martedì 23 agosto 2016

Di Dio o della mamma. Sotie pavesiana


Il compagno, romanzo di Pavese pubblicato nel 1947, rappresenta uno dei due “estremi” (assieme al coevo Dialoghi con Leucò) della contrapposizione tra naturalismo e simbolismo (come annota l’Autore nel diario [Il mestiere di vivere, “MdV”] il 26 novembre 1949), ovvero del conflitto tra la scelta politica e le scelte artistiche dello scrittore (un dissidio che egli proverà a colmare con la “realtà simbolica” delle ultime opere).
È in effetti uno dei suoi libri meno ispirati, come dimostrano, per fare un esempio tra mille, le parole con cui viene descritta la “presa di coscienza” del protagonista Pablo, avvenuta osservando dei ragazzi discutere tra di loro: «Accidenti, pensavo, o che invecchio o sono scemo. Una volta ero anch’io come loro e leggevo soltanto lo sport».
Nonostante lo stile dimesso e a tratti lezioso, nel testo a un certo punto compare una frase suggestiva ed enigmatica, che uno dei compagni romani rivolge a Pablo per spiegargli la situazione in Germania e in Spagna (il romanzo è ambientato alla fine degli anni ’30): «I borghesi […] sono pronti a far fuori metà della terra, a scannare i bambini, pur di non perdere la greppia o lo staffile. Arriveranno anche in Italia, sta’ sicuro. Parleranno magari di Dio o della mamma».
Non si riesce a comprendere dal contesto a cosa si riferisca il compagno con tale espressione. Volendo strologare un poco, pare che essa annunci la possibilità di un fascismo “ulteriore”, interamente borghese, che utilizzerà archetipi quali “Dio” o “Mamma” per consolidare il proprio dominio.

Ne Il compagno compare uno dei topoi che percorre tutta l’opera pavesiana: il tradimento del compagno in prigione da parte della moglie o della fidanzata. È noto che la decisione del suo più grande amore giovanile (purtroppo non corrisposto, come tutti gli altri) di sposarsi mentre egli si trovava al confino, gli inflisse una ferita che non sarebbe più riuscito a risanare – l’ossessione di aver perso l’unica possibilità di entrare nella vita, diventare adulto, accedere alla comunità degli uomini: «Il vero raté non è quello che non riesce nelle grandi cose – chi c’è mai riuscito? – ma nelle piccole. Non arrivare a farsi una casa, non conservare un amico, non contentare una donna: non guadagnarsi la vita come chiunque» (MdV, 6 novembre 1937); «Non riusciremo mai a piantarci nel mondo (un lavoro, una normalità, è chiaro). […] non conquisteremo mai una donna (né un uomo), è chiaro […]» (MdV, 23 marzo 1938).
È in questo periodo che Pavese, fiaccato anche dai disturbi sessuali (sui quali è però indegno speculare), osserva da una distanza di sicurezza il “sentimento religioso”. Nell’idea di Dio vede un sagace mito consolatorio: «Per possedere qualcosa o qualcuno, occorre non abbandonarglisi, non perderci dietro la testa, restargli insomma superiore. Ma è legge della vita che si gode solamente ciò in cui ci si abbandona. Erano in gamba gli inventori dell’amore di Dio: altro che insieme si possieda e si goda, non esiste» (MdV, 16 novembre 1937).
Tale constatazione si trova in pagine segnate dal senso d’abbandono; la sofferenza, acuita dall’esperienza del confino, obbliga Pavese a non pensare ad altro: «Pensare che quel corpo [dell’amata] ha pure un pensiero, un risveglio, un riposo, un languore, una quotidiana durata, e s’io fossi quell’uomo, avrei davvero tutto questo, nella stanza vicina o sotto gli occhi. La giornata finirebbe in lei: questo, questo ho perduto. E non c’è forza umana che possa ridarmelo. E tutto questo è stato buttato senza amore» (MdV, 21 novembre 1937).

In tale contesto lo scrittore matura la convinzione di poter accedere alla “comunità” per altre brecce: non più attraverso il matrimonio (che nella sua mente resta però mitizzato all’estremo, come ierogamia) ma per una “fede”, anzi “una sola fede” («Se ci fosse una sola fede questo non accadrebbe», MdV, 28 novembre 1937). È un’altra idea fissa dello scrittore, a volte espressa persino con le sembianze del credo tradizionale: «Non si capisce come in tempi che il mondo non aveva altra spiegazione che quella cristiana – medioevo – qualcuno osasse essere malvagio, morire impenitente» (MdV, 31 marzo 1948).
Per tutta la vita Pavese cerca questo: una fede in cui tutti credano, e grazie alla quale si possa ottenere la salvezza. Pur di trovarla è persino disposto a sopportare la strumentalizzazione, la “tecnicizzazione” (per usare l’espressione di Kerényi) dei miti genuini. Anche il compromesso con il cristianesimo per un attimo gli pare accettabile: «Il precetto cristiano è tutto qui. Convincersi che tutto è creato per il bene, che c’è la fraternità umana – e se ciò non è vero, che importa? Il conforto di questa visione consiste nel crederci, non nell’essere lei reale. Perché se io ci credo, se tu, se lui, se loro ci credono, ecco che sarà avverata» (MdV, 3 febbraio 1941).

