venerdì 30 settembre 2016

Il misantropo di massa


Ringrazio Riccardo De Benedetti per il suo commento al post Eroi maltusiani (16 maggio 2016). Vorrei aggiungere qualche nota sparsa sulle modalità con cui questa “misantropia di massa” si manifesta, soprattutto in quegli individui che, pur non appartenendo a nessuna élite, sostengono la necessità dello “sfoltimento” dell’umanità (e per questo ritenendosi in automatico non-sacrificabili).

Un primo gruppo è rappresentato dai decrescisti (o “decrescenti”), sulla cui presunta “felicità” ha avuto modo di indagare Luca Simonetti in Contro la decrescita (cap. “Felici? Come no”, Longanesi, Milano, 2014, pp. 133-15):
«La loro caratteristica principale […] è una viva ostilità per il progresso tecnico-industriale, unita a un idoleggiamento quasi parossistico per la vita “naturale”, in campagna, contrapposta alla città. Ma c'è da chiedersi se questa attitudine giovi alla loro conclamata “felicità”: sono sempre sul piede di guerra, pronti a rivendicare la bontà delle loro scelte e a denigrare quelle altrui, in una ossessiva smania di confronto.
[…] [Chi non la pensa come loro] è un “signor Rossi”, una persona senza alcuna individualità, uno che non ha convinzioni, scopi o semplicemente una dignità, ma “rimbalza fra scrivania e supermercato” e vive una “vita grigia”.
[…] È comunque paradossale che proprio persone di questo genere, che mancano chiaramente di ogni fantasia e empatia, di ogni capacità di comprendere e immedesimarsi in un diverso tipo di vita, rimproverino agli altri la stessa mancanza.
[…] [Ai decrescisti] non viene neanche in mente l’idea che quelle vite non siano affatto spregevoli, ma vite umane, in tutto degne di esser vissute, piene di soddisfazioni e delusioni, e frutto di scelte, né più né meno della sua.
[…] Ora, secondo voi, gente così, che sta continuamente a rimarcare i difetti degli altri, per contrapporgli le proprie virtù,  può essere davvero felice? […] Eppure molti decrescenti, soprattutto, quelli sedicenti “felici”, sono proprio così: non c’è assolutamente modo di divere una vita piena e felice, se non come dicono loro».
Questo tipo di “superiorità” auto-attribuita si palesa in modi più raffinati (ma non più di tanto) anche nella genia degli Huxley (che probabilmente furono più giustificati, almeno dal punto di vista sociale, nel considerarsi degli “eletti”).
Mentre Aldous nel 1933 si lamentava, tra le altre cose, del fatto che «la prosperità, il grammofono e la radio hanno suscitato un pubblico che consuma in modo del tutto sproporzionato rispetto all’incremento della popolazione e quindi al naturale aumento di musicisti di talento» (suscitando per giunta la reprimenda di un Benjamin: «Questo modo di vedere non è progressista»), l’altrettanto inquietante Julian[1] nel 1957 elaborava progetti transumanistici per permettere all’elemento superiore di dominare, come nella peggior fantascienza, la parte inferiore dell’umanità (plebei, iloti, ilici, paria, “signor Rossi” ecc.).

In parallelo a questi progetti poco velatamente classisti e autoritari, la “maschera ecologista”, ha contributo alla promozione del maltusianesimo nel Terzo mondo: per citare un caso fra i tanti contenuti in Eco-imperialismo di Paul Driessen (Liberilibri, Macerata, 2006), il terrorismo psicologico sulla “non-sostenibilità” del DDT in Africa ha portato al blocco dei finanziamenti internazionali ai progetti di disinfestazione («Zanzare sostenibili, persone sacrificabili», commenta l’autore).
Inoltre l’ideologia del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, apparentemente opposta a quella “decrescista” tout court, attraverso la sua enorme influenza a livello istituzionale e mediatico, ha potuto osteggiare la costruzione di dighe, condutture ed impianti elettrici nei Paesi in via di sviluppo con la motivazione che «le risorse potrebbero esaurirsi da un momento all’altro».

