martedì 25 ottobre 2016

Come prevenire l’omosessualità

Uno dei post più letti di questi blog è quello che, sotto il titolo Il vero psichiatra, raccoglie alcune citazioni da un libro del dottor Frank Caprio (1906-1995) che negli anni ’60 ebbe un discreto successo in Italia. Alcune chiave di ricerca che rimandano a esso sono abbastanza pittoresche: 


Ora, i motivi per cui le persone condividino tali citazioni sui social network saranno di sicuro i più disparati: c’è chi vuole dimostrare che la “scienza” procede a seconda delle mode, o chi, sull’altra sponda (absit iniuria verbis), le usa per sostenere che l’“omofobia” si annida dappertutto. È curioso che un testo relativamente recente possa generare interpretazioni così contrastanti (si può affermare lo stesso per una pagina di Ruggero Savinio): tanto vale aggiungere la mia, anche se sarebbe superfluo conoscere i motivi per cui le ho pubblicate (c’è ancora libertà di parola, giusto?).

Prima di tutto, vorrei spezzare una lancia a favore del dottor Caprio, che nonostante considerasse l’omosessualità una piaga da estirpare, era tutt’altro che retrogrado o bigotto: anzi, furono proprio i suoi libri a propiziare la rivoluzione sessuale, anche in Italia. È proprio da tale prospettiva che bisogna interpretare la sua avversione nei confronti della pederastia: egli infatti la concepiva come una malattia che “ingabbiava” le potenzialità dell’essere umano. Nel volume da cui sono tratte le citazioni (Il vero psichiatra, 1957), allo scopo di “prevenire l’omosessualità” tra le altre cose lo psichiatra consiglia «un’acconcia educazione sessuale resa accessibile nelle nostre scuole e nelle nostre università»...

Tutto questo solo per far capire che il collegamento tra omosessualità e progressismo non è per niente automatico. Per restare in tema, aggiungiamo che il dottor Frank Caprio all’epoca era senza dubbio considerato un pericoloso “liberale” (se non libertino): un altro volume di successo, Sex and Love. A guide to sex health and love happiness del 1959 (tradotto in italiano da Longanesi col titolo Sesso e amore nel 1965) è una specie di kamasutra per palati meno fini, nel quale abbondano descrizioni delle più efficaci posizioni erotiche, le migliori tecniche di sesso orale ecc ecc.
Certo, per lui l’omosessualità rimaneva sempre un ostacolo al pieno raggiungimento della maturità, un “problema” che genera «situazioni morbose di ansia e conflitti» (p. 157) e intralcia «il desiderio di una normale relazione di amore con l’altro sesso» (p. 237). Questo esclude che per Caprio si trattasse di una questione di “peccato” o di “comune senso del pudore”; il dottore parlava proprio di “liberazione dell’eros” (seppur in una prospettiva matrimoniale, anche se ovviamente non era nemmeno contrario al divorzio).

Oggi chi la legge in modo diverso è perché evidentemente vuole imporre una sua interpretazione, magari strumentale, dell’omosessualità.
Si può ancora dire qualcosa sull’argomento? Ormai evito di parlarne perché odio il clima di intimidazione che si è generato. Inoltre, grazie a un recente hackeraggio delle email della fondazione di George Soros, si è scoperto che un’importante associazione italiana pro-gay ha preso bei soldi, quindi è meglio stare attenti: lasciamo infatti da parte altre raccomandazioni forse più imbarazzanti (come quelle di Goldman Sachs e compagnia bella), o la militarizzazione dell’omosessualità (che va di pari passo con l’omosessualizzazione degli eserciti[*]). Non parliamo nemmeno del lato nazi dell’omoerotismo (dai Wandervogel a Michael Kühnen). Volemose bene.

Diciamo allora qualcosa sulla strage di Orlando del giugno scorso. I gay sorosiani, per il fatto che secondo loro non se n’è parlato abbastanza, hanno ovviamente tirato in ballo l’omofobia universale. A mio parere invece la questione è molto più complessa, e certi schematismi sembrano proprio una riproposizione inconsapevole del bigottismo: prima di tutto, in generale non si può parlar  male del terrorismo islamico, ché sennò si viene etichettati come “populisti”. Al contrario, nella società attuale gli unici autorizzati a insultare i mussulmani senza timore di incappare nel reato di “islamofobia” sono proprio i gay!

