mercoledì 14 settembre 2016

Meritocrazia


I più ignorano che il termine meritocrazia originariamente era considerato un sinonimo di “tecnocrazia”: venne infatti creato nel 1958 dal sociologo britannico Michael Young per identificare il controllo dittatoriale ed elitario dei potenti sulle masse.

Per i casi strani della storia, negli ultimi decenni in Italia la “meritocrazia” è diventata parola d’ordine per chi aspira a una società più giusta ed efficiente. Tale “evoluzione” semantica appare un po’ sospetta, se consideriamo che in ambito anglosassone la meritocracy conserva ancora una certa ambivalenza: per esempio, il politologo canadese Daniel A. Bell (La democrazia non basta, “La Lettura” 17 maggio 2015), la considera una valida alternativa alla decadente e ipocrita democrazia e pone il Partito Comunista Cinese come modello di «grande organizzazione meritocratica» (spero non l’abbia detto in tono fantozziano).

Le sue considerazioni riguardanti il PCC (sulle quali almeno la stampa anglosassone ha trovato modo di avanzare qualche rilievo) implicano che le nostre società si adeguino al ritmo cinese in tutto e per tutto, evidentemente anche nelle statistiche sulle morti per eccesso di lavoro: in Cina si contano seicentomila decessi all’anno a causa di una patologia riconosciuta come 过劳死 [guò láo sǐ], che nella stampa occidentale è arrivata nella versione giapponese, karōshi (in effetti è da tempo che i “meritocratici” nostrani vorrebbero importarla, magari in forma di mobbing).

Ancora più imbarazzante è che Bell consigli come metodo per aumentare il grado di meritocracy nelle nostre società l’introduzione delle quote rosa... Come nel PCC, giusto? Sì... Ma volendo sorvolare sui poveri cinesi, è obbligo tuttavia domandarsi come sia possibile conciliare l’aspirazione a premiare il “merito” con l’istituzione di “corsie preferenziali”. Non è che alla fine, in termini pratici, la “meritocrazia” si rivela essere la classica cooptazione condotta con mezzi nuovi, magari più adatti alla sensibilità delle classi dominanti del momento?

Dalla lotta di classe alla lotta di quote, quindi: invece di eliminare le diseguaglianze, ci si assicura il monopolio della discriminazione stessa, e poi si stabilisce chi può “vivere al di sopra dei propri mezzi” e chi no.
Quelli che restano indietro sono sia cornuti che mazziati, poiché vengono per giunta ancora considerati dei “privilegiati” in quanto facente parte di “quote” fintamente considerate dominanti (ma in realtà ormai subalterne) come quelle di “maschio”, “bianco”, “eterosessuale”, “occidentale”, “italiano”, “cattolico”. Per farsi un’idea del livello a cui siamo giunti, segnalo la campagna di sensibilizzazione rivolta agli studenti “Check your privilege” lanciata due anni fa dall’Università di San Francisco (e poi replicata da altri istituti).

A questo punto sarebbe auspicabile che ognuno si creasse la propria meritocrazia in base alle categorie a cui appartiene, pretendendo poi che una di queste gli dia la possibilità di ottenere un privilegio che in seguito potrà spacciare come merito.

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