venerdì 22 settembre 2017

Israele contro il complotto ebraico

Ha fatto scalpore il meme contro Soros pubblicato dal figlio di Netanyahu su Facebook: originariamente postato da una pagina della destra alternativa israeliana (in seguito cancellata), la scenetta ritrae la “catena alimentare” che da Soros va ai rettiliani, ai massoni e infine agli oppositori laburisti dell’attuale governo.


In realtà si tratta della rielaborazione di un altro meme neo-nazista, “ripulito” chiaramente dallo stilema antisemita de Le Happy Merchant (l’ebreo col nasone che si sfrega le mani, la cui paternità è discussa):


La notizia ha generato ilarità ed entusiasmo da parte dell’estrema destra americana; uno dei suoi rappresentanti ultimamente più gettonati, Andrew Anglin (in realtà considerato dai suoi stessi “camerati” un agent provocateur), ha elogiato alla tv israeliana Yair Netanyahu perché «combatte con noi la nefasta influenza degli ebrei sull’Occidente» (in effetti più troll di così…).


Il governo Netanyahu ha un “contenzioso aperto” con George Soros, la cui Open Society finanzia ong israeliane come B’Tselem, Breaking the Silence, Gisha e Adalah; l’ultima polemica in ordine di tempo, prima dell’exploit del rampollo, è stata sempre per una questione di “vignette”, quelle con cui Orbán ha tappezzato Budapest.

Non se tutto questo rappresenti un’evoluzione del classico jüdischer Witz, ma di certo è un episodio estremamente significativo per comprendere il genius saeculi (non dico “Zeitgeist” perché ormai l’espressione è finita anch’essa in mano ai giudeo-massoni). 

Fermare il golpe. In difesa della democrazia costituzionale in Catalogna


Per aggiungere qualcosa di serio su quanto scritto a proposito della situazione catalana, mi limito a tradurre il manifesto Parar el golpe. En defensa de la democracia constitucional appena firmato da oltre cinquecento professori spagnoli (tra i quali intellettuali del calibro di Fernando Savater, Juan Pablo Fusi e Ángel Viñas), in cui si invocano, in nome della costituzione democratica (cioè anti-franchista), quegli stessi provvedimenti (in Italia tacciati di franchismo) che il governo spagnolo avrebbe assunto pochi giorni dopo. Qui è disponibile il testo originale con un elenco parziale dei firmatari.
«In questi momenti difficili per il nostro Paese e per tutti coloro che credono nel vivere civile, vogliamo alzare la voce in difesa della democrazia spagnola e della convivenza tra i nostri connazionali della Catalogna e di tutta la Spagna. Siamo consapevoli che una società civile in Europa nel XXI secolo può essere basata solo sul rispetto delle regole che ci siamo democraticamente dati, a partire dalla Costituzione del 1978 (e in seguito, per quanto riguarda la Catalogna, dal suo Statuto di Autonomia). Purtroppo, come possiamo vedere in questi giorni, il governo regionale e i gruppi secessionisti rappresentati nel parlamento catalano, sovvertendo le più elementari regole del costituzionalismo e abusando del potere conferitogli dalla legge, non hanno esitato ad andare al di là di tutti i limiti la legalità e della decenza, appellandosi al fondamentalismo di un inesistente “diritti a decidere” per dividere la società catalana e impedire l’esercizio dei diritti della minoranza parlamentare, minacciando la convivenza e la pace civile. 
Non c'è bisogno di essere specialisti di diritto costituzionale o di storia contemporanea per capire che non può esistere democrazia senza essere soggetti alla legge e che i nazionalismi del XX secolo portarono a due guerre apocalittiche, trascinando l’Europa nella barbarie. Facendo appello a queste esperienze storiche, tra le quali includiamo quelle non meno dolorose che ha dovuto passare il nostro Paese nel secolo scorso, in particolare per la difesa di una democrazia conquistata ad alto prezzo, i sottoscritti, professori di varie università spagnole, si appellano a tutti i catalani ragionevoli e a tutti gli spagnoli di buona volontà affinché rompano il silenzio e non guardino con distacco o indifferenza a una situazione in cui la posta in gioco è la sopravvivenza della democrazia spagnola.
In una situazione delicata come quella che stiamo attraversando, non è il momento della faziosità o di calcoli politici estemporanei. È il momento che ognuno di noi si mobiliti, nei limiti delle sue possibilità, per pretendere dal governo spagnolo e da tutte le sue istituzioni e i suoi partiti democratici, di agire il più velocemente possibile, con fermezza e determinazione in difesa dei diritti di tutti noi
Pertanto si richiede al governo, in qualità di potere esecutivo, di fare uso della forza legittima che spetta esclusivamente allo Stato, in modo che le sentenze dei tribunali non cadano nel vuoto, con conseguente danno per lo Stato di diritto. Per far questo, vi chiediamo di non esitare a utilizzare tutti i mezzi costituzionali, senza eccezione alcuna, allo scopo di salvaguardare le istituzioni democratiche e l’unità della nazione spagnola sancito dalla nostra Costituzione, per impedire la realizzazione di un falso “referendum” illegittimo e illegale e assicurare alla giustizia i responsabili di questo oltraggio alla democrazia, in modo da far sentire loro tutto il peso della legge. Invitiamo anche i partiti politici e la società civile a sostenere le azioni del governo, assolutamente necessarie per una convivenza pacifica e democratica. 
17 settembre 2017»
Si può condividere o meno il contenuto dell’appello; quello che però non si può fare è adottare un doppio standard come stanno facendo in questi frangenti i nostri politici e intellettuali. Capisco che i catalani abbiano fatto un ottimo lavoro di (guerrilla?) marketing a “sinistra”, ma non si può continuamente calpestare il diritto in nome delle proprie simpatie (politiche, etiche o addirittura “estetiche”).

giovedì 21 settembre 2017

Tu mangi troppa #Catalogna

La questione del referendum sull’indipendenza della Catalogna ci obbliga a stilare una lista dei “secessionismi rispettabili”, in modo da non fare brutta figura nelle conversazioni mondane o indispettire i replicanti con cui si ha a che fare quotidianamente sul lavoro e (per chi è ancora più sfortunato) in famiglia.

Vediamo quindi di fare il punto: nella colonna dei “buoni”, oltre ai catalani, ci vanno i baschi (ma sì, facciamola a pezzetti questa Spagna), i curdi (che grazie all’hasbarà hanno sostituito i palestinesi nell’immaginario dei “ragazzi dei centri sociali”), gli irlandesi, e poi non so, forse qualcosa di sudamericano, tipo gli zapatisti, quelli del Chiapas, eccetera.

Nella colonna dei “cattivi”, invece, oltre agli sputtanatissimi leghisti, dai padani ai Serenissimi (perché solo a Barcellona e dintorni certa retorica diventa magicamente “antifascista”), i tibetani (signori feudali contro il gigante buono cinese), i bretoni e i fiamminghi (cattolici minacciosi, non come gli irlandesi tutti birre, folletti e trifogli), quelli dell’Est Europa (venduti alla Nato) e in generale chiunque si opponga al benevolo dominio di Santa Madre Russia (a seconda dei casi “nazista” o “jihadista”).

Restano in bilico gli indipendentisti del Québec, gli scozzesi, i corsi, i sardi, i bavaresi e i tamil: credo purtroppo che in generale le simpatie si distribuiscano a seconda di come vengono suscitate dalle “agenzie filantropiche” di turno.

In questi giorni, a favore dei catalani è insorto uno schieramento surreale, da Salvini a Cacciari e da Cremaschi a Giannino. L’occasione in effetti era ghiotta per accusare di “franchismo” un governo di basso profilo come quello Rajoy: ovviamente è fiato sprecato ricordare a certi opportunisti che persino il “buon” Zapatero sarebbe stato obbligato ad agire nello stesso modo (del resto, non è che il governo socialista si rifiutò di riconoscere il Kosovo per “anti-imperialismo”...). Tralascio altresì di evidenziare il tartufismo di quelli che tacciano di “fascismo” dei provvedimenti ai quali plaudirebbero se messi in pratica in Italia (ovviamente solo contro i “cattivi”: i Serenissimi di cui sopra ecc..), perché anche in questo caso sarebbe come parlare al muro (in catalano: Parlar amb una paret).
Del resto personalmente resto convinto del fatto che nelle questioni internazionali debba sempre valere il motto “fatti li cazzi tua” (in catalano: No et fiquis on no et demanen), il che mi porta anche a guardare con un certo cinismo tutto questo zelo nei confronti di questioni che non ci riguardano: francamente credo che molti sostenitori dei separatismi altrui stiano solo “parlando a nuora perché suocera intenda” (non so come si dice in catalano), cioè in sostanza siano interessati a trovare l’ennesimo argomento contro gli “italioti”, che al momento buono verranno accusati anche di non esser stati capaci di spezzettare la propria nazione.

