martedì 20 dicembre 2016

I topoi della turcofobia


Ogni volta che succede qualcosa in Turchia, gli articoli di Alberto Negri de “Il Sole 24 Ore” vengono fuori dalle fottute pareti della mia bacheca Facebook. Anche persone che considero mediamente intelligenti (altrimenti non le terrei tra i contatti) sono così impegnate a pendere dalle sue labbra da non accorgersi che, alla fine, il pezzo propinato da Negri su Erdoğan è lo stesso da anni. Che anch’egli soffra del “complesso del turcimanno” come tanti suoi degni colleghi? Non possiamo saperlo, ma è evidente che nel scrivere i suoi pezzi ormai Negri utilizzi solamente stereotipi e frasi fatte, senza più preoccuparsi di mantenere una minima aderenza alla realtà.

Prendiamo per esempio l’articolo di ieri (19 dicembre) Per Erdogan (sic) un colpo durissimo. I luoghi comuni balzano immediatamente agli occhi, a cominciare proprio dall’attacco: «Erdogan (sic) voleva diventare il nuovo raìs del Medio Oriente abbattendo Assad a Damasco». Il topos è quello del “Sultano”, anche se, per un probabile bisogno di originalità dopo tanto conformismo, Negri ora tira in ballo il “raìs”, un titolo che la pubblicistica contemporanea riserva esclusivamente ai presidenti arabi (il quale sarebbe appunto adatto più al povero Assad, l’umile Raìs vittima del crudele Sultano –vedi come fila meglio il discorso?–).
Per cambiare un po’, sarebbe stato preferibile utilizzare “Pascià”;  notiamo di sfuggita quanto sia però ipocrita la pratica dello sberleffo selettivo: non risulta, infatti, che la Merkel sia mai stata definita Führerin, o che Netanyahu sia mai stato chiamato “Rabbino Capo” (sai le risate!); al contrario, la Cancelliera è rimasta, anche nei momenti peggiori, l’adorabile Mutti, mentre il primo ministro israeliano (che ha avuto solo momenti peggiori) resta sempre e comunque “Bibi”.
Ad ogni modo, la Turchia è un Paese democratico, che potrebbe sbarazzarsi del suo Sultano anche alle prossime elezioni: da quelle parti non esiste un qualcosa come un’Agenda Erdoğan portata avanti con un rimpasto dopo l’altro (ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale).

Il secondo topos è più classico: “La Turchia finanzia l’Isis”.
Scrive infatti Negri: «La Turchia è un Paese che oscilla pericolosamente verso una deriva mediorientale dove è stata trascinata dalle spericolate iniziative di Erdogan (sic) che voleva abbattere Assad aprendo cinque anni fa “l’autostrada della Jihad” e ora deve mettersi d’accordo con Putin e l’Iran per salvaguardare i suoi vulnerabili confini».
Suggerisco a Negri di dare un’occhiata all’infografica proposta dal suo stesso giornale: i primi tre Paesi a “rifornire” l’Isis di combattenti sono, in ordine, Arabia Saudita, Tunisia e Russia. Dunque la maggior parte dei “jihadisti” per giungere in Siria non ha bisogno di passare dalla fantomatica “autostrada della Jihad” (che peraltro è un termine maschile e si scrive minuscolo: il jihād).
Riguardo a tutti i cosiddetti foreign fighters europei, la responsabilità è da attribuire interamente a Francia, Germania e Gran Bretagna, nazioni che si sono rifiutate (per non si sa quali motivi) non soltanto di sorvegliare chi andava a farsi una villeggiatura in Siria a Iraq, ma addirittura hanno consentito loro di fare avanti e indietro (con le conseguenze che conosciamo).
In tali surreali circostanze la Turchia ha fatto quel che poteva, respingendo migliaia di aspiranti jihadisti; perciò appaiono infondate le accuse di connivenza e negligenza. Il resto sono panzane propagandistiche messe in giro non tanto dai russi, quanto da quelli “più zaristi dello Zar” che sperano che Putin, leggendo i loro siti, si incazzi perché “la Turchia finanzia l’Isis” e lanci una crociata per riconquistare Costantinopoli.

