venerdì 21 ottobre 2016

Come rientrare nella categoria sociologica di “fondamentalista cattolico”

«I cani abbaiano, la carovana passa»
(proverbio arabo)

«Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai» (Fil 3, 2)

«God gives some Popes,
God tolerates some Popes
and God inflicts some Popes»
(Bob Dylan, attribuita)



In questi giorni si è fatto un gran parlare delle due inchieste sul “fondamentalismo cattolico” pubblicate a distanza di poche settimane da “La Nuova Europa” (Fondamentalismo cattolico, il panorama italiano, 27 settembre 2016) e da “La Stampa” (Quei cattolici contro Francesco che adorano Putin, 16 ottobre 2016).
I “fondamentalisti” chiamati in causa si sono sentiti offesi soprattutto da ’l modo: è parso, in effetti, poco corretto mascherare una lista di proscrizione dietro l’alibi dell’“Inchiesta Sociologica”. Risulta difficile non condividere tale indignazione, tanto più che uno degli estensori dell’articolo de “La Stampa” si è sentito in dovere di definire in altra sede tali “fondamentalisti” come «piccole pozze inquinate» che spandono «mediocri e meschini veleni» (precisando però che queste canaglie «non riescono neppure a sfiorare il grande fiume alimentato dallo Spirito Santo»).

Ora, i casi sono due: o queste non sono inchieste sociologiche, ma esortazioni “fraterne” (si fa per dire) a non contestare il Santo Padre, e allora in tal caso gli autori dovrebbero ribattere in maniera più puntuale alle obiezioni dei “dissidenti”; oppure sono inchieste sociologiche, e perciò non è ammissibile il tono moralistico e diffamatorio con cui gli studiosi maltrattano gli “aborigeni”.
Se questo è far sociologia, allora possiamo dire che il primo sociologo della storia fu Paolo IV, il pontefice che nel 1558 istituì l’Index librorum prohibitorum. Cerchiamo di esser seri: come si può anche lontanamente paragonare il fondamentalismo islamico con quello cattolico?
Come primo passo andrebbe almeno chiarito cosa s’intende classificare sotto tale ambigua etichetta. Manca infatti, in entrambe le “inchieste”, una definizione precisa del termine: l’articolista de “La Nuova Europa”, dopo aver appunto esordito con l’infelice parallelo tra fondamentalismo islamico e cattolico («A noi oggi può sembrare che il fondamentalismo per antonomasia sia quello […] islamico, mentre in varie forme e gradi […] è presente in tutte le religioni, come anche in tutte le confessioni cristiane»), allarga la categoria a quella di “fondamentalismo diffuso”, «un arcipelago di intellettuali, giornalisti e siti internet, di non grandi dimensioni, ma più largo e fluido di quelle istituzioni e maggiormente idoneo a creare contaminazioni culturali fuori dai suoi confini».
Questo “mucchio selvaggio” arriverebbe così a comprendere Roberto De Mattei («l’intellettuale di riferimento più importante e qualificato del “fondamentalismo diffuso”») e la casa editrice Fede & Cultura (rea di aver pubblicato il Catechismo di Pio X e dei testi di Ratzinger), il cardinal Burke e Sandro Magister, Antonio Socci e Giuliano Ferrara, e chi più ne ha più ne metta. In pratica, tutti quelli che «sviluppano una linea decisamente critica nei confronti di papa Francesco» sono suscettibili di rientrare nella categoria di “fondamentalisti”.

In realtà lo stesso redattore di questa lista nera, qualche giorno prima, aveva contribuito a confondere ancora di più le acque sulla natura della nuova categoria, intervistando un sociologo nella cornice del “Dossier Fondamentalismo” (La realtà del fondamentalismo cattolico, 13 settembre 2016), il quale aveva invece dichiarato che «nel mondo cattolico una versione assolutamente identica del fenomeno [scil. il fondamentalismo protestante] non è possibile, perché il cattolicesimo, a differenza del protestantesimo e dell’islam, non è una religione del libro […]. Quando sembra che la Chiesa si apra alla modernità, nasce una reazione, una rivendicazione del ritorno ai “fondamenti”. Solo che il fondamento in questo caso non è la Scrittura, ma la Tradizione».
Tale sociologo si è poi sentito in dovere di esporre il proprio concetto di “Tradizione”: «La Tradizione è un dato vivente e che cos’è la Tradizione oggi lo definiscono il Papa e i vescovi».