È evidente quindi che, pure nell’ecologismo “classico”, sia presente una componente di misantropia, addolcita dall’inconscio antropocentrismo di chi vuol salvare Gaia per salvare l’uomo.
Anche qui non mancano espressioni di tale impulso: pensiamo ai suggerimenti «per favorire un sereno trapasso e una corretta destinazione delle proprie spoglie» contenuti in un libretto di Fulco Pratesi (fondatore e presidente onorario del WWF), Ecologia domestica. Bon ton verde e altre divagazioni (1989). Come scrive Vittorio Messori in una “recensione” (L’ideologia del WWF, “Avvenire”, 12 agosto 1990, ora in La sfida della fede, SugarCo, Milano, 2008, pp.425-428),
«per Pratesi il cadavere (anzi, “la carcassa umana”) non è che concime di cui si da la lista degli elementi, dal 66 per cento di ossigeno sino alla 0,04 di ferro, iodio e manganese. Si scaglia contro le casse da morto (occorre legno per costruirle), contro i cimiteri (“terra iperfertilizzata in cui vegetano solo crisantemi e cipressi”), contro le lapidi (originano antiestetiche cave di pietra).
Una soluzione, secondo lui, potrebbe essere questa: “Una bella buca sotto una quercia in campagna, due palate di terra ed ecco che possiamo tornare al ciclo della natura”. Ma questo in mancanza di meglio.
L’ideale, secondo il WWF, sarebbe la fondazione di una “Associazione per l’inumazione ecologica”. Il Presidente dà per questo alcune direttive che così, letteralmente, suonano: “Si potrebbero adoperare i carnai, gli appositi terreni recintati e sorvegliati, impiegati dalle associazioni naturalistiche come il WWF e la Lipu per alimentare i rapaci (soprattutto gli avvoltoi in Sardegna e i capovaccai  sulle colline a nord di Roma). In quei carnai i nostri resti mortali potrebbero servire da cibo agli ultimi grifoni. Il tempo medio di distruzione della salma è di poche ore. Restano le ossa, è vero. Ma a questo inconveniente si potrebbe ovviare se al festino partecipasse anche l’avvoltoio barbuto, che lancia le ossa sulle rocce per divorarne il midollo. In pochissimi giorni, delle nostre spoglie non resterebbero che escrementi mineralizzati”.
A questo proposito Pratesi cita con compiacimento una notizia del gennaio 1988: un ecologo inglese che, per nutrire i suoi amati avvoltoi sudafricani, si è portato sotto i loro nidi e si è sparato un colpo alla testa. L’italiano consiglia anche agli altri ecologi, “in vista del passo estremo, di portarsi in un luogo ricco di carnivori e lì attendere la morte in un luogo di difficile accesso”.
Ma c’è di più. Ecco ancora testuale: “Una alternativa (come ha suggerito l’ecologa Laura Conti) potrebbe essere il creare scatolette di cibo per cani e gatti in cui la carne umana sostituisca quella di altri animali”. Anche qui, esempio edificante, esso pure anglosassone: Lord Averbury, che siede alla Camera Alta di Londra per i liberali, ha stabilito che il suo cadavere sia distribuito come cibo  tra gli ospiti del canile municipale di Battersea. Perché, ha detto, “ogni cosa biodegradabile deve essere riciclata e sepoltura e anche cremazione sono un terribile spreco”. Polemizzando con il direttore del canile che pur ammettendo che “c’è molto valore nutritivo nella carcassa umana”, non se la sente di accettare l’offerta.
Sempre per Pratesi, le ceneri di chi si facesse cremare dovrebbero “essere usate per concimare i propri vasi e le aiuole”. E, alla barbarie cristiana che tributa rispetto per il cadavere, si contrappone la civile usanza “ancora in atto presso i Parsi, una setta zoroastriana, che depositano i loro cadaveri in cima ad un’alta torre e li fanno consumare dagli uccelli da preda”».
La filosofia del Vico sembra definitivamente superata, se uno dei tre “costumi eterni e universali” che egli considerava alla base della civiltà (la sepoltura dei morti, assieme alla religione e il matrimonio), viene ora messo da parte in nome di una nuova fede (Pratesi si autodefinisce «un verde credente e praticante, nonché leggermente fanatico»), la quale logicamente rivendica un dominio più esteso rispetto alla semplice imposizione della raccolta differenziata.
Il Filosofo raccomandava in aggiunta di “santissimamente custodire” tali costumi, affinché «’l mondo non s’infierisca e si rinselvi di nuovo»: non si può negare che ci sia qualcosa di barbarico nell’idea che un uomo debba farsi sbranare dalle belve; non caso ritroviamo la stessa pensata pure in Serge Latouche (che in effetti non si fa mai mancare nulla): «In Siberia si va a morire nella foresta per restituire agli animali quello che si è ricevuto da loro. Queste concezioni implicano rapporti di reciprocità tra gli uomini e il resto dell’universo: gli uomini sono pronti a darsi a Gaia (personificazione mitologica della Terra) come Gaia si è data a loro». (La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2007, p. 118).

