sabato 3 settembre 2016

Vignette contro Charlie Hebdo

L’unica cosa davvero irritante delle polemiche contro l’ennesima vignetta di “Charlie Hebdo” (questa volta particolarmente rivoltante per gli italiani) è la ricorrente sacralizzazione di quella cosa che tutti chiamano “satira” in una società dove nulla dovrebbe essere sacro. Per giunta una sacralizzazione selettiva, dato che pure il rituale del “Je suis Charlie” ha avuto sin dal principio una vittima sacrificale: il noto Dieudonné, che per aver commentato sarcasticamente la “grande marcia” (aggiungendo alla fine una battuta non più infelice di quelle del settimanale: «Je me sens Charlie Coulibaly») è stato condannato a due mesi di carcere con la condizionale per “apologia di terrorismo”.

L’immunità che detengono gli autori di “Charlie Hebdo” assomiglia molto a quella dei buffoni di corte. Per questo ho pensato, pur non sapendo disegnare, di fare qualche vignetta contro tutto quello rappresentato da “Charlie”, un qualcosa che inizia a puzzare di ipocrisia e doppiezza morale.

Visto che oggi va di moda spiegare i motivi per cui uno dovrebbe ridere a un disegnino, ho aggiunto anche una breve legenda:

1) La prima vignetta rappresenta una figura umana con un organo riproduttivo maschile al posto della testa che regge il solito slogan: con questo disegno voglio indicare che a mio parere chi continua a ripetere “Je suis Charlie” da più di un anno e mezzo di fronte a qualsiasi cosa succeda è un po’ una “testa di cazzo”. Soprattutto quando, per spiegarti i motivi per cui non bisogna offendersi, assume toni da precettore.

2) La seconda vignetta si riferisce al fatto che, mentre de Gaulle è scampato a cinque attentati, il povero Charb è caduto subito al primo. La “vittoria ai punti” di cui parlo nella didascalia quindi riguarda tale circostanza. Ricordiamo che la prima versione di “Charlie”, “Hara-Kiri”, dovette cambiare nome proprio per aver ironizzato sulla morte del Generale. Recentemente il settimanale, per prendere in giro un’europarlamentare francese, ha voluto offendere la memoria della figlia down di de Gaulle, Anne, morta a vent’anni nel 1948, profondamente amata dai suoi genitori.

3) Nella terza vignetta, una matita può permettersi di cantare la stucchevole canzoncina “Même pas peur” e vantarsi del suo coraggio protetta da uno stuolo di teste di cuoio. Purtroppo sono riuscito a colorare di nero solo il passamontagna perché mi si è scaricato il pennarello (non è una metafora), infatti il disegno è fatto a penna (si è scaricata anche quella). Spero che l’espediente della pars pro toto non venga frainteso.
[Ricordo di sfuggita, visto che a “Charlie” piace dileggare i morti italiani, che il primo a cadere nella redazione il giorno dell’attacco fu la guardia del corpo di Charb, Franck Brinsolaro, 49 anni, anche lui originario del Paese della mafia e delle lasagne.]

4) Dato che ho finito penne e pennarelli, l’ultimo l’ho fatto col pc: «I buffoni del re sono intoccabili... fino al nuovo re!». Nell’immagine, Carlo Martello. Credo non vi sia altro da aggiungere.





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