Perciò l’accusa va rimandata al mittente: sono le associazioni omosessuali a non aver alzato abbastanza la voce. Se mi è concesso il pensar male, credo che una delle ragioni inconfessabili per cui molti abbiano tenuto un profilo basso risieda nel fatto che le vittime non possono essere inquadrate nello stereotipo del gay sobrio, benestante e coniugato, ovvero il modello attraverso il quale queste congreghe hanno acquisito sempre più potere. I cinquanta gay falciati dal terrorista non possono essere spacciati come “martiri” della causa perché la loro concezione dell’omosessualità è, per certi versi, “controrivoluzionaria”, cioè isolazionista, ghettizzante e orgiastica. Non è un caso che la maggior parte dei avesse un cognome di origine latino-americana e un’età inferiore ai trent’anni: è evidente che il loro stile di vita non annoverasse affatto l’idea di matrimonio (e non per ragioni anagrafiche, visto che in questi club gli anziani “a caccia” non mancano).

Insomma, c’è sempre un prezzo da pagare: gli omosessuali hanno ottenuto il matrimonio e lo status di “Vittime” in cambio di una stereotipizzazione della loro condotta di vita (ecco perché la “cultura gay” esclude intellettuali come Genet, Pasolini o Mishima in favore di Lady Gaga e oscuri gender theorist americani) e, soprattutto, l’assoluta disponibilità a lasciarsi strumentalizzare dai potenti di turno[*].
Siamo sinceri: se l’attentatore fosse stato bianco, cristiano e americano, della strage di Orlando se ne parlerebbe ancora (almeno una volta al giorno). Invece, oltre per i motivi a cui abbiamo accennato, anche la congiuntura politicamente sfavorevole (un’attenzione eccessiva sul tema avrebbe potuto sfavorire la campagna della Clinton) ha impedito a media e associazioni di far troppo baccano.
   
Il modo in cui negli ultimi anni i gay si sono fatti dettare la linea da Obama[*] è grottesco: non ricordo ideologie che si lasciassero sfruttare fino in fondo senza nemmeno produrre, chessò, qualche forma di obiezione (per dire: il cristianesimo ebbe gli scismi, il comunismo la dissidenza…).
Dobbiamo anche accennare al fatto che nell’Unione Europea le politiche a favore dei gay hanno funzionato come enorme foglia di fico: recentemente ho sentito in una trasmissione televisiva Mario Monti (proprio lui), affermare che “l’Europa ci ha dato i diritti”, tralasciando il fatto che ha distrutto le nostre vite facendo la fortuna dei banchieri. Rendiamoci conto: se persino un Mario Monti utilizza la “questione gay”, fino a che punto possiamo arrivare?

Penso che più che prevenire l’omosessualità, il problema è di prevenire la sua politicizzazione (e conseguente strumentalizzazione). Altrimenti tra un po’ verranno a raccontarci che i matrimoni gay si possono avere solo con l’austerità e la disoccupazione a doppia cifra, perché la spesa pubblica e l’inflazione sono robe anni ’80, tipo i Frankie Goes to Hollywood e i pederasti libertini.


[*] Parliamone in nota, così magari nessuno se ne accorge (perché sono cose che, in un modo o nell’altro, vanno dette): è sotto l’amministrazione Obama che si è assistito a questo processo chiasmatico a cui ho accennato, cioè di militarizzazione dell’omosessualità e omosessualizzazione del militarismo. I casi che testimoniano il fenomeno sono innumerevoli: un esempio lampante è rappresentato dalle iniziative dei comandi della della missione europea EULEX in Kosovo, che da due anni a questa parte ogni 17 maggio fanno issare una bandiera arcobaleno al quartiere generale per celebrare la “Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia”. 


