sabato 19 novembre 2016

Dalla parte del Papa (senza se e senza ma)

Ho notato che ultimamente l’“assalto mediatico” al Vaticano è aumentato di intensità. Tutti avranno visto, per esempio, l’ultimo film di Nanni Moretti, Habemus Papam, che porta sullo schermo uno delle più assurde fantasie del laicismo contemporaneo: le “dimissioni” di un pontefice.
Da questo primo attacco “cinematografico” è scaturita addirittura una serie televisiva, Pope Francis (firmata da un altro regista italiano, Paolo Sorrentino), della quale proprio ieri si è conclusa la prima stagione.
Ora, già il fatto che lo sceneggiato di Sorrentino parta esattamente dal punto in cui si conclude Habemus Papam, ovvero dalle dimissioni del precedente pontefice (chiamato “Benedetto XVI” probabilmente in onore di uno dei racconti della leggendaria collana Urania, Il dilemma di Benedetto XVI), mi fa pensare che tutto questo faccia parte di un “piano” coordinato da chissà chi.
Quello che però mi preoccupa maggiormente è la spudoratezza con cui Sorrentino ha voluto rappresentare il suo Papa immaginario, un gesuita argentino che si fa chiamare “Francesco” (interpretato dall’attore gallese Jonathan Pryce). Il Papa di Sorrentino ne combina di tutti i colori sin dalla prima puntata: rifiuta di indossare i paramenti tradizionali, afferma che “non bisogna giudicare i gay”, si fa i selfie ecc…

Devo ammettere che soltanto con grande impegno e infinita pazienza ho potuto seguire la serie fino in fondo, perché obiettivamente si tratta di una delle cose più demenziali che abbia mai visto.
La trama, infatti, è un susseguirsi di contraddizioni e incongruenze: per dirne una, nella quarta puntata “Francesco” per celebrare la sua prima enciclica “ecologista” (e già questo la dice lunga sull’ingenuità degli sceneggiatori) fa proiettare immagini di babbuini, pesci e leoni sulla facciata di San Pietro… Capisco che Sorrentino si senta il nuovo Fellini, ma certe cose potrebbe risparmiarcele: tutto ciò non è un “grottesco cinematografico”, è grottesco e basta.
Nella sesta puntata, “Francesco”, dopo aver predicato misericordia e tolleranza, si rifiuta di incontrare il Dalai Lama per non irritare le autorità cinesi e poi va in Armenia ad accusare i turchi di genocidio. Ma chi è che ha scritto ’sta roba? Sembra uno di quei feuilleton con protagonista Rocambole o Fantômas.
La qualità della sceneggiatura, come ho detto, è scarsissima, non solo per l’insopportabile sensazionalismo, ma anche per le continue incongruenze: a parte la storia del “Papa misericordioso” che non regge nemmeno due puntate (“Francesco” a un certo punto comincia a prendersela, oltre che con i tibetani e i turchi, con i cardinali, i fedeli, i politici…), la serie dipinge il Pontefice come una specie di “santo mediatico”, osannato da tutti i giornali e le televisioni. Uno dei momenti più imbarazzanti di Pope Francis è quando “Francesco” sceglie come suo portavoce non ufficiale un giornalista interpretato dall’attore Giulio Bosetti, che ne Il Divo (il film che Sorrentino ha dedicato ad Andreotti) impersonava Eugenio Scalfari. Dovremmo forse aspettarci che un giorno Scalfari possa diventare il decano dei vaticanisti? Ma per piacere...
Nella puntata di fine stagione, “Francesco” si reca in Svezia a chiedere scusa per la scomunica di Lutero. Basta, Sorrentino, basta!

È incredibile come oggi si possano offendere bellamente milioni di fedeli senza suscitare una qualche reazione. Questo ci fa capire che il nostro amato Pio XIII è sotto attacco. Del resto c’era da aspettarselo: l’entusiasmo iniziale per un pontefice giovanissimo e –soprattutto– americano, si è subito attenuato (per poi sparire del tutto) quando Papa Belardo ha iniziato a rimettere in sesto la nostra povera Chiesa. Guarda caso, non appena ha preso a dire che in questa epoca abbiamo trasformato il peccato in un diritto e a condannare apertamente l’aborto e l’omosessualità, i giornali hanno tentato di buttarla sullo scandalo, pubblicando “scoop” ridicoli come “Il Papa fuma”.

Ma lasciamo andare. Pio XIII resta sempre e comunque un grande pontefice, e anche un grande uomo: dal primo momento in cui ho potuto ammirarlo, mi ha ricordato per il portamento Pio IX e per il tono di voce ovviamente l’amato Giovanni Paolo II, del quale si è già dimostrato degno successore. Soprattutto grazie a questo Papa sono stati spazzati via in un solo istante tutti gli errori e le ambiguità prodotte negli ultimi decenni dalle indebite e distorte interpretazioni del Concilio Vaticano II.

Anche i laici dovrebbero volere un po’ più di bene a Pio XIII: prima di tutto, per il modo in cui ha vanificato tutti i tentativi di trasformare la sua persona in un “divo”, poi per la chiarezza con cui espone regolarmente la dottrina cattolica, senza giri di parole né ambiguità; infine, anche per il suo ruolo internazionale, che ha contribuito a allentare un clima fattosi rovente, dopo il repentino spostamento a destra di tutte le democrazie occidentali. Pensiamo solo a quando ha ammonito la presidente francese Marine Le Pen sul dovere di accogliere i migranti, oppure quando ha invitato i più importanti leader europei (il presidente Silvio Berlusconi, il premier Nigel Farage, il cancelliere David Hasselhoff) alla solidarietà e fratellanza tra popoli appartenenti a una stessa comunità.
Un altro motivo, all’apparenza secondario, per cui dovremmo amarlo è che con la sua parlata cristallina Pio XIII ha finalmente obbligato i politici italiani a studiare sul serio l’inglese e smetterla di fingere di saperlo: ditemi se è poco!

Quindi invito tutti a non smettere mai di amare e difendere il nostro Pio XIII, ricordando sempre le parole del Salvatore: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv 15, 19).

4 commenti:

  1. è sicuro di aver commentato la serie giusta? "The young pope" è stato diretto da Sorrentino e non Pope Francis, e di tutto tratta tranne che di quello che ha descritto lei

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  2. Sì, non a caso la categoria sotto cui è classificato il pezzo si chiama "Risate a denti stretti", ma forse in suo onore dovrei intitolarla "Comicità involotaria". Grazie

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  3. Geniale, geniale.
    (sono quello copiato da Umberto Eco)

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