“Pontefice è chi decide sullo stato di eccezione”
Questa idea che “Tradizione” sia ciò che afferma il Papa pare tutt’altro che pacifica; per certi versi potremmo considerarla una “eresia conservatrice”. Come scrive il blog “Vigiliae Alexandrinae”, dal quale abbiamo tratto la definizione (The Ultramontanist’s Progress. Analisi di un’eresia conservatrice, 23 aprile 2014):
«Secondo la regola cattolica dell'evoluzione omogenea l’autorità, anche quella del Pontefice, non dovrebbe essere più che un’istanza declaratoria, quand’anche in senso evolutivo (dall’implicito all’esplicito), del contenuto oggettivo della Tradizione […]. Ciò considerato, risulta innovativa, e, alla luce degli sviluppi successivi, persino funesta, l’assenza del vincolo della Tradizione nell’Enciclica Mediator Dei di Pio XII, ossia la possibilità dell’idea che debba considerarsi tradizionale ogni forma liturgica soltanto in quanto approvata da un Pontefice. È a questo punto che emerge  la presenza, nella Chiesa degli anni Cinquanta e Sessanta, di una corrente che approfitta con una certa disinvoltura della lacuna della Mediator Dei e che [Alcuin] Reid definisce, in maniera del tutto azzeccata, “ultramontanista”. […] Il nuovo ultramontanismo si fa ogni volta più radicalmente sostenitore dell'autorità del Papa quanto più questa aumenta il proprio potere mutandosi in esso ed erodendo il fondamento della Tradizione, quanto più abbandona il “recinto di Pietro” e del papato esponendo la propria debolezza.
[…] Si assiste così a un’obbedienza che da razionale si fa occasionalista per diventare, infine, irrazionalista: “I tempi sono cambiati, l’ha detto il Papa!”. Del fatto che i vecchi nemici della sovranità pontificia siano oggi i più coerenti ultramontanisti, non c’è da stupirsi, proprio perché la svolta pastorale del Concilio Vaticano II allaccia l’ufficio petrino (non la sua intima essenza naturalmente) alla locomotiva hegeliana della storia, dell’economia e del progresso umano. Meno scontata appare invece la posizione dei conservatori odierni, il cui vasto spettacolo in Italia è notoriamente recitato da [omissis]».
Per parafrasare Carl Schmitt, gli “ultramontanisti” odierni sono quelli convinti che «Pontefice è chi decide sullo stato di eccezione». Da qui al Pietro II di Sergio Quinzio, che proclama solennemente «il dogma del fallimento del cristianesimo nella storia del mondo» (Mysterium iniquitatis, Adelphi, Milano, 1995, p. 86), il passo è breve.
Il Papa immaginario del teologo adelphiano è il più coerente interprete della contrapposizione tra Magistero e Tradizione: «La fede cristiana in sé non può conoscere alcun progresso storico, perché il cristianesimo fu veramente e pienamente tale nel suo inizio, soltanto in Gesù Cristo, e di lì in poi si è svolto allontanandosi dalle perfette origini» (p. 32). In tal modo Pietro II identifica nella tradizione «la secolarizzazione dell’annuncio cristiano» indotta «dal mancato compimento delle promesse e delle attese escatologiche presentate nel Nuovo Testamento come vicinissime a realizzarsi con il ritorno di Cristo» (p. 38).
In fondo anche tale forma mentis potrebbe tranquillamente essere classificata nella categoria di “fondamentalismo”, con la sola differenza che per essa non vale il Sola Scriptura o il Sola Traditio, ma il Sola Auctoritas (sóla con accento acuto, ovviamente).


