giovedì 17 novembre 2016

Il pianto greco (“La lingua geniale” di A. Marcolongo)


Uno degli aspetti più piacevoli del ricevere un libro in regalo è che non si deve spendere un centesimo per imbattersi in concetti che, quando non errati, si rivelano superflui: questa è una delle poche cose positive che posso affermare riguardo al pamphlet di Andrea Marcolongo, La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco (Laterza, 2016), facendo finta tuttavia che il tempo sprecato a leggerlo non sia interamente a mio carico.

Ammetto in verità che la “confezione” avrebbe potuto ingannare anche uno come me, sempre alla ricerca di qualche testo che affronti il greco antico come una lingua umana e non aliena. Se mi fossi preso la briga di googlare il nome dell’autrice (Andrea è donna), probabilmente avrei evitato di acquistarlo (o avrei suggerito ad altri di non farlo), dopo aver scoperto non solo che questa Marcolongo è stata una ghost writer (in italiano “insegnante di sostegno”) dell’attuale Premier, ma che per giunta ha smesso di farlo per motivi di ordine economico (in effetti è imbarazzante vendere l’anima senza farsi pagare). Pare addirittura che sia stata proprio lei a suggerire a Renzi l’espressione “ucceacci del mauagurio” (la scrivo come l’ho sentita pronunciare), con il quale il fenomeno che abbiamo al governo ce li frantuma da due anni.
Per rincarare la dose, leggo nel risvolto di copertina che Andrea «nella sua vita ha viaggiato e ha vissuto in dieci città diverse, tra cui Parigi, Dakar, Sarajevo e ora Livorno»: sarei tentato di aggiungere un commento romanesco a tale illuminante dettaglio biografico, ma preferisco come sempre reagire da signore (e sti cazzi).

Allora, cos’è che non va del libro? In primo luogo, l’intento dell’autrice non è né pedagogico né divulgativo, ma tristemente moralistico. E la morale a cui si rifà è questa: chi ha fatto il classico vive, ragiona e digerisce meglio di tutti gli altri. Infatti, «li riconosci spesso quelli che hanno frequentato il liceo classico (non solo dagli occhiali che quasi sempre portano). Li riconosci dal modo di parlare e di scrivere: segno concreto che il greco è entrato dentro di loro, nel modo di vedere e di esprimere il mondo in italiano, e mai più ne è uscito. Oltre alla ricchezza del vocabolario […] e ad una certa propensione all’ipotassi […]» (pp. 119-120). Eccetera eccetera… non voglio star qui a ricopiare tre pagine di chiacchiere sulla superiorità non solo ontologica ma anche retorica di chi ha studiato il greco a scuola, da parte di una persona che usa espressioni tipiche del politichese come “al netto di” e riempie la sua prosa di due punti consecutivi e di lineette – ma ’sti benedetti incisi vanno chiusi, mica semo l’americani –.

Lasciamo pure da parte certe considerazioni infantili sui miserabili che hanno fatto lo scientifico, i quali secondo l’autrice «sentir[anno] sempre la mancanza di qualcosa» (p. 147). Il problema di tale impostazione “ginnasio-centrica” è che finisce per intaccare la qualità generale del testo: il moralismo infatti si estende alla linguistica, portando l’autrice a considerare peccaminoso il cosiddetto “principio di economia”, una delle modalità con cui opera qualsiasi sistema linguistico, la quale non corrisponde affatto a una “banalizzazione” e né è imputabile del fatto che «nel giro di dieci anni perderemo l’uso della parola e ci esprimeremo solo per emoticon» (p. 64).

Come dunque recensire un testo del genere, senza provare la sensazione di sparare sulla Croce Rossa? Non si riesce neppure a comprendere a quale pubblico vorrebbe rivolgersi la Marcolongo.
Evidentemente non a quelli che non hanno fatto il classico, perché loro non possono capire (ma Renzi che l’ha fatto, ha mai capito alcunché nella sua vita? Chiedetelo direttamente ad Andrea, visto che gli scriveva i discorsi…).
Agli studenti del classico nemmeno, perché il volume assomiglia a un’interminabile introduzione a una grammatica che non esiste: gli esempi sono frusti e arcinoti, non c’è uno straccio di consiglio su come studiare meglio e gli approfondimenti sul duale o l’ottativo manderebbero in confusione persino il buon Omero da sveglio.
D’altronde il testo vorrebbe essere solamente un “invito allo studio” e nient’altro: ma se l’unico luogo in cui si può studiare il greco antico è –secondo l’autrice stessa– il liceo classico, che senso avrebbe invitare gli studenti ad attendere un compito al quale sono obbligati? Non mi pare servano motivazioni aggiuntive a quelle già fornite dai professori (“Se tu non studi, io ti boccio”).

