martedì 4 ottobre 2016

Foto di gruppo con l’Europa

Trovo sul “Corriere” di ieri un appello congiunto di vari ministri dell’area progressista/riformista, Lo Stato di diritto europeo va difeso (3 ottobre), dal contenuto piuttosto insignificante (“rilanciare l’Unione”, che vorrà dire).
Visto che si parlava di Euronazionalismo, non mi stupisce che nel blando comunicato le due guerre mondiali vengano definite «guerre civili europee del XX secolo». Come è noto, il nome con cui ci si riferisce a una guerra è rivelatore del modo in cui la si interpreta: perciò anche un leitmotiv del revisionismo storico come quello della “guerra civile europea” può essere recuperato, se utile alla causa del “rilancio dell’Unione”.

In generale sfugge il senso di tali iniziative. Per descrivere lo “stato dell’Unione” basterebbe poche parole: dal momento che, a parte l’Italia, ogni Paese membro agisce esclusivamente sulla base dei propri interessi, c’è chi nazionalizza le banche, chi chiude i confini e chi stipula accordi unilaterali con nazioni extraeuropee.
Sul tema dell’immigrazione, per esempio, è tutti contro uno: il ministro francese della difesa Jean-Yves Le Drian, già entusiasta alla nuova immagine della République come nazione proto- o post-fascista (che a ogni stato d’emergenza infrange apertamente e con approvazione ufficiale la convezione europea dei diritti dell’uomo), accusa l’Italia di far passare terroristi dell’Isis tra gli immigrati di Lampedusa (è con queste insinuazioni che dovranno fare i conti quelli che credevano di andare in Europa a raccogliere applausi e medaglie); Juncker, sostenuto da Sapin e Moscovici, mentre rifiuta di concedere all’Italia la scorporazione dal calcolo del deficit delle spese sostenute per l’emergenza immigrazione (dieci miliardi negli ultimi tre anni), al contempo esige la donazione di tre miliardi alla Turchia per gestire lo stesso problema; il famigerato Schäuble dal canto suo rilancia l’idea della Kerneuropa, la mini-Schengen del Nord con cui sigillare i confini meridionali dell’Unione e selezionare la manodopera straniera all’ingresso senza danneggiare l’export tedesco.

Se questo “intervento congiunto” ha poi il senso di attenuare lo “sbattimento di pugni” al quale ci ha sottoposto l’attuale classe politica (e che francamente si è tradotto in uno “sbattimento di coglioni” per chi deve continuare a sopportarli), allora va bene così. In fondo stiamo parlando di un partito che per decenni ha osteggiato qualsiasi tentativo di difendere l’interesse nazionale, nel nome di un europeismo tanto improvvisato quanto chimerico: è giusto che i suoi rappresentanti seguano coerentemente il proprio destino “europeo”, senza l’alibi del “pugno sbattuto” un attimo prima della catastrofe.

Detto ciò, veniamo alla parte più curiosa del trascurabile appello, ovvero la metafora fotografica che spunta nelle righe conclusive:
«“Se le foto non sono abbastanza buone, è perché non eri abbastanza vicino” era solito dire il celebre fotografo di guerra Robert Capa per spiegare il suo bisogno di sperimentare la realtà senza mediazione. Al contrario, Henri Cartier-Bresson credeva fortemente nel paradossale equilibrio della “distanza partecipativa”. Se vogliamo cogliere la verità delle cose e restituire la fotografia più veritiera dello Stato di diritto in Europa oggi, dobbiamo adottare gli atteggiamenti di entrambi. Andare, vedere, toccare con mano i rischi di violazione dei diritti fondamentali derivanti dalle emergenze umanitarie. E poi, da una “giusta distanza” trovare soluzioni comuni, tempestive ed efficaci. Questa è l'Europa che vogliamo».
Impossibile resistere alla tentazione di ribattere con le parole di Roland Barthes:
«Credo che se si vuol parlare seriamente della fotografia, occorrerebbe, per esempio, metterla in relazione con la morte, perché è certo che la fotografia è testimone, ma è testimone di ciò che non esiste più. Anche se il soggetto vive ancora, l’immagine fotografica rappresenta un momento del soggetto fotografato che non esiste più. Questo rappresenta un trauma enorme per l’umanità. Un trauma che si rinnova ad ogni atto di lettura della fotografia – e ce ne sono milioni e miliardi al mondo in una sola giornata di questi atti. Ogni atto di cattura, di lettura di una fotografia è implicitamente, nel senso di una rimozione, un contatto con ciò che non esiste più, un contatto con la morte. Credo che bisognerebbe partire da questo, per avvicinarsi all’enigma della fotografia, non secondo una prospettiva metafisica, ma per vedere esattamente che cosa gli oggetti che attorniano l’uomo rappresentano per lui, che cosa rappresentano nella sua esperienza simbolica, traumatica. Io vivo le fotografie come degli oggetti affascinanti e funebri».
Sarà un caso che la coppia di scheletri ritrovata in una grotta del Peloponneso sia stato assunto come uno dei nuovi “simboli d’Europa”, assieme ai cosiddetti “Amanti di Valdaro” scoperti pochi anni prima? Ecco, una bella foto di gruppo dell’Europa del terzo millennio:

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