mercoledì 31 agosto 2016

La distruzione della ragione e della religione

Il tentativo di immanentizzare il cattolicesimo, messo in atto dagli ultimi predicatori del Regno prossimo venturo, gioachimiti d’assalto e santoni della salvezza hic et nunc, viene accolto e sostenuto con zelo dalle élites internazionali e dalle varie agenzie culturali, come ultimo e definitivo capitolo del processo di secolarizzazione: secondo costoro, è finalmente giunto il momento in cui la Chiesa, indotta a più miti consigli, sarebbe pronta a schierarsi dalla “parte giusta” della Storia e assecondare le numerose (e contraddittorie) istanze di quelli che un tempo le furono nemici.

Tuttavia, per la nota eterogenesi dei fini, è inevitabile che qualcosa vada storto in un percorso all’apparenza così lineare: forse è ancora troppo presto per parlarne, ma già da ora possiamo osservare alcune conseguenze impreviste.

La prima è che qualsiasi immanentismo non può fare a meno del “convitato di pietra” della trascendenza: più essa viene inibita, più riesce ad annettersi esigenze e aspirazioni che fino a un attimo prima non erano considerate “ultraterrene”.
Anche la più blanda filosofia eudemonistica, una volta “depurata” dei residui escatologici, è suscettibile di pervertirsi in una dottrina totalitaria: vediamo come attualmente il progressismo cattolico abbia posto il tema della carità in antitesi alla stessa eudemonia (o al semplice buon senso) che pure si prefiggeva di difendere.
Perciò tutto quel che il cattolicesimo aveva rappresentato in termini di “vita buona”, viene adesso condannato come fariseismo e mancanza di misericordia. Non è più possibile, per fare qualche esempio fra tanti, affermare la superiorità della famiglia “tradizionale” rispetto ad altre forme di convivenza; oppure subordinare la responsabilità di accogliere gli stranieri alla necessità di salvaguardare la sicurezza, il benessere e la pacifica convivenza della propria comunità; infine, non è più consentito discriminare tra scelte di vita “giuste” o “sbagliate”, dal momento che la condanna del peccato, diventata equivalente a quella del peccatore, rappresenta ora una mancanza di carità verso il prossimo (sia esso assassino, ladro o stupratore).

La seconda conseguenza, collegata direttamente alla prima, è che da una prospettiva immanentistica il cattolicesimo (e il cristianesimo tout court) non può che essere considerato “irrazionale”. È un pericolo che i progressisti giulivamente ignorano, estendendo il Roma locuta est a tematiche che fino a poco tempo fa dovevano essere fondate su argomentazioni scientifiche o perlomeno filosofiche (magari ispirate a un vago umanitarismo).
Penso a questioni come la difesa dell’ambiente, l’immigrazione e la libertà sessuale: quando gli ecologisti fanno della Laudato si’ il loro nuovo manifesto, quando i politici si rifiutano di garantire la sicurezza dei confini nazionali perché “l’ha detto il Papa”, quando le femministe si esaltano per la possibilità di una “donna prete”, nessuna di tali categorie (se non qualche rara testa pensante) si rende conto di aver appena dotato le proprie aspirazioni di una base “irrazionale”.
Perché, lo ripetiamo, finché si “gioca” sul terreno dell’immanentismo qualsiasi presupposto escatologico non può più rimanere come tale, ma deve per forza venir meno (è anche per questo che dalla Laudato si’ si può trarre qualsiasi tipo di conclusione, a seconda della “sensibilità” di chi la legge).
Non è ancora possibile immaginare il pericolo di una “destra” che, giocando sullo stesso terreno, abbia finalmente la possibilità di spazzare via tutte le istanze progressiste in nome della ragione, del “buon senso”, addirittura della laicità e della libertà religiosa: eppure non è fantapolitica, poiché in Francia il fenomeno si sta già verificando, peraltro agevolato dai noti sentimenti anticattolici delle élites transalpine.

Infine, uno degli aspetti più rovinosi di questo “spettacolo”, per giunta messo in scena in tempi così ravvicinati, è l’eventualità che esso infonda nelle masse il convincimento che la diserzione sia l’unica opera gradita a Dio. Non parlo solo di qualche cinquantenne che lascia moglie e figli per “realizzarsi”, ma di chi, in quanto cattolico, usa la “carità” come forma di indulgenza verso gli altri e soprattutto verso se stesso. Viviamo forse nell’era della diserzione universale? Qualcuno si domanda ancora cosa voglia dire essere uomo, e se a questo nome corrisponde oltre a una serie di diritti almeno un qualche dovere?

Ecco perché di fronte al pericolo di una distruzione della ragione parallela a quella della religione, auspichiamo la rinascita di filosofie eudemonistiche “dal basso”, che ripristino implicitamente, senza far troppo baccano, le basi trascendentali della “vita buona”, della convivenza e della giustizia. Un punto di partenza può essere rappresentato dai “5 comandamenti” proposti dall’architetto Luca Mangoni che, lungi dall’essere una squallida manifestazione di edonismo e materialismo, offrono ancora l’ideale di un percorso di vita e, seppur indirettamente, partecipano persino del gigantic secret di cui parlava Chesterton:

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