Alla fine sembra che il target si riduca a quello degli ex-studenti del classico che si sentono in colpa per non aver studiato abbastanza, ma che vogliono almeno provare l’orgoglio dell’io c’era.
Magrissima consolazione, anche perché sono proprio tali atteggiamenti che offrono il destro ai “grecofobi”, quelli che puntualmente coordinano l’assalto del liceo classico brandendo un iPad in una mano e un’agenda della Coca-Cola nell’altra.
Posso anch’io riconoscere un’eccezionalità linguistica (e culturale) al greco, soprattutto in riferimento alla nostra civiltà, ma al contempo non posso fare a meno di notare che la ricerca spasmodica di argomenti esterni alla materia ne mina paradossalmente l’autorità.
Il blog “GrecoLatinoVivo”, per esempio, ha dimostrato l’infondatezza dell’idea che si debba studiare il greco perché “è difficile” e quindi “forma il carattere” (Contro la scuola impossibile, 29 maggio 2016); si tratta di una favola consolatoria che si raccontano quelli che, avendo dimenticato tutto già un istante dopo la seconda prova, vogliono comunque considerarsi più intelligenti e “temprati” (tanto varrebbe insegnar loro pugilato o, per restare in tema, lotta greco-romana).

Nonostante la Marcolongo non disdegni di magnificare la sua persona ogni volta che gliene si presenti l’opportunità, e di conseguenza la tentazione di scadere nel personale è forte, cercherò ora di formulare critiche più obiettive, in realtà limitandomi solo a qualche osservazione per non farla troppo lunga (tralasciando ciò che scrive sul greco antico, ché sono informazioni reperibili nelle note a margine di una grammatica qualsiasi e sulla cui correttezza è superfluo discutere).

A pagina 12 l’autrice sostiene che l’hawaiano è «una delle poche lingue al mondo dove il valore aspettuale sopravvive». Questo io non creto. Tanto che persino un miserabile qualsiasi di quelli che non hanno fatto il classico può aver scoperto e compreso l’aspetto verbale studiando le lingue slave. In ogni caso, per ulteriori informazioni rimando a Wikipedia (non era difficile).

A p. 77, parlando di tabù linguistici, Marcolongo sostiene che «nelle lingue slave, come in russo, “orso” si dice medved che letteralmente significa “mangiatore di mele”; nella speranza che sia vegano e non azzanni esseri umani».
In realtà медведь in russo significa “mangiatore di miele” e non di mele. Può essere un refuso (anche se è noto che i vegani escludono categoricamente il miele dalle loro diete), ma dato che scrittori e saggisti passano il tempo a rimpallarsi bufale e strafalcioni, non vorrei ritrovarmi per ogni dove la storia dell’orso russo “ghiotto di mele”.

A p. 88 si afferma che l’unica lingua di derivazione indoeuropea ad aver conservato l’ottativo è il greco «insieme alle lingue indiane e persiane». Anche in tal caso, non creto, e rimando ancora a Wikipedia.

Quest’altro appunto potrebbe sembrare pretestuoso, ma tant’è: a p. 132 la Marcolongo, discutendo dell’espressione θάλαττα (“mare”), scrive che «è di origine oscura, forse proveniente da qualche popolo sconosciuto già presente nel Mediterraneo. Un termine senza precursori né successori in alcun’altra lingua il mondo eccetto il greco».
Ora, considerando che l’autrice è una grecista e che nel libro sono stati portati esempi di ogni tipo (persino da una fantomatica “lingua eschimese”), a mio parere sarebbe stato opportuno inserire in nota almeno qualche ipotesi sull’origine del lemma, per esempio citando la suggestiva tehom>tâmtu >thalatth (vedi… Wikipedia).
[Per quanto riguarda i “successori” – ma questa è già fantalinguistica –, se θάλαττα rimanda a tehom inteso come “abisso primordiale”, allora esiste un altro termine che segue la stessa evoluzione, ed è il proto-turco *teŋri/*taŋrɨ [𐱅𐰭𐰼𐰃], inizialmente riferito a Dio, al cielo e al paradiso, il quale ha dato origine ai termini correntemente in uso per indicare il mare nel turco moderno, deniz, e nel magiaro, tenger. Chi volesse approfondire tale argomento, può leggere ora (in inglese) il mio Θάλαττα! Θάλαττα! From the sea to the abyss].

