mercoledì 12 ottobre 2016

La Svizzera ha un forte esercito

La Svizzera ha un forte esercito
(Giuseppe Biscossa, “Meridiano 12”, Marzo 1966, anno 114, n. 1411, pp. 53-59)

La Svizzera ha messo a guardia delle sue frontiere e delle Alpi un esercito modernissimo. I suoi cittadini sono tutti addestrati in un modo razionale a difendere con le armi la loro neutralità.
“Perché gli Svizzeri, che sono neutrali e che da secoli non hanno guerre, tengono i piedi un Esercito e vi spendono somme enormi?”.
La risposta è facile: “Gli Svizzeri sono neutrali e non hanno conosciuto le due guerre mondiali proprio perché hanno un Esercito bene armato e sanno fare, in tempo di pace, sacrifici finanziari molto grossi e pesanti per tenerlo sempre in efficienza”.
Qualcuno dice che è un pia illusioni patriottarda. “Se il Kaiser avesse voluto…, se Hitler avesse voluto…, se oggi i Russi volessero…”.
Tutte cose vere: ma non pensa che a far volere o non volere interviene quasi sempre la domanda: “Vale la pena?”.
Gli Svizzeri mantengono e potenziano il loro Esercito proprio perché “non valga la pena” di passare per il loro territorio, per scoraggiare un eventuale aggressore che volesse invadere la Confederazione elvetica. 
Esercito di milizie 
La storia militare degli Svizzeri comincia assai prima dei mercenari. Sono ricordi di vittorie che vengono tenuti vivi come glorie nazionali (proprio alla fine dell’anno scorso venne celebrato il 650° anniversario della battaglia del Morgarten in cui i montanari del primo nucleo della Svizzera sconfissero le forze d’Austria).
L’odierno Esercito svizzero ha come data di nascita il 1848, allorché le competenze per la difesa militare del Paese passarono dai Cantoni alla Confederazione.
Da quel momento andò formandosi l’Esercito di milizie – com’è chiamato in Svizzera – che rappresenta uno dei più interessanti e riusciti esempi d’integrazione fra vita borghese e vita militare.
Il cittadino svizzero si porta a casa, con l’uniforme, lo zaino, il fucile e – da quando nella seconda guerra mondiale i Tedeschi lanciarono i primi paracadutisti – una certa scorta di munizioni.
Inoltre, per essere dichiarati abili al servizio militare, gli Svizzeri vengono sottoposti non soltanto a un esame medico, ma anche a una prova di ginnastica.
L’esame medico è quello che è: il dottore militare giudica a seconda della sua scienza e dei suoi strumenti d’indagine. Contro il suo verdetto, niente da fare.
Ma la prova di ginnastica è un’altra cosa: bisogna volerla superare. Difatti ci sono maestri privati di ginnastica che fanno fior di soldi, insegnando ai giovani il modo di essere promossi a quell’esame, in cui sarebbe tanto facile fingere di non riuscire.
Indubbiamente, ciò in parte dipende dal fatto che il soldato svizzero non ha sofferto gli orrori di due guerre mondiali, ma non solo da ciò.
Il militesente in Svizzera non solo non è ricercato (perché in generale il termine si collega all’idea di malato), ma molto spesso non ci tiene nemmeno lui a essere individuato. Il servizio armato della Patria, cioè la difesa della libertà, della pace e del benessere, è considerato un indispensabile elemento di compiutezza per un uomo: una ragazza elvetica difficilmente si sceglie il proprio fidanzato tra l’esigua percentuale di scartati alle visite di reclutamento. L’aver assolto con lode il servizio militare è una condizIone indispensabile per venire assunti a posti pubblici e anche a molti impieghi privati. 
“Naia” in pillole 
Il servizio militare svizzero è sistemato in modo che, oltre a essere più razionale ai fini bellici in un tempo in cui le armi cambiano – si può dire – di mese in mese, evita la frattura nella vita normale provocata dalle lunghe ferme di 18, 24 e anche più mesi.
L’Esercito (con questo nome s’intendono le Forze Armate in generale, cioè anche l’Aviazione, non essendoci la Marina) è suddiviso in due grandi settori: quello didattico e quello funzionale.
Il settore didattico è rappresentato dalle Scuole: Scuole Reclute, Scuole Sottufficialì, Scuole Ufficiali. Il settore funzionale è costituito delle unità d’incorporazione.
Ecco ciò che capita al cittadino ventenne che viene dichiarato abile al servizio militare.
Fa 17 settimane in una Scuola Reclute. Poi, se non gli vengono individuate attitudini per fare il sottufficiale o l’ufficiale, torna a casa. Naturalmente torna a casa con la sua uniforme con lo zaino, con il suo fucile d’assalto (assai simile a quello in corso d’introduzione nei reparti della NATO: pesa circa 5 chili e ha un caricature di 24 colpi da sparare isolatamente o a raffica una portata sino a 500-600 metri, e la possibilità di lanciare bombe anticarro, fumogene e dirompenti) e con una certa quantità di munizioni.
Durante periodo in cui rimane nell’Attiva (dai 20 ai 32 anni compresi) è chiamato per otto volte – cioè, in media. circa ogni anno e mezzo – a corsi di ripetizione di tre settimane l’uno, che hanno lo scopo di tenerlo agile fisicamente, preparato alle asprezze della vita in grigioverde e nello stesso tempo aggiornato sulle nuove tecniche di guerra.
Giunto al 33° anno dì età, il milite entra nella Landwehr, cioè nelle formazioni territoriali con carattere statico; lì compie in dieci anni cinque corsi di ripetizione simili, anche se meno esigenti, a quelli dell’Attiva.
A 43 anni viene passato nel Landsturm, dove rimane sino al congedo assoluto ora portato a cinquant’anni (per gli Ufficiali, a 55): ha mansioni di guardia locale, impiegata sul posto di residenza, a collaborazione con le autorità civili.
Gli Svizzeri prendono la “naia” a pillole? In certo qual senso, sì: ma sia la Scuola Reclute di 4 mesi, sia i corsi di ripetizione di tre settimane, sono davvero (lo posso assicurare per aver seguito come giornalista alcune manovre e per avere congiunti e amici che li hanno compiuti e li compiono) pillole concentrate. Indubbiamente, il servizio militare svizzero è tra i più duri nell’Europa occidentale. 
Ufficiali della “gavetta” 
Ecco ora il caso del milite prescelto per la “carriera”.
Fra gli elementi che determinano questa scelta, il titolo scolastico non è determinante. La scelta è fatta in base a un complesso di attitudini militari tra le quali contano le doti che solitamente si dicono “umane”.
La scelta per l’eventuale nomina a caporale (che in Svizzera è già un sottufficiale) è fatta durante la Scuola Reclute. Il candidato frequenta una Scuola Sottufficiali della durata di quattro settimane. Se è promosso, paga i galloni, comandando un reparto durante una Scuola Reclute.
Se le sue qualità di capo sono spiccate, viene inviato a una Scuola Ufficiali, dove rimane per quattro mesi, uscendone con il grado di Tenente. (I gradi degli Ufficiali dell’Esercito svizzero sono: 1. Tenente, pari al Sottotenente in Italia; 2. Primo Tenente, analogo al Tenente in Italia; 3. Capitano; 4. Maggiore; 5. Tenente Colonnello; 6. Colonnello; 7. Colonnello Brigadiere; 8. Colonnello Divisionario; 9. Comandante di Corpo. Il Generale, in caso di mobilitazione di guerra, è uno solo, Comandante supremo delle Forze Armate, ed è nominato dall’Assemblea Federale, cioè dai due rami del Parlamento uniti).
Dopo la Scuola, il neoufficiale paga i galloni, comandando una sezione in una Scuola Reclute.
Non esistono militari in Servizio Permanente, salvo un ristrettissimo gruppo di Ufficiali istruttori, che però, come ogni altro Ufficiale svizzero, provengono dalla gavetta, anche se poi fanno periodi di specializzazione e di perfezionamento al Politecnico di Zurigo e presso Accademie e Scuole di guerra straniere, tra cui quella italiana di Civitavecchia. 
Il terreno e le armi 
L’Esercito svizzero è organizzato esclusivamente per la difesa dei settori geografici in cui è diviso il territorio nazionale: le Alpi, l’Altopiano e il Giura. Nel primo settore l’Esercito ha unità atte a una guerra di montagna, che può essere condotta con mezzi motorizzati o meccanizzati solo entro limiti ancor oggi molto ristretti; negli altri due, le unità sono caratterizzate dall’impiego di tali mezzi.
La fanteria ha la tradizionale prevalenza numerica come “regina delle battaglie”, ma va sempre più diversificandosi in seguito ai progressi della tecnica. Poi ci sono l’artiglieria, il genio (che ha in dotazione i mezzi per la guerra nei fiumi e nei laghi), l’aviazione, i “leggeri” (truppe meccanizzate leggere), le truppe di collegamento e le truppe sanitarie, nonché formazioni di trasporto con automezzi per le truppe appiedate.
Un nome che incuriosisce parecchio, quando si parla dell’Esercito svizzero, è quello del “treno”: indica reparti con muli e cavalli assegnati al battaglione.
Esistono anche in Svizzera gli alpini veri e propri, e sono i “granatieri”, truppe d’assalto specializzate per la guerra d’alta montagna, benché possano avere altri impieghi nella zona collinare.
Le armi – come strumenti tecnici da combattimento – dell’Esercito svizzero sono, in generale, moderne e abbondanti. Forse in nessun Esercito europeo reparti combattenti dispongono di un volume di fuoco così rilevante come nei reparti elvetici.
L’Aviazione è il punto debole del sistema militare svizzero Dopo dibattiti che appassionarono l’opinione pubblica e vicende parlamentari che altrove avrebbero portato a una crisi di governo, la Svizzera ha deciso di disporre – al prezzo di circa 3 miliardi di lire l’uno – di 57 “Mirage” bi-sonici per l’intercettazione e la penetrazione. Con le vette altissime da cui si spazia su tutta l’Europa, con il perfezionato sistema di radar (quasi tutte le spie al servizio dei Sovietici finora individuate in Svizzera s’interessavano di esso), con l’esistenza di un’industria missilistica nazionale efficiente e che si sarebbe potuta potenziare, forse sarebbe stato meglio affidare l’intercezione ai missili e concentrare lo sforzo, in aviazione, sul settore dell’appoggio tattico al suolo. 
Il “Ridotto nazionale” 
Un altro elemento della preparazione militare elvetica è il Ridotto nazionale, cioè quel complesso di istallazioni militari nel cuore delle Alpi, la maggior parte in caverna, che, originato dalle fortificazioni create nel secolo scorso sulle possibili vie di penetrazione nelle regioni alpine, durante la seconda guerra mondiale venne sviluppato e trasformato in una moderna e vasta fortezza alpina.
Molte leggende sono nate in merito. Si dice: “In caso di guerra gli Svizzeri ritireranno tutta la loro popolazione in un’immensa città scavata entro le Alpi… Il nemico non troverebbe più un essere vivente né una costruzione intatta sull’Altopiano e nelle Prealpi…”
In realtà, non è così. Nel Ridotto nazionale si ritirerebbero le forze combattenti, dopo un’eventuale rottura sulle frontiere. Ma la popolazione civile non potrebbe ricoverarsi tutta nella fortezza alpina: dovrebbe rimanere nelle zone invase, mentre i suoi soldati svolgerebbero azioni di disturbo sui fianchi dell’invasore. 
Atomiche e guerriglia 
Gli ambienti militari non escludono il ricorso alla guerriglia: ne sono prova le uova di cemento (nidi per piccoli gruppi di partigiani) disseminate in varie parti del Paese e ormai divenute elemento integrante della struttura naturale: da lì anche solo due o tre uomini possono svolgere azioni di guerriglia efficacissime.
Ma le supreme autorità militari elvetiche non si sentono di trasformare l’intero Esercito in una miriade di commandos partigiani; ciò vorrebbe dire in partenza l’abbandono della popolazione dell’Altopiano, cioè del settore dove si trovano i quattro quinti del potenziale industriale svizzero. Inoltre, l’esperienza di altri Paesi, Vietnam compreso, ha dimostrato che l’unità con optimum d’efficacia anche nella guerra partigiana è il battaglione. I battaglioni svizzeri vengono perciò addestrati a svolgere tanto la guerra tradizionale quanto la guerriglia. Con votazione federale, la Svizzera si è decisa a dotarsi di armi atomiche. 
Mobilitazione-lampo di un popolo intero 
Si calcola che la Svizzera, con 5 milioni di abitanti compresi gli stranieri residenti stabilmente, possa mettere in grigioverde, in caso di guerra, 800.000 cittadini (comprese le donne, quali automobiliste, sanitarie e in servizi consimili non armati). Essi, grazie a un sistema di mobilitazione decentralizzata unico nel mondo, in 24 ore si troverebbero al posto loro assegnato nello schieramento difensivo del Paese, pronti per agire.
Da quel momento potrebbe essere messo in atto, nei settori minacciati d’invasione, un grandioso piano di distruzioni accuratamente preparato e continuamente provato, per rendere difficile o addirittura impossibile il passaggio del nemico. Con ogni probabilità, è stato questo il deterrente principale in favore della Svizzera nella seconda guerra mondiale.
Forse, qualche osservatore attento potrà obiettare che, a sette lustri dal Duemila, il sistema militare svizzero tiene troppo conto delle distanze geografiche. Ciò spiega, ad esempio, perché gli ambienti dell’Esercito abbiano dato parere sfavorevole alla costruzione di una raffineria a Stabio (Ticino meridionale, ai confini con il Varesotto), “troppo vicina alla frontiera”; per lo stesso motivo, le difese del San Gottardo – il quale, tuttavia, non è che uno dei tre o quattro grandi pilastri della struttura militare elvetica lungo l’arco delle Alpi – sono rivolte specialmente a sud, perché più vicine al confine meridionale. Ora, unità paracadutate o elitrasportate potrebbero invece tentarne il forzamento dalla pane opposta, da nord, nel qual caso un’eventuale impreparazione toglierebbe alla Svizzera quella funzione di guardiana dei passi delle Alpi che, insieme con il mantenimento d’una neutrale isola umanitaria in un’Europa travolta dalla piena, costituisce la giustificazione morale della sua neutralità armata.
È probabile che i responsabili dell’Esercito svizzero, che sono, nel mondo, tra i più intelligentemente preoccupati di tenersi aggiornati alla rapida evoluzione dell’arte bellica, finiranno con l’eliminare questo neo dalla preparazione militare elvetica. Un popolo pacifico come lo Svizzero si arma unicamente per difendere – e qui l’ordine d’elencazione indica una gerarchia di valori esemplarmente sentita dalla maggioranza degli Svizzeri – la propria libertà, la propria pace, il proprio benessere.