lunedì 31 ottobre 2016

Roberto Calasso da cacciatore a preda


La stroncatura de Il Cacciatore Celeste firmata da Armando Massarenti per “Il Sole 24 Ore” (Sotto le stelle della caccia22 maggio 2016) ci fa supporre che il Gruppo Rcs, dopo trenta e passa anni, si sia accorto che Roberto Calasso non scrive soltanto capolavori. Trovo tuttavia che sia alquanto singolare che questo “risveglio” si sia verificato un attimo dopo la fuoriuscita di Adelphi da Rcs in seguito alla fusione con Mondadori; il tono stesso della recensione è del resto piuttosto pretestuoso: «Calasso afferma perentoriamente le proprie tesi, che hanno un’impronta filosofica e non scientifica, e queste prevalgono su tutto»...

Alla faccia! Quindi bastava solo che Adelphi uscisse dal giro per accorgersene? Se questa è l’industria culturale italiana, c’è poco da festeggiare. Sia chiaro, non mi permetterei mai di dubitare della buonafede del Massarenti, che probabilmente da anni covava la medesima opinione verso i tomi del Venerato Maestro; credo però sia indicativo che gli venga concesso di esprimere la propria insofferenza solamente ora. Inoltre, per entrare nello specifico, appare alquanto grottesco che il grande e irreprensibile Calasso venga relegato nel ruolo di “antropocentrista”, quando la maggior parte della saggistica adelphiana promuove da sempre il superamento delle concezioni tradizionali dell’uomo come “signore del creato” (basta sfogliare il catalogo, da Il crollo della mente bicamerale di Julian Jaynes a Il superorganismo di Hölldobler e Wilson).

Che sta succedendo, insomma? È desolante che la critica non riesca a esprimere un qualcosa di più obiettivo di una dissezione scientista (Massarenti evidentemente non si accorge di avere a che fare con della pseudo-saggistica tendente alla narrativa) o di un elogio sperticato (come i puntualissimi ossequi di Pietro Citati sul “Corriere”).

Lasciando da parte le divagazioni sul mondo editoriale italiano e venendo finalmente al libro, si è purtroppo costretti ad ammettere che, sì, Il cacciatore celeste è piuttosto bruttino: assomiglia quasi a un patchwork dei lavori precedenti dell’Autore (se non addirittura a un pastiche, dato che a tratti Calasso pare scordarsi buona parte della sua sconfinata produzione). Ciò nonostante, la sensazione di avere a che fare con un classico caso di self-plagiarism non riesce comunque a legittimare la “trovata” di presentare il volume come «ottava parte di un’opera in corso iniziata nel 1983 con La rovina di Kasch»: con tale espediente si vorrebbe infatti conferire omogeneità a un percorso culturale confuso e velleitario, che per giunta il Nostro aveva già tentato di consolidare con una precedente “tetralogia del Ka”, ora assimilata a una labirintica “tetralogia seconda” che moltiplica le intuizioni calassiane all’infinito (ma gli gnostici, oltre alla copula, non aborrivano pure gli specchi?).

In ogni caso, se La rovina di Kasch a parere di Italo Calvino trattava di due argomenti, «Talleyrand e tutto il resto», de Il cacciatore celeste potremmo dire che parla di «tutto il resto», e basta. Gli unici capitoli dedicati alla “caccia” (o a quello che Calasso intende per tale) sono quelli iniziali, ed è intuibile che la maggior parte dei recensori si sia fermata proprio lì, alle soglie delle centinaia di pagine dedicata alla “Grecia profonda” (una delle “specialità” dello scrittore), l’Ellade tutta sangue sudore e lacrime in cui la vita «schiuma di forza» ed è «fulgente, intensa breve, come un duello» (p. 106).

Insomma, il solito tour de force dionisiaco dal quale non se ne esce più. Ogni volta che Calasso attacca con i suoi ditirambi, mi torna alla mente uno scambio epistolare tra Karl Löwith e Leo Strauss a proposito della “libidine degli antichi”: allo scalmanato Löwith che si eccitava oltre il consentito («Per i greci era del tutto naturale –e di questo io li lodo– avere rapporti con donne, fanciulli e animali»), il vecchio Strauss consigliava, “per cortesia”, di leggersi le Leggi di Platone. Beh, se c’è una novità nell’ultima impresa del Nostro, è che stavolta persino lui è andato a leggersi i Νόμοι! Sfortunatamente quel che ne ha dedotto (nel VIII capitolo, “Consiglio notturno”) è molto meno entusiasmante: a suo parere le Leggi prefigurano il Panopticon di Bentham, e Platone nel migliore dei casi è un precursore di Tayllerand (e nel peggiore di Pol Pot).
È ovvio, tout se tient, il delirio con la società aperta e l’estasi col liberalismo, ma far incontrare sullo stesso tavolo operatorio Giorgio Colli e Karl Popper rimane un’impresa non da poco: da questo punto di vista, l’unico capitolo apprezzabile (seppur ai limiti del didascalico, o forse proprio per questo) è “O Egitto, Egitto…”, dedicato alle influenze dell’immaginario egizio sulla cultura greca.

Nel frattempo, il Cacciatore non si sa che fine abbia fatto: il libro infatti prosegue come una raccolta di scarti da altri saggi calassiani, quelli che probabilmente si era rifiutato di pubblicare per l’abuso dell’espressione “sacrificio”, che in alcuni passaggi risulta imbarazzante. Anche in questo, l’Autore non fa che épater le bourgeois in un’epoca in cui il borghese non è più nemmeno un moderato-progressista: «Mangiare un corpo che è stato ucciso dal proprio Nemico era come – per interposta carcassa – mangiare se stessi. Origine remote dell’autoriflessione» (p. 157).
La verità è che per anni (decenni!) Calasso è stato utilizzato da molti (anche da noi) come uno spauracchio; alla fine era inevitabile che il gioco cominciasse a stancare: adesso infatti, invece di cascarci ancora una volta, preferiamo metterci nella posa del Condescending Wonka e constatare quanto le riflessioni dell’Abbé di San Satiro siano scadute al livello di un Emanuele Trevi qualsiasi: «Anche la lingua dell’economia [...] non riesce a fare a meno della parola “sacrificio”, gravata di storia e di preistoria» (p. 150).

Ah sì, anche gli ilici usano la parola “sacrificio”?
Ma non mi dire…
Più che un patchwork, come abbiamo detto, l’opera è un “pasticcio”, poiché Calasso imitando se stesso, tra un Mahābhārata, un Plotino e una Simone Weil, si scorda nientedimeno che del Cacciatore Gracco di Kafka (al quale aveva dedicato alcune delle pagine più limpide di K.). Con un “prologo in cielo” del genere, forse avremmo avuto un libro migliore, o almeno  più attinente al tema che si era proposto di sviscerare (stricto sensu).

In fondo persino un lavoro di pura classificazione dei “cacciatori archetipici” sarebbe apparso più appagante: peccato che le illuminazioni dei primi capitoli si incaglino immediatamente nella feccia di Eleusi – e non in quella di Romolo, che almeno darebbe l’illusione di averci capito qualcosa. Invece niente, nessuna tregua per il malcapitato lettore: le timide incursioni nell’antropologia, nell’etnologia e nella filologia delle prime pagine si affievoliscono all’istante, in un uso raccogliticcio e sbrigativo delle fonti che emerge, per citare uno dei casi più irritanti, nell’identificazione dell’origine della parola sciamano da una “lingua tungusa” (?) di sapore ottocentesco.

Se queste sono le premesse, la «sospensione haschichina (sic) della parola» diventa un passaggio obbligato. Ci si domanda a questo punto se Calasso non sia ancora particolarmente affezionato a tali “sospensioni”, alla luce degli effetti che l’oppio sortì sulla stesura della sua tesi di laurea, come egli stesso ebbe a confessare recentemente a una rivista: «Fumare [...] ebbe su di me l’effetto opposto a quello che normalmente si crede. Mi aiutò a scrivere con la massima fluidità»  (Borges recitava alla luna…, “Sette”, 13 dicembre 2014).
Manco a farlo apposta, ne Il cacciatore celeste fa spesso capolino le haschich, il papavero di Eleusi che, come il soma dei riti vedici, consente «l’accesso all’ebbrezza» (p. 418). Al di là però dei trastulli personali, anche da tali paragoni decisamente scontati si sarebbe potuto trarre comunque infiniti spunti sugli “sciamani” dei nostri giorni: su due piedi mi vengono in mente, per esempio, le segrete affinità tra le virtù magiche vantate da un rapper polacco, il quale in un suo pezzo sostiene di poter rendersi invisibile agli occhi della polizia grazie alla marijuana («Lo sciamano ti darà una medicina che ti mostrerà la via come nel voodoo di Haiti») e quelle del terrorista islamico che ringraziò Allah per aver «accettato gli infedeli» quando, nell’organizzare gli attentati di Parigi, attraversò più volte la frontiera franco-belga senza venire mai fermato.

