la mia posizione e qualcuno mi ha mandato (forse in lacrime) il video degli unionisti che cantano Cara al sol a Madrid: ma sì, per carità, ¡Viva el Duce!, ma questo è solo sentimentalismo, se non pura e semplice goliardia. Del resto anche i catalani hanno la loro epica, le loro bandiere e i loro inni “cattivi”: ma a differenza degli altri, non li considerano un “male necessario” da stigmatizzare al momento opportuno.
La mia posizione è chiara e chi vuole (farsi del male) può leggere tutti gli articoli dedicati all’argomento raccolti sotto un’unica etichetta. Per esempio, l’obiezione che il catalanismo “piace alla gente che piace” la condivido perfettamente, tanto che ho subito coniato l’epiteto “catalioti” per beffarmi di tale atteggiamento. Tuttavia, una volta che si entra nello specifico, è necessario considerare la questione da diverse prospettive, non solo con occhi italiani, ma anche con “lenti” spagnole e catalane.
Per il resto, poi, la mia posizione è talmente semplice che si può sintetizzare con una frase: uno dei due contendenti deve necessariamente uscire dall’Unione. La Spagna, se vuole rimanere unita; la Catalogna, se vuole diventare indipendente. Altrimenti il conflitto non si risolverà mai, perché da una parte Madrid ha la “carta bianca” concessa da Bruxelles per motivi tattici; dall’altra Barcellona ha appunto il mito della “fine delle nazioni”, che è poi l’ideale a cui tenderebbe l’Unione, se fosse l’utopia che tutti sognano e non quello che invece è. Anche immaginando lo scenario peggiore, la militarizzazione della Catalogna, la spina dell’europeismo rimarrebbe sempre nel fianco dei temporanei vincitori.
Beh, forse ci ho impiegato più di una frase, ma il punto è soltanto questo...

giovedì 2 novembre 2017

La morte di Regeni come tragedia nazionale

La lunga reprimenda contro “le bugie di Cambridge” sull’affaire Regeni comparsa oggi su “Repubblica” (2 novembre, giorno azzeccato), con la quale in sostanza si elevano le paranoie complottistiche a “verità” mainstream, unita al tragicomico tweet di Renzi che finge di infuriarsi contro i “prof” omertosi, segnano, ad onta degli accorati appelli e della retorica lagrimevole, il trionfo della fatidica “Ragion di Stato” su qualsiasi speranza di giustizia per il giovane ricercatore trucidato al Cairo.
Le avvisaglie che la montagna avrebbe partorito il topolino, cioè che le annunciate ritorsioni economico-diplomatiche si sarebbero risolte con un penoso ritorno alla corte di al-Sisi, erano da tempo nell’aria: per fare un esempio, nel giugno scorso Paolo Valentino sul “Corriere” plaudiva alla decisione del governo di rimandare gli ambasciatori in Egitto con la motivazione che «solo un ambasciatore nella pienezza del suo mandato potrà spingere per far luce anche sul ruolo ambiguo tenuto nella vicenda dalle autorità inglesi, che non hanno mai accettato rogatorie e tendono a coprire i “committenti” accademici del povero Giulio».

Ognuno può pensarla come vuole, ma è impossibile non domandarsi con che coraggio la grande stampa, dopo aver passato per mesi a raccontare una storia di segno totalmente opposto, invocando ininterrottamente la revoca degli ambasciatori e l’auto-sabotaggio dell’Eni, ora cambi opinione di punto in bianco, a quanto pare in ossequio a un “interesse” diverso da quello dell’accertamento della verità. Tuttavia, come dice il proverbio, piscis primum a capite foetet (e che il pesce grande mangia il pesce piccolo): le responsabilità di tale voltafaccia vanno evidentemente cercate più in alto. A partire dall’attuale classe dirigente, che in tutta la vicenda ha tenuto un atteggiamento indegno, a cominciare dal “capocordata” citato all’inizio, che già si era lasciato andare a imbarazzanti “salamelecchi” (è proprio il caso di dirlo!) nei confronti dell’adorato al-Sisi, definito “a great leader”, “salvatore dell’Egitto” e “pacificatore del Mediterraneo”. Anche l’inossidabile Pier Ferdinando Casini (che durante tutto il “caso” è stato Presidente della Commissione Esteri) non è stato da meno: è significativo che costui, dopo esser stato sin dall’inizio tra i più accesi sostenitori della “linea dura” (“richiamiamo gli ambasciatori”, “facciamo come Craxi a Sigonella”), si sia poi ridotto ad affermare (nella sua stessa Commissione) che «mettere l’invio dell’ambasciatore in Egitto in contrapposizione con la ricerca della verità sul caso Regeni è una speculazione ignobile, che va respinta al mittente» (4 settembre 2017).

