martedì 1 novembre 2016

Zucche vuote

In occasione di Ognissanti, mi capita talvolta di assistere alla messa al cimitero del paese dei miei nonni. L’atmosfera mi ricorda vagamente la scena del funerale clandestino in Europa di Lars Von Trier, quella in cui arrivano gli americani e mitragliano i fedeli. Niente di calabrese, sia chiaro: un assembramento esclusivamente lombardo, animato dal sangue «di ibridazioni lontane, tra ligure e gallico e longobardo e minchione» (per citare quel tonto di Gadda). Si incontrano sempre personaggi interessanti, come certi socialisti amici di mio padre, compassati e apocalittici («Quello in cui credevamo ai nostri tempi erano tutte stupidaggini»), reazionari immensi e rossi, contro l’euro, gli immigrati, i comunisti, i buonisti, Papa Francesco ecc. Mi piace soprattutto il prete, che da qualche anno a questa parte nell’omelia tuona regolarmente contro Halloween: «Noi dipingiamo la morte con delle zucche vuote!». Che spettacolo, sembra di stare a un concerto death metal, se il tutto fosse in latino varrebbe la pena prendere le mitragliate dagli americani.

In ogni caso, fa bene sentire che qualcuno si oppone ancora a Halloween. La sua proliferazione rappresenta per l’Italia una sconfitta culturale, c’è da poco da aggiungere. Va bene che i meridionali riusciranno a trasformarlo in qualcosa di così imbarazzante e pacchiano da farlo passare di moda (già adesso certi napoletani che conosco lo chiamano Aulìnne), però al momento rompe un po’ le balle.
Non ce l’ho con i poveri bambini, costretti a entrare in fetidi condomìni per fare “dolcetto o scherzetto”. Quello è il primo motivo per cui Halloween dovrebbe essere vietato: gli americani veri hanno tutti le villette, il condominio lo lasciano ai drogati o ai negri (ne ho già parlato esattamente un anno fa, ma repetita iuvant).
Nemmeno me la prendo con i loro genitori, costretti a intabarrarsi con qualche ridicolo costume “horror” e accompagnare i figlioli a un dark carnival al freddo al gelo.
Un po’ dovrei prendermela con i venti-trentenni, che potrebbero farsi le loro festicciuole gotiche praticamente ogni fine settimana (o qualsiasi altro giorno, visto che tanto sono tutti disoccupati) senza aver bisogno di questa “vidimazione” magico-sacrale. Insomma, se volete mettervi il rossetto e lo smalto viola o nero, lo potete fare pure oggi, domani e dopodomani. Cosa vi costringe a importare una festa straniera? Il senso di colpa?

Però anche costoro non rappresentano la causa, ma soltanto un effetto. I colpevoli principali infatti sono le agenzie culturali nazionali: prima di tutto i padrini dell’egemonia, che da quando c’è Obama sono diventati tutti filo-americani anche se fanno finta di non esserlo. Quando io ero adolescente, nei primi anni del Duemila, l’idea di far diventare Halloween un fenomeno di massa sarebbe apparsa risibile: gli yankee erano i cattivi, perversi, guerrafondai, le loro usanze non dovevano intaccare la nostra coscienza di cittadini globali-non-globali. Ora che gli Stati Uniti declinano irreversibilmente, ecco che si spinge sul pedale dell’americanizzazione totale (complimenti per il tempismo).
In secondo luogo, il cattolicesimo: se nel 2009 Bertone poteva ancora dire che «l’Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche e toglie i crocifissi», oggi si deve essere tutti tolleranti e sbaciucchiosi con qualsiasi porcheria. Quindi Halloween è passato perché l’argine è stato rotto (volontariamente o meno). Poi possiamo inventarci che è una festa cattolicissima, come ormai leggo annualmente persino sui siti più retrivi, ma, per piacere, diamo un taglio alla goliardia: stare seri per almeno cinque minuti non è puritanesimo o moralismo protestante.
Del resto anche combattere da una posizione cristiana o cristianista è ormai inutile, si passa per macchiette: infatti il parroco di cui sopra rappresenta un fenomeno assolutamente marginale (checché se ne dica), confinato nel contesto di un paesino di tremila anime.