Ecco perché agli odierni “catalioti”, che non riesco proprio a prendere sul serio, dedico un meme e un allegro ritornello (che non c’entra un cazzo ma che piace ai giovani):


PS: Ai cialtroni che continuano a infangare la Serenissima dipingendola come “nazione immaginaria” di fronte alle miriadi di “piccole patrie” sparse per il mondo (ma tutte inesistenti, Catalogna compresa, o nate in seguito a fantasie romantiche, vedi il caso da manuale della Scozia, che appunto non ho capito se è “buona” o meno), vorrei sommessamente ricordare, tra le altre cose, che è solo grazie alla Repubblica di Venezia se nei Balcani ancora oggi la seconda lingua è l’italiano e se i dizionari greci e turchi traboccano di italianismi.

martedì 19 settembre 2017

Paolo VI e Rockefeller

«Incoraggiato dagli straordinari successi nella diffusione dei contraccettivi, nel 1965 John Davison Rockefeller III (1906-1978) decise di alzare il livello della lotta, andando a stanare il nemico nella sua stessa tana.
Con l’aiuto di padre Theodore Hesburgh (1917-2015), rettore dell’Università di Notre Dame e membro della Fondazione Rockefeller, riuscì a ottenere un’udienza presso Paolo VI, che all’epoca stava proprio meditando sul tema del controllo delle nascite, attorniato dalla speranza che [….] nell’affrontare il problema si sarebbe dimostrato ancora più tollerante del suo predecessore Giovanni XXIII […].
Hesburgh, descritto come “decisamente liberale nella sua visione, anche se non così estremo come Rockefeller su alcuni aspetti del controllo della popolazione”, fu ovviamente lieto di combinare l’incontro. Dopo esser stato edotto da alcuni gesuiti della Georgetown University “sulle complessità della Chiesa Cattolica che limitano le libertà di ogni Papa”, Rockefeller III fu ricevuto da Paolo VI per tre quarti d’ora il 15 luglio del 1965.
Anni dopo, in una lettera a Henry Cabot Lodge (l’uomo che organizzò l’assassinio del presidente cattolico del Vietnam Ngo Dinh Diem), ai tempi in cui il diplomatico statunitense era ambasciatore in Vaticano, Rockefeller descrisse l’incontro come “cordiale e amichevole”, ma al contempo “non troppo costruttivo riguardo alla questione del controllo della popolazione, dato che sapevo di non poter chiedere troppo ed è chiaro che il Papa non avrebbe mai dichiarato apertamente il suo parere quando doveva ancora prendere una decisione sul tema”.
La decisione di cui si parla, così come espressa nel documento che poi sarebbe diventato la Humanae Vitae nel 1968, risultò decisamente poco gradita a Rockefeller. Cinque anni dopo il suo incontro con Paolo VI, e due anni dopo l’apparizione dell’Humanae Vitae, il filantropo era ancora ossessionato dall’idea che la Chiesa si opponesse al controllo delle nascite, tanto da servirsi dell’amicizia con Lodge per tentare nuovi approcci col Papa che aveva così palesemente ignorato i suoi consigli nell’estate del 1965. “Il controllo della popolazione”, Rockefeller scrisse ancora a Lodge, “è il problema più importante con cui dovresti discutere con Sua Santità, ammesso che tu abbia la possibilità di parlargli in modo aperto e informale”.
Si ha l’impressione che Rockefeller non abbia mandato giù il fatto che Paolo VI avesse declinato l’offerta di scrivere assieme a lui la Humanae Vitae. Sempre a Lodge, Rockefeller nel 1970 scrisse che “la Chiesa potrebbe ancora fornire un contributo fondamentale al controllo delle nascite, se solo esprimesse un parere positivo su di esso”.
Il rifiuto della Chiesa di esprimere questo “parere positivo” non si può di certo imputare alla mancanza di zelo da parte di Mr. Rockefeller. Infatti, pochi minuti dopo la sua breve udienza col Papa nel luglio del 1965, egli si stava già rimproverando per non aver esternato le proprie opinioni in modo convincente. Per cercare di calmarlo, mons. Marcinkus gli suggerì di scrivere una lettera al Papa per chiarire i punti che non era stato in grado di affrontare durante l’incontro. Il giorno dopo, Rockefeller inviò subito la sua missiva “sul ruolo fondamentale che la Chiesa potrebbe assumere nella risoluzione della questione demografica”.
Tutta questa vicenda assomiglia al capitolo inedito di un romanzo di Henry James: l’avveduto protestante americano, con i suoi nuovi contraccettivi da testare e la sua smisurata fiducia nella tecnologia e nel progresso per risolvere i mali del mondo, contro il capo di una delle più antiche istituzioni del Vecchio Continente, un gentiluomo italiano di nome Montini.
Mr. Rockefeller illustrò a Paolo VI la sua nuova creazione, la spirale intrauterina, definendola “una scoperta di proporzioni epocali, un metodo sicuro, economico e disponibile anche nei contesti più disagiati, e il cui successo tra le masse è già dimostrato dall’esperienza”. La spirale fu ritirata dal mercato americano nel giro di pochi anni a causa delle azioni legali intentate contro la sua efficacia. Quelli che accusano la Chiesa di aver perso un’occasione storica con la Humanae Vitae, dovrebbero ponderare le conseguenze per la credibilità (nonché l’infallibilità) papale, nel caso Paolo VI avesse approvato quel contraccettivo.
In effetti molti leader religiosi accolsero i consigli di Rockefeller, in cambio di benefici economici non indifferenti, direttamente proporzionali alla disponibilità ad assecondare i piani del filantropo. I quaccheri, la cui idea di “missione” includeva la distribuzione della spirale alle donne messicane, rappresentarono un esempio perfetto di tale condotta. Probabilmente fu proprio l’accondiscendenza delle varie denominazioni protestanti che convinse Rockefeller a risparmiarsi i convenevoli col Papa e andare dritto al punto.
“Dal mio punto di vista”, scrisse nella sua lettera a Paolo VI del 16 luglio 1965, “se la Chiesa non assicura il suo appoggio, ci saranno due conseguenze: la prima è che la popolazione si stabilizzerà sempre più rapidamente, paese per paese, senza seguire un percorso preciso, specialmente dal lato morale; la seconda è che, se posso parlare con franchezza, la Chiesa rimarrà tagliata fuori da una questione di fondamentale importanza per il bene dell’umanità. Il cambiamento non può essere né arrestato né rallentato, ma può essere indirizzato. Dal momento che io riconosco l’importanza del ruolo delle vostre chiese, mi angoscia osservare come, nel lungo periodo, tale atteggiamento costerà alla Chiesa la perdita del suo peso nel mondo”.
Ci si domanda cosa passasse per la mente di Paolo VI leggendo queste righe: forse un senso di gratitudine, per aver trovato un appiglio nella marea del progresso che avrebbe travolto la Chiesa? Oppure qualcosa del tipo “Come ha fatto uno così stupido a diventare così ricco”?
Ad ogni modo, la storia ha dimostrato che Paolo VI preferì non ascoltare i suggerimenti di Rockefeller, nonostante tanti cattolici liberali fossero disposti ad obbedire più al filantropo che al Papa, specialmente quelli alla guida di istituzioni che avrebbero beneficiato delle generose elargizioni della “Fondazione” (quel padre Hesburgh che organizzò l’incontro è un buon esempio).
[…] La sortita di Mr. Rockefeller ebbe altre conseguenze impreviste. Una di queste fu convincere Paolo VI a interrompere la crociata anti-comunista e dare il via alla cosiddetta Ostpolitik. Il 26 giugno 1966, meno di un anno dopo l’incontro John D. Rockefeller III, Agostino Casaroli, riconosciuto architetto dell’“apertura a Est”, volava a Belgrado per sancire la normalizzazione dei rapporti tra il Vaticano e la Jugoslavia». 
(Michael E. Jones, Libido Dominandi. Sexual Liberation & Political Control, St. Augustine Press, South Bend, Indiana, 2000, pp. 434-436)

lunedì 18 settembre 2017

Laura Boldrini entra in un caffè...


Ho voluto acquistare questo libretto allegato a “Il Giornale” (D. Ferrara, Tutte le boldrinate dalla A alla Z) come memorabilia degli anni che stiamo passando (uso il pluralis maiestatis perché spero che lo sconforto sia condiviso). Nonostante si tratti di una semplice antologia delle sparate più spettacolari dell’attuale Presidente/a/ssa della Camera, corredata da un commento didascalico per l’elettore medio di destra, è comunque un documento degno di essere conservato, per non dimenticare cosa ha significato essere rappresentati da persone come la Boldrini.