È però un’altra “fede” a premere dopo la fine della guerra, una fede che offre non solo il miraggio di una conciliazione definitiva tra artista e popolo, ma anche la possibilità di uscire fuori dalla storia e porre fine alla sofferenza: il comunismo. Pavese trasferisce immediatamente in esso le sue aspettative di palingenesi, auspicando in uno dei primi pezzi per “l’Unità” (Ritorno all’uomo, 20 maggio 1945) la nascita di «una nuova leggenda dell’uomo» che consenta all’artista non di andare verso il popolo, ma di «essere popolo» e realizzare così l’idea della «vita come comunione».
Con tale disposizione egli tenta quindi di guadagnare al socialismo il patrimonio della “Collezioni di studi religiosi, etnologici e psicologici” (la celebre “Collana Viola” dell’Einaudi), con un “programma” che incanali e purifichi le «nefandezze totemiche e ancestrali» attraverso un umanesimo vichiano e marxista.

Eppure qualcosa va storto: ne è sintomo il forte contrasto tra Il compagno e i Dialoghi con Leucò da cui siamo partiti. A Roma, Pavese entra in contatto con quei circoli junghiani che nonostante abbiano poco a che fare con la sinistra “essoterica”, rimangono fermamente contigui alla stessa area di riferimento. La Città eterna è associata dallo scrittore a una “discesa”, che è anche un’iniziazione (i due romanzi in fondo parlano proprio di questo) sia ai misteri del socialismo che al profondo delle nuove discipline che iniziano a circolare in Italia: «Notare che c’è un rapporto stretto fra le letture che da più di un anno facevo (etnologia) e il fatto di Roma. Perché ci son venuto, e per caso?» (MdV, 8 maggio 1946).
Nella sede Einaudi della capitale Pavese si imbatte nell’ennesima femme fatale che verrà a turbargli il sonno: Bianca Garufi. Egli la identifica subito con Astarte-Afrodite-Melita (MdV, 27 novembre 1945), nuova manifestazione della Dea desiderosa di distruggerlo, e ripete ancora una volta il suo “rituale”: le chiede di sposarlo, pur sapendo che si tratta di un “amore storto” e che mai la sua fantasia potrà realizzarsi. Bianca/Leucò riesce comunque a condurre Pavese dove non vuole: verso “La Mamma”, il mütterliche Unterwelt, i lati più ombrosi della psicanalisi junghiana.
Lo scrittore tuttavia, è tutt’altro che disposto a lasciarsi abbindolare e trasformarsi in “vittima sacrificale” (anche solo dal punto di vista intellettuale) di qualche circoletto esoterico. Egli infatti resta sempre scettico e diffidente (se non beffardo) nei confronti della psicanalisi in genere: «Ecco: quel che non ti va nella psicanalisi è la evidente tendenza a trasformare in malattie le colpe. Capirei trasformarle in virtù, in modi di essere energici, ma no – si scopre il trauma che fa sì che hai paura, per esempio, dei ranocchi e allora aspetti la guarigione. Balle! Siamo chiari: non ho niente contro il formulario psicanalitico – ha arricchito la vita interiore – ce l’ho contro quelle facce di bronzo che ne servono per scusare la loro pigra svogliatezza e credono che sentirsi dire che inculare i ragazzini è un risultato di una loro esperienza del cavatappi, sia una giustificazione. Nossignore. Non bisogna inculare i ragazzini» (MdV, 17 aprile 1946).
Inoltre, anche il suo approccio verso l’etnologia è più accorto di come taluni hanno voluto presentarlo: «Fessi gli etnologi che credono basti accostare le masse alle varie culture del passato – e del presente – per avvezzarle a capire e tollerare e uscire dal razzismo, dal nazionalismo, dall’intolleranza. Le passioni collettive sono mosse da esigenze d'interessi che si travestono di miti razziali e nazionali. E gli interessi non si cancellano» (MdV, 1 marzo 1946).
Pavese quindi non confida né nella psicologia, né nell’etnologia, come mezzi efficaci per accedere alla comunione umana, attraverso la trasmutazione delle malattie in virtù (o delle turbe individuali in miti collettivi).
I Dialoghi con Leucò sono sintomo della consapevolezza di questa mancanza di efficacia. Lo dimostrano sia la decisione di rifarsi alla mitologia greca «familiare fin dall’infanzia, dalla scuola» (col rischio di scadere nel neoclassico) sia l’esasperazione di alcuni motivi “archetipici” che sfocia in un’atmosfera da horror movie. Il mar di Grecia «tutto intriso di sperma e di lacrime», la sfilata delle “Mamme”, le arcaiche e selvagge divinità mediterranee che però, come Circe, sono maghe «scadute di rango», e poi il bric-à-brac di secrezioni assortire che rimandano alla sua “pornoteca” adolescenziale: tutto sembra architettato proprio per épater les prolétaires (ecco di che parlano quelli di Roma…).
I “dialoghetti” (così li definiva) per Pavese «conservano gli elementi, i gesti, gli attributi, i nomi del mito, ma ne aboliscono la realtà culturale […] [e] pure l’ambiente sociale (che li rendeva accettabili agli antichi)» (28 luglio  1947). Non è appunto con essi che l’Autore spera di risolvere il dissidio tra arte e vita.