Una “sensibilità” peraltro condivisa da numerosi potentati nella nostra epoca[2]: per esempio, il Fondo Monetario Internazionale recentemente ha lanciato l’allarme longevità contro il disdicevole prolungamento dell’aspettativa di vita nelle società occidentali, auspicando un “intervento” degli Stati attraverso l’aumento dell’età pensionabile e della “flessibilità” lavorativa, oltre che ai tagli lineari a sanità e servizi. In Italia questa “cura contro le cure” ha già prodotto in tempi brevissimi un considerevole aumento della mortalità[3]. Anche in quest’ottica vanno lette le numerose petizioni a favore dell’eutanasia, come del resto viene ormai ammesso esplicitamente. Leggiamo infatti dal “Corriere”:
«È possibile che in futuro le cure per i malati terminali, pazienti che soffrono molto senza spiragli di speranza, vengano influenzate non solo dalle discussioni sull’“accanimento terapeutico”, ma anche da pure considerazioni di spesa? […] [Il discorso viene] rilanciato, in Inghilterra, dai 37 scienziati di “Lancet Oncology” secondo i quali le cure anticancro prestate ai malati terminali nelle ultime settimane di vita hanno costi spaventosi e spesso sono contrarie alla volontà di pazienti e famiglie: vanno quindi interrotte, altrimenti si verificherà “una crisi inimmaginabile”. Parole durissime, contrarie alle convinzioni che abbiamo maturato negli ultimi 60 anni: l’era di un benessere che sembrava non avere limiti. Ora, invece, si volta pagina. Le cure mediche dovrebbero essere l’ultima area da mettere in discussione. Ma alcune domande dovremo porcele per tempo. Prima che le grida degli antistatalisti Usa dei “Tea Party”, pronti a lasciar morire chi non ha voluto spendere per un’assicurazione sanitaria, si trasformino in una guerra intergenerazionale tra anziani che ricevono buone pensioni e ottime cure e giovani con pochi diritti e molti debiti» (Massimo Gaggi, Diritti del “fine vita” e bilanci degli Stati, “Corriere”, 30 settembre 2011)[4].
È perciò difficile considerare la continuità tra le richieste degli ecologisti e quelle dei sostenitori dei cosiddetti “diritti civili” come un semplice prodotto della comune ispirazione progressista. Questo fondo di misantropia dovrebbe invece essere esplicitato e magari analizzato, se non dal punto di vista politico, almeno da quello psicologico.

