mercoledì 9 novembre 2016

Capire Trump senza Nostradamus

L’“Adnkronos”, grazie alle quartine di Nostradamus, aveva previsto la vittoria di Trump già nello scorso marzo: Nostradamus ha predetto l’elezione di Donald Trump? (notizia che, con un certo orgoglio, viene ripubblicata anche oggi).
Può stupire che una delle più importanti agenzie di stampa italiane si metta a copia-incollare versi dell’astrologo francese da qualche blog americano senza nemmeno tradurle dall’inglese, però va tenuto in conto il livello al quale è giunto il giornalismo nazionale (e adesso anche quello internazionale).
Considerando anzi ciò che abbiamo dovuto leggere negli ultimi mesi, non ci pare che l’Adnkronos abbia reso un cattivo servizio ai suoi lettori: in fondo ha persino azzeccato il pronostico, seppure con l’aiuto di “Mike” Nostradamus.


Non che fosse impossibile prevedere una vittoria, seppur risicata, di Trump: del resto oggi anche le nostre grandi firme, pur essendosi sbagliate clamorosamente (non si capisce se per limiti morali o intellettuali) sono comunque riuscite a dimostrare di aver capito tutto sin dall’inizio.
Ovviamente le loro baggianate continuano a essere totalmente inutili ai fini di comprendere quanto accaduto, quindi evitiamo persino di citarle, anche perché la vera “notizia” non è che Trump abbia vinto, ma che, secondo i criteri del sistema elettorale americano (e nell’ottica delle catastrofiche previsioni sulla sua persona), abbia stravinto. Questo ci obbliga ad approfondire, seppur brevemente, qualche aspetto delle ultime elezioni che in pochi hanno evidenziato.

In primo luogo, per vincere la terza volta di seguito i democratici avrebbero dovuto portare un nome in assoluta discontinuità con Obama. Stava quasi per accadere con Bernie Sanders, ma i problemi posti da un candidato del genere erano davvero molti, soprattutto l’eventualità che si rivelasse una sorta di doppione politicamente corretto di Trump. Non si esclude che per un attimo quella parte di establishment interessata a far vincere i democratici abbia pensato di utilizzarlo come specchietto per le allodole, ma questo progetto è svanito immediatamente non appena la Clinton si è mostrata disponibile a qualsiasi compromesso pur di giungere allo scranno presidenziale. Tuttavia il fatto che avesse già rischiato di perdere con un ebreo socialista settantacinquenne avrebbe dovuto far nascere immediatamente qualche dubbio nei suoi sostenitori.

In secondo luogo, si è insistito troppo sul “voto latino” e sul peso delle minoranze nell’urna elettorale. Non credo sia fuori luogo ricordare che gli Stati Uniti sono ancora un Paese “bianco” per il 72% della popolazione, quindi è con quel voto che si vince e non con altri. Per giunta l’idea puerile che esista un “blocco delle minoranze” naturalmente schierato con i democratici è smentita da una marea di circostanze: non ultima il preoccupante aumento della tensione tra gli afroamericani e i latinos a livello sociale, lavorativo e addirittura etnico.
Esiste un altro luogo comune, a proposito del “voto nero”, propagandato dalla nostra stampa: ovvero l’idea che gli afroamericani e gli immigrati di colore rappresentino un unico gruppo sociale. La realtà è molto più complessa: non è un caso che negli ultimi otto anni gli intellettuali neri abbiano passato il loro tempo a discutere sulla blackness di Obama (un dibattitto totalmente ignorato dalla stampa italiana) e a interrogarsi se la strabordante presenza mediatica della moglie Michelle non fosse un modo per impadronirsi di un’eredità che non è mai appartenuta al “primo presidente nero”.

