sabato 5 novembre 2016

La legge Jarovaja e la libertà religiosa in Russia


Questa estate la stampa italiana ha fatto un gran parlare della cosiddetta “legge Jarovaja”, un pacchetto di misure anti-terrorismo adottato dalla Duma a fine giugno e firmato da Putin poco dopo (cfr. Russia, Putin firma discussa legge Yarova…, “Repubblica”, 7 luglio 2016).
La legge prende il nome dalla deputata di Russia Unita Irina Jarovaja (il cui nome –Ирина Яровая– è stato traslitterato in tutti i modi) e oltre a contrastare il radicalismo islamico stabilisce anche una serie di limiti alle attività missionarie delle varie chiese, sette e congreghe religiose presenti nel Paese.
Alcune riserve al provvedimento sono state sollevate anche da parte cattolica: vedi per esempio, “Asianews” (La Duma approva misure antiterrorismo…, 27 giugno 2016) e “Tempi” (La legge antiterrorismo russa…, 24 luglio 2016), che tuttavia ha tenuto a precisare, per bocca di un missionario cattolico, che «sarebbe una grande iperbole comparar[e le nuove leggi] a quelle comuniste, visto che obbligare le chiese a registrarsi è molto diverso dallo smembrarle completamente».
Proverò ora a evidenziare alcune contraddizioni che hanno orientato la presentazione del “pacchetto” al pubblico italiano.

In primo luogo, la legge Jarovaja non “inasprisce” alcunché, ma si limita a consolidare una prassi in atto sin dai tempi di Eltsin (lasciamo perdere quel che venne prima). Non è quindi corretto parlare di tale provvedimento come se rappresentasse una novità assoluta nell’ambito della legislazione russa.
Per dirla più brutalmente, non si può usare la notizia per dare a intendere che Putin sia diventato “più cattivo”. Se proprio si può parlare di “inasprimento”, allora bisogna farlo esclusivamente nei confronti dei mussulmani, e non per un’iniziativa di Putin, ma semplicemente per un adeguamento all’andazzo generale: pensiamo alla “stretta” sulle moschee operata dal governo francese in seguito ai numerosi attacchi terroristici, che ha comportato anche la temporanea rinuncia alla convezione europea dei diritti dell’uomo (un’iniziativa che però non ha suscitato nessuna reazione da parte della famosa Corte di Strasburgo, invece particolarmente attiva nei confronti di Mosca).
Presentare dunque la “Jarovaja” come un “punto di non ritorno” è un atteggiamento che genera troppi equivoci per poter essere sostenuto: anche perché, oltre a suggerire indirettamente la necessità di un “intervento umanitario”, porta a credere che prima di essa la situazione per i mussulmani e per la varie sette cristiane fosse migliore, quando è noto come da sempre le leggi sulla libertà religiosa siano molto restrittive. Insomma, Business as usual, o, come dicono i russi, Бизнес как обычно.
                                                                 
In secondo luogo, si presenta generalmente il provvedimento come favorevole alla confessione ortodossa. Il che è vero, ma solo per il motivo che la maggior parte dei russi si riconosce in essa. Per il resto, la Chiesa Ortodossa è ovviamente tenuta a rispettare la legge come gli altri. La stampa russa accenna a un’eventualità interessante: se una parrocchiana riuscisse a ottenere il permesso di chiedere delle offerte per la propria chiesa, ma lo facesse in modo troppo insistente e un passante si sentisse importunato, la pia donna incorrerebbe nel reato di turbamento dell'ordine pubblico e sarebbe costretta a pagare una multa di oltre 50.000 rubli, mentre la Chiesa che le ha rilasciato il permesso verrebbe sanzionata di oltre un milione.
Inoltre la Chiesa ortodossa non solo si è dimostrata poco entusiasta del progetto (contribuendo anche alla revoca di emendamenti controversi come quello sulla privazione della cittadinanza), ma ha assunto una posizione “attendista” (vedi il comunicato ufficiale), lasciando a intendere che qualora la legge non servisse a prevenire il terrorismo, e in più comporterebbe un “conto” troppo salato anche per l’ortodossia, si attiverebbe per una revisione.

Un terzo punto riguarda la sostanza della “Jarovaja”: è vero che riduce la liberta religiosa in senso assoluto, ma da un’altra prospettiva essa valorizza i culti “tradizionali”. Per noi che siamo abituati a considerare la tradizione come un fardello e una zavorra, è difficile concepire che essa possa rappresentare un patrimonio da preservare anche a livello legislativo.
Molti russi invece vedono tale iniziativa come una regulation dello “spazio di informazione religiosa” [религиозное информационного пространство]. Da questo punto di vista, rispetto alla  legge del 1997 cambia poco: le confessioni già riconosciute dallo Stato devo continuare a mantenere lo stesso atteggiamento di prima. Non c’è stato in pratica alcun giro di vite: le varie sette protestanti e i mussulmani estremisti continueranno a non avere vita facile (può essere una cosa giusta o sbagliata, ma questo è un altro punto).