D’altronde, come dovremmo giudicare, per dirne una, la diatriba tra il noto Peter Singer e gli animalisti più radicali (già citata nel precedente articolo) sull’opportunità di considerare l’abbattimento di 38 milioni di polli nei mattatoi americani l’11 settembre 2001 tanto grave quanto l’attentato al World Trade Center (o addirittura anche più grave, poiché, come ha sostenuto sulla rivista “Vegan Voice” Joan Dunayer, «i polli sono più meritevoli della maggior parte degli umani, che causano molte sofferenze e morti non necessarie, ad esempio indossando prodotti di origine animale»)[5]? L’intervento successivo della militante animalista Karen Davis è un’ulteriore dimostrazione di siffatto odio (come al solito lastricato di buone intenzioni):
«Credo che sia da specisti pensare che l’attacco dell’11 settembre al World Trade Center sia stata una tragedia più grande di ciò che milioni di polli hanno dovuto subire quel giorno e di quello che essi sopportano quotidianamente perché incapaci di difendersi dagli appetiti umani schierati contro loro. Forse la parola “tragedia” non dovrebbe essere utilizzata in questo contesto, se non nel senso di una cosa terribile capitata a un essere umano che gli ha permesso di raggiungere, in maniera conscia o meno, una maggior consapevolezza e saggezza. Intendendo nel senso classico il termine “tragedia”, resta da vedere se l’America è un “eroe tragico” o addirittura una vittima “tragica”. Tuttavia, se la questione rimane quella di sapere se l’attacco al World Trade Center, con le sue centinaia di vittime umane, sia stato peggiore della somma delle sofferenze e del terrore subite da milioni di polli in quel giorno, non riesco a immaginare che una sola risposta non-specista a tale questione» (cfr. K. Davis, An Open Letter to “Vegan Voice”,  “United Poultry Concerns”, 26 dicembre 2001).
Chiarire a se stessi i motivi di tale ostilità verso i propri simili potrebbe aiutare a sviluppare i propositi che ci si è posti, e magari anche a condurre meglio le proprie battaglie. Persino io, talvolta, ho provato questo sentimento di avversione nei confronti del prossimo (ad esempio quando un sorvegliante di colore ha inavvertitamente sfasciato la custodia della mia bottiglia di champagne), ma non per questo ho tentato di risolvere un problema esclusivamente personale scaricandolo sulla collettività o usando la politica come scappatoia. Del resto esistono modi per esprimere il proprio malessere (l’arte, la numismatica, la pesca sportiva) che non contemplano la distruzione dei quattro quinti dell’umanità.


[1] L’influenza del pensiero di Julian Huxley giunse anche in Italia a cavallo degli anni ’60 e ’70, con una serie di opere, da lui coordinate, che dietro al paravento didattico nascondevano un’energica propaganda a favore del controllo demografico: ci riferiamo in particolare a l’“Enciclopedia per argomenti” in 10 tomi I Mondi dell’Uomo (Mondadori, 1965) e al manuale Uomo Natura Ecologia (Man, Nature and Ecology, tr. it. E. Bona e M.V. Lorenzoni, Longanesi, Milano, 1974, ed. or. 1969). Nella “Presentazione” a quest’ultimo volume, scritto a quattro mani (Keith Reid, J.A. Lauwerys, Joyce Joffe, Anthony Tucker), e adottato come libro di testo in alcune scuole medie, sir Huxley giunge subito al punto: «All’inizio dell’esistenza umana […], l’aumento della popolazione era necessario. Ma, quando arriviamo ai tempi storici, esso comincia a produrre città affollate, prende a invadere nuove terre intatte e a incoraggiare guerre di conquista. […] Dobbiamo quindi ridurre l’indice di incremento dell’uomo a zero, se è possibile, perché ogni indice sopra lo zero significa che la popolazione cresce ancora con andamento esponenziale» (p. 9).
Se fossimo maliziosi, dovremmo pensare che questo monito sia rivolto all’insegnante: Huxley vuol far capire che, anche se 380 pagine su 400 sono dedicate ad argomenti come il passaggio dalla caccia alla pastorizia o la differenza tra organismi autotrofi ed eterotrofi, la dottrina essenziale da impartire ai discenti è racchiusa in quelle venti paginette maltusiane, sotto il titolo “L’uomo sovrappopola il mondo”. Questo capitolo è talmente spettacolare da meritare qualche citazione (l’aspetto positivo è proprio che il testo non lascia spazio a equivoci):
«L’uomo, privo dei benefici del controllo interno di fertilità, deve trovare una propria soluzione. Il problema è complicato. L’uomo non è preparato a fare alla propria specie quello che fa agli altri animali che sovrappopolano il loro habitat: egli non può, o non vuole, finora, sfoltire la propria specie. Deve affrontare la sua crisi senza ricorrere all’eutanasia di massa, ai bombardamenti nucleari selettivi, o ad altre “soluzioni” mostruose che sono state a volte suggerite» (p. 305).