Concludiamo con una nota “politica”.
A pag. 125 la grecista afferma che la lingua è «l’espressione di una coscienza unitaria di popolo. Non di nazione: quella viene poi, con i confini verticali o sghembi tracciati da chissà chi e chissà perché sul mappamondo (o forse proprio a questo servono le guerre e le religioni)».
Beata ingenuità… ci sono migliaia di esempi che dimostrano esattamente il contrario, ma accettiamo pure che sia così. Questo pensierino diventa tuttavia sospetto qualche pagina più avanti, quando a mo’ di conclusione la Marcolongo esprime alcuni giudizi enigmatici sulla lingua e sulla nazione greca:
«In questi anni la Grecia ha affrontato, in nome della sua identità e della sua dignità sociale, sfide economiche e politiche uniche in Europa utilizzando, di fatto, una lingua unica e straordinaria, ma vecchia di secoli, anzi, di millenni. Ma oggi la vera sfida, non solo linguisticamente parlando, sta tutta nella volontà di ricostruire una lingua finalmente moderna che serva a tutti i greci per capire e farsi capire nel 2016, nei propri confini e soprattutto fuori dalla Grecia.
[…] Di fatto, la Grecia parla oggi un greco moderno che prende in prestito gran parte dei suoi elementi dal greco antico per ribadire al mondo l’identità di un popolo che ha il passato culturale più imponente del mondo occidentale. Un popolo che, da quel passato, sembra però non riuscire a liberarsi più, in una costante lotta per un presente che non arriva mai […]» (p. 151)
Scusi, può ripetere? Dopo aver impiegato centocinquanta pagine a esaltare il greco, ora l’autrice se ne esce con la storia che i greci dovrebbero rinunciare alla loro eredità linguistica (del resto già hanno rinunciato a tutto!) per... farsi capire? Viene il sospetto che, per sdebitarsi, Renzi si sia messo a fare il ghost-writer della Marcolongo.
Insomma, siamo seri: che senso ha collegare la situazione odierna della nazione greca col greco antico che si studia sui banchi di scuola? Non avendo fatto il classico, forse non sono in grado di ravvisare il nesso; però noto chiaramente che, con amici simili, il greco (antico e moderno) non ha bisogno di nemici.

17 commenti:

  1. Ti ringrazio per il commento, se può interessarti ho affrontato la questione anche qui:

    http://materialismosacro.blogspot.it/2017/01/morire-di-marcolongo.html

    Non sono entrato nello specifico su quanto afferma l'autrice a proposito dell'oggetto stesso del libro (il greco antico), perché è una lingua che conosco solo superficialmente e non volevo fare la figura di quel ciabattino che fece infuriare il buon Apelle.
    Tuttavia ci vorrebbe sicuramente una critica più mirata agli strafalcioni, soprattutto per gli studenti che si sono trovati a sfogliare il volume. Se la materia fosse il greco moderno, potrei anche cimentarmi visto che lo conosco, ma per l'antico preferisco lasciare il compito ad altri più preparati (qualcuno sarà rimasto, no?).

    Un saluto
    Roberto

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    1. Avevo cancellato il mio commento per un grave refuso, ma poi l'ho rimesso.

      Le critiche sono tante e sono facili e sono già state avanzate. Anche io ho segnalato alcuni strafalcioni, ma il tempo è tiranno per un lavoro più serio. Il vero punto è: ne vale davvero la pena?

      Il successo editoriale è frutto di una intensa campagna di marketing, che ha portato l'autrice in giro per tutti i licei italiani. È venuta anche dalle mie parti e un collega che è andato a vederla ne è tornato perplesso.

      Ciao
      Domenico

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  2. Sì, il commento poi appare sotto quello cancellato, non c'è problema.

    Non vorrei dare una lettura "complottista" della vicenda, ma a me sembra che tale successo sia stato montato ad arte per offrire una sponda a quelli che chiedono l'abolizione del greco dai licei italiani (lo spiego nel secondo pezzo): dato che il greco avrebbe questa "intrinseca genialità", perché relegarlo nelle anguste aule scolastiche e invece non lasciarlo "libero" di "volare" per i cieli dell'industria culturale? Cioè, il messaggio è esattamente questo: non serve insegnarlo, è talmente bello in se stesso che si lascia imparare da solo.

    Poi non si deve sottovalutare il messaggio politico delle ultime pagine del libro, che è puramente renziano, e che mi pare la Marcolongo tenga a ripetere nelle trasmissioni in cui viene ospitata: la Grecia non è una nazione, ma un popolo, dunque non è importante che difenda la sua eredità culturale se questa le impedisce di diventare "europea" (non so bene cosa intenda, ma in ogni caso la confusione stessa è utile allo scopo, che in fondo è sempre "efficientista", anche se qui il "mercato" di cui parlano i liberisti è appunto declinato nelle tranquillizzanti forme dell'industria culturale).

