venerdì 9 settembre 2016

Anglicorum

 (“Corriere”, 8 giugno 2016)

 (“Corriere”, 12 giugno 2016)
Davvero simpatiche queste due letterine a Sergio Romano, in cui si auspica che con la Brexit anche l’inglese sparisca tra le lingue ufficiali dell’Unione. A entrambe le missive l’ex-ambasciatore ha risposto picche (anzi “sorry”):
«L’inglese non è soltanto la lingua del Regno Unito. È anche la lingua degli Stati Uniti. Se la City di Londra declinasse, la finanza internazionale parlerebbe pur sempre la lingua di Wall Street».

«La lingua ufficiale degli irlandesi è il celtico, ma pochi lo parlano e tutti usano l’inglese. Toccherà quindi all’Irlanda, se la Gran Bretagna ci abbandona, conservare l’inglese anche formalmente fra le lingue dell’Unione[1]».
È imbarazzante tuttavia che, dopo la Brexit, il buon Romano abbia reagito come il protagonista della famosa canzone napoletana “Chella llà”: «Londra era un ostacolo, ora può davvero nascere l’Europa» (“Linkiesta”, 26 giugno 2016).
Se non altro nell’esprimere la sua opinione è stato meno ambiguo di altri, e almeno questo gli fa onore: continuano infatti a latitare le considerazioni a freddo dei numerosi aedi della Perfida Albione (tra i quali va annoverato lo stesso Romano), che nonostante il profluvio di stronzate con cui hanno inondato giornali e televisioni (“La democrazia porta al nazismo!”, “Togliamo il diritto di voto ai vecchi!”, “Adesso in Inghilterra non si potrà più pagare con gli euri!”), non hanno ancora chiarito il punto fondamentale: può l’anglofilia essere subordinata all’europeismo? O, per esprimerci in termini che i gazzettieri possono capire: Londra bella e buona o Londra brutta e cattiva?

Sappiamo che in Italia per una regola non scritta (o magari messa nera su bianco in qualche luogo inaccessibile ai comuni mortali), i media nazionali non possono mai parlar male degli inglesi; anzi, ogni telegiornale deve dedicare almeno tre servizi a settimana alla regina Elisabetta e ai suoi fottutissimi parenti. Insomma, non è possibile indire un referendum per abolire l’influenza della monarchia inglese nel nostro Paese. Va bene così, tanto si sa che non si può mai giocare ad armi pari, specialmente con Albione. Però ora la questione si pone: se dobbiamo morire per Bruxelles, per l’eurocrazia e per la moneta unica, possiamo allora smettere di accreditare come unico etimo dell’Inghilterra quello di “Terra degli Angeli”? Si può tagliar corto con l’anglofilia da mentecatti? O perlomeno deportare Severgnini a Katmandu e costringerlo a occuparsi esclusivamente di filologia nepalese[2]?

Tornando alla questione della lingua, anche se cito spesso i precedenti inquietanti dell’utilizzo di un inglese cianciato, non si può negare che l’anglicizzazione nasca principalmente da necessità pratiche, soprattutto quando viene declinata in termini di “americanizzazione”.

