domenica 6 novembre 2016

Soros come Papa

Ieri Papa Francesco ha detto: «Si salvano banche dal fallimento, ma non si trovano soldi per i migranti in mare» (cfr. “Il Messaggero”, 5 novembre 2016).
Qualcuno dovrebbe avvisare il Pontefice di due cose: 1) con l’introduzione del bail-in da quest’anno in Europa non si possono più salvare nemmeno le banche; 2) le spese dell’Unione per l’accoglienza degli immigrati sono triplicate dal 2013 (proprio da quando c’è Sua Santità).
Dunque il ragionamento andrebbe ribaltato: non si trovano quattro soldi per salvare i risparmiatori italiani, ma si spendono miliardi per aiutare stranieri che scelgono di venire nel nostro Paese su imbarcazioni di fortuna.

Le banalità e i rimbrotti populistici cominciano un po’ a stancare. Del resto sono espedienti che funzionano sempre: come qualcuno ricorderà, proprio il bail-in venne fatto passare con lo slogan «È finita l’epoca dei salvataggi a spese dei cittadini» (la citazione è del commissario europeo Michel Barnier, ma poi l’hanno ripetuto in tanti, persino il Governatore della Banca d’Italia che dopo qualche mese si è morso la lingua).
In certe questioni il moralismo andrebbe evitato, soprattutto per quelle riguardanti l’economia, ché mi pare stia nascendo più di un sospetto attorno alla proverbiale etica protestante. Il Papa poi può dire quello che vuole, ma il motivo per cui uno Stato salva le sue banche non è quello di far fare il bagno nello champagne ai banchieri cattivi, ma di evitare il disastro sociale (infatti la virtuosa Germania l’ha fatto, e altrettanto virtuosamente ora impedisce di farlo a noi).

Al papa Bergoglio suggerirei la lettura di una recente intervista che uno dei suoi più grandi sostenitori, George Soros, ha rilasciato al “Corriere” (Italia punto debole dell’euro…, 19 luglio 2016), nella quale il filantropo afferma in sostanza che è necessario salvare le banche per salvare gli immigrati. Essendo un uomo d’affari, Soros non può fare a meno di esprimersi negativamente anche sul bail-in. In effetti è questo il problema che attualmente coinvolge un po’ tutti: la scomparsa della fede. No, non sto parlando del cattolicesimo, ma di una cosa molto più seria: la fede dei risparmiatori nel sistema bancario. Adottare il bail-in è stato uno degli atti più antireligiosi che l’Italia abbia mai perpetrato. Siamo davvero sull’orlo dell’apocalisse bancaria (o ci siamo già in mezzo). Poi ci sarebbe l’apocalisse vera, quella lì, dies-irae dies-illa, le solite medievalate, lasciamo perdere.

E pensiamo, invece, ai veri problemi della gente: perché, per esempio, il grande Soros, invece di spendere milioni per cercare di influenzare la Chiesa cattolica, non si propone direttamente come Papa? In tal modo risolveremmo molto equivoci: per esempio, uno che leggesse una nuova Laudato si’ non potrebbe più insinuare che “sembra scritta da Soros”. E se lo facesse, invece di affastellare le solite scuse, avremmo finalmente la risposta pronta: “Ma l’ha scritta proprio Soros!”.

Sì, ho letto dei documenti hackerati della fondazione del finanziere, che dimostrano come il tentativo di infiltrazione tutto sommato sia andato a buon fine: «Soros ha dato consistenti contributi ad organizzazioni cattoliche per “spostare le priorità della Chiesa cattolica americana” dai temi vita e famiglia a quelli della giustizia sociale: occasione particolare, la visita di Papa Francesco negli Usa nel settembre 2015. È quanto emerso […] dai numerosi documenti riservati hackerati alla sua Open Society Foundation. […] Nell’aprile 2015 la Open Society ha versato 650mila dollari nelle casse di due organizzazioni legate ad ambienti cattolici progressisti, PICO e Faith in Public Life» (R. Cascioli, Se la Chiesa cade nelle mani di Soros, “La Bussola Quotidiana”, 28 agosto 2016).

Per questo sono convinto che avere il vero Soros sarebbe meglio. In fondo sappiamo più o meno dai suoi scritti e dalle sue interviste qual è il suo ideale di società: una massa (o una più raffinata “moltitudine”) multietnica, ecosostenibile, libertina, dipendente da qualsiasi tipo di consumo (anche di droga) che accetta di essere governata da tecnocrati (“filantropi”). Diciamo una specie di Brave New World un po’ più scoreggione. Quello che in realtà potrebbe già essere l’Europa, se la Germania (come lui stesso ha affermato in un’altra storica intervista) non fosse così “egoista”.

Se la sua ricetta venisse applicata direttamente in Vaticano, probabilmente il risultato assomiglierebbe molto a quello descritto nel 1966 da Guido Morselli in Roma senza papa, un romanzo ambientato alle soglie del Duemila nel quale lo scrittore “profetizza” una Roma in cui i preti possono sposarsi (anche tra di loro) e lo stesso papa Giovanni XXIV, un maronita turco, è conteso tra una teosofa indiana e la presidentessa degli Stati Uniti Jacqueline Kennedy; una Roma dove al clero è consentito l’utilizzo di qualsiasi droga e i novizi possono essere iniziati con dosi di LSD, ai cattolici è proibito il culto dei santi per permettere l’unificazione con la Chiesa Anglicana, i confessionali sono stati sostituiti dai computer, De Gasperi sta per essere canonizzato, Claudio Villa è senatore a vita, il PCI sta per giungere al governo ma è ostacolato dal concordato tra Vaticano e Unione Sovietica, la guerra fredda si è trasferita su altri pianeti, e con la Costituzione De Maria matre Jesu (luglio 1990) è stato abolito il dogma dell’Immacolata Concezione e ridotta la Vergine a “pia donna”.

Quello che dico io: perché no? Anzi, ancora meglio: massì… Chi siamo noi per giudicare George Soros nelle vesti di Giovanni XXIV? Invece di limitarsi a ricevere Mark Zuckerberg di Facebook, Tim Cook di Apple, Eric Schmidt di Google, Kevin Systrom di Instagram, potrebbe farli tutti cardinali. Immanentismo per immanentismo, vorremmo almeno godercela questa distruzione sistematica di tutto quello in cui abbiamo sempre creduto. George Soros als Papst – das wäre der Sinn der Renaissance, ihr eigentliches Symbol.

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