Perché, pur riconoscendo che la Presidenta sia giunta alla ribalta mediatica in circostanze avverse anche per il politico più capace (e lei, obiettivamente, non lo è), l’infelicità delle sue dichiarazioni, unita a un vittimismo che mal si concilia col clima “anti-casta” (peraltro fomentato dalla stessa stampa che ora le tiene bordone), ha suscitato una particolare antipatia nei suoi confronti. Sarà forse colpa dell’atavico maschilismo o della congenita ignoranza degli italiani, ma sta di fatto che, tanto per fare un esempio, la sua collega Roberta Pinotti, seppur alla prese con un ruolo ben più compromettente per una donna (Ministro alla difesa senza nemmeno aver fatto il militare…), non è praticamente mai stata contestata.

Ma chi è veramente Laura Boldrini?, chiederebbe retoricamente un giornalista d’inchiesta. Beh, difficile rispondere: il suo curriculum “mondialista” la fa assomigliare a uno di quegli inquietanti personaggi femminili che fanno capolino nei centoni complottisti stile Massoneria e sette segrete, un’entità a metà strada tra Annie Besant, Barbara Marx Hubbard e… Jodie Foster. Personalmente, come ripetuto tante volte, mi ricorda la tipica comparsa di un vigilante film, la politicante liberal che nell’economia della trama serve solo a far saltare i nervi al “giustiziere della notte” di turno.

La Boldrini ne ha dette e fatte talmente tante che ormai non rimane più molto spazio per una discussione serena sul suo ruolo. Resteranno probabilmente solo degli elenchi sterminati delle sue gesta, da quando ha affermato che ridurre la donna a madre e sposa è fascista (fonte), a quando ha proposto di “sbianchettare” l’obelisco al Foro Italico (fonte); da quando ha paragonato gli immigrati ai partigiani (fonte), a quando ha stilato un vademecum del “linguisticamente corretto” per le redazioni dei quotidiani (fonte); da quando ha denunciato il maschilismo delle pubblicità (fonte) a quando è andata in ciabatte dal Papa (fonte); e, dulcis in fundo, da quando ha definito gli immigrati “avanguardia di uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per tutti noi” (fonte), verso l’infinito e oltre.

Nihil novi sub sole, per chi la conosce. Tuttavia da questo “florilegio boldriniano” saltano fuori perle misconosciute, come le parole con cui, dalla sala Regina di Montecitorio, la Presidenta ammonì gli albergatori riuniti per un convegno sul turismo: «Non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti affluenti e poi trattare in modo, a volte inaccettabile i migranti che giungono in Italia dalle parti meno fortunate del mondo, spesso in condizioni disperate» (fonte).
Ammetto di aver percepito un brivido lungo la schiena nel momento in cui ho sentito ripetere lo stesso concetto a Bergoglio nell’ultima “aeroconferenza” di ritorno dal viaggio colombiano: «Oggi, a Cartagena, io ho incominciato da una parte, chiamiamola, povera, di Cartagena. Povera. L’altra parte, la parte turistica, lusso e lusso senza misure morali, diciamo. Ma quelli che vanno di là, non si accorgono di questo? O gli analisti sociopolitici, non si accorgono?» (fonte).
Aiuto! L’allieva ha superato il maestro? Il Papa copia la Papessa? In effetti la Boldrini era finita prima di lui sulla copertina di “Famiglia Cristiana” (come Italiana dell’anno nel 2009!), dunque la cosa non dovrebbe stupire più di tanto (suscitare una tristezza abissale sì, ma stupire no).

Che altro aggiungere? L’unica critica che posso muovere al pamphlet è che giunge a legislatura non ancora conclusa, come a implicare che la crestomazia boldriniana non potrà arricchirsi di ulteriori esemplari. Questo è del resto anche il punto di forza del libretto, come abbiamo osservato all’inizio: un samizdat dei nostri anni bui, che ci fa sperare un giorno di poterne finalmente ridere senza il timore di essere denunciati o censurati.

Colonialismo solidale

Qualche giorno fa il titolo di un pezzo del “Corriere”, Un’utopia per l’Africa, il “colonialismo solidale” (7 settembre), ha fatto indignare gli indignati di professione (che del resto non possono far altro che indignarsi). La polemica rappresentava in effetti una buona occasione per guadagnare punti almeno a livello ideologico, ma l’emotività e il sentimentalismo con cui si affrontano certe questioni a “sinistra” hanno impedito di andare oltre i piagnistei. D’altro canto, sarebbe stato opportuno leggere il pezzo per intero piuttosto che dare un’occhiata al titolo e correre subito su Twitter a proclamare la propria indignazione. Perché in tal caso gli indignati avrebbero scoperto che l’estensore del pezzo (peraltro dopo aver rivolto critiche condivisibili sia al Pd, che si sdegnò degli accordi coi libici quando era all’opposizione, sia alle ong, che addossano al governo le responsabilità dell’Onu e dell’Ue), invoca nientedimeno che la stessa cosa che vogliono i suoi improvvisati contestatori: l’esercito comune europeo
«Toccherà all’Europa, quando e se avrà un orizzonte geopolitico e un esercito comuni, riportare in Africa maestri e ingegneri, medici e soldati. […] Dopo il colonialismo, una decolonizzazione vile e piena di sensi di colpa e il feroce neocolonialismo economico delle multinazionali, forse il XXI secolo dovrebbe inventarsi il “colonialismo solidale”. Non per bontà, ci mancherebbe. Ma perché aiutando loro, aiuteremmo parecchio noi stessi».
Insomma, niente sceneggiate: l’Altra Europa che desiderate porta con sé la necessità di un esercito europeo; il resto non è che una questione di dettagli (dovrà assorbire le forze armate degli altri Paesi o comportarsi come un’armata parallela? potrà combattere solo le guerre giuste per i bimbi poveri, o anche quelle sbagliate contro i genitori dei bimbi poveri?).

Da questo punto di vista la discussione potrebbe concludersi qui. Tuttavia l’occasione è troppo ghiotta per non approfondire il senso dell’infelice espressione “colonialismo solidale”. Se il giornalista del “Corriere” lo proietta al futuro, nelle magnifiche sorti e progressive del Più Europa, noi invece ne riconosciamo già l’esistenza, in forma talmente pervasiva da potersi fregiare di un’ulteriore coloritura filantropica: “colonialismo equo-solidale”.

Uno dei suoi più convinti patrocinatori è senza dubbio il noto Jeffrey Sachs, ormai diventato una sorta di “consigliere spirituale” di Papa Bergoglio. È stato probabilmente costui a suggerire al Pontefice di calcare la mano sulla responsabilità dell’uomo per gli uragani che hanno colpito il continente americano. Una tesi ripugnante a livello scientifico, ma che proprio Sachs non si è vergognato di ripetere in un’intervista allo stesso “Corriere” del 12 settembre: «L’uragano Irma ci ha dato una lezione». Ormai l’economista statunitense parla come un Testimone di Geova: «Abbiamo meno di 30 anni per metterci al sicuro». Svegliatevi!

Ecco, questo Sachs è il capofila della vasta schiera di benefattori che con le loro “buone intenzioni” hanno impedito negli ultimi decenni che le economie di diversi Paesi africani si avviassero verso la strada dello sviluppo. Dietro di lui c’è un altro benefattore più quotato, l’onnipresente George Soros, che ogni tanto butta qualche milione di dollari nei progetti del suo protetto per «appagare il suo istinto di speculatore» (lo ha dichiarato alla giornalista Nina Munk); accanto a lui, poi, una ridda di rockstar e attori hollywoodiani che lo aiutano a vendere meglio la sua immagine di santone dello sviluppo sostenibile.

La filosofia di Sachs è riassumibile in una formula sgradevole ma efficace: “gettiamo monetine ai negretti”. È con tale interiore convincimento che il Nostro, in veste di consulente speciale per le Nazioni Unite, ha diretto per anni il Millennium Project, un piano per eliminare la povertà nel mondo partendo dai villaggi africani. Gli esiti sono stati fallimentari, come dimostra l’impietoso volume della Nina Munk di cui sopra, The Idealist: Jeffrey Sachs and the Quest to End Poverty (2013), del quale abbiamo già discusso.
Tutti i progetti di Sachs, dalla shock therapy per saccheggiare e umiliare i Paesi dell’ex-Urss ai Millennium Villages trasformati in baraccopoli a causa della pioggia di finanziamenti giunta da chissà dove, rappresentano dei “costosi monumenti al suo ego”, come ha dichiarato ancora l’amico Soros (!).