Nemici del pueblo
È tuttavia l’articolo de “La Stampa” (il quale peraltro non fa che allungare la lista dei “fondamentalisti” già stilata in precedenza) ad aver dato il via a una querelle destinata a durare a lungo: non solo per la malvagia intrinseca dei “fondamentalisti” (le “piccole pozze inquinate” di cui parla uno dei due compilatori), ma anche per l’atteggiamento che denunciavamo all’inizio, ovvero l’ipocrisia di chi vuole camuffare un attacco bell’e buono dietro presunte finalità “scientifiche”. Sul banco degli imputati vengono infatti chiamati altri “dissidenti”:
«Ci sono le prese di distanza soft del giornale online “La Bussola quotidiana” e del mensile “Il Timone”, diretti da Riccardo Cascioli. C’è il quasi quotidiano rimprovero al Pontefice argentino messo in rete dal vaticanista emerito dell’“Espresso”, Sandro Magister. Ci sono i toni apocalittici e irridenti di Maria Guarini, animatrice del blog “Chiesa e Postconcilio”, fino ad arrivare alle critiche più dure dei gruppi ultratradizionalisti e sedevacantisti, quelli che ritengono non esserci stato più un Papa valido dopo Pio XII».
Anche al costo di ripeterci, osserviamo nuovamente che la stesura di una lista di proscrizione non dispensa dall’obbligo di specificare i motivi per cui essa è stata compilata (se non in tempi di totalitarismo); mentre un approccio sociologico implicherebbe sia una definizione la più icastica possibile delle categorie adottate (e non l’utilizzo di concetti “liquidi” e capziosi come quello di “fondamentalismo”) sia un atteggiamento di assoluta imparzialità e neutralità nei confronto del soggetto studiato.
Di conseguenza, molte delle reazioni degli “aborigeni” sembrano più che giustificate: non solo quelle espresse con la massima pacatezza, per esempio, da “AsiaNews” o da mons. Luigi Negri a “La Bussola Quotidiana” («Ogni affermazione chiara, esplicita, con una sua struttura logica è fondamentalismo?»), ma anche quelle più prorompenti, come la risposta del direttore di “Riscossa Cristiana”: «[Le] liste di proscrizione non entrano assolutamente nel merito delle critiche che vengono fatte a Bergoglio. […] Chi critica Bergoglio è cattivo. Punto e basta. Perché lo critica? Non importa. Basta scrivere che i critici sono cattivi e fondamentalisti, integralisti, lefebvriani, ultraconervatori, eccetera, e il gioco è fatto». Aggiungiamo che paradossalmente, proprio quest’ultimo pezzo offre più indicazioni “sociologiche” sul fondamentalista tipico che non le due pseudo-inchieste: «Bergoglio è personaggio da Scalfari e relativi ambienti radical-chic. Insomma, alla gran parte del popolo italiano, affaccendato principalmente nella quotidiana preoccupazione di sopravvivere, di Bergoglio, alla fin fine, non gliene importa più nulla. Basta vedere come vanno scemando le presenze a San Pietro la domenica».
In questo riconosciamo a “La Nuova Europa” una minima aderenza alla realtà quando descrive (purtroppo sempre in modo denigratorio e poco obiettivo) “l’interlocutore privilegiato” del fondamentalismo cattolico:
«Il mondo non progressista e di sensibilità popolare all’interno della Chiesa, che ha paura del crollo delle evidenze e cerca una difesa per farvi argine: i “buoni cattolici” più o meno praticanti decisi a difendere i valori morali, a cominciare dalla vita e dalla famiglia; i cattolici (o anche non cattolici) che vorrebbero difendere il crocefisso dalla mezzaluna; i cattolici (o anche non cattolici) che “va bene aiutare i poveri ma non esageriamo con l’ecologia e il populismo”. E poi quelli che hanno paura del gender, degli immigrati, dei ladri, e che si sentirebbero meglio se il papa guidasse una crociata in difesa dell’Occidente e dei suoi valori. Lungo queste derive si scivola facilmente in una posizione critica, se non proprio di contestazione, dell’attuale pontefice, che dà scandalo perché questa crociata non la guida, né la indice; anzi vuole incontrar e tutti con la temerarietà disarmata e “ingiusta” della Misericordia».
Alla fine, però, nessuno è riuscito a capire cosa fanno i catto-fondamentalisti (e soprattutto perché lo fanno), né da dove provengono e come sono distribuiti geograficamente, oppure qual è la loro idea di “tradizione”: sappiamo soltanto che sono pochissimi e non contano nulla, ma minacciano uno scisma e sono sostenuti da “ambienti di Hong Kong”, da “settori Usa” («Ricche fondazioni di conservatori alla Donald Trump»), dalla “destra europea” e, soprattutto, da Vladimir Putin. Questo è il “colpo di scena” che “La Stampa” offre ai suoi lettori, per bocca del sociologo già interpellato da “La Nuova Europa”: «Con il dissenso anti-Francesco collaborano fondazioni russe legatissime a Putin».


