domenica 16 ottobre 2016

Le roi est mort (in thailandese)

L’Ambasciata italiana di Bangkok in occasione della morte «dell’amatissimo Re di Thailandia», Bhumibol Adulyadej, venuto a mancare il 13 ottobre, ha raccomandato a residenti e viaggiatori «generale cautela e osservanza dei divieti di ordine pubblico che dovessero essere emessi; massimo rispetto per i sentimenti del popolo thailandese; un abbigliamento consono al particolare momento; pazienza ed educazione in caso di chiusura di siti di interesse turistico; evitare fotografie, video e selfies in occasione delle manifestazioni di lutto», ricordando infine che «in Thailandia è in vigore la Legge sulla Lesa Maestà».
Le bacheche Facebook di alcuni dei miei contatti, i cui profili virtuali (e non solo) penso rimarranno listati a lutto per lungo tempo, non mi hanno però fatto tornare la voglia di riprendere in mano il thailandese. Stiamo parlando, per chiarirci, di questo:

ขอพระองค์ ทรงพระเจริญ
[Kon-pra-hon son-pra-ja-ren]
(“Lunga vita a Sua Maestà”)
Chi non ha mai approcciato questa lingua difficilmente può immaginare quanto sia complessa (ovviamente sto parlando di chi utilizza metodi convenzionali): il fatto che i thailandesi non utilizzino la punteggiatura rende ancora più complicata l’interpretazione, poiché alcuni caratteri cambiano senso e suono a seconda delle combinazioni (tuttavia, nonostante sia generalmente riconosciuto che l’alfabeto thailandese sia il più difficile del mondo, qualcuno sostiene che il tibetano sia ancora più difficile).

Condividendo quindi l’appello dei diplomatici, non posso però fare a meno di segnalare uno dei sistemi migliori (trovato su YouTube) per imparare almeno i caratteri, che forse suonerà irrispettoso (tanto qui in Italia la lesa maestà vale solo per l’Imperatore di Cacania e i suoi accoliti).


Il metodo utilizza i classici trucchi mnemonici, come quello dell’associazione con immagini insolite e colorite, forse abusando un po’ di certi stereotipi della fantasia occidentale (come i famosi rappresentanti del “terzo genere”).

Chi preferisse qualcosa di meno esuberante, senza risalire al Dictionarium Linguae Thai. Sive Siamensis. Interpretatione Latina, Gallica et Anglica (1854), può sempre rifarsi all’ottima introduzione interattiva curata da Gianni Maiani.

Non che sia una necessità impellente imparare il thailandese, ma questo Paese è incredibilmente sottovalutato dalle nostre parti, essendo entrato nell’immaginario appunto come luogo di perdizione. Questa cosa mi ha fatto sempre sorridere: uno scapolo non può farsi un viaggio in Thailandia, magari solo per convincersi che il “patrimonio culturale mondiale” non è situato esclusivamente in Italia; deve essere per forza un maniaco sessuale che non vede l’ora di sputtanarsi (è proprio il caso di dirlo) tutti i risparmi in “massaggi”.

Mi diverte perché in realtà l’offerta di deboscia a Bangkok è di molto inferiore a quella, per esempio, di Zurigo o Berlino: pensiamo al fatto che, per dirne una, le leggi thailandesi prevedono la pena di morte per il traffico di stupefacenti, mentre nelle città del Nord Europa puoi comprare praticamente qualsiasi cosa (sesso, droga, surrogati del rock&roll) senza risvolti giudiziari. Tuttavia nessun quarantenne sfigato che dicesse “Amici, vado in Isvizzera”, susciterebbe il minimo sospetto: andrà sicuramente a fare passeggiate in montagna e degustazioni di piatti tipici… e in effetti poi va a fare proprio quello! (Ecco il segreto: concederti tutto per farti passare la voglia).

Meglio comunque tagliar corto su tale argomento, perché nei periodi di interregno i nervi sono notoriamente tesi. Del resto, i thailandesi che ho conosciuto mi sono sempre sembrati profondamente devoti al Re e al Buddha. Sarà che in genere io attiro soprattutto un certo tipo di personalità bigotta e retriva; infatti alla fine l’unica frase che mi si è impressa nella mente in thailandese è “A che ora inizia la cerimonia?” (ทำพิธีกี่โมงครับ), che può essere utilizzato per qualsiasi tipo di rito. Sì, meglio chiuderla qui con una bella foto del Papa e del Re (erano tempi più semplici, in cui i pontifices si limitavano a costruire ponti tra l’uomo e Dio):

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