Alla dissezione di questo “colonialismo equo-solidale” l’economista William Easterly ha dedicato il volume I disastri dell’uomo bianco (2007), nel quale descrive perfettamente la mentalità bipartisan  che lo sostiene (alla quale ovviamente partecipa il giornalista del “Corriere” di cui sopra):
«Alla sinistra piace l’idea di un grande sforzo collettivo per combattere la povertà. Alla destra piace invece l’idea di un imperialismo benevolo che ha lo scopo di diffondere il capitalismo e di domare l’opposizione all’Occidente. […] Si arriva così alla bizzarra combinazione di aiuti internazionali sostenuti dalla sinistra e di interventi militari sostenuti dalla destra (anche se ognuno sconfessa l’altro)».
Rispetto agli anni in cui scriveva Easterly, il problema sembra essersi aggravato, poiché se egli fino al 2005 poteva onestamente considerare il cosiddetto “micro-credito” come un’alternativa ai “piani quinquennali” onusiani, oggi invece, nel giro di pochi anni, è emerso come la sua efficacia sia “micro” solo nei risultati auspicati (ma sfortunatamente “macro” nella privatizzazione del welfare e nella “individualizzazione” di stampo neoliberista della creazione di ricchezza).

In conclusione osserviamo con apprensione che da quando la Pontificia Accademia delle Scienze ha chiamato a sé Sachs, sembra che l’esercito dei “colonialisti solidali” abbia trovato in Bergoglio il suo dominus totius orbis: eppure non è affatto inverosimile pensare che un giorno la Chiesa sarà costretta a “chiedere scusa” per aver benedetto ancora le “buone intenzioni” dei potenti di turno.

sabato 16 settembre 2017

Il breve sogno nordcoreano


«Il 15 aprile, celebrando il proprio 71° compleanno, il Grande Leader assisterà all’inaugurazione del più grande monumento edificato fino ad oggi alla sua gloria: la Torre Juche. In cima a questo massiccio pilastro sarà accesa una fiamma che, come afferma la mia guida nordcoreana, “servirà da faro perenne al mondo intero”.
I coreano, però, hanno un detto: “Avevo desiderato la gloria, ma è stato, ahimè, un breve sogno”. Mentre il presidente Kim ascolterà i prevedibili peana in suo onore, dovrebbe medigare sul fatto che, a pochi anni dalla loro scomparsa, i suoi più esaltati mentori, Stalin e Mao Tse-tung, sono stati entrambi ripudiati dai loro popoli. Poche sembrano le ragioni per pensare che il Grande Leader o suo figlio possano avere una fortuna maggiore».
(Anthony Paul, Inside North Korea, Marxism’s First “Monarchy”, “Reader’s Digest”, febbraio 1982, pp. 73-77; tr. it. Il primo esempio di monarchia socialista, “Selezione dal Reader’s Digest”, marzo 1982)

venerdì 15 settembre 2017

Quelli della “Cultura” (vaccini, fascismo, ius soli)

L’altro giorno, durante un servizio di un tg regionale dedicato ai possibili inconvenienti che la “questione vaccini” avrebbe causato all’apertura delle scuole, a un certo punto una signora intervistata, riferendosi alla madre di un compagno del figlio, afferma: “Lei non era per niente d’accordo, ma poi finalmente si è convinta…”.

Credo che la scelta dell’espressione sia piuttosto infelice, poiché  qui non è stato “convinto” proprio nessuno: si è fatto un decreto e tanti saluti. L’unico tentativo di “divulgazione” posto in atto dal Partito di maggioranza è stato dare risalto mediatico al virologo Roberto Burioni, che nell’ultimo anno ha acquisito notorietà passando il tempo libero a insultare persone sui social network (Matteo Renzi, attratto evidentemente dallo stile, ha pure pensato di candidarlo alle prossime elezioni). Il risultato di tale “operazione antipatia” è che ora dirigenti scolastici (e insegnanti) saranno costretti a trattare con i genitori “non-persuasi” nella maniera più sbrigativa possibile (senza tuttavia godere della licenza di dare del “somaro” o del “cretino” a chicchessia).

È paradossale che proprio coloro i quali non perdono un istante per predicare la “Cultura” come panacea di tutti mali (dal terrorismo in giù), siano stati poi incapaci, alle prese con un tema così sensibile, di mettere in pratica un minimo di moral suasion. Trovo perciò imbarazzante che proprio uno come Renzi si accrediti il merito di una “rivoluzione culturale” che non è mai avvenuta. Semplicemente si è proceduto d’imperio: ma un Partito che si proclama “Democratico”, può davvero permettersi un approccio del genere?

Se la questione vaccini è uno dei temi che fatto emergere in maniera palese la discrepanza tra il “predicare bene” e il “razzolare male”, tuttavia il discorso si può naturalmente allargare ad altri ambiti. Per esempio, sempre dal punto di vista della “Cultura”, vale la pena citare un altro caso, salito anch’esso di recente alla ribalta: il famoso ddl Fiano sull’inasprimento delle pene contro la “propaganda fascista”, che estenderebbe il reato di apologia al populismo, al “sovranismo”, all’antieuropeismo e a ogni obiezione verso le attuali politiche immigratorie (inquietante l’intervista del deputato rilasciata a “l’Unità”). Dalla prospettiva di uno stravolgimento (fino ai confini dell’incostituzionalità) delle normative già vigenti, mi sovviene un altro momento televisivo a cui ho assistito di recente (in realtà è tutta roba che assimilo da “Blob”): pochi giorni fa, in un talk show di Rai3, Giorgia Meloni ha invitato il ministro della giustizia Andrea Orlando, che la accusava di “razzismo”, a denunciarla alla procura della Repubblica. Al che l’esponente del governo ha risposto testualmente: «Non c’ho niente da denunciare perché le opinioni si combattono, non si condannano».


Una bella frase fatta, non c’è che dire: comunque è bene ricordare al Ministro, sempre secondo le normative vigenti, che se uno si dichiara “fascista” e “razzista” viene condannato, non combattuto. E per quanto riguarda il suo collega Fiano, che di fatto vuole inasprire le condanne (mica i “combattimenti”): perché Orlando non va a ripetergli lo stesso concetto in partibus fidelium, così magari ci risparmiamo l’approvazione di un decreto surreale? O forse il Guardasigilli ignora che oggi stesso, senza alcun ddl, è possibile denunciare una persona per “discriminazione, odio o violenza in base a motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” (Legge 25 giugno 1993, n. 205, nota anche come “Mancino”)?
Insomma, per tornare al tema, sembra che i primi a non credere alla storiella che “il fascismo si cura leggendo” (magari evitando Gentile, Pirandello, Marinetti, Soffici, Papini o Ugo Spirito), siano proprio quelli che hanno appena indetto la crociata contro gagliardetti e portachiavi.
Anche qui, i conti non tornano: dov’è la benedetta “persuasione morale”, quella “Cultura” sbandierata continuamente ai quattro venti (che però tende ormai ad assomigliare a uno slogan da quattro soldi)?

Infine, l’ultimo episodio in cui il “Partito della Cultura” ha nuovamente fallito è rappresentato dallo ius soli, un tema che ha dato vita a un dibattito degradante per entrambe le parti. Epperò piscis primum a capite foetet: chi ha voluto presentare la riforma della cittadinanza come un win-win game, facendo poi volare gli stracci ogni volta che si avvicinava la discussione al Senato? Chi ha preferito che trionfassero il sentimentalismo e la propaganda, invece che i fatti e i dati?
Nemmeno su questo punto è stato consentito un confronto aperto e sereno: ma se in tale occasione il governo non ha agito d’imperio (almeno finora), è solo perché si avvicinano le elezioni e il PD non vuol perdere ulteriori voti con un provvedimento altamente impopolare.
Indagando senza pregiudizi i motivi di tale impopolarità, ci si accorgerebbe che per l’ennesima volta, la “Cultura” non è stata capace di mantenere le sue promesse. In altri tempi sarebbe bastato poco per fare di questa riforma un lenitivo all’insicurezza percepita; oggi però evidentemente un certo tipo di retorica non basta più.
È inutile che il ministro Orlando (sempre lui, una cornucopia) in un’intervista al “Corriere” presenti la ius soli come «un percorso di doveri, non solo di diritti» e «un deterrente contro i reati», perché è chiaro che non ci crede nemmeno lui (altrimenti il disegno di legge sarebbe già passato, anche con una “fiducia di scopo”): figuriamoci l’opinione pubblica, ormai messa nelle condizioni di diffidare di qualsiasi “battaglia di civiltà” condotta a scapito del welfare, della sicurezza e della libertà.
Le rassicurazioni del governo sui “doveri” dei “nuovi italiani” sono, infatti, evanescenti: non poteva del resto mancare il leitmotiv della “Cultura”, rappresentato dal “piano di integrazione” ideato dal Viminale per rafforzare il percorso di integrazione a corredo dello ius soli. Per esempio, il sottosegretario agli interni Manzione ha promesso “tolleranza zero” nei confronti del “velo integrale”, garantendo però l’intransigenza esclusivamente nell’ottica della mediazione culturale. Sarò forse l’unico a notare ma il paradosso, ma come può un governo che non è stato capace di mediare con i propri cittadini sulle questioni che abbiamo appena citato, convincere senza coercizione uno straniero ad abbandonare le usanze contrarie alle nostre leggi? Ecco perché una buona parte degli italiani non si fida a tuffarsi nel “bagno di melassa” che gli è stato preparato: in tal caso la storia del “razzismo congenito” non è che un alibi piuttosto squallido.