Possiamo quindi convenire con Calasso, quando sostiene che «la parola “sciamano” è diventato il passe-partout di una sorta di esperanto religioso» (p. 25); però ci chiediamo a chi spetti il compito di decifrare e tradurre tale esperanto, se non agli intellettuali: non sarebbe allora più proficuo analizzare gli “scampoli iniziatici” nella contemporaneità con spirito, se non scientifico, almeno critico, distaccato?
Qui però siamo fermi ancora alle correlazioni spurie, alle suggestioni adolescenziali, alla mitobiografia salottiera. Dietro a tutto questo, noi immaginiamo chissà quali “nefandezze totemiche e ancestrali”, ma pare che alla fin fine la vicenda calassiana si possa spiegare, al di là di iniziazioni e dîners intimes, con quel cinemetto che, una domenica pomeriggio del 1972, proiettò Nessuna pietà per Ulzana di Robert Aldrich. Fu lì che un trentenne di belle speranze elaborò la sua prima teoria del sacrificio, grazie a un “anti-western” violento e nichilista, dove gli apache torturano ritualmente i coloni e il cristianesimo è soltanto una favola per bambini, come dimostra il micidiale scambio di battute tra l’ingenuo tenente DeBuin e il vecchio McIntosh (Burt Lancaster), il quale accetta di lasciarsi divorare dagli avvolti piuttosto che essere portato indietro e seppellito come Dio comanda («But it’s not Christian»; «That’s right lieutenant, it’s not»).
Fu forse in quell’istante che il giovane Calasso intuì la possibilità di colonizzazione culturale dell’editoria (o dell’anima) italiana? Sarebbe una storia troppo lunga da raccontare, anche se essa torna pure in queste pagine, quando la mitologia diventa western e Zeus si trasforma un cowboy «al banco di un saloon» (p. 224). Col senno di poi, pare un bene che Calasso non abbia visto quella scena profondamente adelphiana (o fantozziana) di Revenant, quando Leonardo Di Caprio se la vede brutta col suo amico orso: se non altro ci ha risparmiato ulteriori digressioni sul cinema che spinge l’Occidente a “farsi oriente”, e tutta quella serie di cose con le quali il Nostro regolarmente si auto-sabota.

Ma chiudiamola qui, mestamente, senza polemizzare oltre...
Mi permetto solo una riflessione finale su un’affermazione tanto neutrale quanto velenosa del Massarenti, che pare cogliere nel segno: Calasso pubblica per una casa editrice «che egli stesso possiede e dirige». In effetti Adelphi, a ben vedere, è soltanto Calasso, e i toni malinconici de L’impronta dell’editore lasciavano già intuire che la creatura difficilmente riuscirà a sopravvivere al creatore. D’altro canto, se possiamo parlare di influenza o tendenza adelphiana, non possiamo però usare un termine impegnativo come “egemonia”, soprattutto qualora tale ascendente venisse paragonato a quello marxista, cattolico o laico (per citare le tre “chiese” identificate da Calasso come avversarie). Quindi, a meno che il senso di tutto questo non fosse proprio un suicidio rituale o una endura intellettuale, in vista del raggiungimento della perfezione del nulla, si può dire che Adelphi abbia perduto la scommessa. 
Forse l’operazione avrebbe avuto senso, come dice il Poeta, «In another country | With another name»: in Italia l’atmosfera da samizdat è durata giusto il tempo di qualche polemica giornalistica, perché alla fine l’esperienza adelphiana dal punto di vista culturale si è rivelata equivalente a quella di un giovedì pomeriggio passato a contemplare il soffitto sdraiati sul letto (qui però è difficile capire quello che intendo dire: per comprendere meglio si valuti la modestissima lista di autori adelphiani italiani).
Per Calasso, al danno ora si aggiunge la beffa di essere scaricato dall’élite culturale più stracciona che esista: il cacciatore è diventato preda...

martedì 25 ottobre 2016

Come prevenire l’omosessualità

Uno dei post più letti di questi blog è quello che, sotto il titolo Il vero psichiatra, raccoglie alcune citazioni da un libro del dottor Frank Caprio (1906-1995) che negli anni ’60 ebbe un discreto successo in Italia. Alcune chiave di ricerca che rimandano a esso sono abbastanza pittoresche: 


Ora, i motivi per cui le persone condividino tali citazioni sui social network saranno di sicuro i più disparati: c’è chi vuole dimostrare che la “scienza” procede a seconda delle mode, o chi, sull’altra sponda (absit iniuria verbis), le usa per sostenere che l’“omofobia” si annida dappertutto. È curioso che un testo relativamente recente possa generare interpretazioni così contrastanti (si può affermare lo stesso per una pagina di Ruggero Savinio): tanto vale aggiungere la mia, anche se sarebbe superfluo conoscere i motivi per cui le ho pubblicate (c’è ancora libertà di parola, giusto?).

Prima di tutto, vorrei spezzare una lancia a favore del dottor Caprio, che nonostante considerasse l’omosessualità una piaga da estirpare, era tutt’altro che retrogrado o bigotto: anzi, furono proprio i suoi libri a propiziare la rivoluzione sessuale, anche in Italia. È proprio da tale prospettiva che bisogna interpretare la sua avversione nei confronti della pederastia: egli infatti la concepiva come una malattia che “ingabbiava” le potenzialità dell’essere umano. Nel volume da cui sono tratte le citazioni (Il vero psichiatra, 1957), allo scopo di “prevenire l’omosessualità” tra le altre cose lo psichiatra consiglia «un’acconcia educazione sessuale resa accessibile nelle nostre scuole e nelle nostre università»...

Tutto questo solo per far capire che il collegamento tra omosessualità e progressismo non è per niente automatico. Per restare in tema, aggiungiamo che il dottor Frank Caprio all’epoca era senza dubbio considerato un pericoloso “liberale” (se non libertino): un altro volume di successo, Sex and Love. A guide to sex health and love happiness del 1959 (tradotto in italiano da Longanesi col titolo Sesso e amore nel 1965) è una specie di kamasutra per palati meno fini, nel quale abbondano descrizioni delle più efficaci posizioni erotiche, le migliori tecniche di sesso orale ecc ecc.
Certo, per lui l’omosessualità rimaneva sempre un ostacolo al pieno raggiungimento della maturità, un “problema” che genera «situazioni morbose di ansia e conflitti» (p. 157) e intralcia «il desiderio di una normale relazione di amore con l’altro sesso» (p. 237). Questo esclude che per Caprio si trattasse di una questione di “peccato” o di “comune senso del pudore”; il dottore parlava proprio di “liberazione dell’eros” (seppur in una prospettiva matrimoniale, anche se ovviamente non era nemmeno contrario al divorzio).

Oggi chi la legge in modo diverso è perché evidentemente vuole imporre una sua interpretazione, magari strumentale, dell’omosessualità.
Si può ancora dire qualcosa sull’argomento? Ormai evito di parlarne perché odio il clima di intimidazione che si è generato. Inoltre, grazie a un recente hackeraggio delle email della fondazione di George Soros, si è scoperto che un’importante associazione italiana pro-gay ha preso dei bei soldi, quindi è meglio stare attenti: lasciamo infatti da parte altre raccomandazioni forse più imbarazzanti (come quelle di Goldman Sachs e compagnia bella), o la militarizzazione dell’omosessualità (che va di pari passo con l’omosessualizzazione degli eserciti). Non parliamo nemmeno del lato nazi dell’omoerotismo (dai Wandervogel a Michael Kühnen). Volemose bene.

