giovedì 29 dicembre 2016

Un approccio alla lingua malgascia


Mi ha fatto piacere ricevere così tante visite dal Madagascar per due righe (abbastanza insignificanti) che ho scritto l’altro giorno: è un incentivo per continuare a parlarne. Credo inserirò ufficialmente il malgascio nella lista delle lingue da imparare (sarebbe la terza africana, accanto al somalo e all’amarico).
Solitamente quando devo approcciare un idioma a partire da zero, vado alla ricerca dei prestiti linguistici e mi “aggancio” a quelli per poter già comprendere qualcosa nell’immediato. Per quanto riguarda il malgascio, l’esercizio appare facilitato non solo dai numerosi prestiti dal francese e dall’inglese, ma soprattutto dalla sua appartenenza al sottogruppo maleo-polinesiano della famiglia austronesiana, assieme all’indonesiano e al malese (che in parte già conosco); in effetti il malgascio è “africano” solo per ragioni geografiche, non linguistiche.

Per esempio, nella frase Manasa ny tanako amin’ny savony aho [“Mi lavo le mani col sapone”], si può riconoscere “tanako” dal malese tangan [“mano”] e savony dal francese savon. Gli altri elementi sono facilmente identificabili: manasa [“lavare”] è il verbo (la struttura della lingua è verbo-oggetto-soggetto); aho è quindi il soggetto (“io”); tanako [“mani”] è il plurale di tanana; ny è l’articolo determinativo; amin sta per “con”.

Un altro esempio: Manoratra taratasy amin’ny penina ny mpianatra [“Lo studente scrive una lettera con la penna”]. Il soggetto, sempre alla fine, è “lo studente” [ny mpianatra] che scrive [man-oratra, prefisso per formare il verbo + prestito dal malese surat, “lettera”], una lettera [taratasy, stessa radice greca di “carta”[*]] con la penna [amin’ny penina, “con” + prestito dall’inglese pen].

Per proporre un ultimo esempio, prendiamo la pagina della Wikipedia malgascia dedicata all’Italia, che (s)fortunatamente consiste in una sola riga: I Italia dia firenena iray any Eoropa. I Roma, izay tanàna ngeza indrindra ao Italia no renivohiny. “L’Italia è una nazione dell’Europa. Roma, che è la città più grande dell’Italia, è la capitale”. I è l’articolo per i nomi propri (presumo che il soggetto sia a inizio di frase per motivi “enciclopedici”); iray = “una”; any = “in”; izay = “che”; tanana = “città”; ngeza indrindra = “più grande”; renivohiny = “capitale”.

A presto mi procurerò un vocabolario e qualche volume tipo Le malgache de poche, ma al momento ho trovato un ottimo compendio in questo articolo (o paper o, perché no, taratasy) del linguista Matt Pearson, che nonostante definisca il malgascio «a language of the Philippine type» (what?) e nonostante si dedichi esclusivamente al prefisso t-, offre comunque numerosi rudimenti grammaticali. Non mi stupisce scoprire che in tale idioma sia presente un abbozzo di aspetto verbale («T-marking is something like perfective marking on verbs in languages like Russian and Chamorro»), a onta di quella tizia che sosteneva la categoria si fosse estinta col greco antico. Mi pare che l’esempio seguente sia illuminante (si tenga appunto in considerazione il prefisso t-):

Nikapa hazo tamin’ny famaky ah [“Ho tagliato il legno con l’accetta”]
Nikapa hazo amin’ny famaky ah [“Ero solito tagliare il legno con l’accetta”]

Il verbo è in entrambi i casi al passato (lo indica il prefisso n-, mentre al presente sarebbe mikapa), ma l’aggiunta della t- alla preposizione amin [“con”] dà un senso di unicità all’azione, mentre la sua assenza indica, per dirla col linguista, «that the speaker was in the habit of cutting wood with an axe».

Bene, alla prossima con altro malgascio.
Veloma!

[*] Al malgascio è arrivata attraverso il malese “kertas”, prestito arabo (qarṭās) di un prestito greco (khartes).

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.