mercoledì 31 agosto 2016

Un’orgia di clericalismo


Aveva ragione Wilde a dire che nella vita ci sono solo due grandi tragedie: one is not getting what one wants, and the other is getting it. Infatti ora che viviamo in una società interamente clericale, io dovrei essere contento, visto che è quello che ho sempre desiderato. L’apoteosi è stata raggiunga con la preghiera in comune tra mussulmani e cattolici in risposta all’ennesimo attentato in terre francesi. Certo è strano che nonostante si continui ad affermare che islam e terrorismo non hanno nulla a che fare uno con l’altro (tuttalpiù qualche sociologo ammette che il radicalismo si è “islamizzato”), le autorità religiose approfittino per intensificare le iniziative di dialogo. Ma questo è lo “spirito dei tempi”: i preti e gli imam ci vogliono uniti, solidali e contenti.

Qualcosa però mi sfugge, e mi rende inquieto. Infatti nessuno si oppone più al “peccato” in questa società: né le autorità cattoliche, né quelle islamiche (che sono tutte un “vorrei ma non posso” proprio perché vivono con la spada di Damocle del terrorismo).
Anzi, il “peccatore” oggi è solamente colui che si permette di dire qualche parola contro il peccato stesso: egli pecca di mancanza di misericordia e carità.
Insomma, la società clericale è una fregatura: è la terra desolata dell’immoralismo e dell’irreligiosità. Chi è cattolico può ancora entusiasmarsi, per bieco identitarismo, della gesuitica sagacia con cui al momento opportuno si è provveduto a fornire di una base confessionale il nichilismo, ma al contempo non può che piangere e stridere i denti.

Io, per esempio, non riesco a vivere in un mondo dove è peccato chiamare il male “male” e il bene “bene”. Eppure questo è quello che dicono oggi i preti (costringendo gli imam a venirgli appresso): chi afferma che esiste un bene e un male è il vero malvagio. Il mondo è buono, perché l’uomo è buono e Dio è buono (non è nemmeno cattolico, quindi è sicuramente buono). Una volta i chierici ci mandavano come agnelli in mezzo ai lupi, e noi lo accettavamo, perché un bel martirio non ha mai spaventato nessuno. Oggi invece ci mandano come agnelli in mezzo agli agnelli, ovvero ci obbligano a obbedire a un unico comandamento, homo homini agnus, e ad agire di conseguenza. Ciò comporta che anche chi soccombe al male, non può comunque ricevere la qualifica di “martire”, perché ciò testimonierebbe (come da etimo), l’esistenza di questo male, che invece non esiste. Le vittime devono quindi far poco baccano, stare in silenzio per non compromettere l’universale bontà che pervade il mondo (dal che si evince che Sade fu uno dei più grandi rappresentanti del buonismo).

I chierici oggi dicono che per eliminare il male dal mondo basta non denunciarlo. Finalmente la Chiesa diventa “misericordiosa” nel senso inteso da Simone Weil: basta con la superstizione giudaica e romana di distinguere giuridicamente il bene dal male, torniamo “greci”, nel senso di quella grecità contraffatta sulla quale gli intellettuali novecenteschi hanno strologato abbastanza. L’immoralismo greco armonizza efficacemente il bene e il male nella nozione di “destino”: quest’idea che il male lo abbiano inventato la tradizione mosaica e il cristianesimo “romanizzato” (cioè il cattolicesimo fino a quale anno fa), tramandata da varie conventicole intellettuale, pare esser diventata uno dei pilastri della nuova “dottrina”.
Per esempio, nel suo diario Cesare Pavese scriveva che «la situazione tragica greca è: ciò che deve essere sia. […] Di qui la catarsi finale che è l’accettazione del dover essere» e che «nella tragedia greca non ci sono i malvagi. Non vi si chiarisce una responsabilità, si constata un fato, un destino».
A livello ancora più elementare, Umberto Galimberti ha esposto in vari talk show la consapevolezza che il giudeo-cristianesimo ha imposto la ragione, la religione, la morale, la scienza, l’inquinamento ecc. in contrasto con la “cultura greca”, che invece credeva nell’impossibilità di combattere il male, nell’insensatezza dell’esistenza, nella gioia di vivere ecc.
In ambito cattolico, questa concezione del “tragico greco” è divulgata principalmente da mons. Bruno Forte, ma ovviamente è in generale accettata da tutti quelli che desiderano “purificare” la religione.
Si tratta di un’idea molto pop che sembra piacere davvero a tutti[1]. Personalmente la “percepisco” in quasi tutte le dichiarazioni delle più alte personalità ecclesiastiche. Tanto è che quando ho visto imam e preti convenire assieme nelle chiese vuote, mi è tornato perfidamente in mente una pagina di Emil Cioran:
«Qualche anno fa in Romania c’è stato un terremoto, e sullo “Herald Tribune”, in prima pagina, ho letto che Sibiu, ovverossia Hermannstadt, era andata distrutta. Ricordo che è successo di sabato. La notizia mi ha fatto male, molto male. Sono piombato in un profondo pessimismo. Uscendo di casa, ho pensato di andare in una chiesa. Sono passato vicino a Notre-Dame, ma non avevo voglia di entrare. Continuo a camminare in uno stato di letargia assoluta, e vedo, non so dove, il cartellone di un film pornografico. Entro nel cinema, che era pieno di operai stranieri. Il film era penoso, assolutamente rivoltante. Ma, nel mio sconforto, era proprio quello che mi ci voleva. È assurdo, dicevo fra me. La civiltà che produce simili film è prossima alla fine. Ho pensato che in un regime comunista non ci sarà altro di buono, ma almeno non fanno vedere film del genere. Questo pensiero mi consolava. Può immaginare in che stato mi trovassi. Invece di entrare a Notre-Dame, vado a vedere un film che rafforza in me l’idea che la nostra civiltà sia finita, che l’umanità sia perduta. Ho pensato a Hermannstadt […] la città che ho tanto amato» (cfr. Un apolide metafisico. Conversazioni, Adelphi, Milano, 2004 p. 204).
Che dire? Una location del genere forse sarebbe stata più in linea con lo “spirito dei tempi”…

