mercoledì 12 ottobre 2016

Ho la febbre e sono maschio

Un povero cristo al giorno d’oggi non può più ammalarsi senza esser deriso per ogni dove: in casa, sul lavoro, in tv, sui social network. Una valanga di battutine e reprimende, tipo “Voi maschi esagerate per sempre, per un raffreddore correte a fare testamento” ecc…
La cosa personalmente non mi tange più di tanto, essendo in quanto maschio una mammoletta (e avendo quindi tutto il diritto di piagnucolare); esistono però delle ragioni obiettive per cui pare che gli uomini si lamentino maggiormente.

La prima è biologica: è la scienza (anzi, la Scyenza), ad aver dimostrato che l’influenza colpisce i maschi in modo più aggressivo delle femmine: «I sintomi dell'influenza maschili sono davvero peggiori di quelli femminili: colpa della carenza di estrogeni, che nell’altra metà del cielo giocano invece un ruolo protettivo contro le infezioni» (se lo scrive “Focus”, è vero).
Inoltre, sempre dal punto di vista biologico un maschio non è costretto a fare i conti tutti i mesi con il ciclo, e dunque non potendo fare l’abitudine a certi sintomi, crede ogni volta di essere spacciato.

In secondo luogo, la vita media si è allungata e le persone si sposano tardi, o magari divorziano e a un certo punto della loro vita si trovano inaspettatamente sole. A causa di ciò, la naturale decadenza del corpo, con il conseguente calo delle difese immunitarie, viene vissuta in modo particolarmente penoso, obbligando a un eccesso di bilanci esistenziali che non possono che risultare insoddisfacenti.

Nel mio caso, per esempio, ricordo bene che ai tempi del liceo non mi ammalavo mai, neanche se masticavo sigarette o mi piazzavo nudo davanti alla finestra spalancata in pieno inverno dopo aver fatto una doccia. Per rimanere a casa dovevo fingere di svenire non appena sceso dal letto, oppure dare a intendere che il braccio formicolante sul quale mi ero addormentato fosse l’avvisaglia di un’incipiente paralisi.
Adesso invece non tengo più il conto delle volte che mi sono preso la febbre, e percepisco come immane sofferenza anche i sintomi collaterali: mal di gola, mal di testa, afte, dolori alle ossa. E più passano gli anni, meno ho il diritto di lamentarmi: se almeno fossi un padre di famiglia, potrei esclamare “I miei figli rimarranno orfani!” e la gente nonostante tutto sarebbe obbligata a compatirmi (invece di guardarmi come per dire: “Speriamo che crepi così stiamo più larghi”).

In ogni caso, qualche anno fa ho trovato un’eccellente apologia dell’ammalato maschio su un grande blog (ormai non più aggiornato, come quasi tutti), Il supplizio del raffreddore maschile (“Mr. Nice Guy”, 24 Aprile 2013). La pubblico qui prima che scompaia dall’internet senza lasciare traccia:

«È opinione diffusa e ampiamente condivisa fra le varie fasce d’età del popolo femminile, che gli uomini, quando si ammalano, diventano delle lagne spaventose. Che mentre una donna è in grado di sopportare tutti i dolori della terra senza fare un lamento, un uomo per un banale raffreddore ne faccia una questione di vita o di morte. Che si senta pronto a rassegnare l’anima al Creatore, e si comporti di conseguenza.
Le sostenitrici di questa teoria, di solito tirano fuori i dolori del parto. Una donna è comunque in grado di sopportare il travaglio e un dolore straziante, arrivando addirittura a definirlo “il momento più bello della loro vita”, e tutto senza farne un affare di stato. Per cui, a detta di molte, già questo dovrebbe chiudere la discussione. Ed effettivamente, far uscire un melone attraverso un posto progettato per le banane, non dev’essere proprio una passeggiata. Quindi ogni volta che ci penso, ringrazio tanto di essere uomo. Però la questione non è chiusa affatto.
È stato infatti ampiamente dimostrato che un calcio sui gioielli di famiglia, anche soltanto per la quantità di terminazioni nervose coinvolte, è molto più doloroso del parto. Si tratta infatti di uno dei pochi dolori che possono causare la perdita di conoscenza e l’arresto cardiaco. Così, tanto per dirne una. E non è che il cuore ti si ferma perché sei un frignone.
In ogni caso, le argomentazioni a sostegno della teoria femminile sono molte, dettagliate e ben strutturate. Ma anch’io ho una mia teoria a riguardo. Per come la vedo io, tutto dipende dal fatto che le donne ne hanno sempre una, mentre gli uomini generalmente stanno sempre bene, e questo causa una distorsione delle percezioni. Ecco che allora quando il loro uomo sta male, e per la prima volta magari in un anno si lamenta, alle donne sembra che si senta pronto a fare testamento. Quindi si convincono che mentre loro non si lamentano mai, nonostante tutti i dolori che le affliggono, il loro lagnosissimo moroso/compagno/consorte sta facendo una storia che non finisce più per un banale raffreddore.
Quello che magari gli sfugge, è che la realtà è un’altra. Le donne si lamentano di continuo.
Intendiamoci, è assolutamente incontestabile che una donna debba fronteggiare tutta una serie di acciacchi che sono quasi una maledizione. A partire dal mal di testa da sindrome premestruale per arrivare ai dolori da ciclo, praticamente per 2 settimane al mese ha qualcosa che la fa stare male. Per tutti gli altri giorni, ci sono il mal di schiena, le gambe gonfie ed i dolori a spalle, polsi, caviglie e ginocchia. Praticamente non c’è un solo giorno al mese, in cui non capiti qualcosa degno di essere menzionato. Se succedesse a me, mi sparerei domani. Quindi giustamente le donne se ne lamentano.
Tristemente costretta ad un tormento quotidiano sempre diverso, con una rottura nuova ogni mattina che le accompagna dal buongiorno alla buonanotte, non passa giorno che Dio manda in terra, senza che una donna non abbia qualche dolore di cui lamentarsi. Allora la lamentela diventa come un mantra, ripetuto ogni giorno, tutti i giorni, per tutto l’anno. Di continuo.
Chiaramente le donne non se ne accorgono, perché probabilmente hanno cominciato a lamentarsi a 14 anni, e da allora non hanno più smesso. E lo sappiamo tutti che quando una cosa la fai di continuo, smetti di rendertene conto. Come respirare, o ricordarsi se hai chiuso la macchina in parcheggio.
Si lamentano talmente tanto, che nemmeno gli uomini se ne accorgono più, perché si sono abituati. Sono stati abituati prima dalla madre, dopo dalle amichette, poi dalle fidanzate e infine dalle mogli. Tutte a lamentarsi di continuo, al punto che le lamentele smettono di essere addirittura percepite. Semplicemente diventano un rumore di sottofondo. Tipo il traffico o la televisione accesa.
In sostanza, è vero quindi che gli uomini quando hanno il raffreddore si lamentano, intanto perché non sono abituati a stare male, e poi perché il raffreddore è veramente una tortura, però non è altrettanto vero che le donne non si lamentano mai. Anzi. Si lamentano così tanto, che intere generazioni di uomini hanno perfezionato la nobile arte di ignorarle completamente. E questa, va detto, è senza dubbio un’impresa notevole.
Se ci riuscissero anche con il “non sai cosa mi è successo oggi”, sarebbe il paradiso. Se fosse possibile estendere l’arte di ignorare completamente la propria compagna anche ad altri ambiti della relazione, probabilmente si getterebbero le fondamenta di un futuro radioso per il genere umano. Un futuro dove le donne possono parlare liberamente e sentirsi ascoltate, mentre gli uomini continuano a guardare la partita indisturbati, senza rischiare la crisi di coppia. Un traguardo per l’umanità.
Tuttavia, anche se sono abbastanza fiducioso nella mia teoria, in coscienza non mi sento di incoraggiare le donne a raccontare più spesso “non sai cosa mi è successo oggi” di ritorno dal lavoro, né di spingere gli uomini a domandarlo tutte le sere. Ci potrebbe volere molto tempo, ed in quel caso si corrono gravissimi rischi. Ad esempio, la fine della relazione.
O peggio, un omicidio.»

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