A questo punto sarebbe utile capire a quale gioco stiamo giocando, e chi è che davvero impone certi clamorosi cambi di rotta. Rispondere ci porterebbe troppo lontano: tanto basta, però, a caratterizzare la fine di Regeni, al di là di ogni retorica, come una vera e propria tragedia nazionale
Ci sono del resto tanti aspetti del modo in cui è stata recepita la vicenda che dovrebbero portarci a una seria riflessione sulla deriva del nostro Paese non solo a livello istituzionale, ma anche culturale. Nessuno, in effetti, si è domandato perché buona parte dell’opinione pubblica abbia subito accolto le più fantasiose “ricostruzioni alternative” sul delitto, come se gli italiani non riuscissero più ad accettare il pensiero che un regime militare possa torturare e uccidere chi vuole, quando e come vuole. Ovviamente c’è chi ipotizzerà un “fascismo atavico”, se non congenito, a caratterizzare i propri connazionali; ma, ancora una volta, siamo costretti a ricordare che il pesce puzza dalla testa, e che questo “feticismo” per i dittatori altrui (in un popolo peraltro poco tollerante verso i propri) non è affatto innato, ma è stato inoculato da anni di disinformazione. Mi riferisco in particolare a quei sedicenti “esperti di questioni internazionali” che fanno da cinghia di trasmissione tra i giornali dell’establishment e la cosiddetta “controinformazione”: chi, se non loro, ha legittimato il principio che il regime militare sia la forma ideale di govero in certe aree del mondo (specialmente nel Vicino Oriente)? Chi, in questi anni, ha creato il mito di un Egitto pacificato, de-islamizzato, sicuro per i turisti e le donne, amico di Israele, degli americani, dei russi, dei sauditi, degli italiani eccetera eccetera...? Non puntiamo dunque il dito contro chi è vittima, e non complice, della propaganda: è solo e soltanto dai panegirici su al-Sisi “salvatore della patria” che è potuto discendere il postulato della “santità” del dittatore egiziano, dal quale a sua volta è scaturito il corollario che il regime da egli presieduto non possa rapire e torturare un povero studente.

Sì, anche questo fa parte della tragedia nazionale appena evocata, perché, per dirla in breve, chiudere gli occhi su tale scempio significa accettare che una dittatura militare dall’altra parte del Mediterraneo possa far ciò che vuole degli italiani, senza timore di conseguenze. Rendetevi conto che un “dettaglio” del genere inficia persino le versioni più paranoiche della vicenda, perché anche volendo concentrare tutta l’attenzione sul “fine” per cui è stato ucciso Regeni non cancella l’esistenza del “mezzo” con cui esso è stato portato a termine. A tal proposito, ricordiamo un particolare che ha eccitato le fantasie di molti: il fatto che il corpo del giovane sia stato fatto ritrovare lo stesso giorno (3 febbraio 2016) in cui il Ministro dello sviluppo economico (con una delegazione di sessanta aziende italiane) avrebbe dovuto incontrare al-Sisi. Bene: c’è qualcosa, di questa storia, che non possa essere spiegato all’interno dell’angusto perimetro di una dittatura militare? Infatti si è parlato di una faida tra i diversi servizi segreti: l’ipotesi più probabile è che una fazione abbia voluto procurarsi un “cadavere eccellente” per ricattarne un’altra. Apprendo dai giornali (quindi è un’informazione da prendere con le pinze) che l’intelligence egiziana è lacerata tra quella civile, contro il Generale, e quella militare, di cui al-Sisi era il capo (tra i due litiganti, spunta una “Agenzia di Sicurezza Nazionale”, con ruoli operativi e di coordinamento): pare che l’intelligence civile sia ancora interessata a scalzare al-Sisi, perciò è plausibile che siano stati i suoi uomini a far ritrovare accanto al corpo di Regeni una coperta in uso all’esercito.
Visto che stiamo parlando di quel che è l’Egitto sotto i militari, vogliamo en passant evidenziare che il regime del Generale non sia poi così “anglofobo” come viene presentato: i rapporti con la British Petroleum dimostrano esattamente il contrario, per non dire della recente comparsa di Tony Blair (!) nelle vesti di consulente economico (che ha poi preferito mantenere la collaborazione a livello informale attraverso il suo spin doctor Alistair Campbell). Notiamo, ancora di sfuggita, che proprio alla luce della spregiudicatezza del Generale, gli inviti della grande stampa a congelare i contratti dell’Eni come ritorsione (prima del repentino cambio di linea editoriale) risultano quantomeno ridicoli: una mossa del genere, in fondo, non avrebbe danneggiato altri che l’Italia (eppure anche questo si spiega senza evocare chissà quali trame occulte, ma soltanto l’autolesionismo di cui siamo maestri).