Diciamo allora qualcosa sulla strage di Orlando del giugno scorso. I gay sorosiani, per il fatto che secondo loro non se n’è parlato abbastanza, hanno ovviamente tirato in ballo l’omofobia universale. A mio parere invece la questione è molto più complessa, e certi schematismi sembrano proprio una riproposizione inconsapevole del bigottismo: prima di tutto, in generale non si può parlar  male del terrorismo islamico, ché sennò si viene etichettati come “populisti”. Al contrario, nella società attuale gli unici autorizzati a insultare i mussulmani senza timore di incappare nel reato di “islamofobia” sono proprio i gay!

Perciò l’accusa va rimandata al mittente: sono le associazioni omosessuali a non aver alzato abbastanza la voce. Se mi è concesso il pensar male, credo che una delle ragioni inconfessabili per cui molti abbiano tenuto un profilo basso risieda nel fatto che le vittime non possono essere inquadrate nello stereotipo del gay sobrio, benestante e coniugato, ovvero il modello attraverso il quale queste congreghe hanno acquisito sempre più potere. I cinquanta gay falciati dal terrorista non possono essere spacciati come “martiri” della causa perché la loro concezione dell’omosessualità è, per certi versi, “controrivoluzionaria”, cioè ghettizzante e orgiastica. Non è un caso che la maggior parte delle vittime fosse di origine latino-americana e avesse un’età inferiore ai trent’anni: è evidente che il loro stile di vita non annoverasse affatto l’idea di matrimonio (e non per ragioni anagrafiche, visto che in questi club gli anziani “a caccia” non mancano).

Insomma, c’è sempre un prezzo da pagare: gli omosessuali hanno ottenuto il matrimonio e lo status di “Vittime” in cambio di una stereotipizzazione della loro condotta di vita (ecco perché la “cultura gay” esclude intellettuali come Genet, Pasolini o Mishima in favore di Lady Gaga e oscuri gender theorist americani) e, soprattutto, l’assoluta disponibilità a lasciarsi strumentalizzare dai potenti di turno.
Siamo sinceri: se l’attentatore fosse stato bianco, cristiano e americano, della strage di Orlando se ne parlerebbe ancora (almeno una volta al giorno). Invece, oltre per i motivi a cui abbiamo accennato, anche la congiuntura politicamente sfavorevole (un’attenzione eccessiva sul tema avrebbe potuto sfavorire la campagna della Clinton) ha impedito a media e associazioni di far troppo baccano.
   
Il modo in cui negli ultimi anni i gay si sono fatti dettare la linea da Obama è grottesco: non ricordo ideologie che si lasciassero sfruttare fino in fondo senza nemmeno produrre, chessò, qualche forma di obiezione (per dire: il cristianesimo ebbe gli scismi, il comunismo la dissidenza). Dobbiamo anche accennare al fatto che in generale le politiche a favore dei gay hanno funzionato come enorme foglia di fico: penso che più che prevenire l’omosessualità, il problema sia quello di evitarne la strumentalizzazione. Altrimenti tra un po’ verranno a raccontarci che i matrimoni gay si possono avere solo con l’austerità e la disoccupazione a doppia cifra, perché la spesa pubblica e l’inflazione sono robe anni ’80, tipo i Frankie Goes to Hollywood e i pederasti libertini.

venerdì 21 ottobre 2016

Come rientrare nella categoria sociologica di “fondamentalista cattolico”

«I cani abbaiano, la carovana passa»
(proverbio arabo)

«Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai» (Fil 3, 2)

«God gives some Popes,
God tolerates some Popes
and God inflicts some Popes»
(Bob Dylan, attribuita)



In questi giorni si è fatto un gran parlare delle due inchieste sul “fondamentalismo cattolico” pubblicate a distanza di poche settimane da “La Nuova Europa” (Fondamentalismo cattolico, il panorama italiano, 27 settembre 2016) e da “La Stampa” (Quei cattolici contro Francesco che adorano Putin, 16 ottobre 2016).
I “fondamentalisti” chiamati in causa si sono sentiti offesi soprattutto da ’l modo: è parso, in effetti, poco corretto mascherare una lista di proscrizione dietro l’alibi dell’“Inchiesta Sociologica”. Risulta difficile non condividere tale indignazione, tanto più che uno degli estensori dell’articolo de “La Stampa” si è sentito in dovere di definire in altra sede tali “fondamentalisti” come «piccole pozze inquinate» che spandono «mediocri e meschini veleni» (precisando però che queste canaglie «non riescono neppure a sfiorare il grande fiume alimentato dallo Spirito Santo»).

Ora, i casi sono due: o queste non sono inchieste sociologiche, ma esortazioni “fraterne” (si fa per dire) a non contestare il Santo Padre, e allora in tal caso gli autori dovrebbero ribattere in maniera più puntuale alle obiezioni dei “dissidenti”; oppure sono inchieste sociologiche, e perciò non è ammissibile il tono moralistico e diffamatorio con cui gli studiosi maltrattano gli “aborigeni”.
Se questo è far sociologia, allora possiamo dire che il primo sociologo della storia fu Paolo IV, il pontefice che nel 1558 istituì l’Index librorum prohibitorum. Cerchiamo di esser seri: come si può anche lontanamente paragonare il fondamentalismo islamico con quello cattolico?
Come primo passo andrebbe almeno chiarito cosa s’intende classificare sotto tale ambigua etichetta. Manca infatti, in entrambe le “inchieste”, una definizione precisa del termine: l’articolista de “La Nuova Europa”, dopo aver appunto esordito con l’infelice parallelo tra fondamentalismo islamico e cattolico («A noi oggi può sembrare che il fondamentalismo per antonomasia sia quello […] islamico, mentre in varie forme e gradi […] è presente in tutte le religioni, come anche in tutte le confessioni cristiane»), allarga la categoria a quella di “fondamentalismo diffuso”, «un arcipelago di intellettuali, giornalisti e siti internet, di non grandi dimensioni, ma più largo e fluido di quelle istituzioni e maggiormente idoneo a creare contaminazioni culturali fuori dai suoi confini».
Questo “mucchio selvaggio” arriverebbe così a comprendere Roberto De Mattei («l’intellettuale di riferimento più importante e qualificato del “fondamentalismo diffuso”») e la casa editrice Fede & Cultura (rea di aver pubblicato il Catechismo di Pio X e dei testi di Ratzinger), il cardinal Burke e Sandro Magister, Antonio Socci e Giuliano Ferrara, e chi più ne ha più ne metta. In pratica, tutti quelli che «sviluppano una linea decisamente critica nei confronti di papa Francesco» sono suscettibili di rientrare nella categoria di “fondamentalisti”.

In realtà lo stesso redattore di questa lista nera, qualche giorno prima, aveva contribuito a confondere ancora di più le acque sulla natura della nuova categoria, intervistando un sociologo nella cornice del “Dossier Fondamentalismo” (La realtà del fondamentalismo cattolico, 13 settembre 2016), il quale aveva invece dichiarato che «nel mondo cattolico una versione assolutamente identica del fenomeno [scil. il fondamentalismo protestante] non è possibile, perché il cattolicesimo, a differenza del protestantesimo e dell’islam, non è una religione del libro […]. Quando sembra che la Chiesa si apra alla modernità, nasce una reazione, una rivendicazione del ritorno ai “fondamenti”. Solo che il fondamento in questo caso non è la Scrittura, ma la Tradizione».
Tale sociologo si è poi sentito in dovere di esporre il proprio concetto di “Tradizione”: «La Tradizione è un dato vivente e che cos’è la Tradizione oggi lo definiscono il Papa e i vescovi».

mercoledì 19 ottobre 2016

Europa Umiera

Un accorato appello alla crociata da parte del rapper polacco Basti, accompagnato stavolta dal collega Toony. Non condividiamo i contenuti ma lo facciamo a scopo scientifico ecc…

A parte le battute, ogni testimonianza artistica riguardante la “stagione del terrore” che stiamo vivendo in Europa ha valore: l’arte è necessaria per esprimere dolori e ansie collettive, perché non si può sempre relegare tutto ai pastelli colorati o a Imagine cantata in piazza.