«Il numero di individui nel mondo potrà essere nutrito solo mediante un generale abbassamento del tenori di vita ovunque, nazioni ricche comprese. […] [Solo] nell’Europa orientale, ad esempio, si trovano quozienti di natalità sia molto alti sia molto bassi. Quello dell’Ungheria è relativamente basso (15). La ragione principale di un tale basso indice è che l’aborto è stato legalizzato nel 1956 [proprio in quell’anno!, ndr]. La legge stabilisce che ogni donna può prendere una decisione responsabile del numero dei figli che vuole avere, e le permette di interrompere una gravidanza indesiderata per mezzo di aborto provocato. Leggi analoghe sono state promulgate nell’URSS, in Bulgaria, Cecoslovacchia e Iugoslavia. Negli Stati Uniti la popolazione diverrebbe stabile se si interrompessero tutte le gravidanze indesiderate» (p. 310).

«La diminuzione della mortalità è stata sbandierata come un trionfo senza uguali della scienza medica sulla natura, ma non è più, come un tempo, considerata con tale ingenuo ottimismo. Si vede adesso che si tratta di un’arma a doppio taglio, e molti cominciano a rendersene conto. Oggi, non può più essere accolta di buon grado a meno che non sia accompagnata dal controllo delle nascite» (p. 311).

«Per quanto il controllo delle morti abbia causato un incredibile calo della mortalità infantile, il fenomeno, in un certo senso, non è stato compreso in pieno. Ci vuol più di quel che si creda perché una popolazione si renda conto che i suoi bambini muoiono in numero sempre minore. Inoltre ci vuole ancora uno sforzo grandissimo per liberarsi dalle tradizioni che accompagnano il culto della famiglia numerosa. I riti della fertilità, i simboli fallici e tutto il resto sono sempre stati parte di un modo di vita» (p. 315).

«Il controllo delle nascite non era affatto sconosciuto alle società preistoriche. Sfortunatamente i metodi non sono mai stati veramente efficaci, benché a volte ingegnosi […]. In Occidente l’infanticidio era molto comune, forse più di quel che si creda. I bambini con deformità fisiche erano quasi invariabilmente esposti (basti pensare a Edipo); questa era un’alternativa estremamente efficace alla selezione naturale che non opera tra gli esseri umani con la stessa efficacia con cui opera tra gli animali e le piante. Tuttavia, per quanto gli uomini siano pieno di risorse, non hanno ancora risolto il problema che oggi ci sovrasta. C’è bisogno di un piano mondiale: ci sono troppi paesi non ancora raggiunti da alcuna forma di programmazione dei figli. […] Per quanto è possibile, è meglio pianificare un programma di limitazione delle nascite sotto l’auspicio delle autorità religiose e governative. […] Solo la Chiesa cattolica romana [tra le confessioni più importanti] ha molta influenza reale: nel 1968, l’enciclica papale Humanae vitae è rimasta ostinatamente contraria a ogni mutamento delle norme. Nei paesi cattolici la programmazione dei figli deve continuare, e in realtà continua, senza il beneplacito della Chiesa [e neanche quello dei Paesi stessi, ndr]» (p. 316).