[1] Anche dal punto di vista giudiziario: di fronte alla scarcerazione “facile” di assassini e delinquenti, spesso ci si domanda perché certi individui non possano, banalmente, stare in galera. È un dubbio che espresso in pubblico rischia di far passare per forcaioli, infatti c’è sempre qualche anima bella a ricordare che la Costituzione stessa afferma che le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato” (allora perché non sostituire il carcere con i servizi sociali, anche per i delitti più ripugnanti e violenti?).
In una sua celebre raccolta di saggi, Ritorno al mondo nuovo (1958), Aldous Huxley presume che la mitezza nel punire sia la manifestazione di una fase ulteriore o finale di un sistema dittatoriale realmente efficace. Questo spiegherebbe anche perché certi crimini, perlopiù ideologici, vengano esecrati maggiormente rispetto a un infanticidio o a uno stupro.
“In the light of what we have recently learned about animal behavior in general, and human behavior in particular, it has become clear that control through the punishment of undesirable behavior is less effective, in the long run, than control through the reinforcement of desirable behavior by rewards, and that government through terror works on the whole less well than government through the non-violent manipulation of the environment and of the thoughts and feelings of individual men, women and children. Punishment temporarily puts a stop to undesirable behavior, but does not permanently reduce the victim's tendency to indulge in it. Moreover, the psycho-physical by-products of punishment may be just as undesirable as the behavior for which an individual has been punished. Psychotherapy is largely concerned with the de­bilitating or anti-social consequences of past punishments.
The society described in 1984 is a society controlled almost exclusively by punishment and the fear of punishment. In the imaginary world of my own fable, punishment is infrequent and generally mild. The nearly perfect control exercised by the government is achieved by systematic reinforcement of desirable behavior, by many kinds of nearly non-violent manipulation, both physical and psychological, and by genetic standardization”.
[«Alla luce delle ultime scoperte sulla condotta animale in genere, e umana in particolare, è chiaro che, a lunga scadenza, il controllo è meno efficace se ricorre al castigo della condotta indesiderata, anziché indurre la condotta desiderata mediante premi; è chiaro che un governo del terrore funziona nel complesso meno bene del governo che, con mezzi non-violenti, manipola l’ambiente e i pensieri e i sentimenti dei singoli, uomini donne e bambini. Il castigo pone un temporaneo arresto alla condotta indesiderata, ma non contiene permanentemente la tendenza della vittima a tale condotta.
Non solo: i sottoprodotti psicofisici del castigo possono rivelarsi indesiderabili quanto il comportamento indesiderato per cui l'individuo ha avuto il castigo. Infatti la psicoterapia affronta proprio le conseguenze debilitanti o antisociali dei castighi, nel passato dell'individuo.
La società descritta in 1984 è una società controllata quasi esclusivamente dal castigo e dal timore di esso. Nel mondo immaginario della mia favola il castigo è raro e di solito mite. Il governo realizza il suo controllo, quasi perfetto, inducendo sistematicamente la condotta desiderata, e per far questo ricorre a varie forme di manipolazione pressoché non-violenta, fisica e psicologica, e alla standardizzazione genetica»].

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