martedì 6 dicembre 2016

Lo spazio della tuttologia

Come sapete, negli ultimi tempi (o nei tempi ultimi) ho iniziato a specializzarmi in tuttologia. Si tratta di una dottrina indispensabile per chi vuole sopravvivere al lungo periodo di instabilità che l’avvento dell’internet ha provocato nella noosfera (l’intelletto agente, insomma).

Il problema principale posto dalla tuttologia è che essa, come prevedibile, pretende i suoi spazi. Dove collocare le vecchie enciclopedie ritrovate in discarica, i numeri di “Aggiornamenti sociali” dal 1991 al 2005, le guide dietetiche in italiano e spagnolo di Demis Roussos, gli Adelphi, i libri inutili, i dizionari di filippino ed estone, tutta la robaccia comprata in questi anni demenziali…?



Ci sono camerette, box e cantine ricolme di roba che non riusciremo mai a leggere. Anche perché, al di là della mancanza del tempo, un’altra difficoltà posta dalla tuttologia è l’esigenza di un luogo in cui studiare intensamente, senza distrazioni né rumori e odori molesti. Chi mi segue è già al corrente della mia situazione abitativa, che tuttavia corrisponde a quella di molti giovani italiani. Non è un caso che le bacheche di Amazon siano piene di consigli su quale sia la cuffia isolante più comoda o le migliori marche di tappi per le orecchie. Anche la celebre “WikiHow” offre diversi suggerimenti su “Come Concentrarsi Quando c’è Rumore”, ma sfortunatamente l’unico davvero praticabile sembra quello di trasferirsi:

Grazie In realtà sarei pure d’accordo: ma servono prima di tutto le risorse, la grana, il grisbì. E allora non si capisce perché l’ONU, che parla tanto di adequate housing, non prenda finalmente a cuore il problema e cominci a firmare qualche assegno. A mali estremi potrei anche mandare tutti i volumi al macero e girare per alberghi con un kindle e gli assegni delle Nazioni Unite (perché per fare certe cose bisogna essere sfondati di soldi come Chatwin o Kerouac, non raccontiamoci ancora la storia che il mondo è pieno di opportunità e che bastano “una pagnotta e un sogno in tasca” per #farcela).

In Italia, poi, è particolarmente ostico trovare soluzioni, perché ci mancano i grandi spazi abitativi tipici dell’America. Di recente ho provato ad adibire uno studio di tuttologia in garage, ma il freddo, il rumore, l’illuminazione scarsa, i gas di scarico e la silicosi si sono rivelati un enorme ostacolo al perseguimento della conoscenza.


Ben diverso sarebbe il discorso se, come Joshua Foer (il giornalista che ha vinto il campionato americano di memoria), disponessi di uno di quei luoghi detti basement presenti in tutte le villette statunitensi (credo si traduca come “seminterrato”, anche se ne ho visti pochissimi in vita mia).
Foer, a ventitré anni suonati, si esercitava rinchiudendosi in quello della casa dei suoi genitori, indossando dei giganteschi occhiali da protezione (oppure dei paraocchi come quelli dei cavalli) e una cuffia aeronautica (in America è ovviamente più facile trovarle usate e a buon mercato, forse anche “grazie” a Reagan?).
L’isolamento assoluto è in effetti l’unico modo per poter memorizzare qualsiasi cosa, dall’alfabeto siriaco alla tavola degli elementi, fino a un dialetto tribale congolese (come ha fatto lo stesso Foer con la classica mnemotecnica).
Del resto persino il famoso garage di Steve Jobs (trasformato in santuario anche se non è vero nulla delle storie che si raccontano) faceva comunque parte della sua villetta, mica si trovava sottoterra accanto a decine di altri casinisti che provano a farsi la benzina col vino in cartone mentre ascoltano Fausto Leali a tutto volume (nella provincia italiana abitano molte persone strane).

Quindi stanno diventando un problema sempre più impellente, i loci reali (mentre con i mentali va abbastanza bene). Forse una soluzione, almeno per quelli come me, potrà arrivare dalla colonizzazione di Marte? Allora Avanti si vada, Fate Presto, Dio riconoscerà i suoi ecc...

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