martedì 4 ottobre 2016

Euronazionalismo


È imbarazzante che gli europeisti, così solerti nel denunciare qualsiasi forma di nazionalismo, non si accorgano della loro sudditanza a uno dei peggiori residui delle ideologie novecentesche, il nazionalismo pan-europeo. Quando si tratta di difendere scelte politicamente improponibili è infatti molto facile nascondersi dietro i nomi di Adenauer, De Gasperi e Schuman; meno comodo, invece, ricordare l’influenza che sull’europeismo del dopoguerra ebbero figure come Thiriart, Strasser e Mosley.

I paraventi del pacifismo e del multiculturalismo riescono a coprire una realtà sempre meno accettabile solo grazie alla connivenza del sistema mediatico. La cappa di piombo della propaganda rende appunto questo macro-nazionalismo uno dei più pericolosi in circolazione: siamo giunti a un livello tale che, per riportare in auge forme deleterie di identitarismo o militarismo basterebbe solo declinarle secondo i canoni del “Più Europa”.

Del resto non era impossibile prevedere un esito siffatto, se ai primordi dell’incubo europeista un certo Prodi già prometteva un super-Stato unificato dalla moneta e dalla spada, cioè, fuor di metafora, dalla guerra e dalla finanza. Per restare in tema, quello stesso Prodi, a una settimana dall’11 settembre 2001 scrisse su “Il Sole 24Ore” che l’Europa sarebbe stata immune dal terrorismo grazie a «una posizione di solidità mai prima conosciuta»; un mese dopo, in un discorso ufficiale, aggiunse che per evitare attentati gli Stati europei avrebbero dovuto «accelerare il processo di integrazione già in corso […] con rapidità e decisione».

Abbiamo visto come in questi anni gli  “europeisti” abbiano sempre approfittato delle tragedie a più alto impatto emotivo per avanzare i propri intenti ideologici e politici. Oltre al terrorismo psicologico, tuttavia, l’Unione Europea sfortunatamente non è riuscita a risparmiare ai suoi cittadini il terrorismo vero e proprio: non stupisce che a quindici anni dall’undici settembre gli slogan non siano cambiati di una virgola.

Il giorno dopo degli attentati del 22 marzo 2016 a Bruxelles, ricordiamo che il “Corriere della Sera”, oltre ad alcune polemiche vergognose contro il Belgio (paragonato dallo storico francese Gilles Kepel a uno “Stato fallito” come Afghanistan, Iraq, Siria, Somalia), ospitò due editoriali allucinanti a firma di Aldo Cazzullo e Antonio Polito, nel primo dei quali si affermava che «oggi l’emergenza economica e gli attacchi terroristici possono contribuire a generare quella spinta all’integrazione che era venuta meno», mentre nel secondo che «abbiamo bisogno di una polizia federale europea, con poteri sovranazionali e metodi di indagine unificati, e anche di leggi comuni».

Il fatto che qualsiasi avvenimento, persino le catastrofi, venga sfruttato per propagandare il “Più Europa” dovrebbe allarmare sopra ogni altra cosa: se l’euronazionalismo è un refugium peccatorum che esonera da qualsiasi considerazione non solo sui fini, ma anche sui mezzi, il pericolo d’una deriva autoritaria è più presente che mai. È inutile additare il Le Pen di turno, poiché gli europeisti hanno già dato prova di non essere ostili al dispotismo, ma anzi disposti a sostenerlo laddove si riveli utile allo scopo.

Anche il linguaggio, d’altra parte, va sempre più adattandosi a questo nazionalismo “inconscio”.
Ho notato, per citare un caso, che ultimamente gli euronazionalisti hanno smesso di definire le due guerre mondiali come tali, e hanno invece iniziato ad adottare l’infelice formula di “guerre civili europee”, che fino a poco tempo era tipica di un certo revisionismo.
Per quanto riguarda la Brexit, non si contano i giornalisti e politici “progressisti” che hanno evocato il connubio “Gioventù” ed “Europa”, uno dei più fatali per il continente: è solo per opportunismo che non abbiano ancora chiamato in causa il cuore avventuroso di Jünger o i proscritti di von Salomon?

Al di là del linguaggio, pure a livello artistico latita una qualche forma di “resistenza”: lasciando da parte gli intellettuali, sempre pavidi e conformisti, è a livello di cultura popolare che scarseggiano le testimonianze contro i “tartufi” odierni.
Sono davvero esigui gli esempi che si potrebbero portare: su due piedi mi sovviene un film spagnolo del 2004, Seres queridos (in italiano: Il mio nuovo strano fidanzato), nel quale un rappresentante di condominio particolarmente ottuso viene ritratto a fare jogging per le scale con una tuta “europeista”:


Un secondo esempio potrebbe essere rappresentato dal più celebre Rien à déclarer (Niente da dichiarare?) di Dany Boon del 2010. In questo caso l’“europeista”, un antipatico doganiere belga (Benoît Poelvoorde), riesce ad appassionarsi alla causa dell’Europa unita quando capisce che essa gli consentirà di sfogare il proprio razzismo non più contro i francesi, ma contro chiunque sia extra-comunitario (alla fine del film infatti se la prende con un cinese). Nonostante la pellicola sia apertamente filo-europeista, è apprezzabile che esso riconosca, seppur indirettamente, una continuità tra il nazionalismo classico e l’euronazionalsimo.

Per quanto riguarda la cinematografia italiana, è scontato che il discorso anti-europeista sia messo in bocca ai personaggi più squallidi: per fare un esempio, nel remake de Il VedovoAspirante vedovo (2013), l’imprenditore incapace interpretato da Fabio De Luigi si lamenta con la sua amante dei “lacci e lacciuoli” imposti dall’Unione Europea. Si tratta di una scenetta che non rappresenta affatto la realtà italiana, esattamente all’opposto: quasi tutta la classe imprenditoriale è favorevole all’euro e molti dei suoi rappresentanti fanno il tipico discorso di chi non si vergognerebbe di indossare una tuta col simbolo della magica moneta (ce lo chiede l’Europa, l’Europa che ci fa diventare più competitivi, produttivi, innovativi…).

In conclusione, riconosciamo che una vera opposizione all’euronazionalismo sarebbe più efficace da “sinistra” che da “destra”, perché il fatto che oggi le forze di destra appaiano come le prima avversarie di tale ideologia non è che una conseguenza della classica rivalità mimetica: basterebbe poco all’Europa della moneta e della spada per riassorbire tali forze, con qualche Quisling fotogenico e un minimo di “coreografia reazionaria”.
Tuttavia, dal momento che i partiti cosiddetti “riformisti” e “progressisti” sono attualmente i più zelanti galoppini della Merkel e di tutto ciò che rappresenta, allora non è forse insensato, sulla breve distanza, affidarsi al Davide del micro-nazionalismo per distruggere il Golia euronazionalista.

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