domenica 23 ottobre 2016

Sergio Romano, l’ambasciatore di Cacania

Ho deciso di raccogliere in una pagina tutti gli articoli dedicati al tema “Sergio Romano elogia Carlo Azeglio Ciampi”, perché non mi pareva il caso di dedicare così tanti post a un argomento del genere. Alla fine la storia si è conclusa bene, nel senso Sergio Romano ha smesso di parlarne (o per meglio dire io ho smesso di seguirlo, ma tant’è).


Cacania
(20 settembre)

Ora che si sono conclusi i ludi funebri per C.A.C., possiamo forse dire qualcosa sul Padre della Patria, l’Imperatore della nostra C.a.c.ania.
Partirei da un giudizio espresso da Sergio Romano sul “Corriere” riguardo alla moneta unica, un giorno prima che le gazzette iniziassero a celebrare la scomparsa dell’Imperatore: «Dietro le critiche all’euro vi sono i movimenti nazionalisti, populisti e spesso razzisti che sono nati negli ultimi anni in alcuni Paesi della Unione: una ragione di più per attribuire all’euro un valore morale oltre che economico»
Ma l’euro non era “soltanto una moneta”? Evidentemente no, anche se a volte è conveniente fingere che lo sia. La moralizzazione dell’economico fa il paio con la celebrazione di Ciampi come colui che «portò la virtù al potere» (S. Cassese), l’uomo che aveva il compito di realizzare la Controriforma in Italia e condurre a compimento il Risorgimento.
Sempre così, in Cacania: si giustificano scelte indecenti dal punto di vista politico con l’alibi di una moralità superiore. Era successo appunto dopo Mani Pulite, che al nuovo Imperatore venissero conferite qualità taumaturgiche per guarire il popolaccio dalla corruzione. La tragedia si è ripetuta in farsa quando “Super Mario” (uno dei tre Marii di cinque anni fa, quello che ha fatto la fine di Balotelli e verrà presto raggiunto dal malcapitato Draghi) ha ripreso le redini del Paese spalleggiato dall’apparato mediatico al completo, il quale, bontà sua, aveva meticolosamente operato attraverso tutta la libellistica anti-casta per rimettere la paranoia al centro dell’immaginario cacanese: i politici sono corrotti e i tecnici sono puri, meno Stato e più mercato ecc.
Al contrario di C.A.C., che nonostante la piaggeria cortigiana sapeva benissimo di non essere per niente amato dai cacanesi (perciò si mantenne sempre prudentemente al riparo dal processo elettorale), l’incauto Monti si convinse di essere davvero apprezzato dalla plebe e dunque decise di farsi il partitino, gettando al vento la possibilità di diventare il nuovo Presidente della Repubblica.
Dunque, se dobbiamo rispettare il de mortuis nihil nisi bonum, possiamo riconoscere a Ciampi di essere stato grigio fino in fondo, di non aver mai nutrito l’illusione che, uscendo dall’ombra, il sole della democrazia avrebbe baciato anche lui.
Difficile aggiungere qualcosa in più: il “Corriere”, per esempio, è riuscito a riempire quindici pagine di fila solo ripetendo gli stessi concetti (virtù, discrezione, moralità, padre, patria), con qualche picco di comicità nei sdilinquimenti sulla “meticolosità calvinista” e in un gustoso siparietto tra Giavazzi e Prodi, che con una risposta fulminea e piccata ha voluto rimarcare il suo zelo eurista (col senno di poi, quel famigerato titolo di “Libero” si conferma in tutta la sua giustezza):


Tra tutte le frasi di Ciampi, mi è rimasta impressa quella sulla svalutazione: «È una droga». Bene, e allora se è una droga, L E G A L I Z Z Z Z I A M O L A !!!!11!
Non per cazzeggiare, ma mi ha stupito l’orgia di reazionarismo che ha accompagnato la dipartita dell’Imperatore: gli elogi all’indissolubilità matrimoniale, i commenti razzisti sull’Italia che senza l’euro sarebbe diventata “Africa”, e infine l’overdose di tricolore (che va più che bene quando serve da specchietto per le allodole).
Per non dire dell’espressione quanto mai infelice, “Ciampi Boys”, usata dai giornali per ricordare il dream team (così lo definì il “Financial Times”) che si occupò di uno dei più strazianti piani di privatizzazione messi in atto in Europa (e nel mondo intero, credo). A pensarci bene, non dovrebbe stupire che Milton Friedman, il mentore dei Chicago Boys cileni, fosse favorevole alla depenalizzazione degli stupefacenti: anche lui, evidentemente, era un princeps legibus solutus; del resto, se il buon C.A.C. avesse proposto la cannabis libera in cambio della riduzione a peccato mortale della svalutazione, quale giornale avrebbe avuto da ridire? La “virtù al potere” non deve mai dimostrare di essere realmente virtuosa. Invece delle canne, però, Ciampi ha preferito propinarci tutta la paccottiglia patriottarda: sfilate, inni, feste della repubblica. Una coreografia nazionalistica che accompagna la svendita di un Paese ai capitali stranieri: esiste paradosso più sublime?
Una menzione speciale merita, in conclusione, il maldestro tentativo dei gazzettieri di far apparire C.A.C. come “idolo dei giovani”. È vero che i giovani non capiscono un cazzo (per questo i poteri forti puntano sempre su di loro) ma non mi pare di aver visto folle oceaniche di sbarbati organizzare un rave party (o almeno un’Azione Parallela) in ricordo dell’Imperatore di Cacania. Anzi, credo che se un ventenne (ma anche un trentenne) avesse messo una foto di C.A.C. sul suo profilo di Facebook per ricordarlo, avrebbeo come minimo fatto la figura del coglione. Il ruolo di Ciampi è molto meno liricizzabile di quello di un Pertini o di un Craxi, tanto è vero che molti in “omaggio” all’Imperatore hanno preferito rispolverare video crudelissimi come questo:


La speranza è pertanto che colui che in vita fu un generatore automatico di miti regressivi, non continui a esserlo da morto. E ben venga un po’ di sana immoralità contro les malheurs de la vertu.

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L’ambasciatore di Cacania
(25 settembre)

Sul “Corriere” di oggi tre lettere interessanti a Sergio Romano: nella prima (Le svolte della storia), un lettore avanza (si spera solo per provocazione) l’ipotesi che se l’Italia fosse rimasta una monarchia, l’impegno europeista di un “Re Ciampi” sarebbe stato ancora più incisivo. Romano risponde in modo blando: «Non sarebbe spettato al re d’Italia orientare il Paese verso obiettivi europei».
Nelle altre due missive, invece, l’ex diplomatico, rinverdito nelle nuove vesti di Ambasciatore di Cacania, difende a spada tratta l’Imperatore C.A.C. dalle accuse di aver bruciato 60mila miliardi di lire e di aver guidato uno dei programmi più devastanti di privatizzazioni a livelli europeo.
Ecco come l’ambasciatore rievoca quella che lui definisce “breve gita mediterranea del Britannia”: «L’incontro sul Britannia con la finanza internazionale servì a rendere note le intenzioni del governo italiano e a stabilire i primi contatti. La favola dei “poteri forti” (che ancora circola sulla Rete) fu diffusa da quei settori della società politica italiana che nascondevano sotto la maschera del patriottismo la loro ostilità a ogni riforma che li avrebbe privati del diritto di mettere le mani sul denaro pubblico».
Infine, per difendere C.A.C. dalle accuse di aver bruciato miliardi di riserve, Sergio Romano chiosa: «Ciampi non voleva la svalutazione perché temeva con ragione che, pur favorendo le esportazioni italiane, avrebbe ritardato quella modernizzazione del nostro sistema industriale che era ormai una delle maggiori priorità nazionali. Era una preoccupazione legittima che torna a suo onore».
Quindi, grazie agli amorevoli consigli della finanzia internazionale, il nostro sistema industriale è stato finalmente “modernizzato”. Bene, bravo Romano: dopo le sparate sul “valore morale dell’euro”, la “benevolenza” e la “simpatia” dell’Inghilterra nei confronti dell’Italia e la rinascita dell’europeismo dopo la Brexit, ci ha finalmente regalato altre pillole di storia.
Che aggiungere? Una volta almeno l’ex-ambasciatore riusciva a essere controcorrente, soprattutto su argomenti quali Russia e Israele. Oggi è diventato un maestro di comicità involontaria, tanto che viene da suggerirgli un nuovo titolo per la sua rubrica: “Risate a denti stretti”.

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Con i pantaloni abbassati
(28 settembre)

Continua la querelle tra l’ambasciatore di Cacania (il grande e irreprensibile Sergio Romano) e i lettori del “Corriere”, riguardo alle capacità di politico ed economista di CAC.
Oggi una nuova difesa d’ufficio da parte dell’ambasciatore («Faccio fatica a immaginare Ciampi nella parte del giocatore d’azzardo») suscitata da un intervento di Riccardo Perissich (“Svalutazione della lira”, 28 settembre 2016), che pur nella sua sagacia chiama in causa uno dei nostri “idoli”, TPS (il quadro è quasi completo, mancano solo un certo professore emiliano e un altro con lo pseudonimo che fu di Duns Scoto):
«Caro Romano, ho letto la sua risposta su Ciampi e la svalutazione del ’92. Per curiosità storica, le passo un’altra analisi che mi fece poco tempo dopo Tommaso Padoa Schioppa (allora, se ricordo bene, vicedirettore generale di Bankitalia) e che è parzialmente coincidente con la sua.
Secondo TPS, le motivazioni di Ciampi furono anche dettate da orgoglio; era consapevole che prima o poi avremmo dovuto svalutare, ma non voleva darla vinta agli speculatori. Voleva decidere lui a freddo il momento della svalutazione e sorprendere i mercati. Tipico della speculazione è che non può durare a lungo; in tempi abbastanza rapidi vince o perde. Ciampi voleva durare abbastanza a lungo perché gli speculatori non avessero soddisfazione. Fu la decisione della Bundesbank e anche alcune ambiguità francesi a lasciarci, come dicono gli anglosassoni, con i pantaloni abbassati [L’espressione inglese è “caught with pants down”]»
Ovviamente a chi non possiede le entrature dei due concionanti non è consentito esprimere con tale leggerezza la propria opinione su quella storica svalutazione: vorrei soltanto ricordare quando qualcuno all’epoca affermò che «la svalutazione ci ha fatto bene» (quando ci sono di mezzo gli “amici”, si può per una volta dire la verità). Ciò significa che, dal punto di vista fattuale, l’unica certezza è che il ritardo di quella svalutazione fu un errore; i motivi per cui ciò accadde sono numerosi (alcuni troppo inquietanti anche solo per esser rievocati), ma il dilemma rimane: se C.A.C. agì in “buonafede”, allora come economista e politico non fu poi questo granché; e se agì in “malafede”, allora ci si domanda perché debba essere considerato, usando le parole dello stesso Romano, «un presidente costruttivo».

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Il linguaggio polemico dei blog
(6 ottobre)

Crisi valutaria del 1992
(“Corriere”, 6 ottobre 2016)
Non è ancora terminata la disputa fra i lettori del “Corriere” e Sergio Romano sul tema “Ciampi e l’inflazione”.
Dopo aver ribadito che l’incontro sul Britannia del 1992 fu una “breve gita mediterranea” e che l’operato dell’allora governatore della Banca d’Italia favorì la “modernizzazione del nostro sistema industriale”, il Nostro nell’ultima puntata della serie era apparso un po’ sottotono nel rispondere a Perissich (v. supra).
Oggi finalmente è tornato alla carica, riservando una stoccatina non solo al lettore blasfemo (il quale ha osato ricordare che «l’ex presidente “bruciò” nel giro di pochi giorni, 40.000 miliardi di vecchie lire, una “finanziaria” dell’epoca gettata alle “ortiche”»), ma pure a tutti questi blogger saputelli che non hanno nessuna autorevolezza iniziatica per poter parlare:
«Per sostenere la lira, la Banca d’Italia comprò la valuta nazionale con le valute straniere delle sue riserve. Quando interruppe gli acquisti aveva nelle sue casse, quindi, le lire, sia pure svalutate, che aveva comperato nei giorni precedenti. La somma di 40.000 miliardi di vecchie lire, citata nelle sua lettera, mi sembra appartenere al linguaggio polemico dei blog e non risponde alla realtà».
(Ha ragione, i miliardi furono molti di più.)

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Stalin era meglio di Ciampi?
Sergio Romano risponde
(7 ottobre)

