giovedì 20 ottobre 2016

Svizzerofobia

«Mi fecero attraversare il paese, senza rivolgermi una sola parola, senza guardarmi in faccia; senza dare importanza di capire se fossi uomo o una bestia. Vivevo un incubo che non potrò dimenticare. In corpo non avevo che odio smisurato verso i governanti, verso i ricchi che mi avevano sbattuto fuori di casa.
Mentr’ero così teso, una voce da maiale mi scosse.
“Scendere” mi disse.
La macchina si era fermata davanti a una baracca in mezzo a un campo e non molto lontano dalla baracca c’erano un gruppo di edifici in costruzione. Vidi tutto questo confusamente.
Scesi, un poco esitante, dato che il mio pensiero dominante da Chiasso in poi era di fare dietrofront. Non mi ci potevo adattare ad un mondo così coperto di neve tra gente priva di pietà, di quella pietà di cui noi uomini del Sud sovrabbondiamo. Per noi è sconvolgete incontrare gente che non ti guardi negli occhi, che non ti faccia un sorriso, che non ti rivolga la parola, che non ami discorrere con te, che non ti offra qualcosa, che si rifiuti di ricevere da te un qualche dono. Nonostante il nostro disagio economico noi siamo ancora degli uomini. Non delle statue di legno con occhi e gambe.
“Schnell, schnell, svelto!” mi scosse la stessa voce sgradevole.
Guardai l’uomo, ma non vidi un viso, non scorsi degli occhi. Ne sentivo, stranamente, solo la voce, scorgevo solo la sua sagoma. Altro di lui non vedevo. Scesi, presi il mio sacco e la scatola di cartone zeppi di pane biscottato e stracci vecchi. Il freddo era così forte che battevo i denti, le ossa mi si erano sciolte.
Qualcuno si fece sulla soglia della porta della baracca e parlando all’interno disse: “È arrivato un altro saraceno”. Lo disse in siciliano. Quel parlato mi confortò. Trovavo dei miei uguali.
“Komm, schnell… venire” mi disse l’uomo di cui ancora non riuscivo a vedere il viso. Scorgevo solo un’ombra davanti a me e sentivo una vociaccia. Basta.
Entrammo nella baracca. L’uomo disse con tono perentorio.
“Letto per dormire anche lui. Dove?”.
“Questo, è libero” disse il siciliano di poco prima. Indicò il letto in basso in una celletta di 3 x 2 con tre letti a castello.
C’era odore di piscio. C’era odore di fagioli, di cavoli; c’era odore acre di sudicio, di puzza di piedi e di rinchiuso. In compenso l’ambiente era caldo. Avevo smesso di battere i denti. Vedevo più chiaro davanti a me.
“Bene” disse la voce dell’uomo che mi aveva accompagnato in macchina. Lo guardai, cominciai a vedere, ma in modo confuso, i tratti del suo viso.
Mi colpirono i suoi occhi azzurri. Di un azzurro smorto, acquoso. Come di pesce morto da diversi giorni.
“Occorre occupare posto” continuò con la sua voce senza calore, come se uscisse da una statua di ghiaccio. “Coperta necessaria è, questo è, questo è” e toccò lenzuola e cuscino. “Tutto trovarsi bene suo posto. Qui dormire. Domani lavoro cominciare ore, non dopo” mi disse e mi piantò sette dita aperte davanti alla faccia. Dissi che avevo capito, muovendo la testa, mentre non mi riusciva di staccare lo sguardo dai suoi occhi così acquosi. Il suo viso continuavo a non vederlo distintamente.
L’uomo andò via subito; e io respirai a mio agio. Come quando in un brutto sogno si ha l’impressione di essere schiacciati da un corpo e ci si sveglia e si prova sollievo» 
(Saverio Strati, Noi lazzaroni, Mondadori, Milano, 1970, p. 141)

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