martedì 13 dicembre 2016

La breve marcia attraverso le istituzioni

Anche se non ho mai indagato sul passato politico di Gentiloni (in fondo, a chi può interessare?), non sono comunque stupido dal fatto che sia un ex-sessantottino e che, come informa l’“Ansa”, amasse pure firmarsi con falce e martello:


In verità ho sempre creduto che la sua provenienza dalla Margherita fosse un attestato di pedigree democristiano, invece Paolo Gentiloni Silverj (discendente della famiglia dei conti Gentiloni Silverj, nobili di Filottrano, Cingoli e Macerata) negli “anni formidabili” era addirittura maoista. Per capire la fine ignominiosa di quel mondo, si legga la patetica intervista al “Corriere” rilasciata oggi da Mario Capanna, che prima accusa il conte Silverj di essere «il clone di Renzi», e poi confessa candidamente di avergli chiesto una raccomandazione per un suo amico avvocato, che voleva diventare console onorario del Perù ma aveva sulle spalle «una denuncia per una goliardata di gioventù»… (stendiamo un velo pietoso).

Sarebbe in ogni caso utile capire perché così tanti “ex” abbiano poi fatto carriera all’interno delle istituzioni che volevano distruggere. Badiale e Bontempelli, in un loro fortunato volume di qualche anno fa (La sinistra rivelata, Massari, Bolsena, 2007, pp. 193-194), individuavano la capacità dei sessantottini di muoversi così agilmente negli ambienti che contano nel lungo praticantato delle «lotte per il potere nelle piccole organizzazioni dell’ultrasinistra» e nella gestione di «fette di potere in determinati ambiti»:
«Il giovane rivoluzionario “sessantottino” si racconta storie totalmente assurde sulla rivoluzione, la classe operaia, la Cina – storie che non possono dare sostanza alla sua personalità proprio per il loro carattere illusorio. La sua personalità viene invece riempita e strutturata da ciò che egli concretamente fa: lotte per il potere nelle piccole organizzazioni dell’ultrasinistra, sviluppo della capacità “retorica” di convincere i militanti […]. Quando, passata la tempesta contestatrice del ’68, la realtà s’incarica di smentire le illusioni rivoluzionarie, il giovane contestatore se ne libera senza grossi traumi, perché esse in realtà non avevano mai costituito fondamenti effettivi della sua vita, e si ritrova con una vita strutturata dalla capacità di gestire fette di potere in determinati ambiti (in genere di tipo intellettuale). Continuerà dunque a gestire queste fette di potere, perché in realtà questo è ciò che aveva sempre fatto».
Il fenomeno non riguarda solo l’Italia (dunque non può essere ridotto a trasformismo a malcostume), ma interessa tutte le democrazie occidentali. Per esempio, Manuel Barroso, chefe de governo del Portogallo dal 2002 al 2004, Presidente della Commissione europea dal 2004 al 2014 e dal luglio scorso advisor di Goldman Sachs, in gioventù fu anche lui un maoista, precisamente uno dei leader della Federazione degli Studenti Marxisti-Leninisti, sezione giovanile del Movimento Riorganizzativo del Partito del Proletariato.
Ancor più curioso il caso della commissaria di ferro Margrethe Vestager, che non è nemmeno una “ex” perché riesce a essere al contempo capogruppo del partito danese “Sinistra Radicale” (si chiama così) e appunto “commissaria” per la concorrenza europea (un posto occupato negli anni scorsi anche da Mario Monti).

Probabilmente ci sono decine di esempi analoghi, ma l’idea di scartabellare le biografie di questi tristissimi burocratici non mi entusiasma affatto. Sappiamo che essi vivono, dunque possiamo trarre qualche conclusione: la prima è che, a ben vedere, l’unica lingua che gli ex-sessantottini hanno imparato è il politichese, di conseguenza gli sbocchi professionali per loro sono estremamente ridotti.
La seconda è che la generazione sessantottina si è attribuita meriti che non le spettano: non è grazie ai maoisti universitari (fenomeno peraltro importato da Berkley, non Pechino) che la condizione dei ceti subalterni è migliorata. Partendo dalla loro stessa prospettiva, dovremmo invece dedurre che solo grazie a un lungimirante calcolo delle classi dominanti, è stato possibile derubricare e ammortizzare le classiche “crisi” del capitalismo a “recessioni” e permettere quindi il contenimento dei conflitti sociali.
Può sembrare paradossale che i protagonisti di quella stagione siano ora i primi a voler sottrarre alle generazione future quel poco di benessere che hanno goduto per primi. Tuttavia chi governa nell’Unione Europa ha deciso che solo le crisi (“gravi crisi”, auspica Monti) possono costringere gli Stati nazionali a cedere sovranità a una mega-nazione; quindi perché non reclutare gli stessi che avrebbero voluto “affondare il sistema” e lasciarli liberi di fare? Oltre ai vantaggi economici e politici, c’è anche l’incentivo psicologico offerto dalla possibilità di godere dello “spettacolo della crisi” dalla proprio torre d’avorio.

Detto questo, tanti auguri al governo Gentiloni.

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