Figli di Putin
Questa è l’accusa che ha fatto saltare i nervi quasi a tutti: La spectre putiniana ha lanciato un’OPA sul fondamentalismo cattolico (per dirla in gergo giornalistico, così ci capiamo). È un’insinuazione che non penso meriti risposta, anche perché il fatto che un catto-fondamentalista sia innamorato o meno del Presidente russo non aggiunge o toglie nulla alle sue riserve nei confronti di Francesco (le quali, lo ripetiamo, non hanno ricevuto nessuna risposta, se non quella che «i tempi sono cambiati perché l’ha detto il Papa»).
Proprio in spregio alla vacuità di tali attacchi, le invettive che seguiranno saranno squisitamente personali, perciò chi vuole può tralasciare i tre capitoletti che seguono e saltare direttamente alle conclusioni (in tutti sensi).

Dicevamo: a mio parere, al giorno d’oggi Papa Francesco rappresenta uno dei migliori alleati di Putin. Me ne sono reso conto dopo un viaggio in Polonia, grazie al quale ho finalmente capito che quello che la maggior parte degli opinionisti italiani chiama “geopolitica” non è che un guazzabuglio di wishful thinking, doppiezza morale e feticismo per gli altrui dittatori.
Ora, se volessi usare gli standard dei sociologi di cui sopra, dovrei definire quasi l’intera popolazione polacca come “fondamentalista”, e non soltanto per questioni religiose: l’atteggiamento di Papa Francesco genera numerosi timori anche dal punto di vista politico. Mettevi nei panni di un polacco: cosa può pensare nel vedere quello stesso Papa che esprime giudizi francamente intollerabili nei suoi confronti (perché è “cattivo” verso gli immigrati), fare poi comunella con Putin?
Non è solo per campanilismo se all’ultima Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia i polacchi hanno finto che ci fosse ancora Giovanni Paolo II. Il fatto è che l’evidente indebolimento della Chiesa si riflette sullo scacchiere internazionale: mentre Putin viene considerato l’ultimo baluardo dei cristiani in Medio Oriente (e forse nel mondo), al contrario i polacchi (e gli ungheresi) sono dipinti, proprio “grazie” a Papa Francesco, come mostri di egoismo e intolleranza.
Questo mi sembra un argomento forte contro l’equazione “cattolico fondamentalista” = “pagato da Putin”. Del resto, sarebbe sbagliato negare che in certe frange di cattolici (ma non solo quelle anti-Bergoglio, anzi…) vi sia la tendenza a idolatrare il Presidente russo sempre e comunque. Infatti questo sarebbe stato un argomento interessante, se affrontato in maniera più degna: ma a quanto pare un certo tipo di “sociologia” funziona solo a suon di illazioni.
Allora, volendo giocare sullo stesso terreno, potremmo insinuare che a una parte del mondo ortodosso legata a Putin non dispiace affatto il “suicidio” messo in atto dalla Chiesa cattolica, considerando le opportunità che esso apre nell’Europa Orientale. Alcuni polacchi, poi, hanno ancora ben presente il ruolo che ebbero i servizi sovietici nel favorire certe “aperture” vaticane (senza rivangare, ricordiamo solo il movimento Pax).