Comunque, come detto, noi non condividiamo ecc… Ci diverte solo, tra i versi, la precisazione sull’islamo-fascismo: «No al fascismo ispirato da [o “che proviene dal”] Corano». Come a dire: vogliamo il fascismo “nostro”, non vogliamo la crisi mimetica con gli altri fascismi. È un punto interessante perché nonostante i “progressisti” si illudano di vivere già in questa “crisi” (magari ogni qualvolta si mette in atto anche la misura più blanda atta a scongiurare il prossimo attentato), in verità essa si verificherebbe solo quando il cosiddetto “islamofascismo” venisse tollerato in nome del politicamente corretto: uno scenario à la Houellebecq che molti stanno propiziando senza avvedersene.


Europa umiera, pada na kolana
Za zamachem zamach, ból, cierpienie, ludzki dramat, trauma
To nie film, to się dzieje tu i teraz
Na naszych oczach rzeczywistość się zmienia
Prawda bardzo boli, leje się krew niewinnych
A politycy ciągle udają bezsilnych
I powiedz mi, ile jeszcze ciał? Ile głów? Ile bomb?
Żebyśmy zaczęli bronić nasz dom.

Nie chcemy wojny, ale mamy ją dzisiaj
Szaleni ludzie w imię Allaha robią nam Dżihad
Europejskie rządy, ich lewacka polityka
Kontra radykalny Islam i zapędy na Kalifat
Nienawidzą nas, obca jest im demokracja
Nie szanują naszych praw, wszędzie chcą wprowadzić Szariat
Rosną w siłę na słabości Chrześcijaństwa
Zacierają ręce mordercy z Islamskiego Państwa
Tak się kończy wypaczona tolerancja
Poprawność polityczna, emocjonalny szantaż
Ofiary w kagańcach, ukrywana prawda
Wszechobecna propaganda, już od dawna trwa inwazja
Nie patrzmy na Zachód, no bo Zachód już się kończy
My tutaj u siebie musimy się mądrze rządzić
Oni sobie nie poradzą, nie wygrają tej wojny
To początek końca, zaleją ich islamskie hordy.

Europa umiera...

Wielu się łudzi, że Dżihad do nas nie dojdzie
To tylko kwestia czasu, usłyszymy pierwszą bombę
To tylko kwestia czasu, oni uderzą na Polskę
Musimy być na to gotowi, musimy być w formie
To koniec Europy jaką znamy, koniec pokoju, koniec spokoju
To czas terroru, czas rzezi niewinnych ludzi w ich własnym domu
Europa pada na kolana, otwórz oczy, zrozum!
Nie dla uchodźców! Nie dla Islamu!
Nie dla faszyzmu płynącego z Koranu!
Nie dla ludzi, co chcą zabijać w imię Boga
Obudź się Polsko, nie tędy droga
Nie można udawać, że nie dzieje się nic
I patrzeć, jak giną ludzie i po prostu z tym żyć
Nie może tak być, Polska to jest nasz dom
My tutaj rządzimy, bo to my jesteśmy stąd!

Europa umiera...

Nie poprzestaną na zachodzie Islamiści, wierz mi
Teraz gwałcą nam kobiety, potem będą gwałcić dzieci
Zamachy, strzelaniny, wysadzanie się w powietrze
Patrole Szariatu w getcie. Ile tego jeszcze?
Brukselscy wojownicy ubzbrojeni w ostre kredki
Myślą, że malując świat, kurwa, mogą coś zmienić
I znów się palą znicze, kolejny zamach nadchodzi
Sprzedane obce media wciąż tu mydlą nam oczy
Tak tracimy głowę i nie tylko w cudzysłowie
Jola na zawsze w pamięci, to "zabójstwo honorowe"
Radykalnych Islamistów swym pokojem nie przekonasz
Zamiast walczyć o kulturę, wolisz gonić pokemona
Odejdź od kompa i odłóż tą komórkę
Zanim w Polsce będzie nakaz, by laska nosiła burkę
Przekaz płynie nurtem, tu na emigracji żyję
Jestem synem tej Ojczyzny, która nigdy nie zginie!
L’Europa sta morendo, è in ginocchio
Attentato dopo attentato, dolore, sofferenza, tragedie collettive e traumi
Non è un film, sta accadendo qui e ora
La realtà sta cambiando
sotto i nostri occhi
La verità fa malissimo, sta scorrendo sangue innocente
E i politici continuano a non fare nulla
Allora dimmi, quanti corpi ancora, quante teste, quante bombe,
per convincerci a difendere la nostra casa?

Non vogliamo la guerra, ma già ci siamo in mezzo, questi pazzi ci portano il jihad in nome di Allah
I governi europei, le loro politiche sinistrorse
contro l’islam radicale che vuole il califfato,
Loro ci odiano, sono estranei alla democrazia
Non rispettano le nostre leggi, vogliono imporre ovunque la Sharia
Si rafforzano grazie alla debolezza della cristianità, gli assassini dello Stato Islamico si fregano le mani
È così che finisce questa falsa tolleranza,
il politicamente corretto, il ricatto emotivo,
alle vittime una museruola, la verità messa a tacere
la propaganda è onnipresente, l’invasione è cominciata già da tempo
Non guardiamo a Occidente, l’Occidente è già finito
Noi dobbiamo governarci da soli e con saggezza,
loro sono incapaci, non vinceranno mai questa guerra,
questo è l’inizio della fine,
saranno travolti dalle orde islamiche.




Molti si ingannano che il jihad non arriverà dalle nostre parti,
ma è solo questione di tempo quando sentiremo la prima bomba
È solo questione di tempo, attaccheranno la Polonia
Dobbiamo essere pronti, dobbiamo essere in forma
Questa è la fine dell’Europa come la conosciamo, la fine della pace,della tranquillità
È il tempo del terrore, dello sterminio di innocenti nelle loro stesse case
L’Europa è in ginocchio, apri gli occhi, svegliati!
No ai rifugiati! No all’Islam!
No al fascismo ispirato dal Corano!
No a quelli che vogliono uccidere in nome di Dio, Svegliati Polonia, è un vicolo cieco,
Non si può far finta che non sia successo nulla, guardare la gente morire e nonostante ciò continuare a vivere,
Non può andare avanti così, la Polonia è la nostra casa, noi qui dobbiamo essere padroni, perché solo qui possiamo vivere!





Gli islamisti in occidente non si fermeranno, credimi
Adesso stuprano le donne, domani lo faranno con i bambini,
Attentati, sparatorie, si fanno saltare in aria,
ronde islamiche nei ghetti, quanto dobbiamo sopportare?
I guerrieri di Bruxelles hanno temperato bene i pastelli
perché pensano di poter colorare il mondo, cazzo, credono di poter cambiare le cose
E ancora accendono le candele, mentre un nuovo attacco sta arrivando
I media venduti agli stranieri continuano a mentirci davanti agli occhi
È così che perdiamo la testa, e non è solo un modo di dire
Jola per sempre nei nostri ricordi, fu “delitto d’onore” [un caso di cronaca di anni fa]
Non fermerete mai gli islamisti radicali con la vostra pace
Invece di combattere per la vostra cultura, preferite dare la caccia ai Pokemon
Staccati dal computer e molla il cellulare
Prima che in Polonia anche le fighe siano costrette a indossare il burqa
Il mio messaggio scorre nel flusso, io vivo in esilio
Sono figlio di questa patria che non morirà mai!

domenica 16 ottobre 2016

Le roi est mort (in thailandese)



L’Ambasciata italiana di Bangkok in occasione della morte «dell’amatissimo Re di Thailandia», Bhumibol Adulyadej, venuto a mancare pochi giorni fa, ha raccomandato a residenti e viaggiatori «generale cautela e osservanza dei divieti di ordine pubblico che dovessero essere emessi; massimo rispetto per i sentimenti del popolo thailandese; un abbigliamento consono al particolare momento; pazienza ed educazione in caso di chiusura di siti di interesse turistico; evitare fotografie, video e selfie in occasione delle manifestazioni di lutto», ricordando infine che «in Thailandia è in vigore la Legge sulla Lesa Maestà».