Mi stupisce, in definitiva, che gli auto-proclamatisi “realisti” debbano poi inventarsi un complotto anglomassonico per sostenere un’ingiustificabile sudditanza al dittatorello di turno. Non per questo  mi sento di abbracciare in toto il fronte “idealista”, anche se idealmente non posso che schierarmi dalla loro parte, perché è ideale stare idealmente con gli idealisti. Concretamente, però, ho più di una riserva da esprimere sul cosiddetto “attivismo da divano” (come lo chiamano i russi): quali possono essere d’altronde le prospettive di chi invoca, rebus sic stantibus (e quindi spes contra spem) “Giustizia per Regeni”, se nel giro di qualche mese egli si è già ridotto a chiedere solo “Verità per Regeni” (un “contentino” contro la frustrante sensazione nessuno dei colpevoli verrà mai condannato)?
Mi permetto di osservare, in cauda venenum, che lanciare alti lai contro la “Ragion di Stato” cambia di poco la verità effettuale della cosa, e cioè che l’unico modo per ottenere giustizia per un nostro connazionale è proprio attraverso questa benedetta “Ragion di Stato”...
Vorrei chiudere proprio con le considerazioni più amare, che purtroppo non riesco a edulcorare per evitare fraintendimenti. Se Regeni è morto, è proprio perché la Ragion di Stato dalle nostre parti si è dileguata: in un mondo ideale (ma non idealistico, non “il migliore dei mondi possibili”), un ricercatore italiano avrebbe dovuto investigare su certe tematiche per una università italiana. No, non si tratta di sciovinismo d’antan o del solito lamento sulla “fuga dei cervelli”, ma di qualcosa di molto più semplice (e al contempo estremamente più complesso): ciò che intendo dire è che il campo di cui si occupava il nostro connazionale non ha a che fare esclusivamente con la “ricerca pura”, ma interseca ambiti più “delicati”, “sottili” (politica, relazioni internazionali, diplomazia). Dunque per adempiere a questo tipo di incarichi è sempre necessario avere le “spalle coperte”, anche nel caso che, per usare un altro eufemismo, “qualcosa andasse storto”: uno come Regeni, insomma, avrebbe dovuto occuparsi del sindacalismo indipendente di uno Stato straniero non “per conto terzi”, ma per un’istituzione che non può considerare in alcun modo “sacrificabile” i suoi studenti senza temere per la propria stessa sopravvivenza.

Credo che questo sia alla fine il punctum dolens: il macabro balletto delle responsabilità tra il Cairo e Roma, nonché tra Cambridge e Bruxelles, dipende proprio dal fatto che nessuno si sente davvero chiamato a fare Giustizia per Regeni. Certi discorsi probabilmente la mia generazione non è nemmeno più in grado di capirli, eppure prima o poi saremmo costretti a farli nostri, quando le prospettive utopistiche e palingenetiche crolleranno miseramente. I segnali ci sono già tutti; il più evidente (e perciò forse il meno notato) è che in nessun istante di questa storia Giulio Regeni è stato considerato un cittadino europeo. Il fatto che tale indifferenza non abbia generato alcuno sdegno negli stessi che ora tuonano contro il governo italiano o l’Università di Cambridge (a seconda dei gusti personali) è la rappresentazione plastica di quanto finora affermato.

D’altro canto, sulla breve distanza è più probabile che non saranno gli attivisti da divano a far crollare il regime egiziano, quanto le divergenze interne ad esso. Le dittature militari hanno generalmente vita breve e di solito l’inizio della fine comincia con la prima sortita oltreconfine: per Videla (5 anni) furono le Malvinas; per i colonnelli greci (7 anni) Cipro; per i generali egiziani potrebbe essere la Libia, sulla quale ogni tanto buttano un occhio. Quando la tensione non potrà essere più sopita da esecuzioni di massa, torture e arresti preventivi, giungerà il momento di scaricarla all’esterno. Ed è lì che i più spregiudicati “realisti” si accorgeranno di aver puntato su un altro cavallo perdente (che nel frattempo forse avremmo contribuito anche noi ad abbattere, come abbiamo fatto con Gheddafi).
Sulla breve distanza, però, sarà appunto necessario tornare a pensarsi come una collettività unità da degli scopi comuni, se non per amor di patria almeno per carità...