Lo stendardo serve soprattutto a ricordare, come afferma il sito ufficiale dell’Unione Europea, che «i diritti LGBT fanno parte dei “criteri di Copenaghen” per l’ingresso nella UE». Per ironia della sorte, fino a poco tempo fa la bandiera arcobaleno rappresentava il simbolo dei pacifisti: è tuttavia proprio questa inversione di significato (sempre absit iniuria verbis) a segnalare una strumentalizzazione della “causa”.
In sostanza, mentre l’ideologia pacifista finiva in soffitta, le mosche cocchiere dell’obamismo spingevano appunto sulla militarizzazione della questione gay, attraverso un’intensa propaganda che partiva direttamente dalle caserme: qui di seguito, un manifesto affisso negli uffici della Difesa americana a celebrazione del pride month (fonte) e una “pubblicità progresso” inglese sulla fedeltà dei soldati omosessuali monogami.



Per comprendere come si è giunti a tutto questo, bisogna in primo luogo ricordare che è solo a partire dal secondo mandato che Obama ha individuato le “potenzialità” dell’omosessualismo militante. Fino al 2008 egli addirittura affermava che «il matrimonio deve essere tra un uomo e una donna, e come cristiano ritengo che questa unione sia sacra». Una volta in carica, ha iniziato a cambiare lentamente opinione, prima con qualche timida iniziativa simbolica, come l’istituzione del “Mese dell’orgoglio lesbico, gay, bisessuale e transgender” (proclamato puntualmente ogni anno dal giugno 2009); poi, doppiato il trionfo, la “questione gay” è balzata in cima alle preoccupazioni del primo Presidente nero d’America. A partire dal 2012, il tema dei diritti degli omosessuali diventa un vero e proprio apparato ideologico di Stato.
Non vogliamo soffermarci sui vantaggi personali che Obama ottenne dalla “svolta”, anche se la decisione di appoggiare il matrimonio gay scatenò «una nuova ondata di supporto finanziario da parte dei donatori gay e lesbiche, che erano già i più ferventi sostenitori della sua candidatura» (Gay donors thrilled by Obama gay marriage stance, “LA Times”, 9 maggio 2012), per non dimenticare gli altri benefattori che si aggiunsero alla causa: Goldman Sachs, JP Morgan, Barclays, Deutsche Bank, oltre a un gruppo di finanzieri repubblicani che investì milioni di dollari solo per l’approvazione delle nozze tra omosessuali (cfr. Gay e finanza, a Londra il summit delle grandi banche globali, “IlSole24Ore”, 9 novembre 2012; Conquista l’omosex: la tolleranza è un business, “Il Fatto Quotidiano”, 16 gennaio 2013).
Forse ancora più impressionante il fatto che lo zelo di Obama trovò piena giustificazione soprattutto a livello internazionale, poiché in aggiunta al supporto politico e finanziario, gli Stati Uniti, attraverso la risoluzione ONU A/HRC/17/L.9/Rev.1 del 17 giugno 2011 (fatta presentare dal Sud Africa per impedire agli altri Paesi africani di protestare contro l’imposizione di valori “occidentali”), garantirono alla causa omosessuale anche la possibilità di avvalersi d’una “ingerenza umanitaria” verso i Paesi poco rispettosi dei diritti delle minoranze sessuali.
Questa “rivoluzione” del diritto internazionale, annunciata come “storica” dalle agenzie di stampa, in verità non è stata ancora recepita, ma se ciò accadesse, allora si trasformerebbe in realtà un ragionamento per assurdo che Jean-Jacques Langendorf fece qualche lustro fa per stigmatizzare l’intervento “umanitario” nei Balcani: «Uno di questi giorni una Chiesa che rifiutasse, per ragioni evidenti, di sposare preti omosessuali, potrebbe essere accusata di violare i diritti fondamentali dell’uomo. E se tutto un Paese profondamente cattolico si unisse al rifiuto, sarebbe possibile ricorrere ai missili da crociera per piegarlo» (cfr. “La grande confusione”, in Serbia ed Europa. Contro l’aggressione della Nato, Graphos, Genova, 1999, pp. 139-140).
Appunto: se la portata di tale risoluzione venisse compresa appieno, la possibilità dei “tomahawk arcobaleno” non rimarrebbe solo su carta...
In definitiva, stiamo parlando della stessa merda di sempre, però colorata d’arcobaleno. Et de hoc satis.

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