Sono consigli molto saggi, perché in effetti la Thailandia, benché sia entrata nell’immaginario occidentale come luogo di perdizione, è un Paese attaccatissimo alle sue tradizioni religiose e nazionali, che difende e tramanda con un formalismo tipicamente “asiatico”. Per fare un esempio, un’usanza tipica degli impiegati statali (quindi alle dirette dipendenze del Re) è avvisare Sua Maestà prima di morire:
«Nowadays in Thailand, there are practices that indicate that the idea of seeing the king as divine god is very much alive. Thais worship the king’s portrait at home. Buddha amulets are sometimes made with the king’s emblems. Royal customs regarding the birth, marriage, and cremation of the king and royal families indicate strong divine god tradition. Dissatisfied with elected politician bosses, Thai bureaucrats will identify themselves as karachakarn [ข้าราชการ] (royal bureaucrats) of the king, not of the elected minister. When a bureaucrat passes away, it is a tradition for his relatives to inform the king of his death (“To ask for his majesty’s permission to die”)»

[“Ancora oggi in Thailandia esistono rituali che indicano la vitalità dell’idea che il re rappresenti una divinità. I thailandesi venerano il ritratto del monarca nelle loro case e gli emblemi reali compaiono spesso sugli amuleti buddisti. Le usanze reali riguardanti la nascita, il matrimonio e la cremazione del Re e della sua famiglia indicano forti tradizioni di divinizzazione. Insoddisfatti dei politici di turno, i burocrati thailandesi si identificano come karachakarn (burocrati reali), dipendenti direttamente dal Re e non dal Presidente eletto. Quando un burocrate muore, è tradizione che i parenti informino il Re della sua dipartita (‘Chiedo a Sua Altezza il permesso di morire’)”]
(Evan M. Berman, Public Administration in Southeast Asia, CRC Press, 2011, pp. 31-32)
Sempre pensando alle idee che un occidentale medio può avere su questa nazione, vi invito anche a considerare che, a conti fatti, la “deboscia” promessa da Bangkok è di molto inferiore a quella che possono offrire Zurigo o Berlino. Pensiamo solo al fatto che, per dirne una, mentre nelle città del Nord Europa puoi comprare praticamente qualsiasi cosa (sesso, droga, surrogati del rock&roll) senza risvolti penali, al contrario le leggi thailandesi prevedono la pena capitale per il traffico di stupefacenti. Tuttavia, per parlarci chiaro, nessun quarantenne sfigato che dicesse “Amici, vado in Isvizzera”, susciterebbe il minimo sospetto: andrà sicuramente a fare passeggiate in montagna e degustazioni di piatti tipici… e in effetti poi va a fare proprio quello! (Ecco il segreto: concederti tutto per farti passare la voglia). Invece lo scapolo che si fa il viaggetto in Thailandia, magari solo per convincersi che il “patrimonio culturale mondiale” non è situato esclusivamente in Italia, viene sempre visto come un maniaco sessuale che non vede l’ora di sputtanarsi (è proprio il caso di dirlo) tutti i risparmi in “massaggi”.

In ogni caso, passando a cose più serie, in questi giorni le bacheche Facebook di alcuni dei miei contatti sono listate a lutto (e penso lo resteranno a lungo):

ขอพระองค์ ทรงพระเจริญ
[Kon-pra-hon son-pra-ja-ren]
(“Lunga vita a Sua Maestà”)
Devo ammettere però che tutto questo profluvio di patriottismo e monarchismo non mi ha fatto tornare la voglia di riprendere in mano il thailandese. Chi non ha mai approcciato questa lingua difficilmente può immaginare quanto sia complessa: il fatto che il thailandese non contempli l’utilizzo della punteggiatura ne rende ancora più complicata l’interpretazione, poiché alcuni caratteri cambiano senso e suono a seconda delle combinazioni e della posizione (sebbene l’alfabeto thailandese sia generalmente considerato il più difficile del mondo, c’è chi sostiene che il tibetano sia ancora più complicato).

Nonostante sia consapevole dell’importanza dell’appello al “massimo rispetto” di cui sopra, non posso far a meno di segnalare uno dei sistemi migliori (trovato su YouTube) per imparare almeno i caratteri, che potrebbe forse sembrare un po’ offensivo, perché tira in mezzo i trans (ma tanto qui in Italia la lesa maestà vale solo per i tecnocrati).


Il metodo utilizza i classici trucchi mnemonici, come quello dell’associazione con immagini insolite e colorite, forse abusando un po’ di certi stereotipi della fantasia occidentale (come appunto i rinomati esponenti del “terzo genere”).
Chi preferisse qualcosa di meno esuberante, senza risalire al Dictionarium Linguae Thai. Sive Siamensis. Interpretatione Latina, Gallica et Anglica (1854), può sempre rifarsi all’ottima introduzione interattiva curata da Gianni Maiani.

Meglio comunque tagliar corto sulla questione, perché nei periodi di interregno i nervi sono notoriamente tesi. Del resto, i thailandesi che ho conosciuto mi sono sempre sembrati profondamente devoti al Re e al Buddha; è vero che in genere io attiro soprattutto un certo tipo di personalità bigotta e retriva: infatti alla fine l’unica frase che mi si è impressa nella mente in thailandese è “A che ora inizia la cerimonia?” (ทำพิธีกี่โมงครับ), che può essere utilizzato per qualsiasi tipo di rito. Sì, meglio chiuderla qui con una bella foto del Papa e del Re (erano tempi più semplici, in cui i pontifices si limitavano a costruire ponti tra l’uomo e Dio):

What We Talk About When We Talk About Pussy

I’m not particularly pleased with the quality of my remarks in English on this blog. I feel too much self-consciousness when I write in inglese, and the fact that this same expression has two meanings (“consciousness of oneself” and “shyness”) leads me to think that English language demands a certain nimbleness, which also compensates for the relative ease of its grammar.

But the fact of the matter is, this kind of “fluency” flows and streams from the silliest things on which we have been building our skills (like bad rap songs and stuff). While I’m writing these lines, I’m realizing that since I was a child, English has been, symbolically, the language of spare time. So I can’t think about it only in a “playful” dimension, if I may say so. Maybe it’s not by chance that I’ve never worked in an English-speaking work environment (normally, I use English only to simplify communication with non-native speakers – but that sounds like a kind of game too, I think).

And for that, I have to admit that I like to swear in English, because it seems a funny way to fill grammatical gaps (in addition, one can be ribald without the burden of shyness). Moreover, I think that English speakers use bad words in a more vivid and stringent manner (icastico, we say). But probably that happens not only because we’ve been “americanised” through cheap movies’ ribaldry.

Actually, I have a theory about that. In order to illustrated it, let’s look at the so-called So many pussies’ case, when Russian Foreign Minister Sergey Lavrov during a CNN interview told host Christiane Amanpour that “there are so many pussies around the presidential campaign on both sides that I prefer not to comment about this”.


This Lavrov, he’s a good guy: “English is not my mother tongue, I don’t know that I would sound decent”. Well, my “theory” is that non-native speakers don’t “feel” the seriousness of a bad word in another language. Besides the Russian Foreign Minister, there are thousands of examples, but here you are one of the most meaningful: a few years ago a Greek love song, Πουτάνα στην Ψυχή [”A whore in the soul”], has been highly successful on the charts.  I think you’ll agree it’s not nice to use the word whore in a love ballad, but either way it worked. The reason is simple: Πουτάνα is a loanword from Italian Puttana, so in the end Greek people don’t take it seriously, even if the expressions share the same meaning. 

Indeed language is a harmonious and organic phenomenon, thus sound is the essential element. Thats why, for instance, this great example of antanaclasis can be expressed only in English:

“During his National Service, Anthony Burgess was a passenger in an army truck that broke down. A mechanic was summoned. After determining the cause of the breakdown he announced ‘the fucking fucker’s fucking fucked. Burgess was delighted: such economy of expression, a complete sentence with adjective, noun, adverb and verb” (“London Review of Books”, vol. 35, n. 21, nov. 2013)
But there’s still a difficulty. We can see how in this case the word “pussy” provokes an immediate burst of laughter by the interviewer:



On the other hand, presidential candidate Donald Trump’s weird statement about “Grab ’em by the pussy” (referred to women) hasn’t caused the same hilarity, I guess. Probably this is the result of an unique combination between a low voice, a foreign accent and, more generally, gravity (?).
By the way, when we ran into that phrase echoing all over the world, we weren’t able to hold back laughter. If we were Americans, this probably would have shocked us. But there are so many pussies, that you can't sound decent anymore (and then you ask me why I’m not pleased with my English posts...).