(Aleksandr Lobanov)
Mi spiace in questi giorni di aver alzato la voce contro Sergio Romano, ma è innegabile che l’ex-ambasciatore ultimamente abbia un po’ esagerato con tutte le piazzate su Ciampi
Dov’è finito il Sergio Romano che difese noi russi dalle accuse di essere un popolo barbaro e violento ammaliato da Putin? E dov’è quel Sergio Romano che prende sempre le parti di noi turchi nella querelle sul genocidio armeno?
Oggi sembra che un po’ sia tornato, quel Romano, nella risposta a un lettore riguardo a Stalin e il “comunismo” (Rimpianto del comunismo nella Russia di Putin, “Corriere”, 7 ottobre 2016):
«Quella che lei definisce “cultura comunista” è in realtà una sorta di nostalgia per il passato sovietico. Le ragioni cambiano a seconda dei gruppi sociali e della loro età. Le persone più anziane ricordano un periodo della storia russa in cui le principali esigenze erano soddisfatte dallo Stato. Gli scaffali erano spesso vuoti e le code di fronte ai negozi inevitabilmente lunghe. Ma i prezzi erano fissati dalle autorità, gli affitti erano modesti, le case erano riscaldate, la sanità e la scuola erano gratuite. Il collasso dello Stato sovietico ha inceppato la grande macchina dei servizi pubblici. L’inflazione in stile latino-americana degli anni Novanta ha divorato i risparmi depositati nelle Casse di risparmio. I negozi si sono riempiti di nuove merci, ma il vertiginoso aumento dei prezzi le rendeva inabbordabili.
Alcuni spregiudicati “capitalisti” hanno approfittato delle privatizzazioni per impadronirsi, a basso prezzo, del patrimonio industriale del Paese, ma hanno creato un enorme divario sociale là dove aveva regnato per più di settant’anni, anche se con parecchie eccezioni, il principio della eguaglianza. L’intervento di Vladimir Putin, dopo il suo arrivo al potere, ha considerevolmente corretto questa situazione e spiega in buona parte la popolarità di cui il presidente russo gode ancora, a giudicare dalle ultime elezioni.
Per molti giovani invece l’era sovietica, con i suoi orrori e le sue inefficienze, è pur sempre quella in cui la patria russa era la casa madre di una grande ideologia e, sul piano delle relazioni internazionali, era rispettata e temuta. La grande vittoria sulla Germania nazista è diventata, in questa prospettiva, la prova tangibile della grandezza russa, la dimostrazione di ciò che i russi possono fare quando combattono uniti sotto la guida di un grande leader. Questo spiega tra l’altro perché Stalin sia ancora, agli occhi di una parte importante della società russa (più del 30%), un eroe nazionale. Non si può parlare della Seconda guerra mondiale senza parlare dell’uomo che era alla guida del Paese nel momento in cui i tedeschi e i loro alleati occupavano l’Ucraina, il Baltico e la Russia occidentale, assediavano Leningrado e Stalingrado. Credo che molti russi siano consapevoli degli orrori dell’epoca staliniana. Ma non si può rinunciare, almeno per il momento, alla memoria dell’uomo che ha portato il Paese alla vittoria».
Ora, lasciando da parte Stalin, mi domando come Sergio Romano possa utilizzare gli stessi toni benevoli nei confronti sia di Putin sia di quelli che in Italia hanno «approfittato delle privatizzazioni per impadronirsi, a basso prezzo, del patrimonio industriale del Paese»?
Davvero, senza ironie, mi sfugge il senso: sempre partendo dalla prospettiva dell’ex ambasciatore, perché la Russia può permettersi un Putin e l’Italia no?
Non sto discutendo i contenuti dell’argomentazione, ma solo la sua coerenza: non si può sostenere al contempo che l’euro è morale ma che la sanità deve rimanere gratuita, che Putin ha fatto bene ma Ciampi ha fatto ancora meglio (facendo esattamente l’opposto del Presidente russo!), che le privatizzazioni in Russia hanno creato «un enorme divario sociale» mentre in Italia hanno favorito la «modernizzazione del nostro sistema industriale». Sarà l’età? Chissà…

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Ciampi e la Pentagonale
(22 ottobre)