Del resto, sul tema dello ius soli ne sono state dette troppe per consentire di affrontarlo ancora seriamente. Eppure ci si dimentica sempre di ricordare che l’Italia è il primo Paese in Europa per concessione di cittadinanza; il che significa che è tutt’altro che impossibile per uno straniero diventare italiano (anche dalla nascita), nonostante politici, giornalisti e intellettuali si sforzino a dimostrare il contrario.
In verità, la “Cultura” in questo dibattito servirebbe più che mai; per esempio, a capire perché gli attentati che hanno colpito l’Europa in questi anni siano stati portati a termine da immigrati di seconda o terza generazione, a tutti gli effetti cittadini della nazione che hanno deciso di colpire.
Per citare ancora il ministro Orlando (poi basta), nell’intervista di cui sopra egli afferma che «avere dei cittadini anziché degli apolidi senza radici nel Paese di provenienza ed emarginati in quello in cui vivono, significa aumentare le possibilità di controllo sociale e civile».
Modestamente, sono del parere opposto, cioè sono convinto che privare i figli degli immigrati dell’ideale di una “patria elettiva”, di una “terra degli avi”, potrebbe avere effetti deleteri. Esiste una nota “legge”, formulata dallo storico americano Marcus Lee Hansen, secondo la quale ciò che la prima generazione di immigrati abbandona e la seconda dimentica, riemerge nella terza, anche in maniera distruttiva: la mancanza di identità e riferimenti può infatti sfociare nel vandalismo, nell’alcolismo e –come abbiamo appreso sulla nostra pelle– nel terrorismo. Non so se tale regola sia valida universalmente, ma come si può negare, per fare il primo esempio che mi viene in mente, l’importanza, dal punto di vista psicologico, che le “patrie elettive” detengono nella letteratura sudamericana? Per quanto uno tenti di acriollarse, le radici tornano sempre, a onta delle fantasie di ingegneria sociale.

In conclusione, è doveroso sottolineare come nell’azione di questo governo il dominio (politico) e l’egemonia (culturale) abbiano preso strade divergenti, conducendo a una catastrofe per l’intelligenza nazionale: il “Partito della Cultura” ne ha fatto scempio (per evitare di apparire troppo polemico, ho completamente tralasciato la questione dei tagli all’istruzione, altro clamoroso paradosso) e ora sembra giunto alla conclusione che per governare gli italiani “serve la frusta”, rappresentata a seconda dei casi dai decreti d’urgenza come dal terrorismo psicologico, dai patti di stabilità, dai reati d’opinione o dai vincoli esterni. Forse è questo tipo di “fascismo”, e non quello dei portachiavi, che andrebbe condannato e combattuto.

giovedì 14 settembre 2017

Sull’immigrazione Bergoglio riscopre il gesuitismo


Papa Francesco nella sua ennesima aeroconferenza (ma non sarebbe meglio parlare degli aerei, come faceva Pio X, invece che dagli aerei?), di ritorno dalla “missione” in Colombia dove era andato a benedire la normalizzazione delle Farc (nonostante la maggioranza del popolo avesse respinto l’accordo di pace attraverso il referendum), dopo aver sostenuto la correlazione tra uragani ecambiamenti climatici (probabilmente suggeritagli da Jeffrey Sachs o qualcun altro della cricca maltusiana che lo circonda), ha voluto dir la sua anche sull’immigrazione.
Avrà ripreso il governo, per aver violato il nuovo dogma dell’“accogliamoli tutti”? Macché, tutt’altro: ha clamorosamente approvato la “svolta minnitiana”!
«Io sento il dovere di gratitudine verso l’Italia e la Grecia, perché hanno aperto il cuore ai migranti. Ma non basta aprire il cuore. […] Un governo deve gestire questo problema con la virtù propria del governante, cioè la prudenza. Cosa significa? Primo: quanti posti ho? Secondo: non solo riceverli, ma anche integrarli. Integrarli. […] Lei parlava del governo italiano: mi dà l’impressione che stia facendo di tutto per lavori umanitari, per risolvere anche il problema che non può assumere».
Sogno o son dest(r)o?
E i giornali si commuovono pure: “Il Papa ci dà una lezione di realismo”...
Non è che adesso Bergoglio si è messo anche a far campagna elettorale per il Partito Democratico?
Volendo esser seri (ma è quasi impossibile), quel che dice il Papa è ovviamente condivisibile (prima però erano argomenti “populisti”, qualcuno lo ricorda?), soprattutto quando osserva che non è certo responsabilità di Gentiloni il mancato rispetto dei diritti umani in Libia: da chiamare in causa infatti ci sarebbero in primo luogo le Nazioni Unite e l’Unione Europea, poi eventualmente inglesi e francesi (questi ultimi ancora piuttosto attivi, se pensiamo alle recenti iniziative dell’incantevole Macron). 

Una cosa ovvia, insomma, che però evidentemente sfugge a Médecins sans frontières, visto che di recente si è appellata (in maniera piuttosto sguaiata, bisogna dirlo) alla coscienza dell’attuale premier italiano. In verità, almeno da questo punto di vista, all’organizzazione privata francese andrebbe riconosciuta più coerenza di quella dimostrata da Francesco: ora che i nodi vengono al pettine, invece di allinearsi a questo governo in attesa delle prossime elezioniMedici senza frontiere gli ha addossato le stesse responsabilità che attribuì a Berlusconi a suo tempo.
Sfortunatamente all’epoca il PD era all’opposizione, perciò, senza farselo ripetere due volte, fece proprie le accuse provenienti dall’agenzia internazionale (anche quando si rivelarono contrarie l’interesse nazionale). Ci può stare, è normale dialettica: sarebbe ingiusto andare a ripescare le dichiarazioni indignate di quegli anni (ci sono anche quelle di Minniti nelle vesti di ministro ombra…), perché i problemi in fondo rimangono gli stessi, indipendentemente dai soggetti chiamati ad affrontarli.

È però imbarazzante (almeno questo va evidenziato) che, nel giro di un’udienza, il primato della moral suasion sia passato direttamente dal Pontefice al Ministro, in un gioco delle parti che sembra avere poco di umanitario e molto di politico. Perché se la situazione fosse davvero questa, allora ci troveremmo di fronte al colossale paradosso del primo “Papa Nero” della storia che si fa battere in gesuitismo dagli ultimi democristiani.