Un altro dato da tenere in considerazione è che molti cittadini sentono questo provvedimento come una “protezione” dalle sette; è innegabile che talvolta certi pregiudizi siano giustificati: per esempio, molti gruppi non accettano di registrarsi per una palese contrarietà delle loro dottrine  alla Costituzione della Federazione Russa (è noto che il rifiuto delle trasfusioni di sangue o dei trapianti d’organi può inficiare l’autorizzazione).
È inutile continuare a ripetere che le sette cristiane (o indù, o buddhiste) sono meno pericolose di quelle islamiche, perché purtroppo non mancano i motivi con cui giustificare provvedimenti repressivi. Alcuni siti russi ricordano in particolare i membri dell’Aum Shinrikyo che perpetrarono la strage alla metropolitana di Tokyo e l’assedio di Waco del 1993: obbiettivamente degli ottimi esempi a sostegno del motto “prevenire è meglio che curare”.
Questo anche per dire che non stiamo parlando solo di “putinismo”: con o senza di lui, la legge Jarovaja si sarebbe fatta ugualmente, sia perché essa si concilia con le preoccupazioni del popolo russo, sia perché si limita, come abbia detto, a cristallizzare alcune prassi già consolidate a livello provinciale e regionale.
Se poi vogliamo proprio parlare di Putin, allora non possiamo dimenticare, tra le altre cose, che la comunità ebraica internazionale ha ringraziato il presidente russo per il suo impegno nella lotta contro l’antisemitismo (Putin thanks Jewish organizations…, “Interfax”, 19 aprile 2016), riconoscendo che durante la sua presidenza le aggressioni agli ebrei sono diminuite drasticamente (anche grazie all’approvazione di leggi contro i crimini d’odio religioso).
È la stessa Wikipedia ad ammettere che, almeno da questa prospettiva, Putin “ha fatto anche cose buone”.
Poi è ovvio che non si possa negare una predilezione per la Chiesa ortodossa, considerata soprattutto come componente essenziale dell’eredità spirituale e morale della nazione: tuttavia affermare che essa sia completamente appiattita sulle posizione dello “Zar” è una valutazione ingiusta. Lo spirito di revanche dell’ortodossia russa è soprattutto dovuto agli anni di privazione vissuti sotto il comunismo: è per questo che la Chiesa pretende una specie di “rimborso”, almeno morale, da parte dello Stato (che chiaramente si traduce anche in un atteggiamento privilegiato nei suoi confronti). D’altronde, per numerosi motivi storici e culturali, l’anima russa riconosce maggior importanza alla tradizione che a tutto il resto.
Non è assurdo credere che la Chiesa cattolica, avendo le carte in regola, potrebbe approfittare di questa legge “draconiana” che non le impedirebbe certo di accogliere nuovi fedeli (come invece viene affermato da più parti). Questo ovviamente se la barca di Pietro fosse meno traballante di ora – ma non tocchiamo l’argomento, per favore.

Volendo guardare i fatti da una prospettiva più ampia, potremmo ammettere che, nonostante la “geopolitica” sia talmente inflazionata da aver perso quasi ogni significato, una lettura del provvedimento in tal senso apparirebbe forse chiarificatrice. Pensiamo alla classica dicotomia fra talassocrazia e tellurocrazia: se la Russia non può “permettersi” la libertà religiosa, ciò non dipende dall’intrinseca arretratezza dei suoi abitanti. Esistono, per l’appunto, alcune ragioni geopolitiche, la prima delle quali è il pericolo di una disgregazione territoriale come conseguenza della deregulation religiosa. I russi, in fondo, non sono mica barbari e malvagi: in realtà è da un pezzo che vorrebbero diventare gli “americani” d’Eurasia. Il problema è che, a differenza degli Stati Uniti, non sono circondati da oceani sterminati, ma da terre emerse. Ciò comporta la necessità di mantenere sempre un certo grado di omogeneità se non etnica, almeno religiosa, linguistica e culturale.
Perciò è grottesco che certi soloni vogliano «persuadere la Russia che la diversità religiosa non è una minaccia ma un segno di salute di una società». Mi sa che non sarà facile convincerli, soprattutto alla luce dei secessionismi che agitano le faglie etnico-religiose dalla Cabardino-Balcaria alla Sacha-Jacuzia.

Lasciando da parte le discussioni sui massimi sistemi, torniamo alla “sostanza” della legge Jarovaja: credo che molti commentatori sottovalutino il problema del terrorismo islamico in Russia, presentandolo addirittura come una “scusa” per giustificare leggi repressive contro le sette americane. Tuttavia Mosca, rispetto a Parigi, Berlino o Washington, non ha semplicemente a che fare con “cellule jihadiste” o “lupi solitari”, ma con cose molto più serie come “emirati” o “imamati”. Del resto persino i governi progressisti (o presunti tali) delle nostre parti ormai rifiutano di concedere l’autorizzazione alla costruzione di una moschea a un’associazione che non sia allineata con quelle riconosciute dallo Stato. Da quale posizione possiamo quindi pretendere dai russi quella “liberta religiosa” che noi stessi rifiutiamo?

