lunedì 14 novembre 2016

Warmongering. Come abbiamo imparato a odiare la bomba


Le ultime elezioni americane sono state vinte da Trump anche grazie ai suoi slogan (“Make America Great Again”, “Drain The Swap”): uno dei più efficaci, e sottovalutati, è stata l’accusa rivolta alla Clinton di essere una warmonger (“guerrafondaia” ma anche, letteralmente, “venditrice di guerra”).
È innegabile che molti cittadini statunitensi, col loro voto al candidato repubblicano, abbiano espresso il rimpianto per i bei tempi della détente nixoniana. Da quando esiste l’atomica, infatti, tutti i rapporti di forza a livello internazionale sono modellati dalla dissuasione a utilizzarla: stupisce che gli americani, nonostante tutta la retorica sul Nu Hitla (ecco un altro slogan a effetto), abbiano votato come seguendo a una sorta d’istinto di sopravvivenza.

Non sappiamo cosa combinerà poi effettivamente questo Trump, ma già la sua semplice vittoria ha permesso una lieve distensione del clima internazionale. Era necessario uno shock, almeno a livello psicologico, per spezzare la catena di eventi che ci avrebbe condotto all’apocalisse. Adesso è auspicabile un ritorno rapido a una condizione in cui non convenga a nessuno dei contendenti iniziare una guerra nucleare. Non importa se Stati Uniti e Russia continueranno a comportarsi come hanno sempre fatto: il problema dell’ora presente è, per usare le parole di un grande analista geopolitico, evitare di trasformare la Federazione Russa in una potenza «asiatica, isolata e conflittuale».

Qualcosa non ha funzionato nella strategia degli Stati Uniti: col senno di poi sembra che i danni maggiori siano da attribuire alla conflittualità esistente tra la perentorietà della linea Clinton e l’evanescenza della “linea Obama” (che probabilmente non è nemmeno esistita).
Da una parte l’idea che Washington possa vincere qualsiasi guerra senza combatterla (ovvero combattendola per procura); dall’altra l’onere di portare la pace universale in un contesto dove le volontà dei singoli (per quanto insigniti di Nobel) sono subordinate a forze soverchianti.
Tuttavia se i Clinton non hanno calcolato la mutazione del quadro internazionale rispetto ai loro “trionfi” balcanici, Obama ha invece creduto che mimare un conflitto (attraverso i droni, l’embargo e la psywar) sarebbe stato utile a scongiurarlo.

La prima conseguenza è che in Siria e in Ucraina la guerra mercenaria è stata “cannibalizzata” dagli estremisti, impedendo qualsiasi tipo di stabilizzazione. È una prassi consolidata della condotta americana nel dopoguerra: fornire supporto economico e militare ai ribelli “moderati”, tollerare la presenza degli “estremisti” come carne da cannone ed eliminarli una volta conquistato il potere.
È successo, per esempio, in Cambogia (con il famigerato “Governo di Coalizione” degli anni ’80), in Tibet (il cui insuccesso sul piano politico è stato ricompensato da quello mediatico) e, più recentemente, in Bosnia (tanto che una volta fallita la strategia della “guerra per procura”, anche in quell’area si sono risvegliati fondamentalismi sopiti a suon di bombe e molti mujahidin sono partiti in Siria per cannibalizzare i “ribelli moderati”).
La strategia del devil’s pact ora non porta i risultati sperati per una miriade di motivi, dei quali il più trascurato è che la Russia ha riscoperto le virtù della disinformatsija. Se negli anni ’90 era ancora impossibile ridurre i secessionisti croati a neonazisti (nonostante fossero tanti “volontari” a rifarsi a quell’ideologia) e tutti i bosniaci a terroristi islamici (ma anche qui il materiale su cui imbastire la propaganda non mancava), oggi Janukovic (o gli ucraini filorussi) e Assad hanno potuto usufruire di questo fattore della guerra non-convenzionale, che è risultato infine decisivo per influenzare le opinioni pubbliche occidentali.

Questo per quanto riguarda la “linea Clinton”. Obama, invece, ha ingenuamente (diciamo così) creduto di poter mascherare esigenze imperiali dietro l’etichetta del soft power. Sarebbe troppo lungo (e forse inutile) approfondire tutti gli aspetti di tale politica rivelatasi alla fine catastrofica: ricordiamo solo che le famigerate sanzioni, lungi da indurre Putin a più miti consigli, hanno portato all’inasprimento del conflitto in Siria e alla trasformazione di quello ucraino in una lose-lose situation (senza dimenticare l’influenza negativa sulle già traballanti finanze europee).
Anche l’embargo, dunque, si è dimostrato un metodo anacronistico contro la seconda potenza nucleare del mondo. Come dicono gli americani, things have gone too far: era necessario una botta di realismo e pragmatismo per azzerare tutti i parametri.

Non possiamo ancora dire cosa accadrà nel futuro, anche perché in questi giorni tutti scrivono il contrario di tutto, quindi ogni previsione si basa su una mole impressionante di dati contraddittori. Come ha giustamente fatto notare l’U.S. Department of Fear citando un articolo del “New York Times” (The Danger of Going Soft on Russia), «Quando il NYT non ritrae Trump come un mostro guidato solo dal testosterone, allora lo descrive come un pacifista rammollito».
Se davvero Trump deciderà di seguire una linea (neo)isolazionista (ma era la stessa promessa dal primo Bush e da Obama I e II...) allora vi saranno alcune conseguenze immediate: in primis verranno abolite le sanzioni alla Russia (chiusura del capitolo ucraino) e terminerà la “guerra dei gasdotti” (chiusura del capitolo siriano); in conseguenza di ciò, l’egemonia tedesca in Europa si ridurrà drasticamente e vi sarà una probabile disgregazione dell’eurozona (o dell’intera Unione). Per la NATO, si vedrà.
Quello di cui possiamo esser sicuri è che la maggior parte delle persone non capirà quello che sta accadendo (come non ha ancora capito chi era il “buono” e chi il “cattivo” tra Nixon e Kennedy), quindi nessuno potrà sentirsi realmente “sconfitto” (anche se gli Stati che in questi anni hanno prosperato sulle disgrazie altrui vedranno drasticamente ridimensionate le loro aspettative).
Come dice il proverbio, “Dove c’è gusto, non c’è perdenza” (Where there’s liking, there’s no loosing).

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