giovedì 8 settembre 2016

Ora e sempre Desistenza

Nel 1978 Furio Jesi osservava che «vi sono buone ragioni di allarmarsi […] quando in numerosi discorsi celebrativi proprio della Resistenza ricompare il linguaggio delle idee senza parole», cioè quel linguaggio espressione della Cultura di destra che costituisce ancora «il patrimonio culturale anche di chi oggi non vuole affatto essere di destra» (cfr. Cultura di destra, Nottetempo, Roma, 2011, p. 26).

Almeno da questo punto di vista, credo che attualmente non vi siano più ragioni di allarmarsi, poiché l’impossibilità di mitizzare ulteriormente la cosiddetta “Resistenza” è stata decretata da una semplice frase dell’attuale Presidente della Camera Laura Boldrini, proferita in occasione delle celebrazioni del 25 aprile 2015:
«Molti giovani in Paesi dove non c’è la democrazia a volte osano sperare di vivere in pace e in sicurezza e prendono ogni mezzo per arrivare in un posto sicuro, avrebbero preferito stare a casa loro, ma non hanno questo privilegio: molti di loro oggi sono partigiani nel loro Paese» (cfr. “Repubblica”).
Questa frase, incredibilmente trascurata dai numerosi storici specializzati nell’argomento “Resistenza”, segna un paradigm shift che andrebbe perlomeno rilevato: la definitiva neutralizzazione del tema della lotta partigiana.

Nell’ambito della storiografia resistenziale si era già registrato, a partire almeno dagli anni ’90, un altro cambio di paradigma, originato dalla necessità di rinverdire il mito ormai minacciato dall’emergere di nuove ideologie e “sensibilità”.
Essendo cadute le discriminanti politiche (destra o sinistra sono uguali) e morali (partigiano o fascista, un assassinio è sempre un assassino), per conciliare il rifiuto assoluto della violenza e della guerra (anche a scopo difensivo) con le azioni, talvolta cruentissime, dei partigiani, si avanzò una discriminante “filosofica”, basata sul “volontarismo” di chi decise liberamente di combattere non per la patria (ovviamente nel frattempo era caduta pure la discriminante “patriottica”), non per le idee (perché in fondo anche i fascisti erano “lettori forti”, come si dice oggi), ma, appunto, per la libertà.

Ecco perché, per fare un esempio tra tanti, il piccolo spacciatore (italiano) di quartiere poteva dichiarare che «il sangue dei partigiani è stato versato anche per la mia libertà di fumare» (la testimonianza forse val poco, ma posso assicurarvi di averla sentita personalmente). Secondo questo vago libertarismo, al quale si accodarono più o meno tutti, i fascisti erano senza dubbio “cattivi” perché avrebbero proibito le sfilate per la pace, le occupazioni scolastiche, la sessualità “alternativa”, le droghe leggere, eccetera.

Ora, a mettere definitivamente in crisi quest’ultimo paradigma giunge proprio la dichiarazione della Boldrini, che segna un punto di non ritorno nella concezione del “mito partigiano”.

La questione è in realtà molto semplice: cosa conferisce una superiorità morale a chi decide di restare nel proprio Paese a combattere rispetto a chi invece approfitta della possibilità di fuggire?
O, per dirla ancora meglio: perché migliaia di partigiani morti in Italia non fecero di tutto per rifugiarsi in massa in Svizzera o negli Stati Uniti?
Delle due l’una: o non fuggirono perché decisero di combattere (e allora gli immigrati non sono affatto odierni “partigiani”), oppure perché erano impossibilitati a farlo (e in tal modo cade l’estremo discrimine “volontaristico”, che impone la necessità di trovare un nuovo paradigma affinché la distinzione tra il partigiano e, per esempio, il soldato italiano spedito in Russia, abbia ancora un senso).

Che il cambio di paradigma non si sia tuttavia ancora verificato lo dimostra, tra le altre cose, la stucchevole esaltazione della “resistenza curda” che mal si concilia con la benevolenza accordata a quei “ribelli” siriani fuggiti da una guerra che hanno contributo a scatenare.
Più in generale, osserviamo gli effetti prodotti dall’incapacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è: una guerra civile si trasforma in pura guerra di sterminio, per il semplice motivo che una delle due parti in lotta subisce un progressivo salasso delle proprie forze (o di chi potenzialmente potrebbe combattere al suo fianco).

È nel passaggio da un paradigma all’altro che si producono genocidi, perché lo squilibrio tra forze regolari e “ribelli” rende inutile cercare una riconciliazione: tanto vale che una parte stermini l’altra, dopo aver concesso a chi non vuol combattere di darsi alla fuga (ciò fornisce addirittura un alibi morale al dittatore di turno).

Il fatto che sia considerato come minimo disdicevole porsi certi dubbi, dimostra che noi viviamo immersi in un nuovo mito, quello della Desistenza. Chi si arrende, chi abdica, chi diserta, viene considerato moralmente superiore. Il pericolo è che anche il “Mito della Desistenza” si riveli appunto come tale in meno di una generazione, e alla fine ci si accorga –per dirne una– che non provvedere nemmeno per finta alla difesa dei confini nazionali (o perlomeno europei) ha semplicemente fatto cambiare location al conflitto.

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