domenica 18 dicembre 2016

Un romanzo aveva previsto le primavere arabe

Eh sì, cari miei, era tutto scritto in questo romanzo, Il gruppo selvaggio di Matthew Eden, pubblicato nel 1975 ma ambientato nel 1978, dove si narra dell’impresa di un manipolo di agenti segreti che riesce a uccidere il presidente libico Jalloud e portare la pace in Medio Oriente.



Non è quello che poi è esattamente successo? Già, proprio così…
Ma no, sto scherzando, è che il popolo di internet impazzisce per queste cose. In realtà si tratta del classico fogliettone della collana “Segretissimo”. Il titolo originale è Driven by lions, ma credo sia inventato così come l’identità dello stesso scrittore (che sia costui? È impossibile che una persona vissuta negli anni ’70 del secolo scorso non abbia lasciato traccia su Google, c’è pure un mio parente che all’epoca giocava nella Serie D).

Sono entrato in possesso del prezioso volume dopo aver incamerato tutta la collezione di un povero scapolo di provincia, il cui patrimonio librario è stato gettato per strada dai parenti soprattutto a causa del tanfo da esso emanato. Non che avessero tutti i torti: l’odore di cantina è così intenso che pure io sarò costretto a buttarli via, ma per evitare che qualche bibliomoralista si scateni, prometto che prima darò un’occhiata a ogni esemplare (è inutile fare sceneggiate, io le provo sempre tutte per sconfiggere la muffa, ma se non ci riesco quella intacca i libri accanto e poi si estende al mio intero microcosmo).

Veniamo al romanzaccio: oggi va di moda prendere qualsiasi porcheria (a livello letterario, musicale o cinematografico) e farla diventare un veicolo per messaggi segreti lanciati da chissà quale congrega. Tutto può essere, ma per spiegare certi fenomeni basta ricordarsi di quel che diceva Aristotele qualche millennio fa: il poeta svolge un compito più elevato dello storico perché descrive l’universale, quindi finisce sempre per azzeccarci, generalmente in modo “preterintenzionale”.
In tal caso, l’arguto Eden ha capito che gli americani prima o poi si sarebbero sbarazzati di Gheddafi (anche se poi l’hanno fatto così in ritardo e in maniera talmente indiretta da far venire più di un sospetto sui veri mandanti) e quindi si è inventato una storiella ricamando sulla cronaca dell’epoca.
La trama, per sommi capi, è infatti questa: da una parte c’è la Grande Unione Araba (comprendente Egitto e Libia), guidata da Jalloud/Gheddafi e dal presidente egiziano Aridi/Sadat in veste di vicepresidente. A un certo punto Jalloud dichiara guerra a Israele e annuncia l’embargo petrolifero; allora un uomo di Aridi incontra in segreto il presidente degli Stati Uniti attraverso il Segretario di Stato Putnam/Kissinger e gli propone di uccidere il “cane pazzo” Jalloud in cambio del ritorno di Israele ai confini originari stabiliti dalle Nazioni Unite nel 1947. Gli americani accettano e mandano un “gruppo selvaggio” di spie provenienti da Francia, Inghilterra, Giappone, Olanda, Germania Ovest e Belgio. Arrivano al Cairo, blah blah blah, uccidono il Presidente e poi vengono “sacrificati” per placare l’orgoglio arabo (il finale era abbastanza prevedibile, non c’è nulla da spoilerare).

Tra i personaggi più interessanti, il maggiore olandese Vanderhoven, che viene tenuto sotto controllo dal capo della missione (l’agente della CIA Reid Thayer) in quanto pericoloso pederasta che si eccita nel posare la mano sulla spalla (o sul braccio o sul ginocchio o sulla schiena) dell’attraente capitano giapponese Saito. Thayer inizia sin da subito a sospettare dell’olandese osservandone la bocca («Le sue labbra avevano un aspetto troppo morbido, anche la barba e i baffi»); tuttavia è solo quando Vanderhoven appoggia una mano sulla spalla di Saito che emerge la cruda e sconvolgente verità:


Le trovate che l’agente della CIA mette in atto per evitare che Vanderhoven seduca il giapponese sono un notevole esempio di comicità involontaria. È altrettanto spassoso ricordare che il pregiudizio americano nei confronti delle abitudini sessuali dei maschi olandesi, oltre ad affiorare in certe espressioni gergali come Dutch courage, di recente è emerso anche da alcune dichiarazioni del generale John J. Sheehan, che ha collegato il massacro di Srebrenica alla effeminatezza dei Dutch soldiers, i quali si sarebbero arresi ai serbi proprio in quanto pederasti.   

Un’altra figura che vivacizza un po’ l’intreccio è la spia inglese Grainger, che odia gli ebrei perché gli hanno ucciso il padre («Nel quarantasette […] cercava di impedire che ebrei e arabi si scannassero tra loro. E gli ebrei gli hanno sparato alla schiena») e utilizza espressioni decisamente inconsuete per la letteratura contemporanea:


Questo Grainger durante l’assalto alla villa del Presidente libico tenta di sabotare la missione «perché odiava gli ebrei e l’idea che Jalloud cancellasse Israele dalla faccia della terra gli andava più a genio del compromesso di Aridi».
Gli stessi israeliani provano a fermare il “gruppo selvaggio” attraverso l’amante di Thayer, che però viene strangolata dall’agente francese (la sequenza di azioni viene descritta in modo molto meno emozionante di come sto facendo io), e alla fine sono costretti ad accettare il compromesso. Qui lo scrittore coglie finalmente un dettaglio intrigante: «Gli israeliani preferivano che al potere nei Paesi arabi ci fosse un fanatico come Jalloud, sapendo che Washington non avrebbe mai permesso a un uomo simili di cancellarli dalla faccia della terra, piuttosto che accettare il compromesso con Aridi».
Grazie all’intuito del “poeta”, Eden svela un fenomeno che abbiamo poi potuto apprezzare negli ultimi anni, quando Tel Aviv si è messa a fare il tifo per Ahmadinejad in modo che fosse impossibile per gli americani portare alla luce e ufficializzare le trattative con l’Iran: infatti l’avvento del “moderato” Rouhani è stata per gli israeliani una sciagura, dato che ha permesso un spostamento degli equilibri mediorientali in favore di Teheran.

Bene, ora il libro dovrà inevitabilmente finire nel cestino. Mi piange il cuore, ma considerando il numero di copie presenti su e-bay (e in tutta Italia) mi pare anzi di rendere un grande servizio ai bibliofili: se tutti facessero come me, ne rimarrebbe un solo esemplare (che nessuno comprerebbe, ma il prezzo sarebbe comunque altissimo, tipo 15 euro).
Per concludere in modo positivo: quali insegnamenti ho tratto da questa lettura? Prima di tutto, bisogna sempre evitare di confondere “poesia” e “storia” (se proprio non ce la si fa, dedicarsi allora a opere più degne, tipo la Divina Commedia, Gli ambasciatori o Shining). Poi non credo ci sia altro. Ammetto di aver trovato stuzzicante l’idea che una volta la letteratura popolare potesse permettersi di considerare gli ebrei solo in quanto “israeliani”, senza buttarci in mezzo i sopravvissuti di Auschwitz e tutto il resto. Oggi siamo diventati molto sensibili sul tema; perciò eviterei di parlarne proprio adesso che il post è finito.

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