giovedì 29 settembre 2016

Ai post l’ardua sentenza

«Inizialmente il potere seduttivo si basa su elementi fisici. Per questo motivi anche da adulti l’appeal aiuta, poiché in genere alla bellezza vengono associate alcune caratteristiche positive che nella realtà sono indipendenti, come la bontà, la competenza, la credibilità. È l’effetto What is beautiful is good (Cio che è bello è buono). “Solo le persone superficiali”, diceva Oscar Wilde “giudicano in base all’apparenza”. Infatti il saper guardare oltre l’immagine corporea è frutto di maturità».
Questo è l’incipit del quarto capitolo (“La seduzione della bellezza”) di un saggio dello psicoterapeuta Giacomo Dacquino, Seduzione. L’arte di farsi amare (Mondadori, Milano, 2004, p. 61).
Nessuna svista tipografica: Dacquino crede che la citazione sia davvero quella (tenta anche di confermarla con un un generico riferimento bibliografico: «Opere, trad. it. Mondadori, Milano, 1984») e non a caso ci imbastisce sopra un discorso antitetico alla sentenza di Wilde (da Il ritratto di Dorian Gray): «Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze» (“It is only shallow people who do not judge by appearances”).


Si tratta peraltro solo uno dei classici espedienti retorici del Poeta per farsi invitare alle feste: «To ensure he kept getting invited to parties, he perfected a verbal trick: replacing a word in a sentence with its unexpected opposite» (cit. da un volume che attribuisce a Wilde la catastrofe del divismo americano). Resta comunque singolare che un autore appunto evocato solo per sembrare originali venga qui invece richiamato per avallare un’idea ormai divenuta banalissima (giudicare le persone per come son fatte dentro eccetera).

Molte sentenze derivanti dallo stesso modello riscuotono sempre grande successo, perché il paradosso a livello retorico è sempre appagante (come sostiene Aristotele, o forse Platone), mentre il buon senso fa sentire banali, ordinari, stupidi (in Italia l’industria culturale degli ultimi decenni è nata proprio in contrapposizione alla ragionevolezza).

Sarebbe tuttavia possibile “disinnescare” altre citazioni invertendone il senso. Per esempio:

  • «Non sono d’accordo con quello che dici, e non difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo»;
  • «Il sonno della ragione non genera mostri»;
  • «Beato quel popolo che ha bisogno di eroi»;
  • «Su ciò di cui non si può parlare, non si deve tacere»;
  • «Chi non conosce la storia, non è condannato a ripeterla»;
  • «Quando non sento la parola cultura, metto mano alla pistola».
Il pericolo tuttavia è che, anche in tal guisa, certe formule verrebbero ancora riproposte all’infinito come apologie dell’eroismo, del dilettantismo, del volontarismo o del menefreghismo... Perciò, come (non) fare? Ai post l’ardua sentenza (Risate a denti stretti 2.0).

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