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    1. Può darsi, ma, come detto sopra, non sono andato oltre il secondo capitolo e mi rifiuto di procedere oltre. :-D

      Non vi è però dubbio alcuno che qui siamo di fronte al renzismo imperante: lo dimostrano almeno le palesi critiche della tizia nei confronti della scuola, quella scuola che, come è noto, Renzi ha reso "buona". :-D

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  3. In ogni caso potresti segnalarmi i tuoi rilievi sul volume? Se non li ha pubblicato su un blog o su qualche luogo visite, potresti anche copia-incollarli qui. A mio parere ne vale la pena soprattutto perché, se la mia lettura è giusta, siamo davvero all'ultimo atto del greco antico a scuola, e quindi qualsiasi forma di "resistenza" da questo punto di vista mi pare auspicabile.

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    1. Si tratta di discorsi sparsi su FB, che non ho voglia di ricercare. :-D

      Qui trovi qualcosa (di serio): https://macaronea.wordpress.com/2017/01/26/greco-ragione-e-sentimento-andrea-marcolongo-la-lingua-geniale/

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    2. Ottimo, vado a leggere subito, grazie

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    3. Beh magari lo leggo tra un po', non avevo valutato la lunghezza, anche se il taglio già mi piace!

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    4. Comunque, considera che è come sparare sulla Croce Rossa.

      Quello che proprio non capiamo è come mai tanti docenti italiani (non tutti, per fortuna) si siano esaltati (anzi, -e) per questo libro. Anzi, mi sa proprio che si capisce! :-D

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    5. Acciderbolina, mi ha pure linkato! "Alcune di tali questioni sono già state ottimamente discusse qui".
      Sono contento quando le donne apprezzano quello che scrivo, perché tutti dicono che sono un maschilista (infatti, in un commento a un altro post che poi ho cancellato, è stato insinuato che ho criticato la Marcolongo solo perché è donna!).

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    6. Guarda, la vera domanda è: «Chi ***** gliel'ha data la laurea?» :-D

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    7. Ecco, a proposito, visto che ne abbiamo parlato, non c'è da sottovalutare il fattore estetico. Sai com'è, i maschi sono ingenui... "Conosce anche il greco, io LA AMO!!!".
      Per quanto riguarda le donne, in effetti mi stupisce perché di solito sono molto severe nel giudicarsi a vicenda. Sarà che la figura diafana della Marcolongo magari ricorda quella compagna di banco timida che poi "ce l'ha fatta" e tu sei contenta per lei. Boh, non so. Vado finalmente a leggermi il pezzo che mi hai segnalato!

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    8. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    9. I gruppi di greco di FB dimostrano chiaramente perché molte donne (e anche molti uomini) apprezzano questo libro: poiché contiene esattamente TUTTI gli stereotipi sulla bellezza del greco, sulla superiorità del classico etc. etc.

      Sono gruppi insostenibili, ad alto tasso di glicemia!

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    10. Questo tipo di "mitizzazione" legata alla disciplina credo esista da sempre, anche se una volta effettivamente produceva risultati più esaltanti, non solo dal punto di vista culturale (vedi, per esempio, qui).

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  4. Io non entro nel merito di questa o quella pagina ma sul risultato finale che è, a mio parere, positivo.
    Sulle materie classiche ( latino e greco) si è abbattuta la maledizione della frase: " A cosa servono?" , intendendo: " Quanto denaro mi portano in tasca?" - Io che giro per le scuole medie per convincere a studiare un miserabile libretto di 19 pagine che dà le BASI del latino, sento a josa questa frase e mi sento distrutto. Quindi: ben venga la simpatica Andrea!

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    1. Salve, grazie per il commento, ma non è "questa o quella pagina" il problema: il libro contiene clamorosi strafalcioni, come ha dimostrato in modo ineccepibile Macaronea (le consiglio di leggere anche quella recensione).
      A mio parere, qualsiasi approccio "sentimentale" all'insegnamento del greco e latino è destinato a fallire, perché paradossalmente fa proprio il gioco di chi lo vorrebbe eliminare anche dal classico. E la "simpatica Andrea" (appunto!) purtroppo porta quasi esclusivamente argomenti sentimentali a sostegno della sua tesi (ho chiarito il mio punto qui, se le interessa: Il piagnisteo greco).
      Il fatto è che qualsiasi "trucco" si possa escogitare per "invogliare" i ragazzi a studiare il greco e latino è comunque utile solo in un contesto extra-scolastico, e non ha davvero troppo a che fare con la questione del loro semplice insegnamento (peraltro mi sorge il dubbio che lei abbia forse frainteso la domanda che le pongono gli studenti: non credo infatti che "A cosa servono?" si traduca automaticamente in "Quanto denaro mi portano in tasca?").
      Detto questo, la "simpatica Andrea" incolpa proprio i professori di aver reso il greco e latino così poco attraenti! Dunque, sostanzialmente, sta contestando proprio lei, non se n'è accorto? Certo, Formosa facies muta commendatio est: la fanciulla è di dolce aspetto, non lo nego, ma non sono sicuro che puntare tutto sull'incipiente pubertà dei discenti sia una mossa lungimirante.

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