*

Dare la vita per i propri amici?
(una postilla)


Questo è un manifesto dei cristiano-battisti russi, risalente al 1964, nel quale si invita a pregare per le vittime delle persecuzioni sovietiche. In alto a sinistra si può vedere l’immagine di Nikolaj Khmara [Николай Хмара], accanto a quella della sua famiglia. Le citazioni sono tratte da Eb 11, 35 e Gv 15, 13 nella versione ottocentesca della cosiddetta Traduzione Sinodale: иные же замучены были, не приняв освобождения [“Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta”]; Нет больше той любви, как если кто положит душу свою за друзей своих [“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”]. Khmara morì in conseguenza delle torture subite nel carcere di Barnaul, dove gli venne strappata anche la lingua:


Questa vicenda dell’era post-staliniana mi è tornata alla mente leggendo la dichiarazione di un missionario cattolico in Russia riportata da “Tempi” proprio a proposito del “pacchetto Jarovaja”: «Sarebbe una grande iperbole comparare le nuove leggi a quelle comuniste, visto che obbligare le chiese a registrarsi è molto diverso dallo smembrarle completamente».

Sembra che pure lo “smembramento” dei fedeli sia escluso dai nuovi provvedimenti e che quindi queste vergogne non debbano più ripetersi. Sappiamo però anche che la storia è fatta da corsi e ricorsi, quindi le proteste delle varie congregazioni protestanti ed evangeliche paiono motivate.
Resta però un dubbio di fondo: se una setta rifiuta di “registrarsi” perché non riconosce i valori e la Costituzione della società che la ospita, che motivo ha di lamentarsi? Si può pretendere giustizia da uno Stato considerato ingiusto?
È un equivoco che andrebbe chiarito, altrimenti non avrebbe senso ordinare la propria vita in base a un credo per il quale poi non si è disposti a rischiare anche la vita. È noto infatti che i convertiti a una setta (cristiana o meno), non si limitano semplicemente a “praticare” la fede come tutti gli altri, ma al contrario passano ogni momento della loro esistenza a testimoniare la propria scelta, cercando di convincere il prossimo a imitarli: sarebbe imbarazzante che, alla prova dei fatti, proprio costoro si rifiutassero di “razzolare” quel che hanno predicato.

D’altra parte, ognuno di noi in qualsiasi situazione è sempre chiamato a piccoli e grandi compromessi: se questi seguaci hanno più a cuore la propria vita che la salvezza ultraterrena, allora scelgano di praticare uno dei culti riconosciuti dalla legge russa.
Il fatto che Mosca ora intenda porre un freno al dilagare delle “religioni alternative” dipende non tanto da un rigurgito stalinista, quanto dalla circostanza storica attuale che vede i fondamentalismi ruggire da ogni parte del mondo. Oggi non è di certo l’ateismo di Stato a produrre martiri: pensiamo solo alle violenze anticristiane in India, alle chiese profanate da estremisti ebrei in Israele, ai mussulmani perseguitati in Birmania.

Per non parlare dell’estremismo islamico, che è il motivo principale per cui il pacchetto antiterrorismo è stata approvato. Come nota puntualmente un commentatore evangelico italiano, la legge Jarovaja assomiglia molto a una di quelle iniziative “anti-moschee” nostrane camuffate con fantasiosi divieti burocratici e urbanistici. Il “pesce grosso” perciò resta, sia in Italia che in Russia, quella parte di islam che non si riconosce nelle sigle ufficiali: quindi è scorretto interpretare tale provvedimento come un pretesto per perseguitare microscopiche sette protestanti. Al contrario, vediamo come nella maggior parte dei Paesi europei, proprio la garanzia della “liberta religiosa” permette alle associazioni islamiche di accaparrarsi la maggior parte delle aree assegnate ai luoghi di culto non cattolici. Come ho già affermato, non comprendo i motivi per cui dovremmo pretendere dalla Russia una “liberalità” con la quale noi italiani (ma ormai anche francesi e tanti altri) non vorremmo avere nulla a che fare.

Pensiamo invece a qualche problema più concreto: per esempio, una conseguenza negativa della “Jarovaja” sulla vita quotidiana dei russi è rappresentata dalle nuove disposizioni riguardo alla conservazione di chiamate, messaggi e tutto il resto (estese da dodici ore a sei mesi), che obbligheranno le compagnie telefoniche ad aumentare le tariffe agli utenti. Ecco, questo è un punto da cui partire per un’eventuale opposizione condivisa: dare la vita per i proprio amici va bene, ma per il rincaro in bolletta…

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