Un Papa lituano
Una volta mi trovai a conversare con un gruppo di lituane: per piaggeria dissi che un giorno mi sarebbe piaciuto vedere uno dei loro salire al soglio pontificio. Purtroppo mi spiegai male (il lituano è difficile) e loro invece capirono che volessi sostenere che Giovanni Paolo II fosse lituano…
“Ma noooo, era polacco, anche se noi lituani e polacchi siamo due popoli fratelli, una volta eravamo uno stesso Paese, noi a scuola studiamo le poesie di Mickiewicz, ecc…”
“No, io intendevo dire che mi piacerebbe in futuro vedere un Papa lituano!”
“Ooohhh, labai ačiū!”.
Le lituane sono donne amabili e cordiali, dai lineamenti delicati e dall’aspetto gradevole: è facile innamorarsene, lo sappiamo. Però ci si può innamorare anche di un Papa lituano (perché no, chi siamo noi per giudicare?). Riuscite a immaginarlo, un Papa stile Charles Bronson (che tra l’altro era proprio di origine lituana)? Putin potrebbe portare i rubli con la carriola che nessun “fondamentalista” li accetterebbe.
Questo è il punto: un’autorità che si basa solo su se stessa finisce per girare in tondo a mordersi la coda. Soltanto il Signore può dire: “Io sono colui che sono”; sulle labbra di un essere umano (sia pure un Pontefice) queste parole divine si trasformano nel noto adagio belliano: «Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo».
Quindi invece di immaginare chissà quali trame nere, rosse o russe, cerchiamo anche capire il bisogno di certi cattolici: è davvero colpa loro? Sono solo “pozze inquinate”? Mi domando quale fedele di qualsiasi altra religione sarebbe in grado di reggere il numero di “rivoluzioni” che i cattolici hanno dovuto sopportare negli ultimi decenni. È chiaro che dopo anni di “teologia col martello”, uno comincia ad avere allucinazioni (Charles Bronson vestito di bianco…?).

Mamma li turchi!
Visto che abbiamo messo di mezzo Putin, allora parliamo anche di Erdoğan: se voi foste turchi, avreste assaggiato da tempo la “misericordia” di Papa Francesco. Paradossalmente invece molti “fondamentalisti” hanno plaudito al suo ingiustificabile Kulturkampf contro Ankara (anche per la putinolatria di cui sopra e un certo lepantismo di ritorno).
Però nessun neopapista ha ancora spiegato i motivi per cui Bergoglio abbia voluto seminare zizzania da quelle parti: per quanto mi riguarda, credo di aver scritto già abbastanza sull’argomento, ma finora non mi sono mai permesso di criticare il Papa (anzi, semmai ho tentato più volte di giustificare le sue così poco caritatevoli sparate). Adesso però volano gli stracci, e dunque mi sembra l’occasione adatta per riportare le parole che mi scrisse un amico (tutt’altro che filo-turco), dopo il tentato golpe del luglio scorso: «Sbaglio, forse, a pensare di aver capito dove ha trovato il coraggio Bergoglio di condannare così duramente, ed esplicitamente (lui che fa dell’implicito il suo verbo) il genocidio armeno?».
Rendiamoci conto a quali conseguenze può portare questo “decisionismo” (alcune volte modulato su veri e propri “colpi di testa”): da una parte c’è uno dei conflitti assurdi del dopoguerra, quello tra Azerbaijan e Armenia; dall’altra, la questione del “genocidio” che finalmente era sulla via di risoluzione grazie a Erdoğan, ma che anche a causa dell’intervento del pontefice è diventata motivo di discordia invece che di conciliazione.
«Dai loro frutti li riconoscerete», diceva Qualcuno…

Conclusione
Recentemente mi è capitato di parlare con un terziario francescano molto carismatico, un ultrasettantenne meridionale dall’eloquio accattivante, simile nell’aspetto a un incrocio tra Gurdjieff e Nino Manfredi. Costui mi ha rivelato verità sconvolgenti sul cristianesimo: Gesù, San Giacomo e la Maddalena erano fratelli, e a Santiago di Compostela ci sarebbero i documenti che lo dimostrano. O qualcosa del genere, perché devo ammettere che, nonostante la sua fervente oratoria, non sono riuscito a seguire tutto il discorso. Ovviamente ho rinunciato al primo istante a ribattere, tuttavia alla fine ho voluto porgli una domanda provocatoria: «Dato che lei ha delle idee molto “eterodosse”, di sicuro sarà entusiasta del Papa Francesco, è vero?». La sua risposta, sempre in tono magniloquente, mi ha spiazzato: «Non mi piace affatto perché, come dico sempre, è facile parlare ma difficile è il fare».
Ora, ecco cosa dovrebbe realmente preoccupare: il fatto che Bergoglio, a ben vedere, non piace proprio a tutti, anzi… «Quelli che hanno paura del gender, degli immigrati, dei ladri», per usare la sgradevole formula con cui in uno degli articoli si descrivono i “fondamentalisti”, in realtà cominciano a essere tanti. Troppi, dal mio punto di vista. Sarebbe forse necessario fare un’inchiesta sul numero di persone che hanno smesso di andare a messa negli ultimi tre anni: piazze piene, chiese vuote? Chissà…

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