venerdì 11 novembre 2016

Chi ha votato Trump (e perché)


Per capire qualcosa sul voto americano, consiglierei di dare un’occhiata agli exit poll (o come vogliamo chiamarli, adesso che gli americani sono tornati antipatici, sondaggi post-voto?). Da quelli pubblicati dal “New York Times” emerge qualche dato interessante: prima di tutto, la Clinton rispetto alle precedenti elezioni ha guadagnato solo l’1% in più del voto femminile (nonostante avesse propagandato l’esser donna come “valore aggiunto”); al contrario, il voto bianco per Trump rispetto a quello per Romney è aumentato solo dell’1%: ciò significa o che nelle elezioni precedenti tutti i suprematisti e i membri del Ku Klux Klan hanno votato per Obama, oppure che il candidato repubblicano è riuscito a parlare a tutte le “razze”. Infatti spicca anche un incredibile +8% tra gli afro-americani e un +11% tra gli asiatici (categoria che comprende molti mussulmani). Sono sempre percentuali bassissime rispetto a quelle dei democratici, ma l’aumento è considerevole.
Passando al titolo di studio, si nota un +10% a Hillary da parte dei “white college graduates” e un +14% di Trump tra i “white without a college degree” (che alle scorse elezioni avevano evidentemente votato per Obama).
Altri aumenti considerevoli affiorano nelle statistiche per reddito: Trump ha ottenuto il 16% (!) in più dei voti di Romney da chi ha uno stipendio al di sotto dei 30.000 dollari all’anno, mentre la Clinton ha fatto breccia tra quelli che guadagnano dai 100.000 ai 200.000 dollari l’anno (+9%).
Durante la campagna elettorale l’attenzione si è concentrata molto anche sull’età dei votanti (uno dei cavalli di battaglia della Clinton), ma i cosiddetti millennials (18-29 anni), pur privilegiando i democratici, hanno dato ai repubblicani un +5%.
Infine, per quanto riguarda le religioni, il 9% in più di cattolici ha votato per Trump (e c’è anche un enigmatico +18% da “Something else”), mentre la Clinton ha ottenuto un +8% dagli ebrei.

Proviamo a trarre qualche considerazione preliminare da questi dati.
In primo luogo, il fatto che certe categorie abbiano deciso di votare un candidato descritto dalla stampa come il loro nemico assoluto, rappresenta un giudizio totalmente sfavorevole nei confronti di Obama. A questo si aggiunge l’avversione della maggioranza degli americani nei confronti di Hillary, che ha cercato goffamente di costruirsi una nuova base elettorale puntando sulle minoranze di ogni tipo (sessuali, etniche, religiose) con scarsi risultati, sia perché è risaputa la sua ipocrisia su temi come immigrazione e matrimoni gay, sia perché l’America non è affatto un «post-white, cosmopolitan, multicultural hybrid of total diversity» (“Zero Anthropology”).

Ciò non significa che il voto di Trump sia stato un’espressione di razzismo, poiché sono molte le categorie che reputano necessaria una “stretta” sull’immigrazione: gli afro-americani, che non amano essere accomunati agli immigrati neri e hanno enormi problemi di convivenza con i famigerati latinos; gli altrettanto famigerati millennials, che hanno dovuto rinunciare ai tradizionali teen summer job proprio perché gli immigrati negli ultimi anni se li sono accaparrati tutti; gli ebrei, che nonostante abbiano votato in massa per Hillary (ovviamente spaventati dalla propaganda sul “nuovo Hitler”), iniziano ad avere sull’immigrazione mussulmana le stesse opinioni dei loro correligionari israeliani.

A proposito di islam, è doveroso notare che si tratta della religione di cui si è più parlato durante i dibattiti elettorali. Il cattolicesimo è stato oggetto di discussione solo per la condanna di Papa Francesco di alcune dichiarazioni di Trump. Il candidato repubblicano, nonostante si sia dimostrato tiepido sulle questioni etiche che in genere interessano i cristiani americani, ha ottenuto ugualmente un enorme mandato da tutte le confessioni. Probabilmente molti di loro hanno compreso le ragioni tattiche per cui Trump non ha voluto calcare la mano su omosessualità, aborto e divorzio: da una parte per schivare le inevitabili accuse di ipocrisia, dall’altra per rompere col tradizionale doppiogiochismo repubblicano, che usa le questioni etiche come paravento.

Insomma, si è parlato molto di lavoro e poco di fede, il che credo sia tutto sommato positivo in un momento storico in cui la religione si lascia strumentalizzare a “destra” come a “sinistra”.
Sebbene i democratici fossero interessati a buttarla continuamente in caciara tirando in ballo sessismo, razzismo, bon ton eccetera, Trump non ha mai mollato la presa sull’economia e sulla politica internazionale.
Questo alla fine mi sembra la prospettiva più chiara da cui interpretare i risultati: si sono scontrate due visioni opposte del ruolo dell’America nel mondo. Durante la sua presidenza, Obama è riuscito a dare alla globalizzazione un volto umano e a colorare con l’arcobaleno tutte quelle cose che fino a poco tempo prima ci facevano inorridire. La carica messianica dell’obamismo si è però esaurita negli ultimi disastrosi anni del mandato e le “speranze transazionali” dell’umanità (per fare il verso a uno storico di corte) da esso incarnate non sono riuscite a rendere più attraenti la disoccupazione, la precarizzazione e la disuguaglianza economica.

Si può quindi affermare che sia fallito il progetto di traghettare l’eccezionalismo americano dall’hard al soft power, dall’industria alla finanza, dalle ciminiere alle auto elettriche, dall’agricoltura intensiva all’orto biologico di Michelle, dal machismo al femminismo, dal puritanesimo all’omosessualismo (perché alla fine, tout se tient). E allora ecco che una caricatura di Nixon, o una controfigura di Reagan, è apparsa come il salvatore della patria o, per usare i termini di un noto commentatore, il “Re Davide della nostra epoca”. Questo spiega anche perché i nuovi padroni sbarazzini della Silicon Valley si siano schierati in massa con la Clinton, mentre il vecchio establishment uscito da un film di Clint Eastwood abbia aiutato Trump a distanza di sicurezza.
Per tirare le somme: optando per il tycoon, gli americani hanno voluto probabilmente seguire il noto proverbio “Si stava meglio quando si stava peggio”, o appunto come dicono loro, We were better off when we were worse off.

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