È buffo osservare anche il modo in cui molti giornalisti hanno ridotto tutti i conflitti mediorientali a “Erdoğan ce l’ha con Assad”, dimenticando che cinque anni fa c’era mezzo mondo a volersi sbarazzare del “tiranno” siriano, e che infine quelli che si sono sfilati lo hanno fatto più per pavidità e immoralità che per Realpolitik.

Negri ha la decenza di ricordare che «i leader occidentali […] [sono] complici dell”attuale deriva della Turchia» chiamando in causa «gli Stati Uniti in primo luogo, che con l’ex segretario di Stato Hillary Clinton hanno dato il via libera a Erdogan (sic) per far fuori Assad» e «la Francia che ha visto in Ankara una pedina per le sue ambizioni di ex potenza coloniale in Siria pagando con gli attentati del terrorismo di ispirazione jihadista». Però a tal punto tanto varrebbe chiamare in causa direttamente l’intero sistema solare...
È vero che nello spazio di un editoriale non si può andar troppo per il sottile (i lettori del “Sole” poi sono di bocca buona), ma questa assomiglia più a un favoletta della buonanotte che a un’analisi geopolitica strategica ecc. Da una parte i diavoli, dall’altra gli angeli, tra i quali vediamo ora nel ruolo di serafini Assad (ma non punterei troppo su questo cavallo, anche se obiettivamente ha dimostrato una resistenza inaspettata), Israele (diventato anch’esso “Santo Subito” grazie ai poteri taumaturgici di Putin) e i sempreverdi curdi (che si sono macchiati di crimini orrendi, ma di questo se ne parlerà forse quando anche loro avranno un pezzo di terra e la luna di miele con gli anti-qualcosa finirà subito perché “i confini sono brutti”).

Un’altra carta giocata da Negri per demolire Erdoğan è l’accusa di “non avere la situazione sotto controllo”: questa è un’argomentazione più sottile, seppur anch’essa abusata. In pratica, quando le cose si mettono male, cioè per esempio, quando un golpe degli “amati militari” (cit.) fallisce, allora è colpa di Erdoğan l’onnipotente, che si fa gli auto-attentati per aumentare il proprio potere. Quando la carta dell’auto-attentato non funziona, ecco che spunta Erdoğan l’impotente, che nonostante abbia in mano l’intero Paese non riesce a garantire la sicurezza. No, non è una personalizzazione: è il leader turco a essere intrinsecamente malvagio.

Infine, un ultimo topos che Negri sfrutta spesso è quello del cosiddetto neo-ottomanesimo, che per qualche strana alchimia nella sua visione corrisponde a un appoggio indiretto all’Isis. In realtà la definizione viene utilizzata soprattutto dai nemici della Turchia: lo stesso Assad nel 2011 ha accusato i turchi di “sognare il ritorno dell’Impero Ottomano”. Ankara invece intende questo “neo-ottomanesimo” in senso politico, culturale e commerciale. L’unica guerra di cui si può parlare fra Turchia e Russia è dunque quella degli investimenti economici nelle aree eurasiatiche dove al passato ottomano si è aggiunta una modernità russificante. In tutto questo non c’è alcun revanscismo: la Turchia, nel bene o nel male, possiede ancora una mentalità internazionale, nel senso che si crede rappresentante dell’Oriente e dell’Occidente, punto d’incontro tra Asia, Europa e Africa (e pure America, tramite la NATO), zona franca dei tre monoteismi, erede di una miriade di imperi, ecc.

Credo che questa stereotipizzazione estrema sia dovuta soprattutto al nostro approccio al mondo turco, che tutto sommato è ancora recente: di questo Paese sappiamo poco, ma siamo “costretti” a parlarne per la sua crescente rilevanza dal punto di vista politico ed economico. La nostra concezione della Turchia è appunto costruita su stereotipi, perlopiù negativi: di solito quando ne parlo con i miei amici (di “destra” o di “sinistra”), saltano sempre fuori stragi, stupri e torture, dai Martiri di Otranto (1480) a Pippa Bacca (2008).

È quindi comprensibile, per certi versi, che Alberto Negri proponga ai suoi lettori proprio quello che vogliono sentirsi dire. Come dice un antico proverbio ottomano, Tavuklarını biliyordur [“Conosce i suoi polli”]. Può darsi che un giorno persino tutto ciò possa diventare utile alla causa dell’amicizia italo-turca, magari nelle forme di un succès de scandale.

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