Alla luce di quanto osservato finora, possiamo forse concludere che siano proprio i compagni di Roma quelli che vogliono raggirare il popolo parlandogli di Dio o della mamma?
È soltanto un’ipotesi, ma è chiaro che il programma di Bianca e quello di Cesare fossero destinati a divergere: lo scrittore non pensava certamente a uno “junghismo per le masse” attraverso il quale riproporre il “regno della Grande Madre Mediterranea” come mito tecnicizzato, ma al contrario alla possibilità che il socialismo potesse fornire al popolo gli antidoti ai suoi stessi miti.
I Dialoghi di Leucò in questo senso custodiscono qualcosa di “sacrificale”, come un Fiat iustitia et pereat mundus a livello artistico. Se Pavese però non può smettere di scrivere è perché la sua vita è irrisolta, egli si sente “tagliato fuori”, non ha ancora una donna che possa definire “sua” (sono tutte espressioni che ripete fin nelle ultime lettere). Continua il “mestiere”, dunque, perché spera che un giorno la letteratura possa finalmente condurlo alla maturità (ora rappresentata, in senso marxista, dalla coincidenza tra struttura e sovrastruttura, la cui mancata identità è lo iato da cui scaturiscono i miti). I romanzi della “realtà simbolica”, uniti ai volumi pubblicati dalla “Collana Viola”, servono al popolo per “ridurre a chiarezza i propri miti” e infine “non crederci più”.

In tutto questo manca solo il lieto fine, perché si sa come è andata. Capirne il senso è difficile: anche se Pavese si sentiva parte del popolo (lo scrive ripetutamente in vari articoli per “l’Unità”) sia dal punto di vista umano che artistico, il fatto di non riuscire mai a colmare questa distanza lo rende sempre più estraniato dalla realtà. Egli si sente “schiavo” dalla nascita, mentre attorno a sé vede solo quelli che definisce “olimpici”, gli individui che vivono serenamente la loro condizione di borghesi o proletari, e che di conseguenza possono conquistare una donna, costruirsi una casa ecc…
Non è casuale che tra i personaggi dei romanzi della “realtà simbolica” compaiano i rappresentanti del mondo “futile”, i borghesi “scioperati” i cui elementi “innocenti” si suicidano perché «ancora capac[i] di sentire quel che [gli] manca»  (così scrive al suo maestro Augusto Monti nel gennaio 1950).
Ancora Pavese chiede alla vita di fornirgli qualcosa in cui credere, non importa se da borghese (attraverso miti tecnicizzati) o da proletario (attraverso miti genuini). Nelle pagine conclusive del diario (e della sua esistenza) confessa: «Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono» (MdV, 17 agosto 1950).
“Quella cosa” si manifesta per l’ultima volta in Constance Dowling, un’altra Dea Bianca venuta a distruggere le speranze di trovare una quiete che non sia fatale. Essa appare come la summa di tutti i desideri di Pavese: è nel mondo dello spettacolo (il suo primo amore –ovviamente sempre non corrisposto– fu una soubrette), è americana, è bianca, bionda, bella ecc… Quando però il Nostro si accorge trattarsi del solito amorazzo decadente e “romantico”, ecco che crolla.

Nel suo ultimo intervento politico, su “Cultura e Realtà” (L’arte di maturare, 17 marzo 1950) Pavese esprime chiaramente una posizione antitetica al romanticismo politico, citando il verso di Shakespeare (Ripeness is all, “La maturità è tutto”) che userà anche come dedica a Constance in esergo a La luna e i falò. Forse è da questa prospettiva che bisogna interpretare il suo suicidio: prima che anche il socialismo sfoci in mito romantico, prima che la sua arte si trasformi in uno sproloquio su “Dio e la mamma”, Pavese “sacrifica” la propria decadenza (individuale e di classe), affinché la religio mortis svanisca come sovrastruttura “preistorica” (in senso marxista) e ceda finalmente il passo al “mondo nuovo”.

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