Laoshu ha avuto un ictus

Per chi non lo conoscesse, Moses McCormick (nome d’arte “Laoshu”) è un afroamericano che negli ultimi quindici anni si è messo a studiare una cinquantina lingue, raggiungendo risultati degni di nota soprattutto nel campo degli idiomi asiatici (cinese mandarino, cantonese, giapponese, coreano, vietnamita…).
Per mantenersi ha messo in piedi anche a sort of business attraverso il quale vende corsi incentrati sul suo metodo, che promuove in maniera piuttosto spettacolare (per esempio recandosi nei supermercati con una telecamera nascosta e approcciando ogni straniero in cui si imbatte).
Ha fatto anche un video in italiano, anche se le uniche volte in cui l’ho visto parlare nella nostra lingua “dal vivo” è stato con dei somali di mezza età (la città in cui vive, Columbus in Ohio, ospita una delle più grandi comunità degli Stati Uniti), a testimonianza che almeno fino a una generazione fa l’italofonia a Mogadiscio era ancora tenuta in considerazione.


Solitamente non guardo mai i video personali, ma oggi sono rimasto colpito da un titolo, “My Stroke Anniversary And Consistant Gains”, e non ho potuto fare a meno di cliccare: così ho scoperto che un anno fa Moses McCormick, un trentaquattrenne altro due metri e magro come uno stecco, ha avuto un ictus! È vero che è sposato, ha due figlie piccole (più una terza in arrivo, mi pare di aver capito), ma com’è potuto accader?
Sono risalito al video precedente (“The Story Of My Life”), pubblicato il 17 settembre 2015 (singolare il fatto che lui invece affermi di aver avuto il colpo l’11 ottobre e non il 12 settembre, forse è ancora un po’ confuso) e dai commenti è venuto fuori che si è trattato tecnicamente di Transient Ischemic Attack (“Attacco ischemico transitorio”), dunque una specie di ictus meno aggressivo (un “mini-stroke”), che però ha stupito i medici per essersi verificato in un paziente apparentemente sanissimo («I underwent several test and they insist that everything is normal and I’m healthy»).

Subito la paranoia ha iniziato a serpeggiare tra i seguaci: non è che troppe lingue mandano in pappa il cervello? Qualcuno ha provato a scherzare («I think you finally did it. You filled your brain to capacity with these languages Moses! They're trying to bust out»), ma in generale ha prevalso l’apprensione, sia per le condizioni di Moses (che subito dopo l’attacco ammetteva di avere problemi a parlare e a usare il suo braccio destro), sia per la possibilità che stesse emergendo una nuova malattia, il mal del poliglotta. Un utente ha consigliato a tutti gli appassionati di lingue di prestare massima attenzione agli stress symptoms, ricordando come anche lui dopo aver studiato per settimane russo, tedesco e italiano fosse stato sopraffatto dal mal di testa, dall’impossibilità di concentrazione e da un malessere generale, decidendo alla fine di studiare solo il russo e dedicare all’italiano il fine settimana.
Degno di nota anche il commento di Richard Simcott, un altro “iperpoliglotta” abbastanza noto nel web:


Dopo un anno, sembra che il Nostro si sia ripreso alla perfezione (non si riesce nemmeno a concepire la tragedia di “perdere” decine di lingue a causa di un danno cerebrale), e sia anche prodigo di consigli: «Quando passate i trent’anni, dovete avere più cura di voi stessi, mangiare sano, fare esercizio, perché il vostro corpo diventa sempre più fragile…».
Forse è venuto il momento di diventare suo seguaci anche in questo.

giovedì 13 ottobre 2016

Il giullare di frodo


Lasciando da parte le solite banalità, che tanto potrete già leggere per ogni dove, vorrei ricordare Dario Fo attraverso uno dei contributi più intelligenti (e forse proprio per questo ignoto ai più) all’interpretazione dell’opera e del personaggio: il saggio di Carlo SusaIl giullare di frodo. Medioevo, cultura popolare e teatro politico nel Mistero Buffo di Dario Fo” (in A. Cascetta – L. Peja, La prova del Nove: scritture per la scena e temi epocali nel secondo Novecento, Vita & Pensiero, Milano, 2005, pp. 175-216).

È una lettura che, pur non risparmiando critiche all’artista, dimostra tutto sommato che egli fu più sintomo che causa della spaccatura tra cultura “alta” e “bassa” nel nostro Paese, e che di conseguenza nemmeno la sua attività teatrale, seppur orientata alla risoluzione dell’aporia (in senso politico con la manipolazione della “cultura del corpo” attraverso le categorie gramsciane di “egemonia” e “subalternità”, e in senso culturale col “carnevalesco” del Bachtin) riuscì nell’intento.
Se tuttavia Fo diede l’impressione di poter essere al contempo popolare e “alto”, ciò fu dovuto quasi esclusivamente alle sue straordinarie capacità individuali: tanto è vero che – per fare un esempio fra tanti – già all’epoca della messa in scena del Mistero Buffo, gli stilemi brechtiani passarono immediatamente in secondo piano rispetto al “corpo” (lato sensu) dell’attore. Come scrive infatti Susa: «Nel modello brechtiano di teatro epico, dovrebbero essere le parti introduttive – “stranianti” per il loro valore critico e razionale – a dare valore a Mistero buffo; in realtà, è accaduto l’esatto contrario: le tecniche della narrazione orale che, inizialmente, venivano utilizzate per far “rivivere” pezzi teatrali di un passato lontano, hanno via via contaminato e ravvivato i momenti teorici, al punto che, in molti casi […] il confine tra momenti teatrali e meta-teatrali non esiste» (allo spettatore attuale servirebbe quindi una didascalia per spiegare le didascalie…).

Non è l’unico paradosso sul quale Fo ha costruito la sua fortuna. Partendo dagli studi di Aron Gurevič, il quale ribalta la prospettiva bachtiniana dimostrando che «la categoria del grottesco medievale [è] il frutto non della cultura di un’unica classe, quella popolare, ma del dialogo tra cultura agraria e teologia cristiana promosso dalla Chiesa nell’ambito della sua straordinaria opera di evangelizzazione della masse contadine», il Susa riesce addirittura a dimostrare che il “giullare Dario Fo”, a prescindere dalle idee propugnate, promosse inconsapevolmente «un modello culturale pre-moderno e anti-progressista, di carattere sostanzialmente cristiano».
Sempre seguendo Gurevič, Susa osserva anche che «le due culture distinte e contrapposte probabilmente esistevano nell’Unione Sovietica di Bachtin, in cui era presenta una cultura ufficiale di partito, autoreferenziale, e una cultura “reale” legata alle tradizioni popolare e alla vita di tutti i giorni».

La carica “rivoluzionaria” del teatro di Fo, contro i suoi stessi intenti, sta quindi tutta nel recupero e nella reinvenzione di motivi storico-culturali (il popolaresco, l’oralità, la corporeità, l’“intento catechetico” della moralità medievale) che andavano perdendosi nella contemporaneità italiana (ed europea, se consideriamo che all’assegnazione del premio Nobel contribuì anche la fortuna internazionale delle sue opere).
È probabile che solo in questo i posteri riconosceranno la grandezza dell’autore, indipendentemente dalle ideologie e dalle appartenenze politiche (a dimostrazione che anche la cultura egemone del momento, quella che abbandona i suoi “venerati maestri” un attimo dopo il decesso, rispetta il principio dell’ars longa vita brevis).

