venerdì 9 settembre 2016

Anti-(a)fa. Una criticità teologico-politica


Non vogliamo dilungarci troppo sull’espressione “criticità”, peraltro già sdoganata dall’Accademia della Crusca (che nel 2012 la utilizzò nel titolo di un seminario) e dalla Treccani (che recentemente ha aggiunto alla voce il significato secondario di «singolo problema, singola situazione critica»): ci limitiamo a ricordare che, fino a poco tempo fa, la “criticità” era soltanto un «fenomeno per cui al minimo variare di uno dei parametri, segue un effetto di notevole portata». Poi, una volta entrata nel gergo giornalistico e politico, lo sfilacciamento semantico le ha fatto perdere ogni adesione a un significato preciso (pensiamo all’impiego del termine in ambiti come l’economia, la meteorologia, lo sport, la medicina o la pedagogia).

L’ambiguità è accentuata dall’invariabilità del nome: se le criticità posso indicare le “riserve”, le “controversie”, le “difficoltà” di una data situazione, la criticità diventa praticamente un sinonimo di “crisi”. In alcuni casi si arriva all’assurdo di utilizzare “criticità” al posto di “critica”, in una contorsione verbale che non trova alcuna ragione se non nel conformismo: il termine infatti si presta bene agli scopi della nuova “lingua di legno”, che già annovera nel suo repertorio espressioni altrettanto moleste quali “aprire un tavolo” o “al netto di”.

Con un po’ di inquietudine notiamo che l’attaccamento quasi maniacale per la parola dimostrato da opinionisti e governanti potrebbe forse derivare dall’abuso del precedente Presidente della Repubblica (anche quello nuovo però non scherza), il quale non perse occasione per utilizzarlo non solo nelle dichiarazioni alla stampa, ma anche nei documenti ufficiali, offrendo così alla Criticità l’occasione di eternarsi.
Per una “consacrazione” vera e propria, serve un impiego in qualche futura enciclica: in tal caso però bisognerebbe valutare i rischi (anzi, le criticità) che un innalzamento del termine al livello teologico potrebbe comportare (non sarebbe una cosa elegante, per esempio, liquidare l’Apocalisse come “una serie di criticità”…).

Il nostro problema si collega a quest’ultimo punto. Sappiamo che c’è sempre una criticità da superare. In questo periodo generalmente è il caldo (escludendo ovviamente i casi particolari in cui si verificano calamità naturali o atti terroristici): quindi, per farla breve, come si risolvono le criticità meteorologiche?

Per protestare contro un inverno particolarmente rigido, nel 1983 il “Gruppo d’intervento culturale” Jalons promosse una manifestazione chiedendo le dimissioni del Presidente della Repubblica al coro di «Verglas assassin, Mitterrand complice!» (“Ghiaccio Assassino, Mitterrand complice!”).
Anche in Italia i tempi sembrano maturi per una contestazione del genere, magari contro quel “caldo killer” che periodicamente balza in cima alle preoccupazioni dei connazionali: un raduno anti-afa in fondo non stupirebbe più di tanto, assuefatti come siamo da anni di cortei e sfilate nelle quali non viene rivendicato alcunché di concreto, né si prospettano alternative realistiche, ma semplicemente ci si trascina da una parte all’altra della città, a volte devastandola, mossi da una generica indignazione.

Tuttavia la riposta più razionale (o perlomeno la più immediata) rimane quella di installare un condizionatore. I giornali infatti avvertono: attenti al “boom”. E qui sorge la criticità teologico-politica. Perché è da qualche anno che tali ammennicoli provocano, specialmente in quei di Milano, una serie impressionante di cortocircuiti (o, per meglio dire, “un boom di blackout”).
Ciò è particolarmente preoccupante non per le squallide motivazioni con cui taluni deplorano l’altrui benessere; semmai perché l’abuso, inconsueto almeno per il capoluogo lombardo, cade proprio nel momento in cui Papa Francesco esprime, nella sua celebre enciclica “ambientalista” Laudato si’, una durissima condanna contro «il crescente aumento dell’uso e dell’intensità dei condizionatori d’aria», annoverando addirittura l’impiego smodato del climatizzatore tra le «abitudini nocive di consumo» alle quali i fedeli dovrebbero opporsi (§55).

È un dato inquietante, perché dimostra come a quei cattolici che invocavano da anni un pontefice che parlasse “alla gente” e che si occupasse “dei problemi concreti”, in realtà interessasse solamente l’esenzione da qualsiasi forma di obbedienza o rinuncia. A pensarci bene, è proprio da siffatto milieu che potrebbe partire la più grande manifestazione contro il caldo a cui la storia abbia mai assistito.

Nessun commento:

Posta un commento