Teologia della liberalizzazione


Due citazioni da Socialismo (1950) di Ludwig von Mises (edizione Rusconi, 1989):
«L’attesa di un ordine nuovo, stabilito da Dio stesso e prossimo a venire, e la concentrazione di ogni azione e di tutti i pensieri sull’imminente avvento del Regno di Dio rendono l’insegnamento di Gesù completamente negativo. Egli rifiuta tutto l’esistente senza offrire nulla in sua sostituzione. Arriva a pretendere lo scioglimento di tutti i legami sociali esistenti. […] Gesù è in grado di tollerare le leggi terrene dell’Impero romano e le prescrizioni della legge ebraica perché è indifferente ad esse, disprezzandole come cose importanti solo nell’ambito di ristretti limiti temporali, e non perché egli riconosca il loro valore. Il suo zelo nel distruggere i legami sociali non conosce limiti. […] Ai seguaci di questa dottrina non è richiesto nessun sistema etico né alcuna particolare condotta in un qualche senso positivo. […] Il più chiaro parallelo moderno all’atteggiamento di completa negazione tipico del cristianesimo primitivo è il bolscevismo. Anche i bolscevichi desiderano distruggere tutto ciò che esiste, perché lo considerano irrimediabilmente cattivo. Essi hanno però in mente idee, per quanto indefinite e contraddittorie, riguardo al futuro ordine sociale. […] L’insegnamento di Gesù, sotto questo rispetto, è invece semplicemente negazione.
Gesù non era un riformatore sociale. I suoi insegnamenti non aveva nessuna applicazione morale alla vita terrena. […] È proprio questo che ha permesso al cristianesimo di fare la sua trionfale avanzata nel mondo. Essendo neutrale rispetto a ogni sistema sociale, esso è stato in grado di attraversare i secoli senza essere distrutto dalle tremende rivoluzioni sociali che hanno avuto luogo. Solo per questa ragione esso poté diventare la religione degli imperatori romani e degli imprenditori anglosassoni, dei negri africani e dei teutoni europei, dei signori feudali del Medioevo e dei moderni operai dell’industria. Ogni epoca e ogni partito ha potuto attingere dal cristianesimo ciò che desiderava, perché esso non contiene nulla che lo leghi a un determinato sistema sociale» (pp. 460-61). 
«I Vangeli […] da una parte sono indifferenti a tutte le questioni sociali, dall’altra sono pieni di risentimento contro la proprietà e contro tutti i proprietari. È così che la dottrina cristiana, una volta separata dal contesto in cui Cristo predicava –l’attesa dell’imminente Regno di Dio–, può essere estremamente distruttiva. Mai e in nessun luogo un sistema di etica sociale, un sistema cioè di norme che regolino la cooperazione sociale, può essere costruito su una dottrina che proibisce qualunque preoccupazione per il sostentamento quotidiano e il lavoro e che, al medesimo tempo, esprime un feroce risentimento contro i ricchi, predica l’odio verso la famiglia e difende la castrazione volontaria.
Le conquiste culturali della Chiesa nei secoli del suo sviluppo sono opera della Chiesa, non del cristianesimo. […] L’etica sociale di Gesù non ha contribuito affatto a tale sviluppo. La conquista della Chiesa consiste in questo caso nell’aver reso questa morale inoffensiva, ma sempre solo per un limitato periodo di tempo. […]
Dalle parole dei Vangeli non può venire mai desunta un’etica sociale applicabile alla vita terrena. […] La Chiesa occidentale ha sempre incorporato nei proprio insegnamento quell’etica sociale che corrispondeva meglio ai suoi interessi del momento e che meglio favoriva la sua posizione nello Stato e nella società.
[…] Ora, però, anche se è destinato a fallire ogni tentativo di costruire sui Vangeli una specifica etica sociale cristiana, non potrebbe essere possibile armonizzare le dottrine cristiane con un’etica sociale che promuova, invece di distruggerla, la vita sociale e utilizzare così le grandi forze del cristianesimo al servizio della civiltà?» (pp. 465-67).
Bisogna dar atto al Mises di aver espresso con chiarezza la propria opinione (gli equivoci, in questo caso, nascono soprattutto dai suoi interpreti): il messaggio dei Vangeli? negativo e sterile, incapace di generare un qualsiasi sistema etico (addirittura distruttivo e nefasto qualora venisse realmente osservato); la missione della Chiesa? mera difesa di interessi corporativi, a scapito della civiltà e del progresso.

Mises sembra proporre come alternativa alla “teologia della liberazione”, una “teologia della liberalizzazione”, riassumibile in questi termini: per compensare duemila anni di negazione (arginata solo dagli interessi del momento, che hanno accidentalmente prodotto risultati positivi), ora che i liberali hanno scoperto la formula perfetta del buon governo, la Chiesa dovrebbe finalmente mettersi al servizio della civiltà (cioè del libero mercato).

Eppure lo stesso Mises è consapevole che nessuna istituzione intenzionata a seguire esclusivamente i propri “interessi del momento” potrebbe sopravvivere nei secoli: quindi, per non cadere in contraddizione, deve giustificare in qualche modo il “successo” della Chiesa evitando di razionalizzare l’effetto della grazia divina nella storia.

Da un lato infatti l’economista austriaco evidenzia la pochezza dell’idea comunista, rinfacciando a Marx (e indirettamente a Hegel) di non aver mai formulato ipotesi concrete sull’ordine sociale che seguirà al crollo del capitalismo (è nota la ridicola descrizione contenuta ne L’ideologia tedesca: con la fine dell’alienazione, l’uomo potrà «andare a caccia la mattina pescare al pomeriggio, allevare il bestiame la sera, criticare dopo cena, così come gli viene voglia»); dall’altro tuttavia, per attaccare il cristianesimo, conferisce persino ai bolscevichi «idee, per quanto indefinite e contraddittorie, riguardo al futuro ordine sociale» (ma almeno si fossero limitati a pescare e criticare!).

Questo atteggiamento paradossale nasce da una certa impulsività nell’affrontare la “questione cristiana”: se è necessario dimostrare che il cristianesimo è più “mitologico” del marxismo, all’occorrenza saltano fuori le “idee” per il futuro della società socialista.

Alla luce di queste considerazioni, l’offerta finale del Mises alla Chiesa assomiglia un po’ alla tentazione di Gesù nel deserto: se davvero volete mettere in pratica gli insegnamenti di Cristo, allora aiutateci a trasformare “le pietre in pane”.

Il Vestito Antineutrale

Visto che vi state tutti preparando per la Terza Guerra Mondiale, questo sicuramente potrà servirvi:


IL VESTITO ANTINEUTRALE
Manifesto Futurista
(11 settembre 1914)
Glorifichiamo la guerra,
sola igiene del mondo.
MARINETTI.
(1° Manifesto del Futurismo – 20 Febbraio 1909)
Viva Asinari di Bernezzo!
MARINETTI.
(1° Serata futurista – Teatro Lirico, Milano, Febbraio 1910)
L’umanità si vestì sempre di quiete, di paura, di cautela o d’indecisione, portò sempre il lutto, o il piviale, o il mantello. Il corpo dell’uomo fu sempre diminuito da sfumature e da tinte neutre, avvilito dal nero, soffocato da cinture, imprigionato da panneggiamenti. Fino ad oggi gli uomini usarono abiti di colori e forme statiche, cioè drappeggiati, solenni, gravi, incomodi e sacerdotali. Erano espressioni di timidezza, di malinconia e di schiavitù, negazione della vita muscolare, che soffocava in un passatismo anti-igienico di stoffe troppo pesanti e di mezze tinte tediose, effeminate o decadenti. Tonalità e ritmi di pace desolante, funeraria e deprimente.
OGGI vogliamo abolire:
1. – Tutte le tinte neutre, “carine”, sbiadite, fantasia, semioscure e umilianti.
2. – Tutte le tinte e le foggie pedanti, professorali e teutoniche. I disegni a righe, a quadretti, a puntini diplomatici.
3. – I vestiti da lutto, nemmeno adatti per i becchini. Le morti eroiche non devono essere compiante, ma ricordate con vestiti rossi.
4. – L’equilibrio mediocrista, il cosidetto buon gusto e la cosidetta armonia di tinte e di forme, che frenano gli entusiasmi e rallentano il passo.
5. – La simmetria del taglio, le linee statiche, che stancano, deprimono, contristano, legano i muscoli; l’uniformità di goffi risvolti e tutte le cincischiature. I bottoni inutili. I colletti e i polsini inamidati.
Noi futuristi vogliamo liberare la nostra razza da ogni neutralità, dall’indecisione paurosa e quietista, dal pessimismo negatore e dall’inerzia nostalgica, romantica e rammollante. Noi vogliamo colorare l’Italia di audacia e di rischio futurista, dare finalmente agl’italiani degli abiti bellicosi e giocondi.
Gli abiti futuristi saranno dunque:
1. – Aggressivi, tali da moltiplicare il coraggio dei forti e da sconvolgere la sensibilità dei vili.
2. – Agilizzanti, cioè tali da aumentare la flessuosità del corpo e da favorirne lo slancio nella lotta, nel passo di corsa o di carica.
3. – Dinamici, pei disegni e i colori dinamici delle stoffe, (triangoli, coni, spirali, ellissi, circoli) che ispirino l’amore del pericolo, della velocità e dell’assalto, l’odio della pace e dell’immobilità.
4. – Semplici e comodi, cioè facili a mettersi e togliersi, che ben si prestino per puntare il fucile, guadare i fiumi e lanciarsi a nuoto.
5. – Igienici, cioè tagliati in modo che ogni punto della pelle possa respirare nelle lunghe marcie e nelle salite faticose.
6. – Gioiosi. Stoffe di colori e iridescenze entusiasmanti. Impiegare i colori muscolari, violettissimi, rossissimi, turchinissimi, verdissimi, gialloni, arancioooni, vermiglioni.
7. – Illuminanti. Stoffe fosforescenti, che possono accendere la temerità in un’assemblea di paurosi, spandere luce intorno quando piove, e correggere il grigiore del crepuscolo nelle vie e nei nervi.
8. – Volitivi. Disegni e colori violenti, imperiosi e impetuosi come comandi sul campo di battaglia.
9. – Asimmetrici. Per esempio, l’estremità delle maniche e il davanti della giacca saranno a destra rotondi, a sinistra quadrati. Geniali controattacchi di linee.
10. – Di breve durata, per rinnovare incessantemente il godimento e l’animazione irruente del corpo.
11. – Variabili, per mezzo dei modificanti (applicazioni di stoffa, di ampiezza, spessori, disegni e colori diversi) da disporre quando si voglia e dove si voglia, su qualsiasi punto del vestito, mediante bottoni pneumatici. Ognuno può così inventare ad ogni momento un nuovo vestito. Il modificante sarà prepotente, urtante, stonante, decisivo, guerresco, ecc. Il cappello futurista sarà asimmetrico e di colori aggressivi e festosi. Le scarpe futuriste saranno dinamiche, diverse l’una dall’altra, per forma e per colore, atte a prendere allegramente a calci tutti i neutralisti. Sarà brutalmente esclusa l’unione del giallo col nero. Si pensa e si agisce come si veste. Poiché la neutralità è la sintesi di tutti i passatismi, noi futuristi sbandieriamo oggi questi vestiti antineutrali, cioè festosamente bellicosi. Soltanto i podagrosi ci disapproveranno. Tutta la gioventù italiana riconoscerà in noi, che li portiamo, le sue viventi bandiere futuriste per la nostra grande guerra, necessaria, URGENTE.
Se il Governo non deporrà il suo vestito passatista di paura e d’indecisione, noi raddoppieremo, CENTUPLICHEREMO IL ROSSO del tricolore che vestiamo.
*

PS: Cent’anni dopo il manifesto è finito al MoMA di Nuova York.