Prendiamo, per esempio, il recente dibattito scatenato dalla “mania anglofona” dilagante nelle nostre università: essa genera comprensibili timori in quelli che la vedono come un cedimento al pensiero unico o alle mode intellettuali. Alcuni critici rilevano che nella realtà lavorativa nazionale l’inglese non è una lingua più richiesta di altre, dal momento che l’Italia non può campare semplicemente come “villaggio turistico mondiale” (in tal caso basterebbe solo un po’ di anglicorum), ma ha bisogno di una mediazione culturale di più alto livello se vuole confermare la sua vocazione esportatrice (o almeno integrare efficacemente i numerosi stranieri presenti sul territorio).
Credo esista un motivo di fondo, non del tutto esplicitato, di questa improvvisa necessità di anglicizzarsi, e riguarda il declino delle facoltà umanistiche statunitensi in atto ormai da decenni, descritto impietosamente da Allan Bloom in The Closing of the American Mind (1987).
Dal punto di vista educativo il nostro Paese può vantare in diversi campi (non solo umanistico, in effetti) eccellenze in grado di attrarre migliaia di studenti stranieri: sembra quindi che tale scelta sia dettata anche dall’esigenza di intercettare l’enorme massa di giovani provenienti dalle economie emergenti che cominciano a diffidare di un’educazione “all’americana”. Osservando la situazione da questa prospettiva, si comprende anche come il pericolo più grande non sia tanto l’americanizzazione linguistica, quanto quella culturale (che tra l’altro si potrebbe portare a compimento anche solo utilizzando la lingua italiana, come dimostrano i vari studi culturali, studi di genere ecc.).

Dunque non c’è solo la lingua di Wall Street o della Polizia del Kansas City. O, per meglio dire, queste possono sicuramente fornire un adeguato supporto nell’ipotesi assurda che a difendere l’ufficialità dell’inglese nell’Unione Europea rimanga solo Malta (con l’Irlanda impegnata a valorizzare il “celtico” per motivi irredentistici); ma pure in tal caso l’imposizione di una nuova lingua franca non consentirebbe di eludere alcune dinamiche obbligate.

Venendo infine all’idioma nazionale, di fronte al pericolo della sua scomparsa o di una riduzione a dialetto, Vincenzo Cerami sostenne che per evitare una colonizzazione gli italiani avrebbero dovuto esportare di più («chi esporta più prodotti esporta più lingua») e accettare di «diventare una colonia americana», perché se «è finito il latino, è finito il provenzale, pazienza: finirà anche l’italiano»[3].
A dispetto di tale asprezza, è necessario ricordare che nei secoli uno dei “prodotti” nostrani più esportati è stato proprio l’idioma gentile, attraverso l’arte, la letteratura, la navigazione, l’architettura, il teatro: lo prova, tra le altre cose, il vocabolario che i musicisti di tutto il mondo (anche quelli americani) sono costretti a utilizzare. Di conseguenza, almeno per gli orchestrali dell’apocalisse varranno ancora il motto: «Il giorno della fine non ti servirà l’inglese».


[1] Il “celtico” sarebbe il gaelico, ma è un bel modo ottocentesco per definirlo. Inoltre Sergio Romano dimentica di precisare che l’inglese è lingua ufficiale anche a Malta. 

[2] Ora che ci penso, la capitale del Nepal faceva parte del leggendario “Hippie trail”, dunque esiste una possibilità che Severgnini riesca a far danni pure da quelle parti. 

[3] «Il rischio che l’italiano si trasformi in un dialetto esiste, sembra addirittura una fatalità alla quale è impossibile opporsi. Tutto dipende dalla capacità degli italiani di evitare una colonizzazione da parte della lingua inglese. Vale a dire nella capacità di indipendenza economica e culturale dagli Stati Uniti. Chi esporta più prodotti esporta più lingua. Chi, al contrario, vive d'importazioni, subisce immancabilmente attacchi continui alla propria identità e alla propria lingua. Ma la vera questione è un'altra: per quale ragione ogni paese tende a difendere la propria identità e la propria lingua? Non potrebbe trattarsi di un istinto di conservazione, in sé non qualificante? O non si tratta piuttosto della resistenza ad ammettere una seria perdita di egemonia nei confronti di altri paesi? Diventare una colonia americana può non piacere, ma solo per ragioni di gusto, perché sul piano pratico non c’è niente di scandaloso. È finito il latino, è finito il provenzale, pazienza: finirà anche l’italiano» (Vincenzo Cerami, “I Paesi più forti esportano insieme alle merci anche il loro vocabolario”, Il Messaggero, 26 settembre 1989; ora in Pensieri così, Garzanti, Milano 2002, p. 93).

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.