venerdì 23 dicembre 2016

La buona battaglia e la buona guerra

Giusto due parole su quanto accaduto tra Berlino e Milano ultimamente.

La cronaca è nota a tutti: il 19 dicembre 2016, un tunisino ruba un camion polacco a Cinisello Balsamo (MI) e falcia decine di persone in un mercatino di Natale a Berlino; poi fugge attraverso la Francia e torna in Italia, a Sesto San Giovanni, giusto qualche chilometro di distanza dal punto di partenza; una pattuglia lo ferma alle tre di notte e nella colluttazione che ne segue il terrorista viene ucciso.
Oltre all’“arma” utilizzata e alla nazionalità degli attentatori, c’è un altro punto di contatto con la strage di Nizza dell’estate scorsa: il passaggio di entrambi dall’Italia. Si può addirittura affermare che questi mostri siano “cresciuti” nel nostro Paese: il “tunisino di Berlino” a Lampedusa e nelle carceri nazionali, dove si è “radicalizzato”; quello di Nizza facendo avanti e indietro dall’Italia con alcuni personaggi noti all’intelligence francese per far parte della “filiera siriana”.

Non vorrei che ora l’Italia fosse costretta a pagare il prezzo di un nuovo “Lodo Moro”, così come di recente è capitato ai belgi: ricordiamo infatti che l’antecedente delle bombe di Bruxelles furono le retate nel quartiere di Molenbeek, che fino a poco prima era considerato un santuario jihadista (da lì erano passati tutti i perpetratori delle recenti stragi francesi).
Anche nel nostro Paese ci sono stati diversi arresti di aspiranti terroristi, però finora non ne era mai stato ucciso uno “in azione”. Le dinamiche dell’evento sembrano chiare, eppure sfugge qualcosa: se non c’è stata una soffiata, si può almeno ipotizzare che la cellula di riferimento abbia abbandonato il terrorista al suo destino (del resto in una missione suicida uno dovrebbe appunto morire)?
Ad ogni modo, il messaggio che adesso si vuol far passare è che non l’abbiamo fatto apposta: tuttavia il pericolo di una ritorsione è reale, soprattutto qualora il governo decidesse di bonificare sul serio le “Molenbeek” italiane.

È questa, d’altro canto, la morale del cosiddetto securitarismo: se è più difficile prevenire un attentato che un terremoto, almeno si dia ai cittadini l’illusione di sicurezza. Ha detto bene il giornalista francese David Thomson in un’intervista al “Corriere” del settembre 2015 (che per fortuna i complottisti si sono persi):
«In Francia l’opinione pubblica, secondo i sondaggi, vuole che si faccia qualcosa contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq. Le autorità francesi poi si attendono un attentato di grande portata, giudicato purtroppo inevitabile. Prima o poi accadrà, nonostante tutti gli sforzi per scongiurarlo. E bisognerà poter dire: “La Francia ha fatto il possibile, la Francia è in guerra e sta già bombardando lo Stato islamico”. Questi raid sono preventivi, pensati per il momento in cui il Paese sarà vittima dell’attacco su larga scala che tutti si aspettano».
Alla fine, si tratta di un compromesso accettabile, perché dà almeno un senso a una morte assurda (forse addirittura nobilitandola): ci attaccano perché ci opponiamo al terrorismo, non perché siamo dei codardi.

Perciò qualsiasi azione repressiva è ben accetta, anche se porterà a nuovi attentati: del resto la politica delle “mani alzate” (nel senso di: “ci arrendiamo”) non ha funzionato. Persino la Boldrini l’ha capito, tanto che il suo tweet di congratulazioni per l’uccisione del terrorista (questo è parlar chiaro!) è uno di quelli da incorniciare (o almeno screenshottare), assieme alle reazioni isteriche dei suoi seguaci:
Visto che a me non piace filofesseggiare, concludiamo con alcune indicazione pratiche.

Prima di tutto, andrebbe evitato l’errore di confondere il terrorista con il guerrigliero o il tirannicida, e di conseguenza sarebbe anche opportuno piantarla di deresponsabilizzare tali soggetti trattandoli come “buoni selvaggi” traviati dall’eminenza grigia di turno.
Le persone cattive esistono, non avete fatto anche voi le medie? (Quello è il brodo di coltura, lasciamo stare il Mossad). Lo scopo di un terrorista è terrorizzare, non favorire un cambio di governo o far sentire le persone parte di una comunità. È un fenomeno recente che riguarda la democrazia liberale, visto che è una delle poche forme di governo (forse l’unica) che consente di esercitare pubblicamente l’odio verso di essa trovando proprio in questo la sua giustificazione, e riducendo quindi ogni potenziale rivoluzionario a terrorista. Intendo dire che, al di là dei pretesti, il terrorista in una democrazia rimane sempre e solo un terrorista, anche qualora si decidesse a colpire i “cattivi” (chessò, i banchieri, i politici, gli omofobi) oppure, semplicemente, l’avesse vinta.

In secondo luogo, ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a combattere la barbarie almeno dalla propria posizione, senza necessariamente “schierarsi” o “allinearsi”.
I cattolici non lo stanno facendo, o per meglio dire sono impediti a farlo a causa dell’atteggiamento del loro massimo rappresentante, che non contento di aver favorito l’immigrazione di massa verso l’Europa per motivi ancora oscuri, ha indirettamente giustificato il primo attentato della nuova stagione del terrore (quello a Charlie Hebdo), affermando che è legittimo “tirare pugni” quando qualcuno offende la propria fede. Da quella prima esitazione nel condannare un’orrenda strage (ma chissà il Santo Padre quanto si sarebbe stracciato le vesti a parti invertite), il fumo di satana è entrato nelle nostre società (i preti non erano contenti di averlo già fatto penetrare nella Chiesa).
I cattolici non possono scansare le proprie responsabilità sociali, perché se è vero che individualmente essi possono aspirare al martirio, non posso però imporlo a una collettività (a meno che il cristianesimo non si sia così profondamente pervertito da considerare Masada un esempio positivo). Non è necessario, come detto, far fronte comune con chicchessia, ma almeno consentire al prossimo di combattere per il proprio diritto a esistere: se ad alcuni spetta la buona battaglia, a tutti spetta invece la buona guerra, quella che secondo Zarathustra “santifica ogni causa” [Der gute Krieg ist es, der jede Sache heiligt].

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