La lingua spontanea dell’umanità

«Eliezer Ben-Yehuda tentò di ridar vita a una lingua che non era mai stata dimenticata ma che era evidentemente inadatta a un uso moderno […]. Svolse un grande lavoro di lessicografo, e volle dare personalmente l’esempio: in casa sua si sarebbe parlato solo ebraico. Non è un caso che, per lunghi anni, i coniugi Ben-Yehuda fossero costretti a ridurre notevolmente il loro vocabolario. […] Il malcapitato figlio di un padre così ostinato fece le spese di questa strana afasia familiare: fino all’età di quattro anni ebbe uno sviluppo verbale così limitato che si cominciò a temere un suo ritardo mentale (curiosa smentita alle teorie medievali dell’ebraico come lingua spontanea dell’umanità!). Poi gli si parlò in altre lingue, e la cosa si aggiustò» 
(A. Guetta, “Una scrittura ebraica, un’esistenza europea”, in D. Vogel, Davanti al mare, 1932, E/O, Roma, 1998, p. 130).

Catoblepa catoblepa, io ti dono i miei pepla

Qualcuno sa dirmi quand’è nata questa moda di correggere curriculum con curricula?
È un prestito, è invariabile, Roma locuta est (causae finitae sunt?).
Invece no, gli addetti alle risorse umane non si arrendono, anzi ci danno dentro. E non solo loro: a dimostrazione che la causa non è affatto chiusa, ora è venuto fuori che persino peplum, al plurale, deve diventare… PEPLA.
L’ho scoperto leggendo un commento al primo post di Macaronea: una povera crista non può nemmeno rimembrare le «serate passate sul divano con papà a guardare interminabili peplum», che subito arriva uno a dirti che si scrive PEPLA. I Pepla! Dove finiremo?

Come minimo di questo andazzo torneremo a pronunciare “filmese” con accento di Ladispoli; il che per certi versi non sarebbe così male, se non fossimo alle prese con un fenomeno pseudo-elitario (di quelli del “piuttosto che” disgiuntivo e delle crisi in forma di “criticità”), probabilmente sorto dallo stesso “brodo di cultura” (sic) dal quale vennero i crociati contro l’insegnamento del latino
Per fortuna Macaronea ha risposto da vera signora qual è (non la conosco, ma è un’insegnante e il 99% delle mie amiche sono insegnanti, e le insegnanti sono le migliori donne d’Italia – a parte quando si ritrovano assieme, quella è una vergogna nazionale), citando un utente di narkive (che a sua volta cita da qui):
«Come diceva Tristano Bolelli, grande linguista che fu anche presidente dell’Accademia della Crusca: “Quanto al latino, si sa che l’uso di citazioni è fatto, salvo eccezioni, da uomini che il latino lo sanno poco o non lo sanno affatto. È difficile trovare un latinista vero che ostenti citazioni nella lingua di Roma se non forse per scherzare, come fece una volta un mio caro collega, cattedratico, appunto, di Lingua e letteratura latina, che disse: Intelligenti pauca […] e facetamente tradusse “A chi capisce poco”. E poi, come la mettiamo: diciamo curricula, e va bene. Ma poi diciamo anche, chessò, sponsores? […] E già, perché se decidiamo di flettere le parole latine secondo le regole della grammatica latina, dovremmo probabilmente anche concordarle con i casi. Quindi vai col genitivo (“La pletora curriculorum che ricevo ultimamente mi opprime…”) e con il dativo e l’ablativo (“Non pensavo che mi sarei abituato così facilmente mediis quali la televisione satellitare”).
No, no, no, non ve lo consiglio. Il latino è una lingua straniera che, certamente, ha con l’italiano un rapporto molto stretto, ma non è l’italiano. E quindi, va trattata come le altre lingue straniere, dalle quali prendiamo in prestito parole che trattiamo come invariabili, indeclinabili, immodificabili (a meno che voi facciate ogni sera il giro dei bars, per parlare dei vostri sports preferiti).
I grammatici, in effetti, tagliano netto: le parole straniere si mantengono invariabili, in particolare poi quando sono entrate nell’uso comune: bar, sport, computer, film… Ecco cosa dice la Grammatica Italiana di Maurizio Dardano e Pietro Trifone (Zanichelli, 1995, p. 194): “Le grammatiche e i dizionari sono abbastanza compatti nel consigliare il mantenimento della forma del singolare anche al plurale”.
E il Serianni (Italiano, Garzanti, 1997, p. 106): “In che modo formano il plurale i nomi stranieri terminanti in consonante? In generale, il nome resta invariato”.
[…] [Infine, afferma il] Birattari (Italiano. Corso di sopravvivenza, Ponte alle Grazie, 2000, p. 250):
“Vale per le parole latine quel che si è detto per le parole straniere in generale: in italiano sono invariabili. Quindi il plurale di curriculum è i curriculum. Può capitare benissimo, però, che se scrivete in una richiesta di lavoro di aver “inviato altri curriculum alla vostra attenzione”, la vostra lettera capiti in mano a un selezionatore del personale che tutte le sere prima di addormentarsi si ripeta le tabelle delle declinazione e dei paradigmi latini e, leggendo curriculum al posto di curricula, cestini sdegnato la vostra lettera.
Ma capite che, in questo oscuro selezionatore, non è difficile scorgere i tratti di un individuo con qualche problema caratteriale accanto al quale potrebbe rivelarsi molto difficile lavorare. Quindi, decidere di mantenere curriculum invariato al plurale potrebbe anche essere un modo intelligente per fare a vostra volta una prima scrematura delle proposte di lavoro.”»
Ho saltato i riferimenti a una pagina dell’Accademia della Crusca, perché nel frattempo è stata aggiornata, e per giunta ora avvalora l’utilizzo di curricula come prova della conoscenza del latino (no, no…):
«Il plurale del neutro latino con la tipica terminazione in -a è più lontano dal sistema morfologico dell’italiano e presuppone la conoscenza almeno delle nozioni elementari del latino.
[…] Fermo restando che è preferibile il plurale declinato curricula (che può essere talvolta avvertito come eccessivo sfoggio di cultura), le alternative del tutto accettabili sono curricoli, che non sembra tuttavia immediatamente disponibile a chi parla o scrive, e il plurale invariato curriculum, ormai largamente diffuso e quindi accettato».
È esattamente il contrario: chi non sa o non ricorda una parola di latino, millanta la conoscenza di un plurale: «In questo modo facciamo sfoggio di cultura, vogliamo far sapere a tutti i costi a chi ci ascolta che siamo tanto bravi perché abbiamo studiato bene il latino a scuola e, magari, anche all’università» (sempre la Crusca: si mettano d’accordo!).