Alla fine l’opposizione è, come al solito, personale. Per ora me la prendo con gli adulti (“Ma che c’è da festeggiare?”), ma forse pure i ragazzini hanno bisogno di essere catechizzati: “Tieni i dolcetti, ma ricorda alla mamma e al papà che se tu oggi festeggi questa cazzata è perché il 20 ottobre di settantadue anni fa quasi duecento bambini come te sono stati annientati dalle bombe americane”. Per ricordarglielo meglio, assieme alle caramelle distribuirò loro anche questi flyer in linea col “clima festivo”:



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Un lettore ha così commentato lo sfogo di cui sopra:
«Riguardo a chi ha portato Halloween in Italia, io accuso le insegnanti di inglese, vere e proprie agenti dell’imperialismo culturale americano, ben poco però agenti della lingua, visto che la insegnano malissimo.
Questo è il frutto dei miei studi sul mio paesino […], dove ho brutalmente interrogato i primi ragazzini mai presentatisi alla porta travestiti il 31 ottobre, chiedendo chi li avesse mandati e come fosse venuta l’idea.
I primi anni non erano gruppi spontanei, ma il tutto era organizzato dalla professoressa di inglese, magari con minaccia implicita di conseguenze scolastiche. Poi i bar del contado (tutti dagli improbabili nomi e pure volantini in inglese stentato) si sono adeguati e ora il fenomeno cammina quasi da sé».
All’influsso scolastico, sinceramente, non avevo pensato; soprattutto per esperienza personale, poiché le insegnanti con cui ho avuto a che fare dalla prima elementare alla quinta liceo hanno cercato sempre di instillarmi il mito dell’Inghilterra, talvolta contrapposto a quello americano (del resto la festa di Halloween si è americanizzata persino nel Regno Unito!).
Ricordo per esempio, alle elementari, una lezione sul self control, nella quale la maestra dimostrava come la conoscenza la lingua d’Albione comportasse l’apprendimento automatico delle buone maniere. E poi tutti i film di (e con) Kenneth Branagh, la lettura obbligatoria di Wilde sin dalle medie, le poesie di Blake a memoria ecc.
Ci tengo a precisare che non sto parlando di un’educazione d’élite, anzi, penso di aver frequentato le scuole più plebee dell’Alta Italia: che questa sia forse una prova del nostro degrado (e che l’apertura mentale sia solo un alibi per non ammettere che stiamo peggiorando)?

In ogni caso, il lettore si è messo pure a fare il lavoro di ricerca al mio posto e, per avvalorare la sua tesi, ha scovato una pagina del 2007 nella quale degli alunni di una scuola media raccontano come hanno vissuto la nuova festa. Ecco un paio di testimonianze interessanti:
«Abbiamo fatto la sfilata dei mostri però io, sfortunatamente, ero senza maschera ma mi sono divertito lo stesso. A me la festa è piaciuta perché la professoressa l’ha resa bellissima, anche se il giorno dei mostri mi trasmette tristezza».

«La festa di Halloween non mi piace molto perché, secondo me, è una festa tetra. Infatti, una vecchia leggenda narra che gli spiriti dei morti vagavano in giro a terrorizzare tutti per impossessarsi dei loro corpi. Allora i vivi, per confondersi fra loro e spaventarli, incominciarono a vestirsi in modo orribile. Per quanto mi riguarda, la trovo una festa lugubre e banale. La professoressa di Inglese ha scelto tre ragazze per la filastrocca su Halloween. Tra queste sono capitata anche io e, quando mi ha chiamata, ho sentito un vuoto nella pancia, non so se per vergogna, imbarazzo o altro. Insomma, le mie impressioni su questa festa sono state abbastanza positive, anche se la mia idea su Halloween non cambierà».
Questa sarebbe la smoking gun (eh!). In verità tenderei a non colpevolizzare le iniziative “dal basso”, ma a considerare sempre l’influenza di più “alte sfere”: gli insegnanti raramente fanno quel che vogliono; spesso si limitano a fare ciò che possono (o che gli è permesso).

Al di là degli aspetti culturali o educativi, esistono anche conseguenze sociali evidenziate da un altro aneddoto del mio interlocutore: «Da noi Halloween è stata anche l’occasione per compiere fastidiosi vandalismi, tipo bidoni rovesciati, perché qualche anziana sorda non avrà risposto. Scena che accadeva abbastanza raramente, almeno nei paesi più compatti. Perché comunque qualche scherzetto poi lo devi mettere in atto, quindi Halloween ha anche questo aspetto gangsteristico che me la rende ancor più insopportabile».

In effetti è uno dei lati più sgradevoli della faccenda: tradizionalmente a novembre, causa freddo e melanconia stagionale, gli atti vandalici tendevano a scemare. Come dice Maurizio Crozza: «Quando ero piccolo io non c’era mica Halloween. Io mi ricordo che se da noi in casa entrava una zucca, la parola chiave non era “Halloween” ma “minestrone”... In questo periodo dell’anno per noi bambini il massimo del divertimento era andare al cimitero a trovare i bisnonni. Freddo, cappotto, minestrone e parenti morti».

Oggi invece la nuova ricorrenza contribuisce a incentivare una specie di vandalismo fuori stagione. Il che ci porta, in conclusione, a esprimere un quesito definitivo: era davvero necessario arrivare a questo? Visto che eravamo già fuori tempo massimo, non sarebbe stato meglio prenderla più alla larga, non dico ripartire dal trivium and quadrivium, ma almeno fermarsi un attimo prima della education crisis?

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