martedì 20 dicembre 2016

La fine del mondo ieri, oggi, domani

Le notizie di oggi (intendo “oggi” come un giorno qualsiasi) sono tutte molto interessanti (la categoria dell’interessante, secondo Kierkergaard, ha assunto “oggi” un’importanza cruciale), ma come al solito non bisogna dimenticare che la fin du monde n’est pas pour demain, nonostante una sorta di Franz Ferdinands Komplex spinga a credere che più il gesto è eclatante e maggiori sono le probabilità che esso conduca a una guerra mondiale.

Nella storia purtroppo (anzi, per fortuna) noi esseri umani decidiamo così poco che sono solo i “battilocchi” di bordighiana memoria (qualcuno lo legge ancora, Bordiga?) a pensare di poter influenzare gli eventi con un colpo di pistola o un camion lanciato sulla folla. I terroristi quindi dovrebbero, come dicono gli anglosassoni, mangiare la torta dell’umiltà, e capire che in qualsiasi caso loro non conteranno nulla, né qui né nella Gehenna.

Tuttavia non mi pare il momento di mettersi a ragionare sui massimi sistemi, né di trarre conclusioni affrettate; del resto nemmeno nella fase più acuta della crisi tra Mosca e Ankara si è riusciti a rimanere seri. Le guerre russo-turche sono notoriamente contorte e pittoresche, e il loro requisito minimo è uno spazio imperiale ben delimitato da entrambe le parti (che attualmente manca, e forse anche questa è una fortuna). Pertanto, oggi come “oggi”, di guerre non ve ne saranno, e gli italiani potranno continuare a rappresentarsi la contesa Putin/Erdoğan così:


In fondo, anche se il “Sultano” e lo “Zar” hanno fatto la pace, la maggior parte dei siti di “contro-informazione” sembrano ancora ispirarsi all’illuminante tazebao di cui sopra (che non so a chi attribuire perché la fonte è sparita).

Anzi, la tendenza attuale pare sia proprio quella di dare a credere di essere finanziati dal Cremlino, in modo da crearsi una reputazione da “manciuriani”. Certo sarebbe entusiasmante scoprire che dietro a questa ondata di russofilia ci sia davvero Mosca, ma al momento è difficile crederci. Basta vedere a quali scalzacani si affidano le varie “agenzie” per capire la distanza dalla disinformatsija sovietica: infatti chi fa propaganda (o anche “comunicazione strategica”) deve essere non solo insospettabile e al riparo da qualsiasi sputtanamento, ma anche in grado di fornire informazioni utili ai propri committenti. Mi domando quali “segreti” possano rivelare certi figuri che si stanno riciclando in una specie di “putinismo senile”.

A incoraggiarli contribuisce poi, paradossalmente, l’andazzo dei media mainstream che non si vergognano di pubblicare bufale che avrebbero messo in imbarazzo persino i redattori del “Reader’s Digest” ai tempi della Guerra Fredda (Putin ha fatto vincere Trump, Putin fa stuprare le donne tedesche dagli immigrati…).
La paranoia sulle fake news ha dunque generato una soluzione “omeopatica”, cioè spararle ancora più grosse? In tal modo si finisce per giustificare ogni complottismo; è un gioco pericoloso perché pregiudica a priori qualsiasi tentativo di analisi razionale.
Posso già immaginare come la galassia di siti “contro-informativi” strologherà sull’accoppiata vincente “attentato con un camion in Europa” (Nizza, Berlino) & “qualcosa in Turchia” (golpe, uccisione di un ambasciatore). È un peccato che nessuno si prenderà invece la briga di indagare seriamente (quindi cum grano salis) sui collegamenti tra le “centrali” terroristiche in Europa e in Medio Oriente.

È anche vero che alcune coincidenze sono molto suggestive: proprio ieri, per esempio, leggevo sul “Corriere” la storia “rivisitata” di Herschel Grynszpan, l’assassino del console tedesco a Parigi che fornì il pretesto per la Kristallnacht. Secondo quanto scrive l’articolista (La foto dell’assassino… ), che, come tradizione di via Solferino, si limita a tradurre quello che trova sui quotidiani anglosassoni (in questo caso il “Guardian”), Grynszpan sarebbe stato l’amante dell’ambasciatore e lo avrebbe ucciso solo per motivi passionali, addirittura (si insinua) sollecitato dai nazisti stessi (che poi si sarebbero disinteressati del suo destino). Sono ipotesi di cui si discute da anni, ma il fatto che la sera stessa in cui ne parlano i giornali vi sia un altro assassinio di un diplomatico è in effetti perturbante (unheimlich).

Ricordo però, giusto per tornare coi piedi per terra, che sin dai tempi del buon Gribdojedov i russi non hanno mai avuto molta fortuna con i propri ambasciatori; d’altro canto è positivo che l’abitudine impedisca loro di scatenare una guerra ogni volta che capita il fattaccio.
Perciò, lo ripetiamo, la fine del mondo non è per domani (cioè oggi, o ieri).  È un bene che nemmeno Putin si informi attraverso la cosiddetta “contro-informazione”, come dimostra la sua dichiarazione a caldo sull’assassinio del console russo in Turchia: “È una provocazione per compromettere il processo di pace in Siria” [«Провокация на срыв мирного процесса в Сирии»].
Anche Erdoğan ha convenuto con l’interpretazione di Putin: «Sappiamo che questa è una provocazione per compromettere il processo di normalizzazione delle relazioni fra Turchia e Russia, ma il governo Russo e quello della Repubblica Turca non si faranno influenzare da questa provocazione» [“Biliyoruz ki bu Türkiye-Rusya ilişkilerinin normalleşme sürecini özellikle bozmaya yönelik bir provokasyondur ama bu provokasyona gelmeyecek kadar Rusya yönetimi ve Türkiye Cumhuriyeti yönetimi de irade sahibidir”].

Queste alla fine sono le uniche cose che contano. Il resto sono chiacchiere imbastite da quelli che vorrebbero essere più zaristi dello Zar: a costoro consiglio di limitarsi a commentare su “YouTube” i filmati di Putin con i cagnolini (infinitamente più interessanti delle loro articolesse):



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