sabato 8 ottobre 2016

Kafkiano


Ogni volta che parla del mancato conferimento del Nobel a Franz Kafka, George Steiner ripete sempre che l’aggettivo kafkiano «viene usato in più di cento lingue». Sarà vero? Vediamo se ha ragione! (so che il sabato pomeriggio dovrei trovare qualcosa di meglio da fare, ma ormai ho iniziato quindi niente rimpianti):
  1. Afrikaans: Kafkaesk
  2. Albanese: Kafkor
  3. Bielorusso: Кафкаўскай [Kafkaŭskaj]
  4. Bosniaco: Kafkijanski
  5. Bulgaro: Кафкиански [Kafkianski]
  6. Catalano: Kafkiano
  7. Ceco: Kafkárna; Kafkovský
  8. Cinese: 即卡夫卡式的 [Jí kǎfūkǎ shìde]
  9. Croato: Kafkijanski
  10. Danese: Kafkask
  11. Ebraico: קפקאי [Kafkai]
  12. Esperanto: Kafkeca
  13. Estone: Kafkalik; Kafkalikuks
  14. Finlandese: Kafkamainen; Kafkamaisuus
  15. Francese: Kafkaïen
  16. Galiziano: Kafkiano
  17. Giapponese: カフカ的 [Kafkateki]; カフカエスク [Kafkaesk]
  18. Giavanese: Kafkaesk
  19. Greco: Καφκικός
  20. Inglese: Kafkaesque; Kafkan; Kafkian; Kafkaian
  21. Italiano: Kafkiano
  22. Kazako: Кавкаские [Kafkaskie]
  23. Limburghese: Kafkaësk
  24. Lituano: Kafkiškos
  25. Macedone: Кафкијански [Kafkijanski]
  26. Malayalam: കാഫ്കയിസ്ക്ക് [Kafkayisk]
  27. Montenegrino: Кафкијански/Kafkijanski
  28. Norvegese: Kafkastemning
  29. Occitano: Kafkaian
  30. Olandese: Kafkaiaans
  31. Persiano: کافکایی [Kafkayi]
  32. Polacco: Kafkaesk; Kafkowski
  33. Portoghese: Kafkiano
  34. Romeno: Kafkian
  35. Russo: Кафкианский [Kafkianskij]
  36. Serbo-croato: Kafkijanski
  37. Slovacco: Kafkovský
  38. Spagnolo: Kafkiano
  39. Svedese: Kafkaesk; Kafkastämning
  40. Tailandese: แบบคาฟคา [Bee-ka(f)-ka]
  41. Tedesco: Kafkaesk
  42. Turco: Kafkaesk
  43. Ucraino: Кафкіанскій [Kafkianskij]
  44. Ungherese: Kafkai
  45. Vietnamita: Kiểu Kafka
Con tutto lo sforzo possibile, non si arriva nemmeno a cinquanta: anche volendo moltiplicare gli idiomi slavi all’infinito, comunque si rimane lontani dal numero ipotizzato da Steiner. Per giunta in lingue come il ceco, lo slovacco e il polacco “kafkiano” suona male perché “Kafka” (Kawka, Kavka, Kávka) significa già “taccola”, una specie di corvo (del resto è da lì che proviene il cognome dello scrittore), e pur non generando equivoci semantici crea ugualmente un certo smarrimento in chi lo usa (un po’ come agli italiani “volterriano” suona più come volterrano che voltairiano).

La verità è che nella maggior parte delle lingue del mondo l’aggettivo “kafkiano” non ha proprio senso: nonostante la nota voracità con cui gli idiomi assimilano termini stranieri, in questo caso esistono decine di aggettivi che rendono superflua l’adozione di “kafkiano” (se è per questo, pochissime lingue concedono al buon Luigi Galvani la paternità di alcuni processi di zincatura, e lo stesso discorso vale per “pastorizzazione” ecc. – forse può consolare che nemmeno “serendipity” abbia avuto molta diffusione).

È ovvio che quando un concetto non viene acquisito dal punto di vista sociale e culturale, difficilmente poi potrà essere espresso con un prestito linguistico. In amarico, per esempio, potrei forse dire ካፍካኛ [Kafkania], ma il fatto che la pagina di Wikipedia dedicata all’Autore sia lunga una riga lascia suppore che in tutta l’Etiopia solo qualche sparuto intellettuale ne conosca non dico le opere, ma almeno il nome. In altre lingue, come il vietnamita, “kafkiano” vuol dire semplicemente “relativo allo stile di Franz Kafka”, e anche se ho voluto inserirlo nella lista come Kiểu Kafka [“stile di Kafka”] in realtà non esiste un vero e proprio termine che rappresenti la fatidica “situazione”.

Quindi, spiace dirlo, ma Steiner l’ha sparata grossa: ancora oggi i laotiani, gli abitanti di Sumatra, i mongoli e i botswani continuano a chiedersi «ma, precisamente, questo “Kafkian” chi è?».

(Robert Crumb)

venerdì 7 ottobre 2016

Firenze (Aurora Sutra)

Mi piace l’italianità stereotipata che si esprime in questo omaggio alla nostra Florentia da parte del gruppo darkwave amburghese Aurora Sutra, nato da una costola dei più celebri Project Pitchfork.

Alla voce Patricia Nigiani, all’anagrafe Linda Patricia Nigiani Degl’Innocenti, di padre fiorentino e madre cinese, che in gioventù studiò inglese in Arabia Saudita. Questi sono i pochi dati biografici che offre la Wikipedia tedesca: ciò spiegherebbe almeno la pronuncia decisamente “pulita” dei versi del Magnifico nel refrain

E, per l’appunto, veniamo al pezzo. Mi pare quasi un controcanto colto della famosa Carbonara degli Spliff: al posto degli spaghetti e dei mandolini, però, una donna sul Ponte Vecchio attende invano l’amato, e nemmeno degli italiani mascherati riusciranno a strapparla dal suo tormento interiore.

È qualcosa a metà strada tra un testo di Lucio Dalla e una di quelle belle pubblicità anni ’90 (infatti il pezzo risale al 1994): un’Italia piena di sole, dove il carnevale dura tutto l’anno, si beve un caffè con vista sull’Arno, l’orizzonte è segnato dalle irregolarità dei tetti... ma qualcuno di nascosto sta piangendo!

Probabilmente c’è qualche riferimento letterario o cinematografico che sfugge, anche se la scena pare troppo generica e “archetipica” per richiamare una suggestione precisa. Alla fine, come ricordo sempre, sono solo canzonette.


Crooked houses lined along twisted streets
The first sunrays break through the fog
And let the streets look enchanted
The river’s surface is calm without a single ripple
On the Ponte Vecchio only a single person can be seen…

“Oh my dear where are you?
I can’t bear this waiting
Isn’t this the place where we wanted to meet?”

Chi vuol esser lieto sia
Che del domani non c’è certezza

Here they are masked masses celebrating
Since days they’re dancing to the streets
Enjoying their foolish feast
They sweep the person into their middle
And try to taint her with their joy
They manage to drag her along
At last she can break free
The frolicking crowd moves away
The person looks down into the river
And a tear mingles with the water below
Case sbilenche allineate per strade tortuose
I primi raggi del sole irrompono dalla nebbia | E riempiono le strade d’incanto
La superficie del fiume è calma senza una singola increspatura
Sul Ponte Vecchio si può vedere soltanto una persona...

“Oh mio caro dove sei?
Non posso sopportare questa attesa
Non era questo il posto dove dovevamo incontrarci?”

Chi vuol esser lieto sia
Che del domani non c’è certezza

Eccoli in massa festeggiare in maschera
è da giorni che ballano per le strade
godendosi il loro folle festino
Tirano in mezzo quella persona 
e tentano di contagiarla con la loro gioia
Riescono a trascinarla
finché lei non si libera
La folla festante si allontana
Quella persona si china verso il fiume
e una lacrima si mischia all’acqua sottostante

mercoledì 5 ottobre 2016

Zusammenarbeit im Neuen Europa (La cooperazione nella nuova Europa)

[Das ist nur eine Provokation, aber ich möchte verstehen, warum Goebbels sprach wie einen Eurokraten (oder einen Technokraten) dieser Tage. Ist es möglich, dass die Politik der „verpflichteten Wege“ führt zur Katastrophe?]

