sabato 15 ottobre 2016

L’ultima forma possibile di carità (Sergio Quinzio)


Il teologo Sergio Quinzio sul “Corriere della Sera” del 13 dicembre 1993:
Il “suicidio sessuale”, l’ultima forma possibile di carità 
Il nostro tempo è quello del conclamato trionfo dell’uomo “scientifico” ed “economico”, che calcola razionalmente le sue scelte in funzione dei vantaggi da conseguire. È tragicamente “giusto” che sia anche – paradossalmente, dialetticamente – il tempo della più assoluta negazione del carattere ragionevolmente utilitaristico delle nostre scelte. Molti fatti stanno lì a provarlo, ma la notizia che ci giunge adesso da San Francisco, la capitale gay d’America, lo dimostra con macabra evidenza. Non sappiamo, o almeno non sappiamo ancora, guarire l’Aids, ma sappiamo che l’uso del preservativo nei rapporti sessuali – e in particolare omosessuali – sarebbe un freno al dilagare di un’infezione talmente grave e diffusa da minacciare il futuro dell’umanità. Il rimedio, a quel che sembra, è efficace nella quasi totalità dei casi per impedire il contagio; e per giunta è un rimedio semplice da applicare, di basso costo, autorevolmente raccomandato e ampiamente pubblicizzato. La strada indicata è dunque chiara e facile, ma pare che una buona parte dei gay di San Francisco (almeno un terzo del totale) non la percorrano. Perché? Per una ragione del tutto opposta a quella prevedibile, e cioè non per mancanza di informazioni e di educazione. Si rifiutano, al contrario, proprio di percorrere quella strada dopo averla sperimentata, e con consistenti benefici. Perché, dunque? Gli esperti spiegano che la causa è soprattutto psicologica, perché gli omosessuali di San Francisco non riescono più a sostenere lo spettacolo delle sofferenze e delle morti che comunque li circonda e li minaccia. Allora tanto vale prevenire il destino, abbandonarsi ad esso. Si parla di “suicidi sessuali”. Contro quello che si proclama a gran voce alla luce del giorno, la realtà più segreta è che, nelle nostre tenebre, attrae ormai, più del piacere sessuale, la morte. Dopo aver razionalmente respinto il più possibile lontano da noi la morte, è, naturalmente, con la morte, invano nascosta ed esorcizzata, che alla fine dobbiamo confrontarci. Lo fanno i gay americani sfidando “eroicamente” quello che era l’ultimo tabù, ormai del resto cinicamente sfidato facendo rientrare nella logica dei consumi anche il commercio dei morti. Ma il più strano e incredibile, per i nostri criteri consueti, è il fatto che la morte finisca per acquistare quel significato positivo che la vita ha largamente perduto. Fra gli omosessuali di San Francisco, darsi a vicenda la morte è l’ultima forma possibile di solidarietà. O vogliamo dire senz’altro di carità?

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