In terzo luogo, non si è ragionato abbastanza, per parafrasare Keynes, sulle “conseguenze economiche” di Hillary e Donald. L’economia ha infatti avuto un ruolo fondamentale in queste elezioni (altro che “maschi contro femmine” o “bianchi contro neri”). Se dalla prospettiva di un’Europa agonizzante la situazione degli Stati Uniti può sembrare entusiasmante, in realtà le cose per gli americani non vanno affatto bene: non solo perché la globalizzazione ha creato immense fortune e ancora più immense miserie, ma soprattutto perché le classi subalterne non hanno smesso di opporsi all’idea che il mercato del lavoro nazionale debba essere gestito dalla grande finanza internazionale. Trump si è presentato come il proverbiale “elefante nella stanza” e questo ha convinto quella parte di establishment che ha sempre sperato in uno shock decisivo per far ripartire l’industria.
Tale dicotomia la si è potuta apprezzare anche nei mezzi scelti dai due candidati per la loro propaganda: Clinton la stampa e la televisione, Trump internet e… la radio. Non vorrei divagare, ma una cosa che a noi italiani sfugge completamente è il ruolo che la radio ha nelle vite degli americani: la ascoltano tutto il giorno, sia al lavoro che in casa o al supermercato. Essa rappresenta nel mondo dell’informazione a stelle strisce uno dei mezzi di comunicazione più pluralistici: dal punto di vista dei contenuti ha dunque molto più in comune con internet che con la carta stampata o i talk show (anche perché, a differenza dell’Italia, non è fatta di canzonette o risatine, ma di ore e ore di approfondimenti e dibattiti). La natura del “megafono” ha dunque contribuito al successo di Trump, mentre lo staff della Clinton ha praticamente snobbato i canali alternativi di comunicazione, sentendosi forte di un appoggio dall’editoria e dall’etere di cui nessun candidato ha mai goduto.

È chiaro che tali concezioni opposte su economia e lavoro hanno poi un riflesso sugli altri ambiti, dalle questioni etiche alla politica internazionale, e che di conseguenza se è importante discutere anche di queste cose, non è però consentito ridurre tutto a un problema di testosterone o melanina. Col senno di poi possiamo riconoscere che molti, pur considerando Trump una persona insopportabile con cui non vorrebbero mai avere nulla a che fare, hanno deciso di votarlo comunque, proprio per ciò che rappresenta e non per quello che è (mentre la Clinton chiedeva esattamente il contrario: votatemi per quel che sono, una donna, e non per quel che rappresento, cioè oscuri interessi economici, politici e militari).

Vorrei proprio concludere su tale considerazione: esistono criteri “obiettivi” per i quali gli elettori hanno deciso di far stravincere Trump. Sono forze che sovrastano persino la volontà collettiva e che in certi periodi storici conducono a scelte obbligate. Devo essere sincero: nemmeno io sono in grado di comprendere fino in fondo ciò che sta accadendo, perché quelli che dovrebbero fornirci gli strumenti per capire (intellettuali, giornalisti, politici) passano il tempo a mentire sia a noi che a loro stessi. Alcune volte non si hanno né le possibilità né la voglia di approfondire per proprio conto, anche perché nella maggior parte dei casi si finisce a sbattere il muso contro dietrologie e complottismi che lasciano il tempo che trovano (e ahimè questo tempo è preziosissimo).

Ciò che mi preoccupa, per il futuro, è che stanno tornando “di moda” alcune cose che abbiamo dimenticato come gestire e affrontare (per esempio crisi economiche, guerre mondiali e politiche protezionistiche). Fino a ieri quelli che ci dettavano la linea erano tutti globalizzati, equosolidali, sbaciucchiosi e svaccati: adesso è inevitabile che molti di costoro saltino sul carro del vincitore e mettan su i galloni senza nemmeno contare su un ritorno economico (bastano il conformismo e la sudditanza culturale a motivarli). Credo quindi sia necessario una sorta di “digiuno informativo”, o perlomeno obbligarsi alla lettura di un giornale pensando continuamente che la verità è all’opposto di quanto viene scritto (soprattutto quando lo condividiamo): di sicuro c’è chi pratica questa profilassi da anni, ma con la vittoria di Trump abbiamo oggi una prova definitiva della sua efficacia.

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