Il mio interesse verso la rubrica di Sergio Romano per il “Corriere” comincia inevitabilmente a scemare, così come (mi pare) la voglia dell’ex-ambasciatore di continuare a parlare di Ciampi. Sembra infatti che con l’intervento del prof. Armando Luches, ordinario di Fisica presso l’Università del Salento, si sia finalmente giunti al capitolo conclusivo: nella lettera il professore rievoca il progetto “pentagonale” degli scienziati italiani con i colleghi dell’ex Unione Sovietica brutalmente stroncato per le solite ragioni di austerity.
È una storia che quasi nessuno conosce (anch’io non ne sapevo nulla), ma degna di esser ricordata, poiché paradigmatica del modo di agire dei “tecnici”
«Caro Romano, Ciampi ha ricevuto grandi elogi. Sono d’accordo sul ruolo esercitato come presidente della Repubblica, ma non lo sono altrettanto sul ruolo esercitato dal governo Ciampi in campo internazionale. Faccio un esempio, che mi ha toccato personalmente. In un governo precedente era ministro degli Esteri Gianni De Michelis. Per rilanciare il ruolo dell’Italia nei Paesi appena usciti dall’orbita sovietica, si fece promotore di un progetto “pentagonale” di collaborazione scientifica tra Italia e 4 nuove repubbliche tra cui la Cecoslovacchia. Furono stanziati, se non sbaglio, 192 miliardi di lire e pubblicati i bandi. Il mio gruppo dell’Università di Lecce, che aveva da anni collaborazioni con fisici cechi e slovacchi, presentò una proposta di ricerca in collaborazione con l’Istituto di fisica dell’Accademia delle scienze cecoslovacca e la Società Sincrotrone di Trieste. Il progetto fu approvato con un finanziamento di 5 miliardi. La legge, approvata dal Parlamento, fu pubblicata sulla Gazzetta ufficiale. Io, coordinatore del progetto, assicurai ai collaboratori che il finanziamento era certo. Ma il governo cadde, subentrò il governo Amato e poi il governo Ciampi. Lo stanziamento finì, come si dice, “in economia” con la scusa che non era stato speso al 31 dicembre: assurdo, visto che non erano stati erogati! Come avremmo potuto spenderli? Noi ricercatori facemmo una figura che si può ben immaginare e la più che decennale collaborazione con Praga cessò» (Ciampi e la Pentagonale, 21 ottobre 2016).
Ovviamente Romano risponde ancora nelle vesti di difensore d’ufficio: «Mi fa piacere che lei abbia ricordato quella iniziativa. Ma il suo fallimento non può essere imputato a Ciampi. La Pentagonale fu travolta dalla stessa ondata che travolse nel 1992 il suo ideatore, il suo partito e le altre forze politiche che avevano formato le coalizioni degli anni precedenti. Sopravvive oggi in una versione allargata come organo di incontri e scambi di vedute. L’onda, naturalmente, fu quella di Tangentopoli. Ciampi dovette ereditare il naufragio di un intero sistema politico e dette prova di perizia e buon senso».
Perizia e buon senso, già… ma non rivanghiamo per l’ennesima volta. Sarebbe invece interessante capire in che lingua comunicavano gli scienziati tra loro, in un tempo in cui l’inglese non aveva ancora raggiunto il dominio di tutti i campi dello scibile. Ho letto sulla scheda biografica del sito dell’Università del Salento che il professore è di origine istriana (è nato a Valdarsa nel 1940), quindi probabilmente ha fatto parte delle migliaia di esuli che dovettero lasciare la loro terra nel dopoguerra. Sarebbe suggestivo (ma è soltanto un’ipotesi) se il prof. Luches avesse comunicato con i colleghi proprio in cecoslovacco, grazie ai rudimenti di slavofonia con cui dovette venire in contatto in giovane età; in effetti le lingue slave si somigliano un po’ tutte (absit iniuria verbis).
Anche il ceco e slovacco, non è che siano poi così diversi; meritano tuttavia di essere riconosciute separatamente, come premio per non aver fatto una guerra dopo la secessione.
In ogni caso ho voluto tradurre la lettera del prof. Luches in ceco, perché non si può mai sapere: magari a Praga c’è qualche fisico che ce l’ha contro i “soliti italiani” perché non ha ancora saputo come andò davvero la vicenda.
«[Carlo Azeglio] Ciampi dostal velkou chválu. Souhlasím o úloze vykonávaného jako prezident republiky, ale nejsou o úloze Ciampi vlády na mezinárodní scéně. Uvedu příklad, který se mě dotkla osobně. V předchozím vlády, Gianni De Michelis byl ministr zahraničí. Oživit roli Itálie v bývalých sovětských zemích, se stal podporovatelem „pětiúhelníkový“ projektu, vědecká spolupráce mezi Itálií a 4 nových republik včetně Československa. Myslím, že byly přiděleny 192 miliard lir […]. Moje vědecká skupina na univerzitě v Lecce, který měl po léta spolupracoval s českými a slovenskými fyziků, předložila návrh společného výzkumu s Fyzikální ústav Akademie věd Československá a s Società Sincrotrone Terstu.
Projekt byl schválen s financováním 5 miliard. Zákon, který byl schválen parlamentem, bylo zveřejněno v „Úředním věstníku“. Jako koordinátor projektu, já ujistil zaměstnance, že financování bylo jisté. Ale vláda padla, převzal vládu Amato a pak přišel vláda Ciampi. Rozpočet skončila, jak se říká, “v ekonomice” s výmluvou, že mu nebylo vynaloženo k 31. prosinci: absurdní, vzhledem k tomu, že nebylo zaplaceno! Jak bychom mohli utratit? My italští vědci udělali špatný dojem i dlouhá spolupráce s Prahou ustal».

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