Comunque, finché si trattava di trovar lavoro, la cosa poteva essere sopportabile (alla fine ci si veniva incontro sussurrando “curricoli”); ma che ora pure I PEPLUM debbano finire sotto la sferza della demi-culture, è il sintomo che la situazione sta sfuggendo di mano. Allora perché non prendiamo una cazzo di macchina del tempo e torniamo nel 1992 per avvisare Elio che, oltre alle TEPA, abbiamo trovato un’altra rima per CATOBLEPA

martedì 12 settembre 2017

Le donne e il calcio

Alcune illuminanti osservazioni del comico statunitense Bill Burr sull’argomento “calcio e donne” (in realtà sta parlando di football americano, ma la sostanza non cambia):

«Ho un cervello maschile, semplice, grazie al quale posso sedermi e godermi una partita di football. [Mia moglie] invece ha un cervello femminile, complicato e multitasking. Ecco perché non riesce mai a essere felice.
Le donne sono come quelle lucertole che possono guardare due cose contemporaneamente. Sono fatte così: mentre stanno comprando delle scarpe che gli piacciono, ecco che vedono entrare nel negozio un’altra donna, “Oh guarda quella puttanella laggiù tutta magra, crede di essere carina”.
Sai cosa rende felici le donne? Niente! Per questo si stanno lentamente impossessando della National Football League, perché le disturba sapere che noi possiamo sederci con una pizza e una birra e divertirci.
[…] Le donne sono gelose di come il cervello maschile sia così semplice da permetterci di sederci, divertirci e “soffrire” allegramente [per una partita]. Perciò vogliono rovinare la lega nazionale del football, impossessarsene lentamente.
[…] Non riesco a capire perché le donne vogliono continuamente intrufolarsi nella lega di football maschile. Voglio dire, perché voi ragazze non vi mette assieme e fate la vostra lega? Fate anche voi le vostre cose… Ma ho capito che le donne non vogliono la loro lega, non vogliono le loro stronzate, voglio le nostre stronzate.
Penso che il motivo sia perché siamo felici: ci accomodiamo e ce la godiamo senza di loro. Questa cosa le fa uscire di testa. Quindi devono mettersi in mezzo e rovinarla. Hanno anche il basket femminile, e nemmeno non lo guardano! Alla maggior parte delle donne non piace il football.
E poi loro non riescono a capire: metti il caso che mia moglie ha invitato due o tre amiche; io me ne vado, non ho bisogno di rovinare la festa. La mia presenza cambierebbe la dinamica della conversazione, perché dal momento che io sono lì, loro non possono parlare di tutte quelle cose femminili. Allora, per rispetto, prendo e me ne vado»

L’uomo non è stupido


Si sta trasformando in una pericolosa liturgia, quella di mettere sotto accusa l’essere umano per ogni catastrofe naturale che si verifica nel mondo. La vasta schiera degli ambientalisti, ecologisti animalisti, eccetera, con l’avvento di Trump ha perso ogni freno inibitorio: in occasione del più recente uragano hanno offerto uno spettacolo davvero avvilente, dalle esultanze per una possibile distruzione della sua villa nei Caraibi (che in realtà ha resistito, losers) alle esegesi apocalittiche sulla “vendetta di Madre Natura” per la mancata vittoria della Clinton.

A questo coretto pseudo-para-gnostico tuttavia ci si è abituati; ciò che invece comincia a essere deleterio, è il controcanto del Papa Francesco, che regolarmente “benedice” i deliri antropofobici della lugubre schiera di cui sopra, conferendole una sorta di sacra investitura. Lo ha fatto anche questa volta, in occasione degli uragani Irma e Harvey, dichiarando (sempre nella solita conferenza stampa “volante”) che «l’uomo è uno stupido, è un testardo che non vede. L’unico animale del creato che mette la gamba sulla stessa buca, è l’uomo. Il cavallo e gli altri no, non lo fanno».

Si tratta di una riduzione “legislativo-burocratica” del concetto di peccato: ormai si può violare l’intero decalogo, dal fornicare (e anche “formicare”, chi siamo noi per giudicare l’entomofilia) al rubare (Gesù non diceva “rubate ai ricchi per dare ai più poveri”?), fino all’uccidere (c’è sempre il perdono, mica siamo nazisti). Ma “inquinare” (cioè costruire case, ponti, ospedali), quello no, ché poi Dio (o la Dea, o gli dei) si arrabbia e ci manda la pioggia e le piaghe.

La confusione di chi si erge a paladino dell’ambiente è manifesta: più la base scientifica (o almeno filosofica) dei suoi postulati si sgretola, più egli insegue il consenso attraverso la politica o, ancora peggio, la religione. Non a caso ho parlato di umiliazione e avvilimento: tutto ciò lo è, ma in primo luogo per l’intelligenza umana, proprio perché l’uomo non è stupido.

Al contrario, è nella lotta contro la natura (anche quella umana), che abbiamo dimostrato la nostra grandezza. Tutto ciò non è hybris, né prometeismo: è l’unico “orgoglio della specie” che possiamo vantare. E se anche questi uragani fossero stati causati dalla nostra iniquità, il fatto che si sia riusciti a prevederli e “schivarli”, salvando il maggior numero possibile di vite, è qualcosa di straordinario rispetto solo a qualche decennio fa.

Non è tuttavia solo una questione di progresso materiale: perché, a dispetto dei “luddisti dello spirito”, che tacciano a ogni piè sospinto la società contemporanea di consumismo e grettezza, in realtà persino l’altruismo nelle catastrofi appare come un fatto recente. Il moltiplicarsi di questi gesti d’eroismo minimale, da buon vicinato, riusciranno forse un giorno a cancellare l’onta dello sciacallaggio e della violenza. Peraltro in tali frangenti il popolo americano ha dato numerosi esempi al mondo, anche se fingiamo di non vederli non solo perché ora c’è un Presidente antipatico, ma soprattutto perché tale evenienza infrangerebbe numerosi “dogmi” à la page, tra i quali quelli pseudo-pauperistici rilanciati sempre da questo Papa (ma durante un’alluvione o un terremoto, in cosa si trasforma la “convivialità” tanto esaltata, se non in un indegno “ognuno per sé e Dio per tutti”?).

Al di là delle polemiche spicciole, si avvista all’orizzonte un disastro ben più grande di quelli prodotti dalla natura matrigna: siamo a un passo alla saldatura tra millenarismi di varia estrazione (stile new age, perlopiù immanentistici e fai-da-te), paranoie decresciste (quella “frugalità imposta dall’alto” dal sapore fantozziano) e appunto il neo/post-cattolicesimo inaugurato da Bergoglio. È una deriva da evitare a tutti i costi, non solo perché produce aberrazioni in ambito teologico (la Laudato si’ ne è un esempio), ma soprattutto perché rischia di cambiare radicalmente (in peggio) la nostra esistenza quotidiana: infatti, non ci troviamo più di fronte a un “amore per l’ambiente” che tentava almeno di camuffarsi da eudemonia, limitandosi a pannelli fotovoltaici, enogastronomia sostenibile, commercio equo-solidale e turismo eco-compatibile, ma a un nuovo culto che, col consenso dei media, sta elaborando rituali sempre più inflessibili e umilianti.

Una gang di spacciatori incastrata da Google Street View

Una gang di spacciatori incastrata da Google Street View
(Daniel Bates, Gang of heroin dealers caught after they were snapped on Google Street View, “Daily Mail”, 12 novembre 2010) 
Una banda di presunti spacciatori è stata catturata dopo che la Google Car l’ha fotografata “in azione”. La gang stava infatti spacciando eroina e marijuana davanti a un negozio di alimentari a Brooklyn, quando il conducente della Google Car li ha ripresi senza accorgersene.
L’angolo di strada dove operavano è stato quindi messo sotto sorveglianza dalla polizia, che ha arrestato i sei membri della gang dopo averli visti all’opera.
Questi sono stati tutti incriminati per vendita di sostanze illegali, assieme a un settimo componente chiamato ad apparire al tribunale penale di Manhattan.
La polizia ha iniziato le indagini dopo le numerose segnalazioni dei residenti, che lamentavano la trasformazione del quartiere in un mercato della droga a cielo aperto.
La situazione era divenuta talmente intollerabile che il proprietario di un alimentare ha dovuto chiudere il negozio dalle 7 di mattina alle 11 per non farlo diventare un punto fisso di spaccio.
«Basta fare un giro nel quartiere per accorgersi che circola un sacco di droga», ha dichiarato Jose Inez. «Non è giusto che i bambini passeggino in un quartiere invaso dalla droga».
La Google Car ha inquadrato i membri della band da diverse angolature grazie alla telecamera a 360° con cui è attrezzata. Solo dopo aver visto le immagini, la polizia ha iniziato a sorvegliare la zona.
In un video fatto da agenti in borghese si vedono gli spacciatori mettere l’eroina in una scatola di latta nascosta di fronte al negozio di alimentari (senza che il proprietario si accorga di nulla).
[…] Se è la prima volta che negli Stati Uniti Google Street View contribuisce a risolvere un crimine, in Inghilterra il servizio era già stato utilizzato in più di una inchiesta.
Un ladro di auto è stato fotografato dalla Google Car nei pressi di Derbyshire un attimo prima che una roulotte venisse rubata. L’uomo, calvo e tarchiato, era stato ripreso sul vialetto della casa dei derubati con un 4×4 verde che la polizia crede sia stato usato per trainare via la roulotte del valore di 12000 sterline. Per ritrovarlo la polizia ha divulgato proprio la foto scattata da Google.
Nonostante il suo ultimo successo, Google Street View continua a essere criticato perché darebbe agli scassinatori di appartamenti la possibilità di scegliere i propri obiettivi comodamente da casa loro.
Anche Google Earth, un servizio differente che mostra fotografie satellitari delle città, è stato accusato di aver permesso ai ladri di scoprire in quali edifici storici ci fosse piombo da rubare. 
[Google è il panopticon dei buoni, smettiamola di parlarne male!]
[Andrebbe fatto anche a Chicago, di giorno]