„Die Technik nähert nicht nur Regionen, sondern auch Völker einander viel enger an, als sich das früher jemand überhaupt vorstellen konnte. Während wir früher 24 Stunden benötigten, um uns mittels der Druckmedien zwischen Berlin und Prag zu verständigen, brauchen wir heute dafür keine Sekunde mehr. Wenn ich an dieses Mikrophon trete, kann man mich im selben Moment in Prag. In der Slowakei, in Warschau, in Brüssel und im Haag hören.
Wenn ich früher 12 Stunden benötigte, um mit dem Zug nach Prag zu fahren, so fliege ich heute mit dem Flugzeug in einer Stunde dorthin. Das bedeutet: Die Technik hat wieder einmal, einhundert Jahre später, zwei Völker einander angenähert. Es ist gewiß kein Zufall, dass diese technischen Hilfsmittel gerade jetzt entstanden sind. Denn in Europa hat sich die Bevölkerung vermehrt, und diese Masse Menschen hat die europäische Gesellschaft vor ganz neue Probleme alltäglicher, ökonomischer, politischer, finanzieller und militärischer Natur gestellt. Unter der Einwirkung technischer Errungenschaften haben sich natürlich auch Kontinente einander angenähert. Unter europäischen Völkern schlägt sich das Bewusstsein immer mehr Bahn, dass vieles von dem, was zwischen ihnen vorfiel, im Grund nur Familienstreitigkeiten waren – verglichen mit den großen Fragen, die heute Kontinente klären müssen.
[…] Davon bin ich ganz fest überzeugt. Von anderem auch: Wenn wir heute zurückblicken, dann schauen wir lächelnd auf die Divergenzen zwischen deutschen kleinen Staaten, die in den 40er und 50er Jahre des vergangenen Jahrhundert die Ausmaße eines ‚Strichleins am Horizont‘ hatten; ebenso werden nach weiteren 50 Jahren die Generationen, die uns nachfolgen, mit einer gewissen Amüsiertheit auf die Konflikte schauen, die sich momentan in Europa politisch abspielen. Sie werden erneut in den ‚dramatischen Völkerkonflikten‘ vieler kleiner europäischer Staaten lediglich Familienkräche erblicken. Ich bin überzeugt, dass man im Verlauf von 50 Jahren nicht mehr nur in den Kategorien eines Landes denken wird – viele der heutigen Probleme werden verschwinden, wobei es so viele gar nicht gab -, sondern man wird in kontinentalen Kategorien denken und dass europäische Denken wird von weit größeren Problemen erfüllt sein und bewegt werden.“ 
[«La tecnologia ha permesso che non solo i territori, ma soprattutto i popoli, si avvicinassero più di quanto chiunque potesse immaginare. Se prima occorrevano ventiquattro ore per comunicare da Berlino a Praga, oggi non serve che un secondo. Quando parlo con questo microfono, posso essere ascoltato contemporaneamente a Praga, in Slovacchia, a Varsavia, a Bruxelles e all’Aja.
Se in passato servivano dodici ore di treno per giungere a Praga, oggi con l’aereo è necessaria solamente un’ora. Ciò significa che la tecnologia ha ancora una volta reso due nazioni più vicine. Non è una coincidenza che queste innovazioni abbiano appena iniziato a diffondersi. In Europa la popolazione è aumentata e le masse hanno posto alla società europea nuove sfide quotidiane, di natura economica, politica e militare. Ovviamente anche i continenti si sono ricompattati sotto l’influenza delle conquiste tecnologiche. Nei popoli europei si è ormai instillata la convinzione che di fronte alle grandi sfide che oggi devono essere affrontate da continenti interi, le nostre controversie non sono che semplici litigi di famiglia.
[…] Dalla nostra prospettiva quando ripensiamo, per esempio, alle divergenze tra i piccoli stati tedeschi negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, non possiamo che vederli come un “puntino all’orizzonte” e sorridere; allo stesso modo, le generazioni future guarderanno con eguale disincanto ai conflitti che oggi si svolgono in Europa. Nei “drammatici conflitti internazionali” tra i piccoli Paesi europei, non vedranno che una lite di famiglia. Sono convinto che tra cinquant’anni nessuno penserà più secondo la categoria di “nazione” – molti problemi odierni spariranno, dato che molti di essi erano inesistenti – ma penseremo tutti per categorie continentali e il pensiero europeo finalmente si perfezionerà nel confronto con sfide più grandi.»] 
(Joseph GoebbelsZusammenarbeit im Neuen Europa [“La cooperazione nella nuova Europa”] discorso alla stampa ceca, 11 settembre 1940; cit. in J. Laughland, The Tainted Source. The Undemocratic Origins of the European Idea, Little, Brown, Londra, 1997; il discorso originale venne tenuto in ceco, lingua che Goebbels imparò soprattutto per Lída Baarová).

martedì 4 ottobre 2016

Foto di gruppo con l’Europa

Trovo sul “Corriere” di ieri un appello congiunto di vari ministri di orientamento progressista/riformista, Lo Stato di diritto europeo va difeso (3 ottobre), dal contenuto piuttosto insignificante. Sorvolando appunto sulla solita retorica, mi colpisce (ma non stupisce) che, sin dalle prime righe di questo blando comunicato, le due guerre mondiali vengano definite «guerre civili europee del XX secolo». È noto che il nome con cui ci si riferisce a una guerra è rivelatore del modo in cui la si interpreta: perciò, a quanto pare, persino un leitmotiv del revisionismo storico come quello della “guerra civile europea” può essere recuperato se utile alla “causa”.

In generale tuttavia sfugge il senso di tali iniziative, anche perché per descrivere lo “stato dell’Unione” basterebbero in effetti due parole: dal momento che, a parte l’Italia, ogni Paese membro agisce esclusivamente sulla base dei propri interessi, c’è chi nazionalizza le banche, chi chiude i confini e chi stipula accordi unilaterali con nazioni extraeuropee.

Sul tema dell’immigrazione, tanto per rimanere in attualità, è sempre tutti contro uno: il ministro francese della difesa Jean-Yves Le Drian, già entusiasta alla nuova immagine della République come nazione proto- o post-fascista (che a ogni stato d’emergenza infrange apertamente e con approvazione ufficiale la convezione europea dei diritti dell’uomo), accusa l’Italia di far passare terroristi dell’Isis tra gli immigrati di Lampedusa (è con queste insinuazioni che dovranno fare i conti quelli che credevano di andare in Europa a raccogliere applausi e medagliette); Juncker, sostenuto da Sapin e Moscovici, mentre rifiuta di concedere all’Italia la scorporazione dal calcolo del deficit delle spese sostenute per l’emergenza immigrazione (dieci miliardi negli ultimi tre anni), al contempo esige il trasferimento di tre miliardi al governo turco per gestire lo stesso problema; il famigerato Schäuble dal canto suo rilancia l’idea della Kerneuropa, la mini-Schengen del Nord con cui sigillare i confini meridionali dell’Unione e selezionare la manodopera straniera all’ingresso senza danneggiare l’export tedesco.

Che altro aggiungere? Non molto, a quanto pare, se non altro curioso dettaglio  del trascurabile appello di cui sopra, ovvero la metafora fotografica che spunta nelle righe conclusive:
«“Se le foto non sono abbastanza buone, è perché non eri abbastanza vicino” era solito dire il celebre fotografo di guerra Robert Capa per spiegare il suo bisogno di sperimentare la realtà senza mediazione. Al contrario, Henri Cartier-Bresson credeva fortemente nel paradossale equilibrio della “distanza partecipativa”. Se vogliamo cogliere la verità delle cose e restituire la fotografia più veritiera dello Stato di diritto in Europa oggi, dobbiamo adottare gli atteggiamenti di entrambi. Andare, vedere, toccare con mano i rischi di violazione dei diritti fondamentali derivanti dalle emergenze umanitarie. E poi, da una “giusta distanza” trovare soluzioni comuni, tempestive ed efficaci. Questa è l'Europa che vogliamo».
Impossibile resistere alla tentazione di ricordare qui le parole di Roland Barthes (intervista a “Il Diaframma/Fotografia Italiana”, Giugno 1978):
«Credo che se si vuol parlare seriamente della fotografia, occorrerebbe, per esempio, metterla in relazione con la morte, perché è certo che la fotografia è testimone, ma è testimone di ciò che non esiste più. Anche se il soggetto vive ancora, l’immagine fotografica rappresenta un momento del soggetto fotografato che non esiste più. Questo rappresenta un trauma enorme per l’umanità. Un trauma che si rinnova ad ogni atto di lettura della fotografia – e ce ne sono milioni e miliardi al mondo in una sola giornata di questi atti. Ogni atto di cattura, di lettura di una fotografia è implicitamente, nel senso di una rimozione, un contatto con ciò che non esiste più, un contatto con la morte. Credo che bisognerebbe partire da questo, per avvicinarsi all’enigma della fotografia, non secondo una prospettiva metafisica, ma per vedere esattamente che cosa gli oggetti che attorniano l’uomo rappresentano per lui, che cosa rappresentano nella sua esperienza simbolica, traumatica. Io vivo le fotografie come degli oggetti affascinanti e funebri».
Sarà un caso che la coppia di scheletri ritrovata in una grotta del Peloponneso sia stato assunto come uno dei nuovi “simboli d’Europa”, assieme ai cosiddetti “Amanti di Valdaro” scoperti pochi anni prima? Ecco, una bella foto di gruppo dell’Europa del terzo millennio: