mercoledì 5 ottobre 2016

Immigrescion (“Il potere dei più buoni”)

Un lettore mi segnala un saggio dell’antropologo italo-canadese Maximilian Forte, Immigration and capital (“Zero Anthropology”, 3 agosto 2016). Sono cose che più o meno si ripetono da anni, però vederle finalmente tradotte in marxist jargon (in aggiunta all’incantevole stile APA per le citazioni), fa sempre piacere. Non che il materiale scarseggi: la sinistra, almeno fino a quando non è passata dalla difesa del lavoro a quella del capitale, è stata a lungo contraria all’immigrazione; come ricorda Riccardo De Benedetti, «le ragioni di una società multietnica […] nel linguaggio e nelle categorie [di sinistra] di solo due decenni fa non poteva che essere l’ultimo espediente del mercato per tenere bassi i salari utilizzando la minaccia di un esercito industriale di riserva che ora, invece, diventa quasi il surrogato e l’immagine di quel socialismo che non si è potuto realizzare […]» (La fenice di Marx, Medusa, Milano, 2003, p. 70).

A onor del vero bisogna dire che l’ascesa del movimento no-global ha permesso a certe tematiche di tornare di moda (almeno a parole): Forte riporta per l’appunto alcune vecchie dichiarazioni della campionessa mondiale di paraculismo Naomi Klein («Naomi Klein argued that “rooted people” are “the biggest threat” to neoliberal capitalism because they have “roots and stories,” so the global capitalists prefer to “hire mobile people”»), alla quale si potrebbero aggiungere migliaia di altre citazioni (per esempio Susan George, presidentessa di ATTAC negli anni ruggenti del localisme sosteneva che «non si raggiungerà di certo il riconoscimento del diritto al lavoro e a un livello di vita decente lasciando distruggere le conquiste dei lavoratori nei Paesi più avanzati per fornire posti di lavoro agli immigrati del Sud» [Fermiamo il WTO, Feltrinelli, 2002, p. 53]).
Tuttavia ciò rappresenta solo un brevissimo periodo nella storia della sinistra occidentale, la quale aveva già abbandonato le velleità no-global un attimo prima dell’avvento di Obama e della sua “globalizzazione dal volto umano”. Al giorno d’oggi l’andazzo è evidentemente cambiato e da quelle parti pochissimi tentano un approccio non sentimentale ed emotivo alla questione; recentemente ci hanno provato (senza molto successo) Marino Badiale e Massimo Bontempelli (deceduto nel 2011), nel volume La sinistra rivelata (Massari, Bolsena, 2007, pp. 58-66):
«L’immigrazione, pur non essendo il male che taluni propagandano, non è però neanche quel bene propagandato dai laudatori della società multiculturale. […] L’Argentina, per esempio è un Paese privo di una sua identità: i suoi ceti popolari parlano diversi dialetti spagnoli ed italiani, i suoi intellettuali leggono libri francesi e scrivono in francese, i proprietari delle sue infrastrutture sono inglesi, le sue scuole non sono nazionali […]. Solo il decennio di Perón (1945-1955) riesce a far sentire argentini i proletari italiani, i contadini baschi, gli asturiani della Patagonia, i gauchos meticci, creando un’identità nazionale che non c’era.
[…] La possibilità che l’immigrazione sia per un Paese una sorgente di arricchimento culturale è, appunto, una possibilità, che in alcune circostanze storiche si è realizzata mentre in altre circostanze si è verificato l’opposto, cioè un impoverimento culturale e morale. Perché tale possibilità si realizzi, occorre la presenza di un’idea unificante dotata di forza politica come è stata, ad esempio, nel Duecento, l’idea imperiale sveva rispetto agli apporti greci, arabi e normanni.
Oggi, però, nei paesi politicamente corrosi e moralmente sfiniti da decenni di demenza neoliberistica, manca un’idea, un’etica, una cultura istituzionale […]. L’immigrazione, allora, non porta granché di buono alla nostra società. […] Se non si trovassero neppure gli immigrati per i lavori generalmente rifiutati, tali lavori dovrebbero per forza venire resi meno umilianti, meno nocivi, meno sottopagati […] La ferocia capitalistica sarebbe più debole se non potesse più disporre dell’attuale sovrabbondanza di manodopera. […] [Se] l’offerta di un lavoro senza diritti fosse resa impossibile, diminuirebbe certamente […] il flusso migratorio verso il nostro Paese».
Il testo di Maximilian Forte è però ancora più penetrante poiché, senza tirare in ballo i complessi di colpa dell’uomo bianco (d’altronde anche il terzomondismo è passato di moda), afferma cose che si possono constatare nell’immediato. Per esempio, quando l’autore scrive che «immigration can help to sustain or even increase demand, without increasing wages», è difficile non pensare a notizie come questa (e ai toni usati per comunicarle): Germania, dai richiedenti asilo una spinta dell’1,4% al Pil (“Repubblica”, 12 settembre 2015).

Dopo aver analizzato il modo in cui un potere oligarchico in decadenza favorisce l’immigrazione per creare “nuove basi demografiche” su cui appoggiarsi (portando come esempi la Guyana e Trinidad & Tobago), Forte conclude decretando la scomparsa della sinistra (Forte, 2016).
Ovviamente intende la sinistra “di fatto”, perché a parole essa è più forte che mai: grazie alla sponda offerta dal Vaticano appare addirittura investita da un “mandato divino”.
In Italia la situazione è aggravata dalla presenza di una sorta di “superstizione colta”, secondo la quale chi si permette di criticare il dogma immigrazionista rischia di regredire dal punto di vista intellettuale e antropologico. Questa ferrea dicotomia è alimentata soprattutto dal sistema mediatico, che nei suoi dibattiti seleziona accuratamente chi dovrà difendere l’immigrazione e chi dovrà far la parte del “cattivo”: uno è un intellettuale progressista, magari poeta, che parla talmente bene che dovrebbero farlo Papa (se non ci fosse Bergoglio, s’intende); l’altro è un politico leghista, con la barba sfatta, una cadenza dialettale insopportabile e i soliti slogan che ripete da anni. Lo spettatore assiste al siparietto e si convince che chi è contro l’immigrazione è stupido: i più testardi tuttavia, pur di non arrendersi al principio che l’immigrazione è sempre e comunque un bene, saranno disposti a sacrificare l’intelligenza (e allora sì che si imbruttiranno).
Per questo motivo è escluso che un intellettuale italiano (naturaliter di sinistra) possa oggi tornare a ragionare sull’immigrazione nell’ottica di un Forte: i sensi di colpa lo sopraffarebbero al primo “cattivo pensiero”. Se poi riuscisse a superare il blocco psicologico, assisterebbe alla riduzione drastica dei suoi ingaggi (incluse le apparizioni televisive).
Quindi preferisce lasciare il discorso a completo appannaggio della destra, che ovviamente lo declinerà in tutte le salse possibili (xenofobica, etnocentrica, antisemita) e lo strumentalizzerà ai fini elettorali.

Più che nel Campo dei santi di Jean Raspail, qui però sembra di stare in un “campo dei tonti”, perché alla fine il “giochetto” conviene a tutti.
In primis alla destra di qualsiasi tipo, sia quella jungheriana dal “cuore avventuroso” (che per bocca di uno dei suoi rappresentanti non vede l’ora che, «dopo aver conosciuto le guerre ideologiche del XX secolo», l’Europa combatta «le guerre razziali, le guerre biologiche»), sia quella “borghese”, “capitalista” o come volete chiamarla, per i motivi appena spiegati.
Senza dimenticare, è ovvio, la destra prettamente politica, che grazie alle lacrime dei buonisti può ora disporre di una massa di individui nati in società non democratiche né liberali, con un forte senso della gerarchia sociale, i quali oltre a influenzare i comportamenti degli italiani in senso più conservatore, favoriranno l’avvento di una mentalità secondo cui gli sfruttati meritano di essere tali (per predestinazione divina o biologica), alimentata in parte anche dall’acuirsi della cosiddetta “guerra tra poveri” (con i “cuori avventurosi” entusiasti del privilegio di assistere in prima fila alla Grande Guerra Razziale direttamente nel loro quartiere, perché appunto come afferma il Maestro «la guerra educa alla compagnia maschile e ripristina valori in parte dimenticati»).

Converrà poi alla sinistra che, come detto, sparirà sostanzialmente ma non nominalmente, essendosi dimostrata in questi anni utile ai poteri forti per consumare il delitto perfetto. Dopo aver fornito al capitale tutto il suo armamentario concettuale e ideologico per vincere la guerra contro il lavoro, si accontenterà di attribuirsi almeno la gestione del processo di integrazione, che in realtà sarà anch’esso dettato dai piani alti.
Perché è ovvio che chi tiene i cordoni della borsa avrà l’ultima parola sul tipo di società che dovrà emergere da questo colossale spostamento di masse. Magari per qualche periodo verrà alimentato una sorta di “welfare parallelo” giusto per mantenere un minimo di pace sociale (ovviamente livellata al basso dal punto di vista salariale), ma non è esclusa anche una drastica involuzione dei nostri costumi.

Uno scenario come quello dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione (per citare un caso eclatante), è meno fantapolitico di quanto potrebbe apparire: con l’alibi della “tolleranza”, alcune usanze che a parole consideriamo intollerabili, come la poligamia o la segregazione dei sessi, potrebbero diventare la “nuova normalità”. Per esempio, escludendo le donne dal mercato del lavoro sarebbe possibile abbattere la disoccupazione senza aumentare i salari e sedare gli animi degli allogeni più turbolenti, infiocchettando il tutto con la retorica delle “altrui sensibilità”.
Questo soltanto per dire che, una volta rinunciato a considerare i problemi almeno dalla prospettiva ideologica alla quale ci si richiama continuamente, può accadere tutto e il contrario di tutto.

Per definire tale complesso di potere, nel quale la sinistra intellettuale si accorda con la destra economica, mi piacerebbe in conclusione usare il titolo di una canzone del “peggior” Giorgio Gaber, Il potere dei più buoni (2001):


La mia vita di ogni giorno
è preoccuparmi di ciò che ho intorno
sono sensibile e umano
probabilmente sono il più buono

Ho dentro il cuore un affetto vero
per i bambini del mondo intero
ogni tragedia nazionale è il mio terreno naturale
perché dovunque c'è sofferenza
sento la voce della mia coscienza

Penso ad un popolo multirazziale
ad uno stato molto solidale
che stanzi fondi in abbondanza
perché il mio motto è l'accoglienza

Penso al problema degli albanesi
dei marocchini dei senegalesi
bisogna dare appartamenti
ai clandestini e anche ai parenti
e per gli zingari degli albergoni
coi frigobar e le televisioni

È il potere dei più buoni
È il potere dei più buoni
son già iscritto a più di mille associazioni
È il potere dei più buoni
e organizzo dovunque manifestazioni
È il potere dei più buoni…

La mia vita di ogni giorno
è preoccuparmi di ciò che ho intorno
ho una passione travolgente
per gli animali e per l'ambiente

Penso alle vipere sempre più rare
e anche al rispetto per le zanzare

In questi tempi così immorali
io penso agli habitat naturali
penso alla cosa più importante
che è abbracciare le piante

Penso al ricupero dei criminali
delle puttane e dei transessuali
penso allo stress degli alluvionati
al tempo libero dei carcerati

Penso alle nuove povertà
che danno molta visibilità
penso che è bello sentirsi buoni
usando i soldi degli italiani

È il potere dei più buoni
è il potere dei più buoni
costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni
è il potere dei più buoni
che un domani può venir buono per le elezioni
È il potere dei più buoni
il potere dei più buoni…

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