«L’odierna popolazione dell’Africa è di circa 340 milioni. È aumentata rapidamente dal diciannovesimo secolo, quando i missionari si infiltrarono nel continente, portando medicine e provvedimenti che diminuirono la mortalità, ma predicando con veemenza contro ogni tipo di controllo delle nascite e contro l’aborto. La popolazione così esplose dovunque si facesse sentire la loro influenza» (p. 324).
«In molta parte della rimanente Africa indipendente, la International Family Planning Federation afferma che i governi nazionali esitano ad assumere un atteggiamento deciso, ma che se si dovessero sviluppare imprese private che persuadessero la popolazione (e alcuni tra i membri di governo) del fatto che è socialmente ed economicamente auspicabile ridurre il numero dei figli, detti governi potrebbero a lungo andare essere disposti a qualche provvedimento» (p. 326).
[2] È illuminante qui richiamare il celebre “manifestino” che Tommaso Padoa-Schioppa presentò direttamente dalle colonne del “Corriere” il 26 agosto 2003:
«Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato».
[3] Ci piacerebbe stendere un velo pietoso sulle “occasioni per dare nuovo significato alla cura” di cui parlano gli aedi della “medicina narrativa” (che sarà una cosa bellissima, non però quando viene proposta come paravento a un brutale programma di riduzione dei fondi), ma non vorremmo che i dottori finissero per prescrivere, invece dei farmaci, la lettura integrale di Nemesi medica di Ivan Illich. La medicina è infatti un campo sul quale gli intellettuali ultimamente strologano un po’ troppo. Per esempio, nel caso del virus ebola, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha ammesso che la chiusura delle frontiere ha consentito il contenimento del contagio. Mentre il Primo Mondo era angariato, appunto, dai First World Problems, macerandosi all’idea che certe iniziative sarebbero potute apparire come contrarie alla solidarietà e alla fratellanza, gli Stati dell’Africa occidentale sigillavano i confini e, con metodi forse discutibili, impedivano ai contagiati di usufruire di altre terapie che non fossero quelle prescritte dall’immonda e massificante medicina occidentale.

[4] Questi crucci erano già stati espressi anni fa in un volume del grand commis Jacques Attali, composto in veste di futurologo:
«Alcune delle democrazie più avanzate sceglieranno di fare della morte un atto di libertà e di legalizzare l’eutanasia. Altre fisseranno dei limiti precisi alle proprie spese per la sanità, calcolando anche una spesa media di un “diritto alla vita” che ognuno potrà utilizzare a suo piacimento fino ad esaurimento. Si creerà, allora, un mercato dei “diritti di vita” supplementari in cui ognuno potrà vendere il proprio, in caso sia affetto da una malattia incurabile o sia troppo povero. Si arriverà, un giorno, persino a vendere dei “ticket di morte”, che daranno il diritto di scegliere, fra i vari tipi di fine possibili (eutanasia a scelta, morte a sorpresa nel sonno, morte suntuosa o tragica, suicidio su commissione, ecc…), la propria morte come la morte di un altro» (Jacques Attali, Dizionario del XXI secolo, Armando, Editore Roma, 1999, p. 103).
Non è assurdo pensare che in futuro non remoto il Parlamento Europeo si esprima positivamente sul “ticket di morte”: del resto in Olanda (un Paese sempre all’avanguardia in questo campo) è disponibile da anni un servizio di eutanasia “a domicilio”. 

[5] Per un riassunto della querelle, cfr. A. Meldolesi, Il nuovo integralismo vegetariano, “La Lettura”, 16 aprile 2012.

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